Il popolo dei 4mila miliardi

A un certo punto della sua storia, suppergiù dal 1981 al 1993, un pezzo d’Italia fu cosparso, e per più di un decennio, da una piogga d’oro. L’Italia degli abbienti, dei robusti investitori, ma anche dei piccoli risparmiatori (guidati dalle banche). A loro venivano offerti titoli del debito pubblico italiano a tassi di interesse astronomici, anche del 20% nominale, ovvero del 4-5% reale. Una vera pacchia.
il “popolo dei bot” italiano è stato una sorta di miracolo per alcuni. In realtà dietro c’era una maledizione per il paese. Da quando Andreatta e Ciampi decisero, nel 1981, la prima vera misura neoliberista nella storia dell’Italia. Ovvero il “divorzio” tra Tesoro e Banca centrale. La Banca d’Italia non sarebbe stata più obbligata, alle aste dei titoli del Tesoro, a comprare a prezzi prefissati (dal Tesoro stesso) i titoli invenduti, calmierandone i prezzi. E così cominciarono a succedersi aste di titoli di stato ben diverse dal passato. Prima il debito filava abbastanza liscio a tassi reali (al netto dell’inflazione) dell’1-2% e a livello dell 70% del Pil. Dopo, bastava che un cartello di acquirenti “potenti” lasciasse l’asta scoperta per il 10% per costringere il Tesoro, in fine di seduta e in velocità, ad aumentare gli interessi, e aumentarli fortemente. Bastava che negli ultimi minuti dell’asta qualche eccelso speculatore, per esempio qualche specialista finanziario Made in Usa, riuscisse a coalizzare altri operatori italiani per fare il giochetto. E il Tesoro doveva alzare i tassi per tutti i partecipanti all’asta, e per tutti i titoli venduti quell’infausto giorno.
Dal 1981 al 1993 il peso del debito sul Pil salì quindi dal 70% a quasi il 130% del Pil. Quasi al fallimento del paese. Lo Stato non riusciva contemporaneamente a pagare deficit di bilancio rilevanti e interessi astronomici presenti e aggiuntivi. Li riportava quindi  a debito sull’anno successivo. Tecnicamente questo si chiama anatocismo, interessi che generano altri interessi. E’ ancora oscuro perchè questo folle divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia non fu fermato in tempo. Forse perchè era l’affermazione di un principio ideologico liberista: l’indipendenza della Banca Centrale (un principio politico statutario che però nemmeno la patria del liberismo, gli Usa, assegna esplicitamente alla sua Fed).
Il tutto contro uno stato dirigista (leggi, di sinistra) che comunque prima, con Guido Carli e Paolo Baffi, non aveva esattamente dato prova di cattivo governo dell’economia, del debito e della moneta.

Sia come sia nel 1992 l’Italia era sull’orlo del fallimento ma le famiglie abbienti italiane avevano avuto in dono patrimoni mobiliari tra i primi al mondo.

Dono non meritato? Ad essere onesti direi di no. Dal 1981 la folle corsa del debito pubblico non è stata di sicuro sperperata, ma tesaurizzata, investita, diversificata, globalizzata. Intorno è nata, in Italia, una delle maggiori industrie finanziarie europee di gestioni patrimoniali. Che oggi lavora su 4mila miliardi di massa patrimoniale mobiliare complessiva, 3 volte il Pil italiano e più del doppio del debito pubblico nazionale.
Le famiglie ricche italiane e di ceto medio mostrano, su questo lato patrimoniale, un comportamento molto conservativo, molto orientato all’accumulazione. I patrimoni sono da decenni l’assicurazione sulla vita delle famiglie, l’ancora di salvezza dall’instabilità del paese, l’antidoto alle crisi, il riferimento per i figli.

