Mettere al lavoro quei 4mila miliardi?

La sola chanche che ha l’Italia per uscire dal buco è che una quota di quei 4mila miliardi di cui sotto vada per attrattività a investirsi in lavoro produttivo e qualificato dei giovani italiani. Aiutando a nascere e crescere nuove imprese, e non senza un ritorno per chi mette i suoi soldi in un “fondo Italia”.

Scusate l’ovvietà.

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La lunga stagione della sfiducia italiana

Il punto della tragedia italiana sta qui, e solo qui. Il paese patrimonialmente più ricco d’Europa ma anche in più veloce impoverimento e disoccupazione.  Un paradosso percorso da una sfiducia profonda, abissale.

Giustificata da una classe politica e tecnocratica che ha fatto fallire il paese fin dal 1981. Senza poi mai riuscire a risollevarlo.

Quei 4mila miliardi in titoli ad accumulazione sono il frutto di anni e anni e di risparmi dettati dalla paura, da quella mandria di dementi di Roma, Montecitorio, Palazzo Chigi, da quel spendi e spandi di Bettino Craxi, del conseguente crack  del 92, del clamoroso errore della Banca d’Italia di Ciampi nel calcolare l’effetto dell’inflazione al 20% su Bot e Cct messi incautamente sul mercato. Generando un mostro di interessi su interessi, anatocismo. E poi Berlusconi, Tremonti con il loro sogno infausto di un nuovo miracolo italiano (e nessuna correzione nei conti). E infine la banca d’affari di D’Alema. E poi ancora Berlusconi, indifferente al cataclisma mondiale del 2007. Fino al secondo crack del 2011.

2 milioni di famiglie italiane abbienti hanno protetto i propri risparmi da questa gente. Punto. Ora continuano a farlo, anche se i tempi richiederebbero l’esatto contrario.

Tra le tante chiacchiere, consiglio la lettura del pezzo di Pavesi. E’ la grande risultante storica, la fotografia economica di un Italia divisa. Stretta nella paura da un lato e nella povertà dall’altro. E che, dentro questa frattura, sta affondando.

Berlusconi difende i privilegi dell’Italia ricca (Fininvest inclusa). Renzi, con il suo sciagurato Nazareno, non osa toccarla.

Non vi sono risorse oltre queste, ma sono anche, sulla carta, abbondanti. Ma Renzi è inerte, ha paura di politiche vere, e perde consensi.

Una semplice proposta.

La rivoluzione italiana (auspicabile) sarà patrimoniale (e non necessariamente punitiva) o non sarà.

- Renzi enumeri la crescita delle sentenze di processi civili completate in 15 giorni.

- Renzi esibisca tangibili risultati  in tema di evasione fiscale.

- Renzi metta in moto una visibile dismissione di patrimonio pubblico inutilizzato.

- Renzi tolga gli sprechi dagli appalti pubblici, con numeri alla mano.

- Renzi mostri almeno 50 casi di corruzione pubblica puniti.

Fatto ciò (quindi guadagnatosi un po’ di fiducia coi fatti)….

Un prestito forzoso per la ripresa, sui 2 milioni di grandi risparmiatori, diviene argomento di cui parlarne.

 

 

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Quantitative easing intermediato?

Finalmente leggo una proposta intelligente a ridosso del Qe che si appresta a varare la Bce. Un eurobond privato, che però si appoggia su tutti i debiti pubblici europei, via banche. Un modo per aggirare i divieti politico-ideologici di Bundesbank e affini.

In mancanza di un processo esplicito e controllato di formazione di un (parziale) debito pubblico europeo, di un fiscal compact al contrario (ma formalmente in linea con i trattati), l’idea della Luiss mi va bene.

E’ comunque un passo “intermediato” per riattivare qualche politica economica (in primis, per abbassare la folle pressione fiscale di oggi) e poi, passo dopo passo,  per toglierci di dosso questa spaventosa maledizione del debito cominciata nel 1981. E ricostruire un’Italia e un’Europa degna di essere consegnata ai nostri figli e nipoti.

 

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Smontiamo Monti

 

 

Ho aderito, e parteciperò attivamente. Mi pare l’unica cosa sensata, ovvero un primo passo, da fare oggi.

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Quei tre giorni di novembre

9 novembre 1989, 10 novembre 2001, 4 novembre 2014. Pare, per un gioco sincronico della sorte (non vado oltre) che le date dei passaggi fondamentali della nostra storia recente siano avvenute molto vicine, come scandite da un grande metronomo. La prima: il crollo del muro di Berlino (testè festeggiato dalla Merkel), la seconda: la riunione di Doha dei 142 paesi del Wto in cui si invitò la Cina a unirsi al club del libero commercio mondiale, scatenando la grande globalizzazione. La terza, oggi: il risultato paradossale delle elezioni Usa di Mid Term, con la disfatta di Barak Obama.

