Rito ambrosiano (al contrario)

C’era una volta a Milano, tanto tempo fa, Aurelius Ambrosius, oggi detto Ambrogio, quasi certamente santo. La sua grande innovazione dottrinale, di cui tuttora è ricordato, fu una sola. Ambrosius fu nominato vescovo di Milano in una notte. Sapeva poco di teologia, non era un prete, ma amava Cristo, il Vangelo e la Bibbia. Ed era un uomo della classe dirigente, ma non corrotto. Si inventò, con molta umiltà, il suo ruolo. Fece le messe semplicemente leggendo le scritture con il cuore. E fece partecipare i fedeli, in chiesa, al rito. Non più soltanto messa, e sue letture dal podio delle scritture, ma anche e soprattutto il suo canto. E canto corale aperto alle donne, ai bambini, al popolo milanese. Diede gioia ai milanesi in tempi bui, secoli prima dei gospel di altri cristiani immersi in tempi bui.

L’operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella chiesa occidentale molti elementi tratti dalle liturgie orientali,in particolare canti e inni. Si attribuisce ad Ambrogio l’inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito ambrosiano, sopravvissuto all’uniformazione dei riti e alla costituzione dell’unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di Trento.

Battè così i rivali eretici ariani di S.Lorenzo (la vecchia basilica imperiale), la invase pacificamente con la sua gente, e divenne prossimo al Papa per influenza sull’imperatore, e sulla sua corte ariana. Di fatto li sconfisse e governò fino alla morte le genti di Milano.

I suoi cori, e le sue antiche canzoni, che lui stesso componeva, se li scaricate e li udite, hanno un qualcosa di mediorientale. Forse a causa del suo assistente, Agostino di Ippona, un giovane avvocato immigrato tunisino. Uno che fece compiere un salto di un paio di ordini di grandezza in su alla visione cristiana e umana.

Con il termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia. Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è caratterizzato dal canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi, che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito.

A differenza di quanto avveniva per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un gruppo di coristi, essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli è Sant’Agostino, che fu discepolo di Sant’Ambrogio.

A Milano Ambrosius da Treviri, questo mezzo tedesco aristocratico romano (Germania, Milano, Tunisia…. una costellazione molto attuale…), inventò quindi  la partecipazione. E il suo rito, riconosciuto a denti stretti da Roma, si trasferì nel dna del più potente comune d’Europa,  fece la forza dei milanesi dopo la distruzione della città da parte del Barbarossa, bilanciò le crudeltà dei Visconti, le follie degli Sforza, fece sopportare le grandi epidemie degli anni terribili dei due cardinali Borromeo, e il lungo dominio spagnolo. Questo senso di comunità, di solidarietà reciproca e evangelica fece Milano grande dentro.

Facciamo un semplice conto spannometrico . Dal 374 dopo Cristo sono passati 1641 anni, ovvero 85.556 domeniche.  Il suo rito ambrosiano,  officiato da almeno una ventina di chiese della città, ha quindi avuto all’incirca un milione e mezzo di repliche. Questo solo per dare un’idea grossolana della profondità dell’innovazione ambrosiana.

Questa abitudine, questa cultura di condivisione della Fede, ha dato l’imprintig della Città dove mi onoro di vivere. Primo grande Comune d’Italia, senza le sanguinose guerre civili medioevali di Firenze. Tanto per fare un esempio. E poi la strana assonanza di proverbi popolari come “Milan c’à l’coeur in man” e “Chi volta l’cu a Milan volta l’cu al pan”. Una cultura partecipativa-solidaristica che ha fatto la ricchezza di Milano. I Borromeo lo hanno mostrato al mondo. Città del dono popolare, ben più che ripagato. Città oggi della Stazione Centrale, e della sua silenziosa epica.

Milano ha quindi una piuttosto lunga relazione con la partecipazione. Non è quindi il caso che qualche politico la degradi proprio ora, sull’altare di una manciata di voti.

Qualcuno a Palazzo Marino, nella primavera scorsa, ha però pensato. Se c’è una cosa su cui siamo in ritardo è proprio questa, la partecipazione. L’abbiamo messa al centro del nostro programma elettorale arancione nella primavera 2011 e poi ce la siamo dimenticata. Che facciamo?

Certo, la giunta di Pisapia e Pisapia stesso se l’erano dimenticata. Appena insediati non hanno avuto tempo, hanno subito mazzate su mazzate, un buco di bilancio imprevisto, l’enorme grana dell’Expo, poi altri tagli pesanti di bilancio. Ben poco da co-decidere con i concittadini.

Vero. Ma nel 2015, a falle tamponate e di fronte a un popolo arancione insoddisfatto, è partita la ricerca sul santo graal. Dove e come fare un grande bilancio partecipativo, un evento che sanasse la mancanza. E portasse consenso e voti.

Provarci umilmente come nelle altre città d’Italia, che allocano piccole quote dei propri bilanci per metterle in palio su progetti ideati dai cittadini e poi definiti con l’amministrazione, quindi selezionati via voto sulla rete nei limiti delle disponibilità? Processi di partecipazioni limitate, locali, ma festose. Dove l’importante è esserci, creare relazioni, sentire come propria una parte della cosa pubblica.

Fare come Monza con oltre mille cittadini a creare progetti, piccoli, ma coinvolgenti?

Sperimentare con cautela all’inizio, sapendo che si tratta di macchinette complesse, che le grandi burocrazie non maneggiano facilmente?

Sperimentare in piccolo, ma su un gioco collettivo gioioso, per cominciare a crescere sulla partecipazione strutturata?