Per far questo, per ottenere questi risultati aggregati (straordinari) il mondo patrimoniale italiano ha investito sull’Italia? Assolutamente no. Fin dagli anni 90 questa gigantesca massa patrimoniale ha abbandonato progressivamente i lidi del titoli di stato e ha investito quote via via crescenti nell’universo mondo dell’economia. A seconda del miglior rendimento/rischio. Oggi la componente della ricchezza finanziaria in risparmio gestito (leggi fondi di investimento e gestioni patrimonali)  è arrivata a circa 1700 miliardi. Si tratta di operatori professionali che investono al meglio, per conto del 10% della popolazione (che detiene il 50% della ricchezza) e lo fanno su base globale.

A livello di patrimonio il primo trimestre 2015 si chiude con un ennesimo record: l’industria raggiunge quota 1.731 miliardi di euro, un dato in crescita del 24% rispetto ai 1.391 miliardi del primo trimestre dell’anno scorso.

E’ il primo paradosso. Una disponibilità patrimoniale enorme, una delle prime in Europa, ma insieme una Borsa italiana fanalino di coda nel continente. Quanta di questa ricchezza muove l’economia italiana?
Già, l’Italia è oggi un paese di piccole e medie aziende. Dopo il crollo a catena della grande industria, pubblica e privata, negli anni 90, le banche hanno assunto un doppio ruolo: di finanziamento (a debito, quasi mai accompagnando Ipo e azioni) delle imprese e, insieme, di gestori patrimoniali per il popolo dei 4mila miliardi.

Facciamola breve.  Non è possibile che abbiamo un governo che non sappia queste cose, che non le sappia Renzi e Padoan (il primo, do varie Leopolde in cui non si parlava d’altro). Non è possibile che non sappiano che dal 2011 ad oggi il popolo dei 4mila miliardi ha guadagnato circa 300 miliardi investendo in Asia, Usa, in derivati e fondi vari, anche speculativi. Mentre il resto del paese, salvo questo 10% di famiglie ricche, ha perso il lavoro, i figli sono rimasti a marcire, per 7 milioni di italiani si è spalancata l’area della povertà.

Si può correggere questa follia, antica e presente? Bè intanto sarebbero utili degli incentivi fiscali per invogliare i patrimonializzati a investire su attività italiane capaci di generare crescita. Sarebbe necessaria a fronte di  avere una banca moderna, anche pubblica, capace  produrre gli “oggetti” passibili di questi incentivi. Sarebbe cruciale un deciso aiuto al crowdfunding, sia in forma azionaria che remunerata, senza troppe Consob di mezzo, tassazioni iva e quant’altro.

Oggi molte startup italiane aprono fiscalmente i battenti in Usa (con spese rilevanti) pur di accedere a Kickstarter o Indiegogo. Questo è il segno di una politica in atto volta, in Italia, alla protezione del solito sistema bancario (che peraltro non fornisce capitale di rischio) e avversa alla crescita.

E qui viene la parte difficile della faccenda: associare alla rete un vero promotore di innovazione diffusa..

Non tutti i risprmiatori possono investire sul crowdfunding. Sono necessari prodotti finanziari non senza rischio, quali un fondo dedicato a nuove imprese italiane del design, dell’automazione, dell’internet delle cose, dell’alimentare qualificato, delle monete complementari regionali….Prodotti innovativi ma gestiti, e gestiti bene.

Serve una banca pubblica, che di banca ha solo la licenza per raccogliere fondi presso la Bce all’0,5, per il resto è un sistema di incubazione, un capofila dei pochi venture capitalist privati italiani, un regista e gestore di crowdfunding, un finanziatore di centri di selezione dei business plan e di accelerazione….

Il crowdfunding in Italia ha raggiunto l’anno scorso 32 milioni di fondi raccolti (quasi il triplo sul 2013) su 48mila progetti pubblicati in rete, su varie piattaforme. Per un soggetto investitore in imprese innovative il crowdfunding non solo un canale finanziario. I siti assolvono infatti ad alcune tra le attività più critiche nel processo di creazione d’imprese. Intanto promuovono idee, progetti e startup. Poi, nei fatti, la rete li seleziona e crea delle comunità di supporters intorno alle iniziative migliori.