Tre punti coincidenti della trasformazione del mondo.

Tutte e tre le tappe, a mio avviso, fanno parte di un percorso discernibile. Ovvero, la riforma del sistema ad opera dell’Occidente e della sua macchina capitalistica globale.

A Berlino fu chiuso il vecchio e insieme  avviato un nuovo assetto politico. Iniziò l’integrazione del blocco sovietico-alternativo. A Doha fu completato e decollò  un nuovo regime economico e industriale (chiamato globalizzazione). Oggi siamo alla retroazione, con la crisi degli stessi paesi che l’hanno promossa: Usa e soprattutto Europa, la “grande malata” odierna dell’economia mondiale, secondo l’Economist. Un occidente impoverito, deindustrializzato, senza equilibrio e futuro.

E questo rende necessaria la terza tappa.

Partiamo dal paradosso della sconfitta di Obama alle elezioni di medio termine. In apparenza aveva tutte le carte per vincere, anzi stravincere. Grazie al dollaro, moneta imperiale e di riserva, e grazie a una Fed libera di agire (a differenza della Bce), il secondo mandato di Obama vede una spettacolare fuoriuscita dalla crisi dell’economia statunitense, il mantenimento della sua cruciale industria finanziaria, il riveglio diffuso del comparto dei servizi, tassi di crescita al 4,5-4%, disoccupazione al 6,0%.

E, insieme, la prima entrata a regime della riforma sanitaria dei democratici, che in qualche misura creerà un rete di sicurezza anche per i più poveri.

Si potrebbe continuare con l’elenco. E ce ne sarebbe in abbondanza, stando a queste cifre, per un bollettino di consenso e vittoria.

Eppure, su una scala gigantesca, negli Usa ha dominato il pollo di Trilussa, l’illusione statistica.

Cinque anni di ripresa ma a favore dei soliti noti, dei soliti ricchi, del mondo finanziario che ha goduto della massima parte della moneta stampata dalla Fed, mentre per il ceto medio e operaio  la ripresa si è dipanata via lavoro precario a salario di sussistenza, debiti familiari ripagati con estrema fatica, redditi reali persino diminuiti dal 2008. Niente salari minimi, niente sussidi ai disoccupati, niente servizi pubblici aggiuntivi.

Risultato: il ceto medio Usa ha voltato le spalle a Obama. E la sua sconfitta ne è seguita.

Una ripresa altamente architettata, costosa, ma alla fine fragile, su una nazione indebolita da 15 anni di dilettantesca globalizzazione. Un’America che resta deindustrializzata, a bassi salari, con una ristretta elite di ricchi e super-ricchi.

Un grande paese, supposto guidare il mondo, che anche se è riuscito a rimettersi in qualche modo in piedi, denuncia evidenti caratteri di insostenibilità, specie se confrontato con gli Usa degli anni 70 e 80, a forte leadership innovativa, ad alti salari e welfare.

Gratta la ripresa finanziata dalla Fed e trovi l’America post Doha. Un sistema che ha mantenuto le controriforme impresse  dalla destra Usa (Reagan, Bush) e dalla destra democratica (Clinton). Un sistema che è e resta riplasmato dal suo grande capitalismo multinazionale.

Se questa è la fotografia degli Usa, a 15 anni da Doha, ancora peggiore è quella dell’Europa, e in particolare del Sud Europa.

A 15 anni da Doha imprese e produzioni sono scappate dall’Occidente. E cinesi e asiatici si sono appropriati non solo di quote di mercato, ma anche di processi di apprendimento industriali, di ricerca e sviluppo, di capacità finanziarie. Difficile che la produzione di router torni in California, che gli smartphone riapprodino in Finlandia, o i piccoli elettrodomestici in Olanda.

Un occidente proprio messo male. E di sicuro qualcuno, dalle parti di Washington, si è chiesto: se siamo la superpotenza, se dobbiamo reggere un mondo sempre più conflittuale, possiamo farlo in queste condizioni? Con questa base economica tanto fragile? E quanto possiamo durare?

Per le grandi multinazionali occidentali, per il governo Usa e per alcuni centri di potere europei, a 15 anni dalla destabilizzazione di Doha, c’è (a modo loro) una risposta.  Si chiama Ttip, Transatlantic trade and investment partnership.

L’idea di un blocco economico unificato Usa-Europa, capace di contare (con il Canada) per il 51% del Pil mondiale, capace quindi di tornare a dettare (come prima di Doha) le regole dell’economia mondiale. Superiore, per quanto crescano, a Cina e India. E internamente a sufficiente massa critica per rigenerare industria, profitti, finanza.

Piccolo problema. Il Ttip (nato in segreto a Bruxelles, e dalle sue lobbies) implica lo snaturamento dell’Europa. Delle sue regole, delle sue tradizioni, dei suoi valori. Verso un mondo amorfo americano-liberista, dominato dai grandi poteri economici, dal disprezzo delle persone, dall’inquinamento e dal profitto globale d ogni costo.