No, gli assessori Balzani e Rozza hanno deciso altrimenti. Servono subito i numeri grossi di  rilievo mediatico.

Della partecipazione inclusiva e gioiosa chissenefrega.

Milano è Milano. Deve essere la prima su tutto, figuriamoci sui bilanci partecipativi. Una iniziativa, anche sperimentale, deve fare immediatamente notizia. Dobbiamo essere i primi della classe.

Quindi, tanti soldi da mettere in pista. Cifre altisonanti, un milione di euro per ognuna delle 9 zone della città. Quindi nove milioni. Cifra mai vista, neanche a Parigi.

Quale assessorato può darceli, con i tagli e i chiari di luna attuali? La cultura? No. Il sociale? Manco, troppi immigrati in emergenza alla Centrale da gestire. La scuola? Non se ne parla. Il lavoro? Ha già i suoi progetti partecipativi in corso e, con i soldi disponibili, finanzia  startup e incubatori. La casa? E’ in ristrutturazione via dall’Aler verso Mm. Il decentramento? No perchè ai consigli di zona è stato negato ogni soldo reale, e da anni.

Ecco la soluzione. Le opere pubbliche, la manutezione della città che si basa su un fondo investimenti vincolato che procede lento come un bradipo da decenni. Mettiamo nove milioni di questo fondo sulle zone e inventiamoci la grande iniziativa.

Peccato però che questo settore sia in assoluto il peggiore per fare partecipazione. La manutenzione della città è un affare serio, complesso, noioso. Da bravi burocrati invisibili e non da cittadini creativi.

La manutenzione di marciapiedi, di tetti. Il massimo che si può offrire è una nuova pista ciclabile. O il rinnovo di uno spazio pubblico. Very exciting, coinvolgente, per un giovane milanese, come l’arrivo della cartella della Tarsu.

Ci sono almeno venti esperienze in Italia che dicono che la partecipazione deve essere libera, creativa, attrattiva. Possibile che Carmela Rozza e Francesca Balzani non si siano letto un articolo, scientifico e non, in proposito?

Niente. Si fa a ogni costo. E il risultato è  una specie di aborto.

Per inciso. Non sono affatto un oppositore della giunta Pisapia nel suo complesso. Anzi. Apprezzo il lavoro fatto da Pierfrancesco Majorino sul volontariato sociale, da Cristina Tajani sulle nuove imprese di giovani, anche dalla De Cesaris sull’urbanistica. Ho persino militato nei comitati per Milano.

Ma un errore è un errore. E l’uso improprio del termine “bilancio partecipativo” mi indigna un po’.

Perchè. Innanzitutto perchè si sceglie una società, Avventura Urbana, che viene da Torino e che per il suo primo esperimento di partecipazione ha scelto una metodologia  parteciptativa dimezzata, chiusa, tutta fisica, che rinchiude tutte le decisioni in ambiti ristretti e controllati (nove commissioni o laboratori), con pochi cittadini coinvolti (una trentina per commissione) selezionati non si sa bene come, nessuna inclusività sociale nella creazione di progetti, e ruolo solo informativo e di meccanico voto finale per il sito web e la rete.

Stiamo parlando di 270 milanesi nei laboratori, in tutto. Ovvero di una partecipazione attiva inferiore ai consiglieri di zona  esistenti (incomprensibilmente esclusi, pur essendo esperti volontari del territorio). Stiamo parlando dell’esclusione dei progetti dei cittadini, compressi in questi  piccoli e chiusi “laboratori”. Dove verranno martellati da un lato dai “facilitatori” di professione e dall’altro dai funzionari comunali con la lista di opere pronta. Alla fine, in poche sedute, dovranno decidere quali progetti mandare alla fase finale di voto. Sorge il sospetto, data la non trasparenza di questo schema, che alla fin della fiera adotteranno in massima parte la lista delle opere dell’assessorato Rozza.

Questa stravagante metodologia chiusa si basa su una sola giustificazione, a detta dei suoi architetti: evitare la formazione di lobbies di progetto durante il processo di formazione delle proposte. Fenomeno però che non mi risulta sia mai stato rilevato nella  letteratura scientifica sui bilanci partecipativi in Italia da nessuna parte.

Mentre invece questa metodologia prevede che possano votare un po’ tutti i progetti definitivi. Cittadini di varia collocazione, anche milanesi di altre zone o persino non milanesi. Strano, pericolo di lobbies nelle commissioni di progetto ma nessun pericolo di lobbies in un voto incontrollato, dove “truppe cammellate” potranno arrivare un po’ da ovunque. Boh.

Invito al proposito la dottoressa Jolanda Romano di Avventura Urbana e il professor Luigi Bobbio a documentare con dovizia ai milanesi e a me questo rischio fondamentale di lobbying. Su cui è costruita la loro metodologia chiusa. E di chiarire la contraddizione con il voto finale.

In realtà ciò che si nota  è l’esclusione della rete aperta dal processo (che ha solo funzioni ancillari) e la possibilità da parte dell’amministrazione di influire sui pochi decisori sorteggiati in questo percorso “controllato”.

Il contrasto è piuttosto stridente con il “crowdsourcing civico” lanciato dall’assessorato della Tajani. Qui i cittadini, via rete, possono proporre progetti che, se accettati il Comune finanzierà al 50%.

Come mai un metodo “pseudo-partecipativo” tanto chiuso? Va capita questa piccola industria della partecipazione “fisica”. Si tratta di aziende di terziario che offrono servizi di “facilitazione” a enti pubblici e imprese. Vivono del fatturato che fanno presso di loro. Se il committente non è soddisfatto smettono di lavorare.