Tutto questo può avere un valore enorme. Il terreno per una politica industriale innovativa è già seminato. Si tratta di trovare una linea di collegamento sinergico tra capitali (privati), comunità di rete, soggetto attivo.

Una banca capace di lavorare sulle azioni, più che sui prestiti, e mettere sul mercato un fondi di investimento fatti di aziende italiane promettenti. E insieme di promuovere la creazione di nuove imprese e le Ipo. Capace di consolidare le startup, seguirle, e trasformarle in imprese robuste.

Questi fondi, di questa banca o di altre che seguiranno, rispettano i criteri degli incentivi? I prodotti finanziari che rispettano i requisiti vengono opportunamente certificati da un’entità terza.

A quel punto può scattare il bastone e la carota. Una patrimoniale limitata, dell’0rdine di  qualche punto percentuale per mille, di fatto annullabile se l’investitore sposta sui fondi incentivati una sufficiente quota patrimoniale. Solo il 5% di 2mila miliardi sono  100 miliardi, una cifra imponente per gli investimenti italiani in capitale di rischio nelle piccole e medie imprese.

(Gli eventuali introiti di questa patrimoniale, sia detto per inciso, andrebbero esclusivamente destinati al sistema di creazione d’impresa).

Rsultato i 4mila miliardi cominciano a muoversi verso il nuovo, anche dell’Italia. Guadagnandoci forse anche di più rispetto a bond bancari, titoli di stato o fondi globalizzati.

Non è infatti nemmeno pensabile che questi 4mila miliardi non  possano contribuire in modo significativo al risveglio del paese.

Tutti poi ripetono, economisti, governo e oltre, che il debito pubblico, il macigno che ci ammorba da 34 anni filati,  lo si riduce creando crescita. Qui abbiamo il figlio primogenito di quel debito, questo popolo dei 4mila miliardi, che ha le vere risorse per investire e invertire il trend negativo. E allora?

Non facciamo nulla? Lo tassiamo (ancora una volta) e basta?

(o meglio, tentiamo di tassarlo in un mondo in cui i patrimoni  si spostano con un click?).

Forse c’è di meglio.

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Potranno sembrarvi idee di destra…. Eppure…

Se siete interessati, qui trovate una presentazione sviluppata per un convegno di economisti di Sel

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Perchè Renzi sta eclissandosi (con il Pd)

Nel 2011 l’Italia era sull’orlo del baratro, un papero seduto, anzi inchiodato al terreno dal suo gigantesco debito pubblico, la summa degli errori e delle malefatte della sua classe dirigente dal 1981 ad oggi. Un’Italia però patrimonializzata per 4mila miliardi in titoli mobiliari e altrettanto in immobiliari.
Dal 2011 ad oggi abbiamo passato i più terribili anni dal dopoguerra. Ma di questa sproporzione evidente tra un popolo dei bot sempre più ricco e un paese più povero nessuno si è accorto. Non ne parlava Berlusconi, che lì vi aveva la base elettorale (intoccabile), e non ne parla Renzi (che vorrebbe ereditarla).
Morale. Renzi non ha generato finora alcun risultato reale sensibile. Salvo il solito neoliberismo standard in versione Francoforte. Pedissequamente seguito. Quindi comincia a calare, e significaticamente, in consenso.
Quando si vuole uscire da una crisi epocale quale è stata quella del 2011 la prima cosa da fare è darsi una strategia per mobilitare le risorse del paese. Certo, con il rischio di disturbare quel 10% ricco di famiglie italiane che detiene la massima parte dei risprmi e dei capitali e che li investe su base globale (ma meno del 10% su attività produttive italiane). Renzi su questo fronte sta facendo la stessa identica politica dello struzzo di Berlusconi. Con il mantra “non ci sono i soldi”. E questa inerzia reale sulla riforma chiave sarà, a breve, la sua condanna.

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Da Bogliasco partirà l’alternativa?

