L’antidoto ai vampiri

Magari mi sbaglio. Ma ho la netta sensazione che, con oggi, il giochetto gli funzioni un po’ meno. E la presa sull’Italia cominci a ridursi. Certo, i Warren Buffet e i Lovelace e gli altri speculatori-proprietari delle cosiddette agenzie di rating hanno mosso bene la loro pedina Moody’s. Ha assemblato quattro banalità sull’Italia, spettro di Berlusconi incluso, ha ignorato i passi avanti fatti e ha prodotto a orologeria il solito parametro speculativo al ribasso per i robot finanziari della rete:  da A3 a Baa2.

Il tasso di rischio del debito italiano è quindi cresciuto. Messaggio: vendere, vendere, vendere, c’è odore di spazzatura. E magari  vendere a termine, senza impegnare un dollaro o un euro, sfruttando un mercato impaurito, a vantaggio dei suoi burattinai, i padroni degli arbitri del mercato. Di cui sopra.

Finanzieri Usa alla disperata caccia di profitto da creare dal nulla, di valore da succhiare, quando in casa c’è la deindustrializzazione, la povertà, e il debito (superiore al nostro). I protagonisti occulti della grande, enorme truffa subprime del 2008. Quando le loro equanimi società di rating assegnavano graziosamente alle banche truffatrici la tripla A assicurata. Al popolo americano questo scherzetto è costato 7,7 mila miliardi di dollari.  Se non fossero un impero militare, gli Usa sarebbero oggi in bancarotta.

Per questo Wall Street e Washington hanno tutto l’interesse a scaricare la crisi sull’euro. Per ridurre i costi del proprio, e gigantesco, indebitamento. E il debito italiano è il miglior vaso di coccio, al momento.

Ma questi vampiri hanno sempre meno gioco. Moody’s è sempre meno credibile, anche sui mercati. Ieri l’asta dei titoli di stato italiani è andata sorprendentemente bene, alla faccia loro.

Perchè? Beh, semplice. A furia di urlarci addosso, per spolparci, a furia di vendere, il mercato del debito italiano vede una quota internazionale sempre più ridotta. I delusi, o i seguaci di Moody’s ieri erano in minoranza. E invece sembra crescere la domanda da parte dei cittadini italiani, che hanno disponibiltà patrimoniali mobiliari per per almeno 3mila miliardi di euro. Risparmi in gran parte sudati.

E oggi un titolo al 5%, garantito dallo Stato, con un Monti che è credibile, è di fatto garantito dall’Europa e picchia duro per rimettere i conti in ordine, è un buon affare. Migliore certo di quelle azioni Usa da ottovolante.

E meno rischioso, a ben vedere, di un Bot o Cct comprato nel 2009-2001, con un Berlusconi infoiato nei suoi irresponsabili, tardi divertissement sessuali. E pertanto dileggiato in tutto il mondo.

Oggi, per un risprmiatore, va meglio di allora.

Stiamo piano piano così diventando giapponesi? Che comprano tutto il loro debito, e sono quantomeno al riparo dai vampiri di Wall Street e londinesi (i loro servi sciocchi). Secondo me il trend comincia a orientarsi da questa parte.

In più siamo europei (a differenza degli inglesi) . E ci stiamo faticosamente muovendo verso un’Italia sostenibile. Meno inutile patrimonio pubblico, meno burocrazia, meno evasione. Abbiamo solidarietà, quando qui prima c’era solo disprezzo.

Togliamo quindi ai vampiri i loro giocattolo. Buttiamoli fuori dallItalia. Immunizziamoci. Non facciamoci spolpare (lo spread incontrollati ci costerà 10 miliardi annui, che altrimenti potremmo destinare alla ripresa).  Riduciamo, compriamoci e gestiamoci il debito. E andiamo avanti.

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E invece – come spiega Bersani – c’è «nervosismo e preoccupazione»: «Il fatto che l’Italia faccia ogni sforzo e non le venga mai riconosciuto – dice il segretario del Pd – segnala qualcosa di poco chiaro, l’intenzione di attaccare l’euro usando il nostro Paese come leva per scardinare il sistema».

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Ultima considerazione: se l’Italia sta per divenire il nuovo cavallo di troia per far saltare l’Euro, conviene anche all’Europa che il suo debito pubblico divenga sempre meno esposto alla speculazione internazionale.

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Berlusconi

Ha i soldi. Gli serve. Si candida a premier.

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Perchè è giusto cacciare Formigoni

Uno spaccia per investimento sulla salute e sulla sanità la produzione di cemento inquinato, e prevede di spendervi 450 milioni.

L’altro, un oncologo con una lunga esperienza di pianificazione sanitaria, propone di spenderne poco più di 200, con una soluzione più efficace sul piano dei servizi sanitari e la ricerca.