Per cui. Se sono chiamati in una gara a fornire un sito web partecipativo vincono sulla qualità del software e degli algoritmi di voto. Ma, se devono operare su un processo fisico, spesso vincono sulla metodologia che più aggrada al committente. Quella che crea meno problemi. E promette i veri risultati sperati.

In questo caso si propone una sorta di consultazione più  o meno partecipata sulle opere pubbliche, tema su cui la creatività diffusa di proetto è quasi impossibile. Di qui la scelta del metdo più chiuso e controllato possibile.

Ci possiamo però fidare di questi “facilitatori”? Quali garanzie reali possono offrirci di essere “parte terza e indipendente” nel rapporto tra noi cittadini e il potere? Oppure sono dei “manipolatori”? Facciamo una lunga assemblea, come mi è successo, e poi loro scrivono il report finale come vogliono, ben diverso da ciò che si è detto e proposto. Invece, su un sito web, le regole sono chiare. Quel che si scrive, discute e propone è documentato fino all’ultima parola.

La rete è quindi ben più trasparente, terza e indipendente di questi esclusivi “facilitatori”.

Si badi. Io non ho nulla contro Torino. Ma quel comune è stato il primo ad adottare questo anomalo (ma facile) approccio centralistico l’anno scorso per un suo quartiere. Alla fine la commissione ha costruito e assemblato  tre “proposte” (generiche), verde, sport e scuole, e le ha messe in votazione tra i cittadini. E’ passata quella sul verde urbano. Ora sono alla ricerca dei progetti concreti da avviare.

Non era meglio, caro Fassino, far competere dieci o cento progetti spontanei dal basso e farli scegliere dai diretti interessati? Boh.

Partecipazione, quindi, o manipolazione del consenso?

Quello che ci viene oggi  presentato dal Comune di Milano e dall’Assessorato Lavori pubblici non è quindi un bilancio partecipativo. Ma un’altra cosa. Un bilancio partecipativo, come si fa in tutto il mondo e anche in molte città italiane (ultima Monza) è una messa a disposizione dei cittadini di una quota (per lo più piccola) del bilancio locale corrente. Su questa si stimolano i cittadini a generare idee, aggregarvi consenso, e con la collaborazione del Comune a tradurle in progetti esecutivi. I quali vengono votati in competizione tra di loro. Per esempio: un gruppo di studenti che progetta di ricolorare la scuola e la strada adiacente. E poi, ottenuti i fondi per gli strumenti, lo fanno. In una festa.

In questo caso invece, sugli investimenti in opere pubbliche, abbiamo una mera raccolta di “esigenze” dei cittadini zona per zona. Poi la delega a una commissione deliberante ristretta di zona formata non si sa come, forse sorteggiata, forse selezionata dall’alto. In cui cittadini prescelti (da chi?) operano con i facilitatori di Avventura Urbana di Torino e i funzionari dell’assessorato per definire la lista dei progetti da mandare in votazione.

Ovvio, i progetti già definiti dall’assessorato avranno il vantaggio di essere subito cantierizzabili, quelli più “creativi” no. per questi i temi sono stimati a dopo il 2016, dopo le prossime elezioni comunali. E quale membro dei laboratori avrà il coraggio di spingere progetti a così alto tasso di incertezza?

Si va infine al voto (senza controllo di residenza) e alcuni progetti verranno approvati. Nei limiti del milione per zona.

Questo l’iter di una che chiamerei più propriamente come “consultazione-deliberazione popolare controllata sulle opere pubbliche comunali“. Termine del tutto dignitoso, per carità. Ma lascerei perdere il più nobile “bilancio partecipativo“, dato che proprio non è tale la cosa.

In sè l’operazione è comunque geniale. Il comune e l’assessorato non rischiano nulla. Nelle commissioni chiuse i cittadini saranno faccia a faccia con i facilitatori professionali, e probabilmente indirizzati alle scelte “giuste”. In tal modo opere pubbliche a rischio che altrimenti avrebbero visto comitati di opposizione spontanei (vedi caso Pratone-M4) avranno l’imprimatur “partecipativo”. E nessuno potrà opporsi di fronte a cotanta prova di democrazia.

Questo è, quindi, un bilancio partecipativo solo di facciata. I cittadini infatti non avranno la possibilità di proporre progetti ma solo “esigenze” che verranno poi inglobate in commissioni scelte dall’alto (moderatori di Avventura Urbana e Comune) con il compito di formulare i veri progetti che andranno al voto finale. E con un privilegio per quello che è già in itinere nell’assessorato di Carmela Rozza.

E l’aspetto più deludente della faccenda sta un una cifra:  lo 0,0000002% di milanesi (270 su 1,2 milioni)  realmente coinvolti in questo processo (supposto partecipativo) come progettisti e deliberanti. Il peggiore bilancio partecipativo mai concepito in termini di coinvolgimento attivo.

Non solo. Per la scelta dei 30 cittadini che in ogni zona formeranno i progetti i facilitatori di Avventura Urbana ci dicono che si sceglierà il metodo del….pallottoliere. Estratti a sorte ma con eventuali correzioni delle commissioni decise dall’alto.

Il pallottoliere per selezionare i cittadini attivi di Milano? Il pallottoliere nella città che ha inventato la partecipazione, delle Cinque Giornate, del Cnl Alta Italia? Stiamo scherzando?

Un bilancio partecipato senza creatività sociale, senza inclusione e entusiasmo, senza giovani che progettano i colori della loro scuola, famiglie che ripensano aree verdi, strutture sportive, iniziative culturali. Niente. Marciapiedi, qualche pista ciclabile, qualche tetto da rifare il tutto deciso dentro commissioni chiuse, di cittadini non si sa come nominati, con i funzionari comunali pronti con la lista dei progetti possibili. E “facilitatori” al lavoro per mediare….E infine il voto sulla lista della spesa fatta da altri. Ma vi pare una roba decente? Che fine farà il termine partecipazione alla fine di questa tristezza? Diverrà la barzelletta preferita dei milanesi?