Un grande spazio di mercato per i prodotti a basso costo delle multinazionali, e di lavoro a “costi competitivi”. Dal Texas fino alla Toscana. Addio Europa della qualità, dell’alto artigianato e delle piccole e medie imprese.  Addio Europa del welfare pubblico. Un mercato unico, di bassi salari, precarietà, prodotti tirati all’osso (ma markettati molto bene).

Il negoziato tra Usa e Ue, oggi in corso, punta  alla rimozione di tutte le barriere tariffarie e regolamentative tra le due aree. Niente dazi e “armonizzazione” delle regole di sicurezza alimentare, normative di lavoro, ambiente, energia,  reti, contenuti digitali, privacy, banche, appalti pubblici….In pratica tutto lo spettro degli scambi economici.

Il tutto regolato da un tribunale segreto e ancora più potente degli stati. Un ambito a cui una multinazionale può rivolgersi accusando un paese di attentare alle sue sacrosante aspettative di profitto. E ottenerne un congruo risarcimento. Come la Wattenfall che ha citato la Germania all’Icsid (il Centro internazionale per la regolazione delle controversie) per aver deciso l’abbandono dal nucleare. E ha chiesto al governo di Berlino un risarcimento di 4,7 miliardi di dollari.

Domani la Monsanto potrà denunciare l’Italia perchè non accetta i suoi organismi geneticamente modificati da impiantare, per esempio, nelle mucche perchè facciano più latte (agli ormoni). E il supremo trobunale del Ttip le darà ragione. E l’Italia, paese iper-indebitato, avrà una forza contrattuale, di fronte a minacce di multe miliardarie, pari a zero.

Con questo tribunale (Isds, investor state dispute settlement), fortemente voluto dagli Usa in tutti i trattati commerciali, di fatto si crea un’autorità suprema antidemocatica, che può avere l’ultima parola delle resistenze di quasiasi paese ai diktat delle multinazionali. Si veda al proposito come lo descrive il  conservatore Economist.

Di fatto, con questo meccanismo infernale avremo carne agli ormoni, ogm nei campi, controllo della privacy su internet, regimi di lavoro analoghi a quelli Usa e tante altre belle innovazioni frutto del Ttip.

Rusultato: un’enorme espansione dello spazio economico per i poteri forti che si stanno avvantaggiando dalla crisi.

Il terzo passo infatti ha un obbiettivo: punta proprio su di noi.

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Per saperne di più….

 

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Dopo il 25 ottobre in positivo

Il passaggio del ridimensionamento dell’articolo 18, ovvero dell’eliminazione del divieto di licenziamento per motivi economici (unico al mondo), mi pare compiuto. Certo, ha suscitato un fronte di opposizione piuttosto vasto, e la Cgil promette lunga battaglia.

L’Italia, messa com’è, ha bisogno di un’ennesima stagione di conflittualità? E su un simbolo, che gioca a nostro sfavore nell’immaginario imprenditoriale mondiale, ma poco a favore di un sistema industriale che sta andando a pezzi, e che licenzia via chiusure e delocalizzazioni di intere fabbriche?

La stagione conflittuale della Cgil potrebbe invece essere utile. Se focalizzasse su due obbiettivi, oggi per noi vitali. Primo. Grazie al doloroso “compito a casa” oggi compiuto ottenere da Bruxelles e dalla Bce le risorse per un significativo programma di investimenti pubblici, tale da risvegliare l’economia. E, secondo, la messa in opera di un vero e efficace sistema di ricollocamento, formazione, flexsecurity.

Su questi due obbiettivi la Cgil e la Fiom possono esercitare un ruolo decisivo, di spinta e di controllo. Possono persino divenire un soggetto attivo, insieme a Cisl e Uil, nel sistema di flexsecurity. Possono proporsi una strategia di evoluzione verso un sistema di relazioni industriali non più solo contrattato ma cogestivo, come mostra il vincente (piaccia o no) caso tedesco.

Se invece sceglieranno la strada del muro contro muro sarà solo un’ennesima stagione perduta per l’Italia.

 

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Vive la France

Lo schiaffo francese a Bruxelles è in piena faccia. Forse l’Europa è ancora viva. Forse l’incubo tedesco comincia ad allontanarsi. Forse un continuum Parigi-Londra-Roma inizia a formarsi. Forse politiche più ragionevoli sono all’orizzonte. Forse ne usciamo pure noi.

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Perchè devo accettare la riforma dell’articolo 18

Pur avendo fatto la campagna elettorale con la Lista Tsipras (Per la sua promessa per una conferenza europea sul debito, finora disattesa), sono d’accordo, un po’ a denti stretti, per la riforma dell’articolo 18.