Monti, Grilli, Bondi, dove siete? Please leggete sotto un mesetto di lavoro giornalistico locale.

E al corteo di clientes dietro il Celeste dico: non illudetevi.

 

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Come Formigoni fa la politica sanitaria

 

Vi propongo tre articoli pubblicati su Z3XMI che ritengo significativi:

E così è rimasta solo Sesto in lizza per la Città della Salute. E Formigoni vi ha rapidamente messo la firma, sabato scorso. Complice anche un Comune di Milano stranamente paralizzato, incapace di definire una reale proposta alternativa, di motivarne gli aspetti sanitari e clinici vincenti, e i costi inferiori. Era tutto pronto, numerosi esperti ci avevano lavorato (si veda qui la proposta sviluppata da Giuseppe Landonio, oncologo e consulente dell’assessore Pierfrancesco Majorino) ma Pisapia ha preferito, alla fine, tirarsi indietro dal tavolo con qualche dichiarazione critica. Senza, di fatto, combattere.

Ha pensato che una proposta ragionevole, competente, ma clinico-scientifica e non immobiliare, come quella di Landonio fosse troppo debole di fronte all’impostazione tutta puntata sulle “aree” e il “cemento” formulata fin dall’inizio da Formigoni?

Doveva battersi comunque.

«il Comune ha sbagliato impostazione. – commenta Carmela Rozza, capogruppo del Pd al Comune – Avrebbero dovuto assumersi l’onere di indicare una strada e un progetto, esprimendo con forza un parere sulla funzionalità dell’operazione e sulle aspettative che devono essere garantite pensando agli interessi dei malati».

E invece niente. L’idea forte di Sesto è passata. Usare la Città della salute, ovvero l’accorpamento in sede nuova dell’Istituto dei Tumori e del neurologico Besta come detonatore del gigantesco progetto immobiliare (firmato Renzo Piano) sulla grande area ex-siderurgica. Regalare alla Regione 100mila metri quadri bonificati (e sottratti all’unico parco previsto) per i due insediamenti sanitari. Costruire, mettere a regime i due ospedali, attrarre le famiglie dei pazienti e possibile indotto. E da lì partire per avviare la bonifica dell’area e le costruzioni (grandi condomini e grattacieli).

Importa a qualcuno se, al 2015, Besta  e Tumori si troveranno in un’enclave magari bonificata ma nel mezzo di 1,3 milioni di metri quadri ancora pesantemente inquinati, con falde idriche piene di metalli pesanti?

Importa a qualcuno se i famosi 340 milioni per il progetto, in apparenza elargiti dalla Regione, diverranno debiti (e pesanti) per i due istituti?

Il fondo rotativo sanitario della Regione  prevede infatti un anticipo dei fondi, ma poi gli enti dovranno rimborsare a vent’anni gli ammontari. Questo significa che Int e Besta dovranno mettere a bilancio almeno una decina di milioni ciascuno di rimborso annuo sul fondo. E questo, in tempi di vacche magre come queste, significa meno ricerca, meno attrezzature, meno risorse.

Per cosa? Per tanto bellissimo cemento nuovo in un mare di inquinamento? Senza reali controlli?

Stiamo ai precedenti. La Regione nel 2006 lanciava l’idea della città della salute. Prescelta l’area di Via Alba, per mettere gli istituti a contatto con l’Ospedale Sacco. Perfetto, ineccepibile. Di qui l’avvio di un consorzio che si produceva in un progetto da ben 6 milioni di Euro. Ma, in mezzo a tanto lavoro di architetti e cervelli, il responsabile del consorzio non si peritava di mandare nemmeno un geometra a supervisionare l’area. Salvo a scoprire, a consorzio costituito, con tanto di sede e dipendenti e a progetto fatto, che là, oddio, vi scorre un allegro fiume, uso a vivacemente esondare ad ogni pioggia autunnale.

Risultato: una perdita secca di 6 milioni nostri e la chiusura del consorzio. Tutto da rifare. Abolita l’idea di un polo con l’ospedale generalista (essenziale ai due istituti). Si punta invece al loro accorpamento secco in un polo edilizio, sulla base di inesistenti ma strombazzate sinergie reciproche. E poi, quasi subito dopo, la proposta sestese. Che i maligni potrebbero dire si annuncia analoga, dati i rischi di inquinamento ambientale (fisico e giudiziario in corso) abbastanza evidenti.

E la prevedibile carenza di fondi in corso d’opera, stante le restrizioni attuali (già Torino ha dovuto cancellare, per taglio da Roma,  la sua città della Salute… )

Prudenza avrebbe voluto che si optasse per soluzioni più rapide, a minor costo, e più sicure. Come quelle indicate da Landonio. Ma Formigoni oppone la fretta di non perdere il contributo da Roma di 40 milioni al progetto (che forse si perderà comunque, data la Spending review in accelerazione).