Da bogliaschino part-time sottoscrivo Cofferati:

“Mi sentirei di consigliare a Pastorino un’alleanza con i 5 Stelle e di rompere l’isolamento”.

Sarebbe ora.

Tra S.Ilario (casa di Grillo) e Bogliasco (sindaco pastorino) ci sono meno di 5 chilometri.

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Per chi voterei (fossi in Liguria)

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Il New Deal nascosto di Obama

Cito integralmente dal Sole 24 Ore, perchè ne vale la pena ed è una fonte non sospetta:

Secondo il Centro studi Confindustria “Gli Usa battono l’Eurozona con politiche di bilancio pubblico piu’ espansive”. Il Csc ricorda che il Pil Usa nel 2014 ha superato del 10,1% il livello pre-crisi, quello dell’Area euro e’ stato dello 0,9% inferiore. Cio’ – si legge in uno studio di Alessandro Fontana e Matteo Pignatti – e’ spiegato anche dalle diverse politiche di bilancio adottate. Tra il 2007 e il 2010 gli Stati Uniti hanno finanziato in deficit uno straordinario aumento della spesa pubblica”. In particolare, “negli ultimi tre anni si e’ ampliato in modo consistente il differenziale di crescita del Pil tra Area euro e Stati Uniti: il tasso di crescita medio negli Usa e’ stato del 2,3%, nell’Eurozona di -0,1%. Le diverse politiche di bilancio forniscono una importante spiegazione del divario tra le performance economiche: la politica statunitense e’ stata molto piu’ espansiva di quella europea per tutta la durata della crisi. In aggiunta, il rientro del deficit, negli Stati Uniti, e’ stato avviato davvero solo una volta consolidata la ripresa, al contrario di cio’ che e’ avvenuto nell’Eurozona”, si legge nello studio.

“Negli Stati Uniti e’ stato forte il contributo alla crescita del Pil della spesa pubblica, soprattutto nella fase iniziale della crisi: +53,1% a prezzi costanti nel 2010 rispetto al 2006, ultimo anno precrisi, pari a 13,6 punti di Pil”, afferma il CsC. “Il parziale rientro del deficit, invece, e’ stato ottenuto mantenendo ferma la spesa reale e incassando maggiori entrate grazie alla ripresa dell’attivita’ economica: +32,3% nel 2014 sul 2009 a prezzi costanti (di cui due terzi a partire dal 2012) ma mantenendo l’incidenza sul Pil al 33,3%, stesso livello dell’ultimo anno pre-crisi. Al contrario – sostiene lo studio – nell’Eurozona, l’incidenza delle entrate fiscali e’ cresciuta di 1,9 punti di Pil rispetto al 2007, ultimo anno precrisi”.

“Straordinario – sostiene quindi il Centro studi Confindustria – e’ stato l’aumento della spesa sociale negli Stati Uniti: +72,0% nel 2013 sul 2006, a prezzi costanti, piu’ del doppio dell’Eurozona (+33,4% tra il 2014 e il 2007)”. Secondo il CsC, “se il governo Usa avesse lasciato crescere spese ed entrate pubbliche al trend pre-crisi, il Pil americano sarebbe sceso di 2,4 punti percentuali in piu’ l’anno nel triennio 2007-2009 e poi sarebbe salito di 2,2 punti all’anno in piu’ nel triennio successivo. Peraltro, e’ probabile che il recupero sarebbe stato piu’ lento e comunque incompleto rispetto a quello calcolato meccanicamente, perche’ la maggiore caduta del Pil avrebbe ridotto il potenziale di crescita Usa.

Nell’Eurozona, con l’esplodere della crisi dei debiti sovrani nel 2010 – precisa lo studio – la scelta e’ stata di imporre l’aggiustamento dei conti pubblici: in questo modo – conclude il CsC – i paesi della periferia euro, con i disavanzi e i debiti piu’ cospicui, sono stati costretti a rientrare in modo repentino, contestuale e con enormi manovre correttive. Gelando quei germogli della ripresa che gli Usa hanno saputo proteggere”.