E infine la cicliegina sulla torta. Il bando del Comune recita che “se il bilancio partecipativo avrà successo verrà replicato ogni anno confermando con  affidamento diretto (senza gara) l’assegnatario del primo bando“.

Che significa “successo” per gli architetti dell’iniziativa? Grande risposta dai cittadini? Oppure opere pubbliche che filano lisce come l’olio?

Che la misura del successo sia propria o impropria il punto è che a Milano verrà propinato questo tipo di “partecipazione” anno dopo anno, in automatico. A mio avviso una vera jattura. Anche per l’immagine della città.

E il rischio che questa grigia “consultazione chiusa” milanese possa divenire lo standard per la partecipazione nei grandi centri urbani italiani. Fino a distorcere l’intero mondo nascente della democrazia partecipata.

Mi spiace, questa roba proprio non la bevo. E non bevetevela nemmeno voi. Fa male a Milano.

 

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L’Europa a tempo

Si può argomentare pro o contro Tsipras. Pro o contro la Merkel e il suo duro Shauble. Pro o contro i vertici delle istituzioni di Bruxelles.

Ma, soprattutto, ciò che mi hanno trasmesso gli annunci di lunedì mattina, è un senso di profonda perdita di speranza. Dal 2009, da sei anni filati, stiamo attraversando una recessione-depressione non creata da noi, in cui noi abbiamo dovuto pagare i danni creati da un sistema finanziario impazzito, e questi danni li abbiamo pagati nonostante macigni di debito pubblico creati per l’occasione o in precedenza da caste di politici.

Con il durissimo accordo sulla Grecia si chiude di colpo un doppio possibile spiraglio, anche per noi (e per tutte le economie indebitate d’Europa). Non si crea un precedente per mettere mano insieme a questi enormi moloch, che mangiano le nostre risorse, le nostre tasse, il nostro futuro. E si configura un’Europa del dominio dei più forti (Germania e paesi connessi) sui più deboli, e non un Europa cooperativa, anche di una Unione di bilancio dura e impegnativa (come è quella proposta in passato dalla Merkel) ma almeno capace di portare a una politica fiscale concordata. Quindi snche a una condivisione su un debito federale.

Si  resta in una triste Europa dei singoli circoli virtuosi e viziosi. Virtuosi per la Germania che potrà continuare a crescere e esportare, con un debito pubblico sempre meno caro. E quindi con peso politico crescente.  Viziosi per Italia, Spagna e Francia che dovranno tirarsi dietro il proprio debito e , per compensarlo, generare i relativi avanzi primari a colpi di tasse e ammazza crescita. Indebolite, avranno sempre meno voce in capitolo in Europa (vedi la figura marginale di Renzi ai vertici).

Questa crescente divaricazione avrà profonde conseguenze.

Questa compresenza di circoli virtuosi e viziosi porterà, prima o poi, all’esplosione politica dell’edificio europeo. E le forze politiche cosiddette populiste (in crescita) ci sono, ben visibili. Per cui consiglio caldamente alla signora Merkel, e al vertice di Bruxelles, di rifletterci.

Non possono servirci solo questa gelida mazzata rigorista. Devono anche mettere sul tavolo un progetto. Non so quale, quando e come.  Ma hanno la risponsabilità di farlo.

La dura gabbia calata sulla Grecia non è quindi per nulla l’ultimo atto della vicenda.

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Renzi, Padoan sveglia!

La Grecia sta riuscendo a scrollarsi di dosso la soma del debito impossibille che le hanno scaricato addosso.

Renzi, invece, sta abolendo la scuola pubblica. Ma la grande riforma no. Quella vera no.

L’abolizione di un debito pubblico trentennale, che ci fa strisciare come vermi sotto il suo peso.

Ergo: Renzi non serve a niente.

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Dice il direttore del Sole 24 Ore:

Bisogna prendere atto che il debito greco è carta, solo carta, e il futuro della Grecia non dipende di certo da un punto in più o in meno di aliquota Iva, da finzione su finzione, tra un accordo e l’altro, ma dalla ripresa degli investimenti e dalla capacità di cambiare dei cittadini greci e della loro macchina pubblica.

L’Europa, piuttosto, colga l’occasione per correggere i suoi peccati di omissione, l’eccesso di zelo rigorista e per sanare gli errori evidenti. E compia, finalmente, scelte politicamente coraggiose che dimostrino di avere ritrovato lo spirito solidaristico:

- si prenda una delle tante proposte formulate, alcune anche dai think tank più illuminati in Germania, e si vari un Fondo unico che raccolga gli “eccessi” nazionali di debito pubblico (rispetto al tetto del 60% del pil, uno degli errori iniziali) e si misurino le virtù dei singoli Paesi, liberati da fardelli insostenibili durante la più lunga e strutturale delle crisi mondiali;

- ci si impegni tutti, di comune accordo, a rispettare vincoli ragionevoli nei conti pubblici e nei conti con l’estero per contenere ragionevolmente gli squilibri;

- si somministri una cura da cavallo di eurobond innovativi e di project bond che faccia ripartire le economie più deboli con investimenti materiali e immateriali sani, infrastrutturali, di lungo termine;

- si dimostri, con i fatti, che non esiste l’Unione del Nord Europa ma di tutta l’Europa sui terreni geopolitici decisivi del terrorismo e dell’immigrazione, qui si formeranno e misureranno l’anima e il corpo del nuovo cittadino europeo per l’oggi e per il domani.