Ma perché tanta fretta, quando i “privati” (non è ancora dato sapere chi) ce ne metteranno 50 in project financing?

Forse sta nella necessità di contrappore un grande progetto di immagine ai suoi problemi con la Magistratura?

Di sicuro, sul piano strettamente sanitario, tra Int e Besta la necessità impellente di reinsediarsi assieme sono molto scarse. Solo il 7% delle loro ricerche tocca temi comuni. E allora?

Non sarebbe meglio per il Besta traslocare negli spazi liberi dell’area di Niguarda, dove vi sono altre e forti competenze neurologiche? Costo (secondo Landonio): 120 milioni.

E per l’Int, riallocarsi in Città studi, rifacendo padiglioni obsoleti? Costo: 80 milioni. E partecipando al ridisegno dell’area, come sostiene il Consiglio di zona 3.

Risultato: una collocazione ottimale dei due istituti, sicura e a prova di crisi. E un risparmio di 140 milioni pubblici, da investire magari in altre istituzioni sanitarie (come il Policlinico).

Formigoni ha sprezzantemente bocciato queste proposte (peraltro nemmeno presentate al tavolo di sabato). A Niguarda non c’è spazio, ha detto (non è vero, metà dell’ospedale con la ristrutturazione è vuoto). Città Studi è mal servita dai mezzi pubblici (con tram, autobus, stazione ferroviaria e aereoporto di Linate, vedete voi).

Scuse. Per far passare il grande investimento immobiliare, che sta a cuore all’amministrazione di Sesto fin dai tempi di Filippo Penati sindaco. E oggi sta a cuore a Davide Bizzi, il patron di Sesto immobiliare vicino a Maurizio Lupi e a Comunione e Liberazione.

Nomi emblematici. Comunione e Liberazione, il pilastro di Formigoni, e Sistema Sesto. Siamo alle solite, verrebbe da dire.

Peccato infine che i vertici dei due istituti non abbiano mai messo in discussione, nemmeno loro, le criticità e i costi del progetto Sesto. Ma anche qui. Chi li ha nominati? A chi rispondono? Facile immaginarlo.

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C’è anche chi, a Sesto S.Giovanni, è contrario all’insediamento della Città della Salute nell’area Falk. Ne abbiamo discusso, come redazione di Z3xMI, con esponenti di Legambiente sestese, della Fiom, Unione inquilini, Rete salute e territorio, Ecologisti e Reti Civiche di Sesto S. Giovanni.

Sotto scrutinio il progetto urbanistico fortemente voluto dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, che dovrebbe prevedere il trasferimento dell’istituto Neurologico Besta e dell’Istituto nazionale dei Tumori in un nuovo grande polo sanitario, costruito ex-novo.

La candidatura di Sesto S.Giovanni, spiegano gli ambientalisti, è tutta puntata sull’area Falck. Un’estensione enorme, oltre un milione e 400mila metri quadri, dove si intersecano interessi forti, dalle banche a immobiliaristi come Bizzi, all’amministrazione comunale stessa. E dove la Magistratura ha appena depositato gli atti dell’inchiesta giudiziaria su Filippo Penati e il “Sistema Sesto”.

Tutto si incrocia su quest’enorme area Falck, anche la supposta Città della Salute. Un milione di metri quadri su cui si è svolta, per oltre un secolo, una delle più importanti attività siderurgiche d’Europa. E il terreno è ancora saturo di olii e metalli pesanti – spiegano gli ambientalisti – con una prima falda idrica, affiorante anche a 20 metri di profondità, fortemente inquinata.

L’area è quindi da un lato da bonificare (la stima è di oltre 200 milioni, ma è ipotetica e conservativa) ma dall’altro lato è fortemente appetibile per un progetto immobiliare.

Ed ecco che, negli anni, questo progetto di nuovo cemento si è dilatato (sarà la Magistratura ad accertare come e perché). Dai 600mila metri cubi previsti inizialmente a oltre un milione oggi, nell’ultima versione del piano regolatore approvata  lo scorso primo maggio, dal Consiglio comunale uscente (a soli quattro giorni delle elezioni). In pratica un’autentica città da oltre 20mila abitanti, con un bel nucleo centrale di grattacieli, contornati da blocchi di grandi condominii a matrice stretta, e poi centri commerciali e palazzi uffici vari. Risultato: l’area del parco verde, frutto della bonifica, sempre più compressa. E poi la proposta della Città della Salute, avanzata guarda caso durante la campagna elettorale per le amministrative e prevista proprio nel parco, a cui sottrarrà ben un terzo della sua estensione.