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Togliamogli l’etichetta di provenienza e questo studio un tempo sarebbe stato etichettato come di sinistra, anzi di estrema sinistra. E’ la più potente critica, nei fatti, a un neoliberismo becero che ha fatto enormi danni all’Europa e all’Italia. E la critica viene dalla patria del neoliberismo.

Complimenti agli economisti del Centro Studi Confindustria. E al mio amico Luca Paolazzi, da sempre al top della mia stima. Perchè qui, finalmente, si sfata un mito. Che la ripresa Usa sia stata spinta solo da una grande infusione monetaria, che ha avvantaggiato massicciamente e in primis la finanza globale.

Così non è stato. Il quantitative easing della Fed si è accompagnato a un massiccio impulso di spesa pubblica, pari a ben 13 punti di pil dal 2006 al 2010. E una straordinaria spinta sulla spesa sociale, cresciuta del 72%.

In pratica: la Fed, per stampare dollari, ha comprato debito pubblico federale. E i conseguenti maggiori spazi di bilancio sono stati usati per una manovra di spesa appropriata, che ora si ripaga in termini di maggiori entrate fiscali.

Per l’Italia, per la Spagna, la Grecia e anche la Francia la lezione è chiara. Il neoliberismo dominante in Europa, dal 2007 ad oggi, ha solo peggiorato la nostra situazione. E’ ora che il Qe della Bce vada accentuato e reso permanente. Che incida, congelandoli, su larghe porzioni dei debiti pubblici dei paesi più vulnerabili. Creando quindi spazi di bilancio simili a quelli utilizzati così bene dal New Deal Nascosto di Obama

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Let it be

Molti pronosticano che la Grecia non riuscirà a passare l’Eurogruppo del prossimo 24 aprile. Ci sarebbe anche un piano tedesco per un suo default controllato e insieme la permanenza del paese nell’Unione Europea.

Io me lo auguro (a certe condizioni). L’agonia greca è andata avanti per troppo tempo. E’ stata caricata di un macigno insostenibile, in gran parte di salvataggi di banche tedesche e francesi. Si è tentato di farle pagare il prezzo esorbitante dei debiti con un’austerità estrema, senza senso.

Ora spero si faccia piazza pulita di quelle assurdità. E spero che questo default serva, per necessità (rischio di contagio a catena) a riallineare anche altre situazioni insostenibili, come quella italiana, spagnola, e in parte francese. Verso un debito pubblico europeo (in una prima fase un Qe più accentuato e permanente).

Si aprirebbe una fase nuova, per il Sud Europa. Il triste e bizantino Def italiano, in caso, dovrebbe essere completamente riscritto. Al suo posto una manovra, con risorse vere, per il 30% di sviluppo e investimenti, per il 30% di reddito minimo, e per il 30% di riduzione della pressione fiscale.

Prima si fa questo riallineamento strutturale e, quindi, meglio è per tutti.

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Totò, il Qe e l’Italia bloccata

Questo Qe mi fa venire in mente un vecchio film di Totò. In cui lui e Peppino, da sempre affamati, sbavano davanti alle vetrine di un ristorante di lusso, in cui eleganti signori e signore mangiano e sbevazzano di gusto.

Noi siamo Totò. Noi, dal 1992 (grazie a molti loschi figuri) siamo stati tenuti a pane e acqua da un debito pubblico colossale. Con conseguenti interessi da pagare anno dopo anni. Al punto che abbiamo la maggiore dispersione di risorse pubbliche (alias avanzo primario) del mondo.

Ma oggi, grazie al Qe della Bce (e per almeno due anni) il nostro debito ci costerà pochissimo. I tassi di interesse crolleranno intorno all’1%, mentre in Germania sono già negativi. Il che significa che per due anni almeno i tedeschi potranno finanziarsi il debito pubblico….guadagnandoci.