Il motivo è semplice. Se l’Italia andrà avanti come ora per altri cinque anni sarà l’ombra dell’ombra di se stessa. Un paese al di sotto dei livelli civili dell’Estonia o dell’Ungheria, un fanalino di coda assoluto. Da cui emigreranno non solo giovani ricercatori o laureati, ma giovani e basta, spinti da quel 45-50% prevedibile di disoccupazione (e sotto-occupazione) delle nuove generazioni.

L’Italia era fallita già nel 1992, grazie a statisti come Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Giuliano Amato. Poi la lunga fola berlusconiana non ha fatto che peggiorare le cose. Questa  gentaglia ha distrutto il paese, regalandoci il secondo maggiore debito pubblico del mondo, che ogni anno ci divora il 5-6% del Pil, soldi nostri, nostre tasse, che vanno a remunerare banche, investitori e speculatori internazionali, e un po’ di famiglie ricche.

Non vi è modo di mettere quel 5-6% al servizio del rilancio dell’Italia. Che davvero farebbe la differenza. E questo da 25 anni filati. Morale, l’Italia è in austerità dal 92, in stagnazione e i soloni di cui sopra (compresi altri di sedicente sinistra)  ci raccontano la favola di una Italia spendacciona, che vive oltre i suoi mezzi. Siamo spremuti e pure derisi.

Certo, non abbiamo ripagato il debito e gli interessi grazie a un’evasione fiscale dilagante (favorita dalla criminale politica fiscale al contrario di Berlusconi e Tremonti), certo l’Italia onesta veniva e viene torchiata oltre ogni record europeo. Certo, la criminalità organizzata, la corruzione e il lavoro nero hanno fatto la loro parte. Quando un paese consente che un quarto del suo reddito si occulti, la partita del debito è matematicamente persa. E così interessi non pagati e trasferiti a nuovo debito hanno costellato i 25 anni. Il risultato è che già nel 2011 eravamo sull’orlo del precipizio. E i mercati se ne sono accorti….

Di fatto siamo arrivati alla crisi del 2011 come un “papero seduto”, per dirla all’americana. Ci hanno massacrato, così come ci massacrarono nel 1992, quando George Soros capì che l’Italia craxiana-andreottiana era fallita e si mangiò a spese nostre tutte le riserve della Banca d’Italia, poi affannosamente ricostituite con i prelievi forzosi notturni di Giuliano Amato, l’ex compare del malaugurato lider maximo socialista.

In quei giorni Beniamino Andreatta (uno e dei comprimari del disastro) lavorava a un piano di “default” dell’Italia. Un fallimento ordinato. Molto probabilmente meglio della lunga, venticinquennale agonia economica che ha dovuto subire questo paese. Ma qualche potere forte non volle “il nuovo inizio traumatico”, preferì il continuum Amato-Ciampi-Berlusconi.

Oggi il paese continua ad essere fallito come allora (non si è mai davvero ripreso), ha galleggiato, ora sprofonda.

Perchè sprofonda? Semplice. Perchè il suo fallimento, il suo debito inamovibile,  priva l’Italia di ogni risorsa pubblica. La priva di ogni sovranità economica. Perchè è divenuta così debole da dover sottostare alla lettera ai vincoli e ai diktat europei e dei mercati finanziari, perchè il suo debito pubblico si avvita, tra Pil che decresce e debito che aumenta e deve continuare a pagare una montagna di interessi. A spese di qualsiasi investimento per lo sviluppo.

Dove può trovare i soldi (a breve) oggi l’Italia? Da una lotta all’evasione che arranca a colpi di decine di milioni (quando ci vorrebbero miliardi)? Da una revisione della spesa pubblica irta di difficoltà e di lobbies armate fino ai denti? da un’ abolizione delle Province macchinosa? Oppure dal taglio delle pensioni, della sanità pubblica, di quanto resta dello stato sociale? Abbiamo letto innumeri itoli di giornale su questi temi. Nel concreto finora niente.

Per questo ci siamo persi dal 2007 il 10% del Pil e un quarto dell’industria italiana senza di fatto poter reagire.

Un paese così è paralizzato nella depressione, condannato a diventare come le Filippine.

Mario Draghi lo ha detto chiaro a Renzi questa estate. Se vuoi che noi della Bce ti diamo i quattrini che servono all’Italia per ripartire, se vuoi che Bruxelles allenti in diktat sul 3% di deficit e poi sul pareggio di bilancio, devi darmi  in cambio qualcosa di significativo. Una riforma che faccia il giro dell’economia globale. Devi cancellare il fatto che, unica al mondo, in Italia le aziende si devono sposare ex lege i dipendenti, nella buona e cattiva sorte. Devi togliermi di torno l’articolo 18.

Stiamo parlando di un segnale. Non per l’Italia, ma oltre l’Italia. Per chi davvero la controlla.