Un colpo piuttosto duro per chi si batte quantomeno per un equilibrio tra grande cemento e ambiente. Ma non è tutto. La tabella di marcia del grande progetto immobiliare sull’area Falck ha solo una variabile, ma bella evidente, di incertezza: la bonifica.

Nessuno, su questo punto, si azzarda a fare previsioni o a prendere impegni vincolanti. Non il Comune né gli immobiliaristi. Le esperienze fatte in passato (area Vulcano) e presente sono eloquenti. Tempi iniziali più che raddoppiati, costi lievitati. Un secolo di discariche industriali a cielo aperto, di olii esausti, metalli pesanti e prodotti chimici non si cancellano infatti con una semplice passata di bulldozer. Alternativamente, se venisse approvato il progetto Città della Salute nell’area Falck si correrebbe il rischio di ospitare i malati di tumore nel bel mezzo di un’enorme area inquinata, con rischi seri persino per l’acqua potabile.

Perché allora prevedere ad ogni costo un polo sanitario che si vorrebbe di respiro nazionale e internazionale in un’area tanto critica, con la prospettiva di ritardi su ritardi nei tempi di costruzione, cattiva immagine e rischio di lievitamento nei costi?

Perché tanta solerzia sanitaria da parte di un’amministrazione sestese che ha consentito la chiusura del suo fiore all’occhiello sanitario, il reparto di medicina del lavoro dell’ospedale di Sesto (conosciuto in tutta Italia) e altri servizi essenziali per la città erogati dal piccolo ospedale di Sesto S. Giovanni, progressivamente prosciugato?

La città della Salute (ovvero Besta più Int) al di là del termine pubblicitario, spiegano gli ambientalisti sestesi, sarebbe in realtà una sorta di fiore all’occhiello, di specchietto per l’intero progetto immobiliare. Un modo per attrarvi insediamenti e abitanti, e quindi far ritornare i massicci investimenti previsti dal pi-Falck, lungo i suoi 14 anni di realizzazione.

Peccato però che è molto dubbio che questa strategia, usata con successo da Tronchetti Provera quando riuscì a insediare l’Università nel suo polo Bicocca, si possa replicare a Sesto.

La seconda università Statale di Milano riuscì a rivitalizzare un progetto Tecnocity in forti difficoltà. Ma era, tutto sommato, un’area piccola. E il mercato immobiliare milanese, a metà anni 90, era ancora in pieno boom.

Oggi invece gli scenari sono completamente opposti. Il settore immobiliare è in crisi profonda, i grandi building sono in gran parte vuoti, i massimi nomi del settore lottano contro il fallimento.

E allora a cosa potrà realmente servire una Città della Salute, si chiedono gli ambientalisti, messa in un’area fortemente insalubre, da bonificare radicalmente, e senza poi nemmeno un reale impatto abitativo su costruzioni gigantesche ancora tutte da fare, e soprattutto da vendere?

E’ una domanda che viene da Sesto, tra le altre, da aggiungere all’elenco nell’assemblea che l’Rsu dell’Istituto dei Tumori ha indetto nell’aula magna dell’Istituto per martedì 19 giugno alle ore 18.

Si attendono risposte sensate.

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Costerebbe molto meno, sarebbe più efficace sul piano clinico e della ricerca, e sarebbe anche più veloce. Questa la Città della Salute in versione arancione. Giuseppe Landonio, oncologo ed ex consigliere comunale, nonché consulente per l’assessore Majorino, in un’intervista al “Giorno” ha anticipato oggi i termini della proposta che il Comune di Milano avanzerà al prossimo tavolo fissato per il 30 giugno, con la Regione che preme per una decisione definitiva sul suo progetto di trasferimento da Città Studi sia dell’Istituto neurologico Besta che dell’Istituto Nazionale dei Tumori e il loro accorpamento in un polo, detto Città della Salute, da costruirsi o nell’area Falck di Sesto S.Giovanni oppure alla caserma Perrucchetti di piazza S.Barbara.

Solo un’alterativa tra due siti urbanistici? Il Comune, forte di un’analisi condotta tra medici, ricercatori e operatori dei due istituti, dice di no. Quello che è necessario è un completo ripensamento del progetto, così come concepito dalla Regione. Invece di tanto nuovo mattone e un accorpamento forzato dei due istituti il Comune punta a “piano di rilancio dell’intera sanità di Milano”, anche oltre il Besta e l’Int.

Come? Innanzitutto cancellando ogni iper-costoso spostamento dell’istituto dei Tumori, che secondo la sua rappresentanza sindacale non ne ha alcuna necessità e voglia (e anzi rischia evidenti danni per l’erario, dati i forti investimenti fatti nel recente passato ancora da ammortizzare). L’Int invece dovrebbe essere finanziato, in modo mirato, per ristrutturare l’edificio antistante per spostarvi gli uffici amministrativi, liberando spazio per gli ambulatori, oggi compressi.