La vetrina del ristorante è questa. Dopo quasi tre decenni di sostanziale austerità si potrebbe aprire una fase di investimenti a basso costo. Siamo in ritardo e in declino. Abbiamo bisogno di una vera rete ottica a larga banda (ftth), con buona pace di Telecom, di rimettere a posto strade e autostrade, di una rete di moneta elettronica anti-evasione, di un rafforzamento della Difesa (dati i pericoli incombenti). Avremmo bisogno di tanti investimenti, cancellati o finiti nel gorgo della corruzione, nei tre decenni  del grande degrado italiano. Avremo bisogno di Università ricche, di scuole con il tetto a posto e così via.

Oggi, con il Qe, potremmo in teoria pagare all’1% questo capitale sociale necessario, questi beni pubblici. In teoria. Il vetro corazzato della vetrina si chiama pareggio di bilancio. Non possiamo sforare su questo parametro contabile, pena il conflitto con l’Europa. Che ci ha imposto una regola assurda, messa dall’integerrimo Monti in Costituzione.

Possiamo solo destinare i 5 miliardi (per due, ovvero 10) regalatici dal Qe in termini di minori interessi sul debito nel peggiore dei casi ad aggiustamenti a breve nella spesa pubblica e nel migliore a qualche manovra di investimento. E nell’ancora più favorevole caso a destinarne una buona fetta a un intermediario in grado di moltiplicarli. Per investirli in attività a ritorno prevedibile.

In chiaro. Un soggetto come Cdp (Cassa depositi e Prestiti) oggi ha tutta l’opportunità di emettere bond a bassi interessi per finanziare, anche con l’apporto pubblico, la rete a larga banda di cui sopra. Un progetto che darebbe  e creerebbe lavoro, e che rientrerebbe abbastanza rapidamente.

10 miliardi certi in mano a un soggetto finanziario capace di fare il suo mestiere possono tradursi in 30 o 40. E poi aggiungersi gli apporti privati, spece se lo Stato sa garantirne in parte i rischi.

Totò e Peppino possono, dalla porta di dietro, entrare nel ristorante. E saziarsi almeno un po’.

Draghi, annunciando il Qe, ha chiaramente affermato che la politica monetaria da sola non basta. E una qualche manovra di stimolo reale (o fiscale), come si vede è possibile. Non viola nemmeno i sacri crismi del rigore dominante in Europa. Semmai ha bisogno di qualche flessibilità sulle banche pubbliche.

Poi, come ci insegna l’esperienza del Qe Usa, dove il tasso di inflazione non si è mosso nonostante tre anni di diluvio di liquidità, è ben difficile che a settembre 2016 l’Europa verrà dichiarata dalla Bce fuori dalla deflazione.  Qui un’eloquente analisi di Michele Boldrin.

Cos’è successo all’inflazione USA durante i periodi dei tre QE? La risposta breve è “nulla”.

Questo significa che gli anni di compressione dei tassi di interesse sui debiti pubblici non saranno due, ma tre o forse quattro. Quindi una seconda tornata possibile di ricostruzione del paese.

Semprechè lo si sappia e lo si voglia ricostruire.

P.s. Stasera campeggia la notizia secondo cui Renzi, si Twitter, ha annunciato una partecipazione italiana per 8 miliardi di euro al piano di investimenti  europei Junker.  Via Cassa Depositi e prestiti. Ne sono felice, per l’Italia. E questo coincide, quasi alla lettera, con quanto poco prima scritto qui.

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(Quantitative) Easing Tsipras

Nel post precedente, sfruttando l’analisi di due valenti economisti,  postulo uno scenario forse possibile, o forse persino obbligato.

Il Quantitative Easing (Qe) verrà avviato a marzo e durerà fino a quando la deflazione in Europa (la discesa dei prezzi) sarà invertita, dai valori negativi di oggi a una risalita fino al 2%.