Draghi, presidente della Bce, è in un vaso di ferro. Ma sopra ha un vaso d’acciaio, la Bundesbank e il governo di Berlino. E questo governo è stato eletto con i voti conservatori di risparmiatori tedeschi, ossessionati a non pagare, via euro, i debiti dei paesi europei spendaccioni, mafiosi, ndranghetisti come l’Italia. Lo abbiamo visto per il disastro greco.

L’unica carta che ha Draghi per lanciare il suo programma (da tempo studiato) di massicci acquisti di Bot e Cct (e altri) è quello di mostrare alla Bundesbank e ai tedeschi un trofeo sanguinante. Appunto l’articolo 18.

In Italia si sta cambiando registro. L’autunno caldo del 69 è stato archiviato.

E allora la domanda è: ci conviene? Quanto potrebbe darci Draghi in cambio del trofeo? E ci conviene comunque abolire quella norma (che di fatto proibisce i licenziamenti economici)?

Ho cercato ovunque una risposta alla prima domanda e non l’ho trovata. Draghi tace (ha sul collo la Bundesbank ed è comprensibile), Renzi tace. La partita è al buio.

Sulla seconda domanda invece sono i fatti a parlare. Negli scorsi decenni l’articolo 18 per i licenziamenti economici è stato totalmente aggirato, tramite gli scorpori di rami d’azienda (poi fatti fallire e chiudere) e tramite la semplice liquidazione delle imprese.

Quindi d’Alema e Bersani stanno difendendo un bidone, morto e stramorto da decenni. Ma che invece contribuisce a questa immagine dell’Italia come paese a rischio molteplice, non solo mafioso ma anche giudiziario, per chi vi investe.

L’abolizione dell’articolo 18 sui licenziamenti economici determinerà un afflusso di investimenti dall’estero in Italia? Me lo auguro, ma nessuno lo sa.

I tempi sono diventati brutti, non c’è più tempo per una logorante guerra di trincea. Lo schema proposto da Renzi di ridimensionamento del reintegro solo ai licenziamenti discriminatori e disciplinari ingiusti mi pare ragionevole.  Ora però chiedo. Facciamo pure questa (costosa) riforma “simbolica”.

In cambio di cosa? Possiamo avere impegni, cifre, un po’ di speranza? Ci può spiegare il punto Bruxelles e la Bce? O magari anche Renzi stesso?

Ci può spiegare, con impegni credibili e fondi (magari europei) se e come vorrà costruire quel sistema di flexsecurity per aiutare nel reimpiego chi viene licenziato? Sarebbe l’unica risposta seria al ridimensionamento pesante dell’articolo 18.

 

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Benvenuti in Grecitaly

Quindici giorni fa è piovuta sulle nostre teste la solita, scontata, grande notizia. L’Italia invece di andare in positivo è tornata in negativo. I 90 euro del magico Renzi le famiglie se le sono tenute in saccoccia, sacrosanti risparmi precauzionali (con i tempi che corrono comprensibile) invece di spenderli in consumi, come avrebbero allegramente fatto (ora meno) famiglie americane o brasiliane.

Oggi è la volta del Consiglio dei ministri delle briciole. Se va bene tre miliardi, quando l’Italia ne avrebbe bisogno di trenta. Hanno raschiato un po’ di fondo del barile.

Morale, l’Italia continua nel suo segno meno, perde colpi nelle esportazioni e il mercato interno è comatoso. E non c’è politica economica.

Di questo passo questa barca scassata finirà matematicamente sugli scogli della Troika. E saranno i dolori insensati già vissuti da quei paesi.

Benvenuti in Grecia. Una Grecia al quadrato che finalmente farà affondare questa pagliacciata chiamata Europa.  Alias impero tedesco. Alias rigor mortis anche per la Francia.

E’ infatti l’Europa, proprio l’Europa, che sta affondando. E non solo l’Italia, con il macigno del suo debito che ha sfondato lo scafo. Viviamo in un mondo demente che ha consegnato le decisioni ai banchieri e agli speculatori. E non a rappresentanti eletti con potestà di decidere sull’euro.

Una moneta folle, in ostaggio dei contribuenti tedeschi e della Bundesbank. Tutta dentro una tecnostruttura, come l’Europa stessa.

In questi termini sarà la discesa comune verso il fondo. A meno di un sussulto.

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Fiscal compact al contrario?

Il sistema di trattati, in primis il “Patto di Bilancio” sottoscritto da 25 paesi dell’area Euro (fiscal compact), insieme ai regolamenti comunitari (six pack e two pack) per la riduzione forzosa dei debiti pubblici e il controllo delle politiche relative possono funzionare, in un certo senso, al contrario?