Quanto al Besta l’ipotesi migliore è il suo trasferimento dentro l’area di Niguarda, dove al 2014 (tra due anni) si libereranno ben quattro grandi padiglioni, in seguito all’ammodernamento dell’ospedale. In subordine la proposta del Comune considera anche una sua ristrutturazione nella stessa sede attuale di Città Studi. Ma l’ipotesi Niguarda consentirebbe all’istituto di fruire rapidamente di spazi abbondanti, e delle sinergie cliniche e di ricerca con il grande ospedale milanese.

Velocità: il progetto “Formigoni”, tra bonifiche, progetti e costruzioni, ha almeno un orizzonte al 2017 (e oltre). Il progetto “Pisapia” invece consentirebbe al Besta di operare nella nuova sede (e a regime) fin dal 2014. Tre anni prima.

Costi. Qui la differenza tra le due proposte si fa più eclatante. La Regione, per la Città della Salute, ha messo sul piatto un fondo di 330 milioni di euro. Il progetto in versione Formigoni, con la costruzione edilizia ex-novo di un grande polo per i due istituti, costerà, nelle previsioni degli esperti, ben di più. Forse anche il doppio. Quindi le risorse aggiuntive dovranno necessariamente venire dalla vendita sul mercato delle aree e degli stabili esistenti dei due istituti “traslocati”. E questo in un momento di crisi, qual è l’attuale, in cui le operazioni immobiliari sono tutte ferme, o in caduta verticale (si pensi allo stato pre-fallimentare di molte parti del gruppo Ligresti, compresa l’area del Cerba, l’iniziativa sanitaria privatistica di Veronesi). Il coefficiente di rischio dell’operazione Città della Salute “alla Formigoni” è quindi alto e tendente a crescere. Con la prospettiva di una “cattedrale nel deserto” inutile e incompiuta.

Ben diversi i conti di Landonio e Majorino: 80 milioni necessari per i nuovi ambulatori dell’ istituto dei Tumori e solo 120 milioni per il Besta, sia che scelga la ristrutturazione in loco o il passaggio a Niguarda.

Avanzerebbero quindi 130 milioni dei 330 stanziati, destinabili all’ammodernamento di un altro polo di eccellenza milanese: il Policlinico. Fino a fare del piano davvero un investimento di rilancio sulla sanità e la ricerca clinica nella città.

Il tutto nella massima trasparenza, senza operazioni immobiliari (e ormai sappiamo cosa significano)  necessarie o incombenti. E soprattutto un piano a basso tasso di nuovo mattone. Ma alto di strutture cliniche, di ricerca e ospedaliere. Aperte a tutti, poveri e ricchi.

 

 

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La vittoria dei due Mario

Una banca centrale deve fare il suo mestiere. Ed essere messa in condizione di farlo. Ovvero vigilare su un sistema bancario, ma in caso di necessità sostenerlo. E intervenire sui mercati, in caso di evidenti  e pericolose distorsioni.

Deve disporre delle risorse necessarie, con gli spazi d’azione necessari.

Ieri, finalmente, il consiglio europeo pare abbia deciso (udite udite) qualcosa di concreto in questo senso. La Bce può utilizzare realmente i fondi europei esistenti (Efsf e Esm) per ambedue gli scopi.

Nasce finalmente una rete di sicurezza. Un sistema di firewall espliciti. E il messaggio, per una volta tanto forte, ha raggiunto i mercati.

Ha fatto molto bene Monti a minacciare il veto, in mancanza di queste decisioni. L’unica strada alternativa, a quel punto, sarebbe stata una rapida, quindi difficilissima, e pericolosa operazione di internalizzazione forzosa del debito pubblico italiano.

Ora invece, con la protezione del firewall, si può lavorare con maggiore calma alla dismissione selettiva del patrimonio immobiliare pubblico. E all’offerta di titoli di stato ai cittadini italiani.

Quindi, per ora, il pericolo sembra scampato. Complimenti a Monti. La sua doppietta, sulle banche e sullo spread, vale di più di quella di Balottelli.

 

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Aspettando Godot

Caveranno un ragno da un buco per l’Italia giovedì al vertice europeo?

Credo proprio di no. Nonostante la buona volontà di Monti. Magari annunceranno qualche palliativo alla depressione, qualche fondo europeo o della Bei in più, qualche project bond per nuove infrastrutture. E una rete di salvataggio contro il panico bancario. E tante parole vaghe su una futura, molto futura, unione economia e politica. Quando forse si sarà trovata la formula per l’eutanasia dei gloriosi fantasmi di De Gaulle e Bismarck.