Per far questo l’eurosistema (Bce e  le 19 banche centrali  dell’eurozona) acquisterà debito pubblico per 1100 miliardi di euro, generando pari liquidità (a disposizione delle banche e poi dei mercati finanziari) e contribuendo a una netta discesa dei tassi di interesse sui debiti statali.

Il tutto avverrà contemporaneamente nei 19 paesi, come è spiegato nel post precedente.  Mai si era vista un manovra finanziaria pan-europea tanto ampia e sincronizzata. E sui debiti pubblici.

Il post precedente, ancora, segue le considerazioni di Giavazzi e Tabellini. Se il Qe dovesse divenire permanente, ovvero l’Eurosistema non procedesse a tempo al rientro sui titoli di stato acquisiti, si avrebbe di fatto un effetto di “congelamento” di ampie porzioni di debito pubblico nei 19 paesi.  E se dovesse continuare ben oltre il 2016, di fatto il Qe permarrà nell’azione di abbassamento del costo del servizio del debito.

Una prospettiva che non è uno scherzo per paesi come l’Italia, con un debito pubblico che ci costa il 5% del Pil (avanzo primario necessario a servirlo, primo al mondo), ovvero 80-90 miliardi prelevati dalle nostre tasse e destinate ai detentori (banche, famiglie italiane, investitori internazionali) dei titoli di stato. Un macigno su di noi che pesa dal 1992, l’anno di infausti personaggi come Bettino Craxi e Giuliano Amato (per inciso, il secondo figuro ce lo siamo appena scampati come presidente della Repubblica, grazie a Renzi che ha mandato a quel paese il solito Berlusconi).

Ma lasciamo perdere gli squallori di casa nostra….

Avere un alleggerimento di 130 miliardi (che vanno sommati ad altri 100 già nelle casse di Banca d’Italia) significherebbe congelare quasi il 10% del debito, ovvero oltre mezzo punto di Pil da destinare a investimenti per la ripresa. Non poco. E mettiamoci anche l’effetto minori interessi. su tutta la montagna debitoria. Parliamo di 10 miliardi annui per riprendere a respirare?

Non solo. Negli Usa la Fed ha dovuto pompare nuovi dollari  per cinque anni filati prima di avere consistenti segnali macroeconomici positivi. Ed è intervenuta praticamente subito dopo l’esplosione della crisi. La Bce invece avvia il suo easing con altrettanti anni di ritardo, con paesi irriconoscibili sulla situazione pre-2008, ferite profonde dell’Europa che non si rimargineranno con un colpo di bacchetta magica.

Quindi il Qe europeo sarà “lungo”, lungo e crescente. E finirà per trasformare (spero in meglio) l’Unione stessa. Sarà un mix di disciplina di bilancio e di manovre reflattive. Di bassi tassi di interesse, di congelamento e consolidamento dei debiti. E,  probabilmente, di emersione de facto di un governo dell’economia continentale.

E questo potrebbe succedere per Bruxelles, per Francoforte e per tutti i 19 paesi dell’eurozona. Domanda: anche la Grecia?

Tsipras chiede esattamente questo, un alleggerimento del debito tale da evitare alla Grecia di dover procedere a un avanzo primario “all’italiana” in grado di  mantenerlo (non ripagarlo perchè un debito pubblico al 170% del pil non è ripagabile, come concordano anche 300 economisti).

Ma il 5% di surplus per un paese stremato com’è la Grecia è impensabile.

Tsipras, di fronte al netto rifiuto da parte dei paesi dell’eurozona “creditori” di concedere una cancellazione parziale del debito, ha avanzato un piano b: un prestito ponte fino a giugno, ovvero fino a un possibile accordo con l’Unione europea su un piano di risanamento e crescita fatto dal governo greco, e diverso dalle passate imposizioni della Troika.

Si approssima infatti, per il nuovo governo Tsipras, un semestre da incubo (ma non molto serio).

La danza comincerà a fine febbraio, con la review da parte della Troika degli impegni per il 2015.  Samaras, il predecessore, non aveva fatto abbastanza in termini di tagli, privatizzazioni, distruzione di servizi e beni pubblici. Tutto è stato spostato avanti di due mesi. Guarda caso a carico del governo di sinistra.