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Renzi, Padoan, sveglia!

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La storia d’Italia che nessuno racconta

   

L’Italia fu normalizzata dal 1981 grazie a un debito pubblico artificiale (finanziario) progressivamente costruito su di noi come un macigno. Un capolavoro dei conservatori anticomunisti. Da allora siamo un paese semi-fallito (vedi 1992), in preda alla paura del futuro, allineato servilmente ad ogni potente di turno. Da allora non abbiamo sovranità, e la lunga teoria di governi succedutisi a Giuliano Amato (con l’eccezione sola di Tommaso Padoa Schioppa che, dentro la Banca d’Italia, sapeva) non ha fatto che inchinarsi ai distruttori di turno.

Da allora l’Italia non ha avuto una, una sola, manovra reflattiva, ma si è sostenuta sul duro lavoro delle sue imprese e lavoratori. Il governo ha prodotto tasse (e evasione), ha contrastato, più o meno, l’insorgente e inevitabile criminalità organizzata, ha dovuto reggere i multipli circoli viziosi generati da uno stato paralizzato, da una finanza pubblica sempre nemica dei cittadini.

E questo nonostante che i cittadini italiani, le pecore, abbiano pagato con i loro soldi, il loro lavoro, oltre due volte il debito pubbico del 1981. Ma gli interessi moltiplicati dalla finanza interna e internazionale, complici i due personaggi di destra (vera destra) che avviarono nel 1981 il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, ci tengono tuttora sotto il loro tallone. Nessuno ha voluto controllare la crescita di quegli interessi, che ci hanno progressivamente strozzato.

Ed è incredibile. Uno dei due artefici di questa mostruosa normalizzazione è persino diventato un campione della sinistra istituzionale italiana. Un simbolo di eccelsa rettitudine, di europeismo, di risorgimentalità. Fino alla massima carica dello Stato.

Però…

Noi italiani, dal 1981, siamo schiavi. Di lorsignori. Il debito artificiale ha trasferito la nostra ricchezza, il nostro lavoro, a pochi ricchi, interni e esteri (bot people è stato chiamato) . Il debito artificiale ci ha impedito di investire per dare lavoro ai nostri figli. Ci ha tenuto sotto costante paura. Ha diffuso furbizie. Ha peggiorato, e di tanto, l’Italia.

Non lasciamo che anche i fratelli greci seguano la nostra via crucis. Il loro debito è come il nostro. Contratto verso banche consenzienti da parte di una classe dirigente corrotta e di governi peggio. E poi illegalmente consolidato in debito pubblico.

Rompiamo questa supposta eterna maledizione del debito, vigente in Europa per chi è più debole. Un debito illegale greco, ma anche nostro e spagnolo, portoghese, irlandese, francese. Ridiamo futuro al continente, al posto dove viviamo.

Spacchiamo il vero macigno.

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Vogliamo vivere sotto il tallone tedesco?

Questa è la vera  domanda da porsi, se non avessimo al potere un tizio a 90 gradi come Matteo Renzi. E una stampa come sempre asservita. Cinque anni fa i tedeschi, la lobby dominante in Europa, scaricò debiti e debiti sui greci pur di salvare le proprie banche, prestatrici alla cieca alla classe dominante corrotta greca. La Grecia era un derivato (a rischio) nei portafogli tedeschi. E poi l’Fmi ci mise tanto del suo, insieme alla commissione europea del famigerato Barroso (servo della Germania), per torchiare il popolo greco oltre ogni limte decente. Per far rientrare isoldi di quelle banche sulla miseria dei greci più poveri. E non sui furbastri che l’hanno sempre dominata.

Quello che sta avvenendo, in realtà, è un processo all’Europa dominata dalla Germania. Sta nelle parole di Tsipras, figlio di un piccolo imprenditore onesto. Intrappolata tra debito esorbitante e richieste di altre politiche recessive la Grecia può solo usare la sua voce. Per chiedere a tutti noi una via d’uscita.  Tsipras sa le storture greche ereditate da governi corrotti. Lo sgravio fiscale a zero per gli armatori, l’evasione diffusa, le baby pensioni, la riduzione ridicola dell’iva alla parte più ricca del paese (le isole turistiche). Lo sa e ci vorrà tempo. I precedenti bastardi sono arrivati a mettere in costituzione queste vergogne. Con una procedura di revisione di 8 anni.

Oggi chi fa le spese in Grecia di questo sistema folle sono i giovani. Con tassi di droga e depressione massimi in Europa.

Ma questo implica il contrario di punirli. Finalmente un governo popolare sta pensando a una strategia di inversione del trend. Va aiutata, e non solo per evitare all’Italia un altro demente 2011. Per aiutare i giovani greci, italiani, spagnoli, portoghesi. Per dare all’Europa un significato decente, che non sia la lobby bancaria centrale.

Ps. Non illudetevi. Dopo la Grecia nella lista nera dei folli (dominanti) ci siamo noi.