Ma i nostri, al ventiquattresimo tempo supplementare, non attaccheranno in nessun modo il problema del debito pubblico. Nè nostro nè di altri. Il debito è la vera radice nazionale in Europa, sopravvissuta ingrandendosi su tutte le altre. Il debito è la madre della disciplina ma anche del rancore. Potrebbero uscirne i vecchi cari demoni, che hanno reso l’Europa una macelleria per tanti secoli.

Abbiamo già capito che gli eurobond sono una chimera (la Merkel è stata chiara). Non ci sarà controllo degli Spread da parte della Bce. Nessuna rete di sicurezza. Forse una piccola pezza, di acquisti temporaneamente limitati, che non risolverà niente.

Spero proprio di sbagliarmi. Spero che un reale firewall contro questi spread insensati verrà istituito. Se non altro perchè altrimenti la Spagna rischia di avvitarsi ancor peggio di noi.

Ma anche se fosse messo in piedi un firewall sui titoli del debito pubblico il problema resta. Prendere un robusto calmante non significa eliminare la malattia mentale. Specie se cronica.

E la si cura, progressivamente, solo cambiando la mente. Il primo passo è assumersi una completa responsabilità del disordine che si è creato. E poi, pezzo per pezzo, ridurlo e assorbirlo. Cambiando con un processo visibile, ma anche con margini per poterlo sostenere.

L’Italia di Padoa Schioppa cercava di tornare a essere sostenibile. Quella di Berlusconi è tornata nella malattia. Quella di Monti per ora è solo emergenza.

Non c’è una vera assunzione di responsabilità. Non c’è ancora un percorso sostenibile. Ci sono solo tasse di emergenza e riforme da libro di testo. Non c’è politica del reinventing government,  industriale, energetica, della partecipazione attiva, sociale, inclusiva. Non c’è visione.

Questo dovremo chiedere l’anno prossimo alle elezioni. Ma intanto cominciare la grande virata sul debito.

Quindi dobbiamo provvedere da noi. Prima che ci svenino. Dando l’esempio anche alla Spagna.

Perchè questo problema del debito pubblico craxian-berlusconiano, da oltre vent’anni è degli italiani. Solo ed esclusivamente degli italiani. Ed era così fino a quando, intorno all’anno 2002-4, qualche genio liberista non decise di mettere sul mercato internazionale un debito pubblico che prima era quasi completamente domestico.

E poi altri due geni di razza, e non solo Draghi, ovvero tremonti e berlusconi riportarono il debito dal 100% al 120% del pil sfruttando i bassi tassi di interesse dell’Euro. Quando l’Euro era simile al marco tedesco.

Risultato: ora abbiamo circa mille miliardi di euro di debito in mani estere. Di Hedge fund e quant’altro. E siamo strutturalmente destabilizzati.

Ebbene, prendiamo alla lettera quest’ultima frase. E facciamo come il Giappone. Riportiamo  il debito pubblico in Italia, in mani italiane, il più possibile. Grazie alla superiore capienza patrimoniale e di risparmi delle famiglie italiane.

Loro ci stanno succhiando il sangue? E noi togliamoglielo dalla loro portata.

Ma senza fare furbizie o berlusconate. Manteniamo gli impegni europei presi e da prendere. Facciamo capire, anche ai tedeschi, che questo è il solo modo possibile per noi per ridurre il debito controllandone i costi. E generare la ripresa. Altrimenti sarà solo una lunga, interminabile, agonia.

Riportiamo il debito in patria a condizioni serie e vantaggiose per i contribuenti (e soprattutto non) italiani. Ma in modalità obbligata, al posto di una distruttiva patrimoniale (che, di fatto, abbiamo già avuto in forma di Imu).

Riportiamo a casa il  più possibile del debito, sottraiamolo alla speculazione, evitiamo aste di titoli pubblici a bagno di sangue  e riduciamo le tasse, troppe. E tagliamo la spesa pubblica.

Raggiungiamo l’autogoverno dei tassi e del costo del debito pubblico, senza venir meno agli obblighi europei.

Dopo giovedì ci sarà un’estate in cui si capirà definitivamente che siamo in guerra. E le guerre si affrontano e si vincono anche con i prestiti straordinari.

Nota: a chi affidereste un’operazione politica tanto seria e difficile? A Beppe Grillo? A Berlusconi?….

 

 

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La crisi è inconoscibile?

Consiglierei a Gianni Riotta, autore di un ponderoso editoriale sulla Stampa di oggi di fare un’intervista a un normale dirigente industriale di una certa esperienza. E farsi raccontare gli ultimi quindici anni.