Non soltanto per imporre ulteriori e insostenibili sacrifici ai paesi aderenti più esposti ma per aiutare, in determinate condizioni, un liberatorio risanamento di situazioni, come quella italiana, in cui il macigno-debito si trascina da decenni, succhia le nostre risorse, ammazza fiscalmente le nostre imprese e lavoratori, aumenta le disparità e l’evasione fiscale, degrada lo stato sociale.

Sono convinto che in realtà tutto dipenda dalla politica monetaria, dalla Bce. Il vero player chiave, così come lo è stato nella primavera del 2012, quando ha fermato la speculazione selvaggia contro l’Italia mettendo in campo la sua offerta di liquidità infinita. Il suo bazooka, a misura delle reali condizioni della crisi europea, può essere la soluzione.

Oggi la Bce è l’unica che può risolvere il gap e tirare fuori l’Italia (ma anche la Grecia, Portogallo, in buona misura Spagna e Francia) dalla grande trappola. Ovvero: bilanci pubblici gravati dal servizio prioritario del debito pubblico, obbligo di pareggio oltre i limiti di Maastrict (originario), quindi pressione fiscale ai massimi, risorse inesistenti per investimenti di ripresa (persino per coprire i cofinanziamenti sui fondi europei).

Risultato. Il fiscal compact (e connessi), combinato al debito-macigno, agirà da camicia di forza e impedendo, di fatto, manovre di rilancio. E quindi ci avviterà nella deflazione-depressione. In mancanza di una variabile: nuova liquidità abbondante per, almeno temporaneamente, alleggerire la morsa, consentire la ripresa, generare il ritorno alla crescita e quindi, per questa via, ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil.

Se questo è vero (come è vero) proprio non capisco. Fino a quando il vertice, il consiglio direttivo della Bce, alias i 18 governatori dell’area Euro, vorrà aspettare prima di dare il via a una seria manovra reflattiva, sull’esempio della Fed e della Bank of Japan?

Fino a quando dovrà durare questa inutile agonia, spacciata per rigore?

La ripresa, in Europa, non sta funzionando. La Germania, il perno economico del continente,  accusa un -1,8%  nella produzione industriale a maggio dopo  il -0,3 ad aprile.  Un dato che fa il paio con il  -1,2% nell’attività manifatturiera italiana a maggio. Ambedue cifre commentate come “più negative delle attese”. E il segnale europeo si accompagna ad altri, persino asiatici e cinesi, di rallentamento.

Soltanto gli Usa sembrano continuare sulla strada della ripresa. Nel secondo trimestre dell’anno, secondo le minute della Fed rese pubbliche la settimana scorsa, il rimbalzo positivo viene giudicato “sorprendentemente ampio”.

Come la mettiamo, quindi, signori della Bce? Abbiamo di fronte a noi i dati di due grandi economie a confronto. In una, gli Usa, è stata seguita la strada della reflazione classica,  sgravando debito federale e tasse, nell’altra del rigore duro. La prima è in ripresa, la seconda sull’orlo della deflazione-depressione, ormai contagiosa anche per il suo inviolabile tempio dell’ortodossia neoliberista-rigorista, la Germania.

Ha torto Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, a consigliare “caldamente” alla Bce una manovra di “quantitative easing” alla Fed, con  il massiccio acquisto di titoli di debito pubblico europei? La fonte è non sospetta: l’Fmi ha collaborato attivamente a massacrare i greci per farli rientrare nei ranghi. Forse però quell’esperienza, finita a bombe sotto la loro sede, ha insegnato qualcosa ai supremi banchieri di Washington.

Ma, domandiamoci, che cosa può significare un “quantitative easing” in Europa, nell’area euro?

A differenza degli Usa, che hanno un debito pubblico in gran parte centralizzato sul Tesoro federale, l’area Euro è un sistema di stati ciascuno con una sua indipendente gestione fiscale e del debito. Ed è legata da un patto di bilancio (Fiscal compact) che vieta nuovo indebitamento. Scaricare debito, almeno temporaneamente, sulla Bce richiede quindi un approccio più strutturato.

 

Una proposta.

Partiamo da un’ovvia, piccola premessa. Ripercorrendo i fatti principali.

1)      Il costo della grande crisi finanziaria si abbatte, dal 2008, sui conti pubblici europei, con il salvataggio delle banche, inglesi, francesi, belghe, tedesche (non italiane) a carico delle rispettive finanze statali.

2)      Il debito pubblico in Europa è cresciuto in misura allarmante: in Germania, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Cipro  le cifre presentano un balzo in avanti, nel 2008-2011. Siamo vicini al 90% del Pil in tutta l’area Euro.

3)      Il peso del servizio del debito corrispondentemente aumenta. E insieme la dipendenza dai mercati, dai soggetti finanziari.

4)      Il macigno sulle politiche economiche è evidente già nel 2010. Il debito pubblico, per gran parte dei paesi europei, è nei fatti insostenibile.