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Il popolo dei 4mila miliardi

A un certo punto della sua storia, suppergiù dal 1981 al 1993, un pezzo d’Italia fu cosparso, e per più di un decennio, da una piogga d’oro. L’Italia degli abbienti, dei robusti investitori, ma anche dei piccoli risparmiatori (guidati dalle banche). A loro venivano offerti titoli del debito pubblico italiano a tassi di interesse astronomici, anche del 20% nominale, ovvero del 4-5% reale. Una vera pacchia.
il “popolo dei bot” italiano è stato una sorta di miracolo per alcuni. In realtà dietro c’era una maledizione per il paese. Da quando Andreatta e Ciampi decisero, nel 1981, la prima vera misura neoliberista nella storia dell’Italia. Ovvero il “divorzio” tra Tesoro e Banca centrale. La Banca d’Italia non sarebbe stata più obbligata, alle aste dei titoli del Tesoro, a comprare a prezzi prefissati (dal Tesoro stesso) i titoli invenduti, calmierandone i prezzi. E così cominciarono a succedersi aste di titoli di stato ben diverse dal passato. Prima il debito filava abbastanza liscio a tassi reali (al netto dell’inflazione) dell’1-2% e a livello dell 70% del Pil. Dopo, bastava che un cartello di acquirenti “potenti” lasciasse l’asta scoperta per il 10% per costringere il Tesoro, in fine di seduta e in velocità, ad aumentare gli interessi, e aumentarli fortemente. Bastava che negli ultimi minuti dell’asta qualche eccelso speculatore, per esempio qualche specialista finanziario Made in Usa, riuscisse a coalizzare altri operatori italiani per fare il giochetto. E il Tesoro doveva alzare i tassi per tutti i partecipanti all’asta, e per tutti i titoli venduti quell’infausto giorno.
Dal 1981 al 1993 il peso del debito sul Pil salì quindi dal 70% a quasi il 130% del Pil. Quasi al fallimento del paese. Lo Stato non riusciva contemporaneamente a pagare deficit di bilancio rilevanti e interessi astronomici presenti e aggiuntivi. Li riportava quindi  a debito sull’anno successivo. Tecnicamente questo si chiama anatocismo, interessi che generano altri interessi. E’ ancora oscuro perchè questo folle divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia non fu fermato in tempo. Forse perchè era l’affermazione di un principio ideologico liberista: l’indipendenza della Banca Centrale (un principio politico statutario che però nemmeno la patria del liberismo, gli Usa, assegna esplicitamente alla sua Fed).
Il tutto contro uno stato dirigista (leggi, di sinistra) che comunque prima, con Guido Carli e Paolo Baffi, non aveva esattamente dato prova di cattivo governo dell’economia, del debito e della moneta.

Sia come sia nel 1992 l’Italia era sull’orlo del fallimento ma le famiglie abbienti italiane avevano avuto in dono patrimoni mobiliari tra i primi al mondo.

Dono non meritato? Ad essere onesti direi di no. Dal 1981 la folle corsa del debito pubblico non è stata di sicuro sperperata, ma tesaurizzata, investita, diversificata, globalizzata. Intorno è nata, in Italia, una delle maggiori industrie finanziarie europee di gestioni patrimoniali. Che oggi lavora su 4mila miliardi di massa patrimoniale mobiliare complessiva, 3 volte il Pil italiano e più del doppio del debito pubblico nazionale.
Le famiglie ricche italiane e di ceto medio mostrano, su questo lato patrimoniale, un comportamento molto conservativo, molto orientato all’accumulazione. I patrimoni sono da decenni l’assicurazione sulla vita delle famiglie, l’ancora di salvezza dall’instabilità del paese, l’antidoto alle crisi, il riferimento per i figli.

Per far questo, per ottenere questi risultati aggregati (straordinari) il mondo patrimoniale italiano ha investito sull’Italia? Assolutamente no. Fin dagli anni 90 questa gigantesca massa patrimoniale ha abbandonato progressivamente i lidi del titoli di stato e ha investito quote via via crescenti nell’universo mondo dell’economia. A seconda del miglior rendimento/rischio. Oggi la componente della ricchezza finanziaria in risparmio gestito (leggi fondi di investimento e gestioni patrimonali)  è arrivata a circa 1700 miliardi. Si tratta di operatori professionali che investono al meglio, per conto del 10% della popolazione (che detiene il 50% della ricchezza) e lo fanno su base globale.

A livello di patrimonio il primo trimestre 2015 si chiude con un ennesimo record: l’industria raggiunge quota 1.731 miliardi di euro, un dato in crescita del 24% rispetto ai 1.391 miliardi del primo trimestre dell’anno scorso.

E’ il primo paradosso. Una disponibilità patrimoniale enorme, una delle prime in Europa, ma insieme una Borsa italiana fanalino di coda nel continente. Quanta di questa ricchezza muove l’economia italiana?
Già, l’Italia è oggi un paese di piccole e medie aziende. Dopo il crollo a catena della grande industria, pubblica e privata, negli anni 90, le banche hanno assunto un doppio ruolo: di finanziamento (a debito, quasi mai accompagnando Ipo e azioni) delle imprese e, insieme, di gestori patrimoniali per il popolo dei 4mila miliardi.

Facciamola breve.  Non è possibile che abbiamo un governo che non sappia queste cose, che non le sappia Renzi e Padoan (il primo, do varie Leopolde in cui non si parlava d’altro). Non è possibile che non sappiano che dal 2011 ad oggi il popolo dei 4mila miliardi ha guadagnato circa 300 miliardi investendo in Asia, Usa, in derivati e fondi vari, anche speculativi. Mentre il resto del paese, salvo questo 10% di famiglie ricche, ha perso il lavoro, i figli sono rimasti a marcire, per 7 milioni di italiani si è spalancata l’area della povertà.

Si può correggere questa follia, antica e presente? Bè intanto sarebbero utili degli incentivi fiscali per invogliare i patrimonializzati a investire su attività italiane capaci di generare crescita. Sarebbe necessaria a fronte di  avere una banca moderna, anche pubblica, capace  produrre gli “oggetti” passibili di questi incentivi. Sarebbe cruciale un deciso aiuto al crowdfunding, sia in forma azionaria che remunerata, senza troppe Consob di mezzo, tassazioni iva e quant’altro.