Nell’editoriale Riotta cita Andrew Lo, un professore del Mit esperto di fondi speculativi che ha redatto un’encomiabile recensione di ben 21 saggi, accademici e giornalistici, sulla crisi finanziaria partita negli Usa con l’esplosione della bolla immobiliare nel 2006-2008 e finita con il crollo di Wall Street. Dove Lo, nella babele di interpretazioni, non riesce a trovare un singolo filo conduttore interpretativo alla crisi.

Ci credo. Questa crisi non è finanziaria, ma pesantemente strutturale. E lo sa qualsiasi manager, e qualsiasi operaio si sia trovato a lavorare in un’azienda industriale esportativa negli scorsi quindici anni.

E’ avvenuto (e sta avvenendo) il più gigantesco trasferimento di produzione e di lavoro della storia. Che si è tentato di compensare con valore finanziario finto, presto esploso.

E questo trasferimento strutturale di lavoro ha deindustrializzato per primi gli Usa e poi l’Europa, a partire dai suoi paesi più deboli. I mutui immobiliari a basso costo e alto rischio (subprime) sono stati un palliativo temporaneo creato da wall Street per farsi mercato e anche ritardare l’impoverimento massiccio delle classi ex-operaie, in Usa, Spagna, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo. Di qui le bolle immobiliari. Di qui l’esplosione. E poi i debiti bancari convertiti in debiti pubblici.

Tre soli Paesi sono stati parzialmente immuni da questa dinamica finanzario-immobiliare.

Germania, Francia e Italia. Non a caso tre paesi industriali e, nel caso italiano, a forte risparmio diffuso (e bassa propensione al rischio). Ora però il nucleo stabile si è sgranato. L’Italia è a rischio per il suo debito pubblico pregresso e, soprattutto, per la sua galoppante erosione della sua base industriale.

Mentre la Germania, di fronte al crollo produttivo degli altri, ha progressivamente conquistato il mercato interno europeo. Rafforzando ancora di più il suo vero punto di forza.

La crisi quindi è crisi industriale e di produzione. E solo secondariamente finanziaria, caro Gianni. Non c’è nessuna ambiguità interpretativa. Nessun etereo derivato da spaccare in quattro.

Quando Clinton aprì i commerci alla Cina senza assicurarsi alcun rispetto di diritti umani e sindacali là, creò il mostro.

Oggi un riequilibrio strutturale è la sola autentica soluzione.

Credo crescentemente condivisa, dato lo stato dell’economia mondiale, persino da Pechino.

 

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Il problema europeo non sono i suoi popoli

Il voto greco pare uno di quegli eventi politici fondamentali. Il singolo popolo europeo sottoposto al più violento e rapido stress dalla seconda guerra mondiale ha deciso, anche se a denti stretti e di misura, di restare in Europa. Sopportando il peso di un programma di risanamento (e di impoverimento)  senza precedenti.

Ora questo popolo merita un aiuto. Per sostenere condizioni di vita divenute impossibili per tanti di loro. E non certo per restaurare un regime di corruzione e clientelismo che, non solo in Grecisa,  fa tanti danni nell’area mediterranea.

Ora l’Europa dei perfetti, delle grandi banche tedesche che prima giocarono con i subprime (e il eficit e il debito greco) e poi oggi danno lezioni di rigore, non ha più alibi. Devono cominciare a dare risposte, fin dal G20 di domani e poi il 27 al decisivo Consiglio della Ue.

Devono ripensare la cura da cavallo che sta uccidendo la Grecia, decidere sul debito comune e sulla banca centrale dell’Euro. E fornire segnali certi.

Altrimenti l’implosione continuerà.

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Era ora (vent’anni dopo)

Quello che Monti ha annunciato a Berlino, oggi nel 2012, andava avviato nel 1992, subito dopo i lanci di monetine su Bettino Craxi. Vendere o mettere a frutto un patrimonio immobiliare e azionario pubblico gigantesco. Scendere in pochi anni di 20-30 punti di Pil il suo rapporto col debito pubblico. E cosi’ ridare un futuro all’Italia. Senza strangolarla.

Meglio tardi che mai.

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O’ zuoppo che tene o’cecato

 

L’Europa sembra meritarsela proprio una crisi senza fine. Chiudono un buco portando via risorse che ne aprono un altro, e peggiore.

Con l’ambiguo salvataggio bancario della Spagna l’Italia è di nuovo sotto i riflettori. L’indice di rischio del suo gigantesco debito pubblico si è innalzato.  Ed è quindi sotto massicce vendite a termine.

Seguo l’analisi del mio buon collega Lops. Il salvataggio spagnolo via fondo Efsf significa che i paesi membri dell’Unione si accollano il risanamento spagnolo (la bolla immobiliare e di mutui inesigibili in pancia a quelle banche) a suon di aggiuntivo debito pubblico interno. Il che, per l’Italia, è pura follia, con un debito oltre il 120% del Pil e che sta innalzandosi a costi di interessi al 6%, in prospettiva del tutto insostenibili.