5)      Il fiscal compact è la risposta, ovvero ridurre forzosamente il debito pubblico al 60% del Pil europeo, paese per paese, in 20 anni. Da una media europea oggi dell’87%.

6)      Emerge chiaro  il circolo vizioso.  Ovvero: se solo la ripresa e la crescita consentono la riduzione del gigantesco debito, oggi il peso abnorme degli interessi sul debito (pari al 5% del Pil in Italia) bloccano qualsiasi manovra di crescita. E’ una trappola che paralizza intere economie, come la nostra.

Supponiamo invece una iniziativa dal basso,  dei cittadini europei. Una proposta di atto legislativo (ex art. 11.4  del trattato di Lisbona) per uscire dall’impasse e creare le condizioni strutturali  per un New Deal europeo. Per indicare una strada comune. Contrapposta all’austerità e alle ricette dettate, in ultima istanza, dalle lobbies finanziarie e neoliberiste.

Una strada basata sulle seguenti proposte:

1)      Fiscal compact al contrario. Il debito in eccesso il 60% del Pil viene, quantomeno gradualmente e temporaneamente (almeno 5 anni), mutualizzato in un fondo gestito dalla Bce. Invece di acquisti di titoli di debito sul mercato secondario si tratta un’operazione strutturata. Graduata in relazione alla gravità della situazione dei singoli paesi oltre il 60% di debito/pil.

Ma non con il meccanismo punitivo del cosiddetto European Redemption Fund studiato dalla commissione Barroso (che prevede il conferimento forzato del patrimonio pubblico e di quote di entrate fiscali da parte dei paesi aderenti, nonchè programmi alla Troika e altre cessioni di sovranità) quanto attraverso una iniziale massiccia creazione di moneta da parte della Bce (sull’esempio di Fed, Bank of England, Bank of Japan) diretta alla “sterilizzazione” degli interessi sul debito pubblico temporaneamente mutualizzato. Quindi un apporto oneroso degli stati membri nullo o molto limitato nella prima fase. Una infusione di liquidità diretta nei bilanci statali. E poi, in relazione alla ripresa, un rientro attentamente contrattato su base trilaterale (paese membro, supervisione del parlamento europeo e Bce).

2) Il fondo, da un punto di vista tecnico, di fatto esisterebbe già. Si chiama Esm (Mes) e con poche modifiche formali potrebbe servire egregiamente allo scopo. Il suo obbiettivo statutario è appunto quello di aiutare gli stati europei in grave crisi. Non vi è nemmeno bisogno di modificare (per ora) lo status della Bce (articolo 134 del trattato di Lisbona), perchè finanzierebbe un soggetto dotato di licenza bancaria. Ovviamente l’Esm dovrebbe rinunciare, per questa operazione, ad ogni approccio neoliberista da “Troika”.

Il fondo incamererebbe velocemente le quote di debito pubblico, offrirebbe di fatto una moratoria su grandi ammontari di interessi per 5 anni (minimo) e poi ritornerebbe agli stati partecipanti il debito acquisito in modo graduale, in relazione al ritorno alla crescita degli stessi.

Un inciso. La vendita controllata di asset pubblici (dal 2020 in poi) ha senso solo in una situazione  economica europea tornata positiva. Bisogna quindi prima fornire risorse iniziali (ma massicce, non le attuali) alla ripresa, liberare (almeno in parte) gli avanzi primari dei paesi ad alto debito, riequilibrare economie e società e quindi procedere in modo controllato alle dismissioni in situazioni di mercato accettabili, e senza le lobby bancarie o finanziarie sul collo, con i loro ricatti.

3)      Il fondo comune “pagato” dalla Bce consente di liberare nei bilanci statali rilevanti risorse (ipotizzabili anche 20 miliardi annui di minori interessi da pagare per i maggiori paesi  europei nei primi 5 anni) destinati al New Deal continentale.

Inciso: la speculazione non può operare per due motivi. Primo perchè tutto è sotto l’egida della Bce. Secondo perchè il programma riguarda tutti i paesi europei, “cattivi” e buoni.

4)      L’Europa torna a crescere in modo sincrono, su  investimenti, creazione di lavoro, detassazione di imprese e famiglie, welfare. I programmi comunitari trovano corrispondenti cofinanziamenti nei paesi membri. Bruxelles mantiene la regia e il controllo sulla manovra reflattiva continentale. Come da trattati.

5)   Questa crescita comune, gestita, crea un clima meno dissimmetrico. Non viene creato nuovo debito, anzi il debito viene gradualmente riassorbito (ma in modo sostenibile e consensuale). Le opinioni pubbliche più conservative non si mobilitano. Il six pack, il two pack restano operativi e controllano la manovra di New deal.

6)   Non c’è discontinuità, se non sul nuovo fondo temporaneo sul debito (e se questo è l’Esm non c’è discontinuità per niente), con le istituzioni create in Europa. Anzi. La minor dissimmetria tra nord e sud Europa porta a un maggior consenso sulla riforma democratica delle istituzioni europee.