Oggi molte startup italiane aprono fiscalmente i battenti in Usa (con spese rilevanti) pur di accedere a Kickstarter o Indiegogo. Questo è il segno di una politica in atto volta, in Italia, alla protezione del solito sistema bancario (che peraltro non fornisce capitale di rischio) e avversa alla crescita.

E qui viene la parte difficile della faccenda: associare alla rete un vero promotore di innovazione diffusa..

Non tutti i risprmiatori possono investire sul crowdfunding. Sono necessari prodotti finanziari non senza rischio, quali un fondo dedicato a nuove imprese italiane del design, dell’automazione, dell’internet delle cose, dell’alimentare qualificato, delle monete complementari regionali….Prodotti innovativi ma gestiti, e gestiti bene.

Serve una banca pubblica, che di banca ha solo la licenza per raccogliere fondi presso la Bce all’0,5, per il resto è un sistema di incubazione, un capofila dei pochi venture capitalist privati italiani, un regista e gestore di crowdfunding, un finanziatore di centri di selezione dei business plan e di accelerazione….

Il crowdfunding in Italia ha raggiunto l’anno scorso 32 milioni di fondi raccolti (quasi il triplo sul 2013) su 48mila progetti pubblicati in rete, su varie piattaforme. Per un soggetto investitore in imprese innovative il crowdfunding non solo un canale finanziario. I siti assolvono infatti ad alcune tra le attività più critiche nel processo di creazione d’imprese. Intanto promuovono idee, progetti e startup. Poi, nei fatti, la rete li seleziona e crea delle comunità di supporters intorno alle iniziative migliori.

Tutto questo può avere un valore enorme. Il terreno per una politica industriale innovativa è già seminato. Si tratta di trovare una linea di collegamento sinergico tra capitali (privati), comunità di rete, soggetto attivo.

Una banca capace di lavorare sulle azioni, più che sui prestiti, e mettere sul mercato un fondi di investimento fatti di aziende italiane promettenti. E insieme di promuovere la creazione di nuove imprese e le Ipo. Capace di consolidare le startup, seguirle, e trasformarle in imprese robuste.

Questi fondi, di questa banca o di altre che seguiranno, rispettano i criteri degli incentivi? I prodotti finanziari che rispettano i requisiti vengono opportunamente certificati da un’entità terza.

A quel punto può scattare il bastone e la carota. Una patrimoniale limitata, dell’0rdine di  qualche punto percentuale per mille, di fatto annullabile se l’investitore sposta sui fondi incentivati una sufficiente quota patrimoniale. Solo il 5% di 2mila miliardi sono  100 miliardi, una cifra imponente per gli investimenti italiani in capitale di rischio nelle piccole e medie imprese.

(Gli eventuali introiti di questa patrimoniale, sia detto per inciso, andrebbero esclusivamente destinati al sistema di creazione d’impresa).

Rsultato i 4mila miliardi cominciano a muoversi verso il nuovo, anche dell’Italia. Guadagnandoci forse anche di più rispetto a bond bancari, titoli di stato o fondi globalizzati.

Non è infatti nemmeno pensabile che questi 4mila miliardi non  possano contribuire in modo significativo al risveglio del paese.

Tutti poi ripetono, economisti, governo e oltre, che il debito pubblico, il macigno che ci ammorba da 34 anni filati,  lo si riduce creando crescita. Qui abbiamo il figlio primogenito di quel debito, questo popolo dei 4mila miliardi, che ha le vere risorse per investire e invertire il trend negativo. E allora?

Non facciamo nulla? Lo tassiamo (ancora una volta) e basta?

(o meglio, tentiamo di tassarlo in un mondo in cui i patrimoni  si spostano con un click?).

Forse c’è di meglio.

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Potranno sembrarvi idee di destra…. Eppure…

Se siete interessati, qui trovate una presentazione sviluppata per un convegno di economisti di Sel

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Perchè Renzi sta eclissandosi (con il Pd)

Nel 2011 l’Italia era sull’orlo del baratro, un papero seduto, anzi inchiodato al terreno dal suo gigantesco debito pubblico, la summa degli errori e delle malefatte della sua classe dirigente dal 1981 ad oggi. Un’Italia però patrimonializzata per 4mila miliardi in titoli mobiliari e altrettanto in immobiliari.
Dal 2011 ad oggi abbiamo passato i più terribili anni dal dopoguerra. Ma di questa sproporzione evidente tra un popolo dei bot sempre più ricco e un paese più povero nessuno si è accorto. Non ne parlava Berlusconi, che lì vi aveva la base elettorale (intoccabile), e non ne parla Renzi (che vorrebbe ereditarla).
Morale. Renzi non ha generato finora alcun risultato reale sensibile. Salvo il solito neoliberismo standard in versione Francoforte. Pedissequamente seguito. Quindi comincia a calare, e significaticamente, in consenso.
Quando si vuole uscire da una crisi epocale quale è stata quella del 2011 la prima cosa da fare è darsi una strategia per mobilitare le risorse del paese. Certo, con il rischio di disturbare quel 10% ricco di famiglie italiane che detiene la massima parte dei risprmi e dei capitali e che li investe su base globale (ma meno del 10% su attività produttive italiane). Renzi su questo fronte sta facendo la stessa identica politica dello struzzo di Berlusconi. Con il mantra “non ci sono i soldi”. E questa inerzia reale sulla riforma chiave sarà, a breve, la sua condanna.

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Da Bogliasco partirà l’alternativa?