La nostra partecipazione al salvataggio spagnolo, con il 19% dell’Efsf, è quindi puro autolesionismo. Chi dobbiamo ringraziare? Qualche membro del governo Monti che capisce poco di finanza e di valutazioni di rischio? Oppure qualche eurocrate altrettanto ignorante e incapace di partorire uno schema di salvataggio effettivo (che esclude per il momento l’apporto dell’Italia), e non una pezza che rabbercia da una parte per aprire un buco dall’altra?

L’altro meccanismo per il salvataggio spagnolo sarebbe l’Esm, che non incide sui debiti pubblici e che dovrebbe partire ai primi di luglio. Peccato però che finora solo cinque paesi dell’Unione l’abbiano sottoscritto. E poi, anche questo fondo quanto costerà all’Italia in questa situazione critica?

Infine: nell’annuncio del salvataggio spagnolo non è specificato se i 100 miliardi per la Spagna verranno dall’Efsf o dall’Esm. Al primo, già esistente,  si oppone però la Germania (e anche credo l’Italia) per il citato effetto- debito. Il secondo è ancora sostanzialmente al palo. Ma le banche spagnole al limite del crack non aspettano.

Siccome quello spagnolo è un problema bancario sistemico (7 milioni di alloggi sfitti e milioni di mutui congelati in pancia alle banche) è quasi certo che i 100 miliardi non verranno rimborsati, se non forse a lungo termine. Quindi diverranno di sicuro altro debito pubblico per chi li sborserà, via Efsf.

C’è da mettersi le mani nei capelli. Dietro lo sbandierato salvataggio, c’è qualcosa che assomiglia molto al suo contrario.

Chiedere a uno zoppo di sostenere un robusto cieco.

In questo micidiale pasticcio politico-finanziario europeo chi sta facendone le spese è l’Italia. Il suo coefficiente di rischio sul debito pubblico (e sulle banche italiane che detengono titoli di stato per 300 miliardi)  è improvvisamente salito. E questo innalzamento improvviso  è una manna per gli hedge funds.

Ora, in Europa,  l’Italia è l’unica grande fonte aperta europea di profitti speculativi facili e a breve termine.

Non è poi un caso che i segnali di esaurimento dell’esperienza Monti (già ben visibili in patria)  vengano replicati e amplificati dal Wall Street Journal.

I gestori di un Hedge Fund cinese o texano si adeguano prontamente. Guardano le valutazioni di rischio, la propensione generale a scommettere contro l’Italia e procedono.  E lo farebbero anche, sospetto, se Monti avesse fatto meglio (o peggio) di una Margareth Thatcher.

Resta il fatto che Monti deve lavorare in una democrazia parlamentare. In un Parlamento distorto, di cooptati in cui la maggioranza (ex berlusconiana)  rappresenta gruppi di interesse monopolistici,  furbi, furbetti e evasori vari.

Sedicenti parlamentari che più volte hanno singolarmente dichiarato di essere pronti a vendersi al migliore offerente.

Vedi oggi l’iter della nuova legge anticorruzione.

Qui è il vero ventre molle italiano, e la risorsa per la speculazione internazionale.

Le liberalizzazioni, l’anticorruzione, la lotta all’evasione vengono ostacolate? I provvedimenti bloccati? L’Italia non dà segnali ai mercati. I dati negativi però continuano ad affluire, inesorabili. I grandi media internazionali giudicano e pubblicano. Gli analisti redigono report. Si crea un consenso negativo. Anche  solo 20 miliardi di debito prospettico in più amplificano le aspettative.  E gli speculatori ne approfittano.

La nostra bolla immobiliare, la nostra Bankia è quindi a Montecitorio.

La crisi si fa di nuovo acuta. Quindi fermi tutti, nella partitocrazia. Niente nuova legge elettorale, con eletti scelti e controllati dagli elettori. E niente elezioni a breve. Niente governo propriamente legittimato da un maggioranza di voti, e di rappresentanti.

Stallo di nuovo. Monti deve restare e gestire (con noi) l’emergenza. Noi dobbimo restare. E nello stallo altri colpi “facili” dalla speculazione. E così via. Fino alla crisi grave. Davvero grave.

E’ ora di uscire, il più rapidamente possibile, da questo circolo vizioso.

O Monti si rimette a produrre segnali credibili, e in tempi certi (settimane), e i partiti generano una nuova legge elettorale in tempi altrettanto certi e brevi, con un calendario elettorale altrettanto definito oppure, di questo passo, ci sarà solo il commissariamento, non so se europeo o dell’Fmi.

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