Fase 2.

Se la prima fase di mutualizzazione temporanea dei debiti pubblici avrà, come credo, successo, è possibile pensare a un passo successivo, con il consenso di tutti. In pratica alla nascita di un sistema fiscale-federale continentale.

1)   Viene varata una riforma delle fondamenta dell’Unione. Il Parlamento europeo accresce il suo ruolo reale di indirizzo e supervisione.  Tra le riforme chiave viene istituito un “ministero delle finanze” continentale che armonizza le politiche fiscali (via two-pack) e si fa carico di un eventuale fondo di debito pubblico europeo non più temporaneo (project bonds, eurobills…..). Gestendolo in relazione ai progetti e alle condizioni delle economie degli stati membri. Un fondo alimentato da entrate fiscali concordate con i vatri stati.

2)   L’unione fiscale viene così perfezionata in modo equo e democratico. E il debito pubblico europeo cessa di essere un mostro. Ma diviene, come è da secoli, uno strumento di finanziamento dei beni pubblici. E del risparmio.

(una volta risolto il nodo debito il passo verso uno stato federale europeo, gli Stati Uniti d’Europa, diviene drasticamente più breve)

3) L’iniziativa dal basso dei cittadini europei su questo tema è l’unica carta, a mio avviso, in grado di rompere l’egemonia negativa da parte del complesso bancario-industriale tedesco e del suo partito conservatore. Credo che, se adeguatamente informati, milioni di tedeschi, francesi, spagnoli e italiani possano rendersi consapevoli della questione in gioco. Senza parlare di greci, portoghesi, irlandesi e ciprioti.

Una ipotesi di questo tipo serve soltanto per far capire che una manovra temporanea (ma a  medio termine) sui debiti pubblici conviene a tutti. E’ un gioco a guadagno condiviso. Una manovra equa, capace poi di sfociare in un nuovo processo anche istituzionale europeo. Finalmente democratico.

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Qualche considerazione esplicativa.

Nota: Perchè questo meccanismo invece di un semplice, massiccio e indifferenziato acquisto di titoli di debito pubblico da parte della Bce?

Per vari motivi.

1) Una manovra di questo genere creerebbe sì base monetaria ma al costo, ben visibile negli Usa, di un ulteriore abnorme aumento dei debiti pubblici nei paesi dell’eurozona. In totale contrasto con il Fiscal compact e il six pack, che invece puntano sulla riduzione al 60%.

2) La manovra sul servizio del debito qui indicata libererebbe risorse dove è più necessario. Ovvero nella drastica riduzione della pressione fiscale e nell’attivazione di investimenti infrastrutturali (cofinanziati e non) essenziali per settori come l’edilizia e il manifatturiero.

3) La manovra indifferenziata “all’americana” non garantisce alcuna politica di incentivi fiscali per le piccole e medie e le nuove imprese. Nè misure di detassazione per la spinta sui consumi interni. La moratoria sugli interessi invece permette di conoscere in anticipo le cifre del sostegno. E di coordinare piani di investimento, incentivo e rilancio su scala continentale.

4) Le operazioni di quantitative easing, nei fatti focalizzate sulle banche, anche negli Usa hanno mostrato un grave limite: la nuova liquidità solo in misura ridotta finisce per fluire nell’economia, ma in gran parte viene incamerata dai giganti della finanza come riserva straordinaria. Anche i programmi emergenziali adottati dalla Bce nel 2011 e 2012, ovvero finanziamenti alle banche a tassi super-agevolati, raccontano la stessa storia. Le banche hanno ricostituito riserve e profitti, sostenuto i debiti pubblici in pericolo (per esempio in Italia) ma non hanno riaperto i rubinetti del credito. Al punto che il nuovo Ltro annunciato da Mario Draghi un mese fa (Targeted long term refinancing  opera operations) è stato “mirato” solo su titoli che implicano prestiti a imprese e famiglie.

Agire dal punto di vista del debito pubblico, generando massicci sgravi fiscali e investimenti pubblici, assicura quindi una produttività reale della manovra per ogni euro di nuovo conio nettamente superiore.

5) Questo approccio ha un altro importante vantaggio. Consente di definire scale di priorità. Per esempio concentrando gli interventi sui paesi che presentano il maggiore “gap” tra peso del debito pubblico e necessità di manovre di rilancio. Parliamo di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e forse anche Francia. Su di loro lo sforzo può essere più rilevante. E, come è nella natura della proposta, non per addossare i loro debiti ad altri paesi membri, ma per una manovra temporanea.

Solo in un eventuale fase due, spece se la prima avrà successo, si potrà pensare ad un autentico consolidamento in  un debito pubblico europeo (magari decrescente) e a istituzioni democratiche adatte alla sua gestione.

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