Da bogliaschino part-time sottoscrivo Cofferati:

“Mi sentirei di consigliare a Pastorino un’alleanza con i 5 Stelle e di rompere l’isolamento”.

Sarebbe ora.

Tra S.Ilario (casa di Grillo) e Bogliasco (sindaco pastorino) ci sono meno di 5 chilometri.

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Per chi voterei (fossi in Liguria)

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Il New Deal nascosto di Obama

Cito integralmente dal Sole 24 Ore, perchè ne vale la pena ed è una fonte non sospetta:

Secondo il Centro studi Confindustria “Gli Usa battono l’Eurozona con politiche di bilancio pubblico piu’ espansive”. Il Csc ricorda che il Pil Usa nel 2014 ha superato del 10,1% il livello pre-crisi, quello dell’Area euro e’ stato dello 0,9% inferiore. Cio’ – si legge in uno studio di Alessandro Fontana e Matteo Pignatti – e’ spiegato anche dalle diverse politiche di bilancio adottate. Tra il 2007 e il 2010 gli Stati Uniti hanno finanziato in deficit uno straordinario aumento della spesa pubblica”. In particolare, “negli ultimi tre anni si e’ ampliato in modo consistente il differenziale di crescita del Pil tra Area euro e Stati Uniti: il tasso di crescita medio negli Usa e’ stato del 2,3%, nell’Eurozona di -0,1%. Le diverse politiche di bilancio forniscono una importante spiegazione del divario tra le performance economiche: la politica statunitense e’ stata molto piu’ espansiva di quella europea per tutta la durata della crisi. In aggiunta, il rientro del deficit, negli Stati Uniti, e’ stato avviato davvero solo una volta consolidata la ripresa, al contrario di cio’ che e’ avvenuto nell’Eurozona”, si legge nello studio.

“Negli Stati Uniti e’ stato forte il contributo alla crescita del Pil della spesa pubblica, soprattutto nella fase iniziale della crisi: +53,1% a prezzi costanti nel 2010 rispetto al 2006, ultimo anno precrisi, pari a 13,6 punti di Pil”, afferma il CsC. “Il parziale rientro del deficit, invece, e’ stato ottenuto mantenendo ferma la spesa reale e incassando maggiori entrate grazie alla ripresa dell’attivita’ economica: +32,3% nel 2014 sul 2009 a prezzi costanti (di cui due terzi a partire dal 2012) ma mantenendo l’incidenza sul Pil al 33,3%, stesso livello dell’ultimo anno pre-crisi. Al contrario – sostiene lo studio – nell’Eurozona, l’incidenza delle entrate fiscali e’ cresciuta di 1,9 punti di Pil rispetto al 2007, ultimo anno precrisi”.

“Straordinario – sostiene quindi il Centro studi Confindustria – e’ stato l’aumento della spesa sociale negli Stati Uniti: +72,0% nel 2013 sul 2006, a prezzi costanti, piu’ del doppio dell’Eurozona (+33,4% tra il 2014 e il 2007)”. Secondo il CsC, “se il governo Usa avesse lasciato crescere spese ed entrate pubbliche al trend pre-crisi, il Pil americano sarebbe sceso di 2,4 punti percentuali in piu’ l’anno nel triennio 2007-2009 e poi sarebbe salito di 2,2 punti all’anno in piu’ nel triennio successivo. Peraltro, e’ probabile che il recupero sarebbe stato piu’ lento e comunque incompleto rispetto a quello calcolato meccanicamente, perche’ la maggiore caduta del Pil avrebbe ridotto il potenziale di crescita Usa.

Nell’Eurozona, con l’esplodere della crisi dei debiti sovrani nel 2010 – precisa lo studio – la scelta e’ stata di imporre l’aggiustamento dei conti pubblici: in questo modo – conclude il CsC – i paesi della periferia euro, con i disavanzi e i debiti piu’ cospicui, sono stati costretti a rientrare in modo repentino, contestuale e con enormi manovre correttive. Gelando quei germogli della ripresa che gli Usa hanno saputo proteggere”.

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Togliamogli l’etichetta di provenienza e questo studio un tempo sarebbe stato etichettato come di sinistra, anzi di estrema sinistra. E’ la più potente critica, nei fatti, a un neoliberismo becero che ha fatto enormi danni all’Europa e all’Italia. E la critica viene dalla patria del neoliberismo.

Complimenti agli economisti del Centro Studi Confindustria. E al mio amico Luca Paolazzi, da sempre al top della mia stima. Perchè qui, finalmente, si sfata un mito. Che la ripresa Usa sia stata spinta solo da una grande infusione monetaria, che ha avvantaggiato massicciamente e in primis la finanza globale.

Così non è stato. Il quantitative easing della Fed si è accompagnato a un massiccio impulso di spesa pubblica, pari a ben 13 punti di pil dal 2006 al 2010. E una straordinaria spinta sulla spesa sociale, cresciuta del 72%.

In pratica: la Fed, per stampare dollari, ha comprato debito pubblico federale. E i conseguenti maggiori spazi di bilancio sono stati usati per una manovra di spesa appropriata, che ora si ripaga in termini di maggiori entrate fiscali.

Per l’Italia, per la Spagna, la Grecia e anche la Francia la lezione è chiara. Il neoliberismo dominante in Europa, dal 2007 ad oggi, ha solo peggiorato la nostra situazione. E’ ora che il Qe della Bce vada accentuato e reso permanente. Che incida, congelandoli, su larghe porzioni dei debiti pubblici dei paesi più vulnerabili. Creando quindi spazi di bilancio simili a quelli utilizzati così bene dal New Deal Nascosto di Obama

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