Nel caso che Tsipras chini la testa alla Troika dovrebbero arrivare nelle casse di Atene 1,8 miliardi dell’ultima tranche di prestiti europei, e la Bce dovrebbe girare alla Grecia 1,7 miliardi di interessi via via maturati sui bond greci.  Non solo: l’Imf contribuirebbe per 3,5 miliardi. In totale 7,3 miliardi in entrata.

Oltre alla promessa (promessa) per l’inizio del 2016 di un intervento finale dell’Fmi per 13 miliardi.

Ma si tratta di cifre virtuali. Nel solo primo trimestre 2015 la Grecia dovrà versare 2,5 miliardi all’Imf e 2,5 nel secondo trimestre. E tra luglio e agosto Atene dovrà rimborsare la Bce per 6,7 miliardi di bond acquisiti dalla banca centrale nel 2010, all’epoca della crisi ellenica acuta.

Nb.(Tutte le cifre sono di fonte Economist). E il pagamento a breve di 2,5 miliardi significa di fatto il fallimento dello stato.

Morale, una mortale partita di giro in cui (a patto dell’ennesima sottomissione alla Troika) la Grecia riceve 7 miliardi di aiuti, ma contemporaneamente e subito dopo deve versarne oltre 11 agli stessi soggetti generosi titolari del “piano di aiuti”. Una faccenda ridicola, se non fosse tragica per i bambini greci senza medicinali e assistenza sanitaria.

Dove si è mai visto che un paese oggetto di un “piano di salvataggio” deve versare 4 miliardi netti ai suoi (supposti) salvatori? E con scadenze da strangolamento?

Non è il caso di cancellare tutto? (e cancellare, in questo mondo istituzional-diplomatico significa rinviare, e poi rinviare di nuovo….)

Non è il caso di un programma temporaneo, quale quello che chiede Tsipras?

Eppure la Grecia oggi è un paese con un leggero avanzo primario, un’economia prevista in ripresa al 2,7%, una bilancia dei pagamenti in attivo….La Grecia, se non avesse l’incubo dei pagamenti alla Troika e il peso dell’enorme debito, sarebbe un paese europeo pienamente eleggibile per il programma di iniezione di liquidità della Bce. Pareggio di bilancio in primis.

Il prossimo 11 febbraio la questione greca verrà discussa dall’Eurogruppo. Ma le previsioni restano negative, i falchi (tedeschi in primis) vogliono imporre la permanenza della Troika, ovvero una Grecia senza sovranità, commissariata, garantita solo da tecnocrati liberisti. E infine derubata, cifre alla mano.

Sarebbe bene che l’Eurogruppo facesse chiarezza abolendo, di fatto, l’assurda partita di giro dei prossimi mesi (in cui comunque la Grecia rischia il fallimento – e l’uscita dall’euro) per reimpostare completamente, e in modo sensato, la questione.

I nuovo governo greco, al contrario, ha promesso sulle piazze di liberarsi da questo giogo della Troika. Ne va della sua credibilità presso il suo popolo, e se fallisse l’alternativa sono i nazisti di Alba dorata (già oggi terzo partito).

Una Grecia disperata, fallita e nazista nel cuore d’Europa?

Questo per il primo lato della barricata.

Passiamo al secondo.

Vediamo il vero, autentico problema politico. Che sta in Germania. L’equilibrio politico tedesco, anch’esso, è diventato fragile (e mobile). I giornali di destra non fanno che terrorizzare i tedeschi sui loro soldi, i loro risparmi. Che verranno rubati dai paesi ladri corrotti e fannulloni del Sud Europa. I Piigs. Alternative for Deutschland sta crescendo su questa paura, sottraendo voti conservatori alla Cdu.

Ogni percepito cedimento del governo Merkel accelera il travaso. E la Grecia è il primo e maggiore test.

C’è poi un problema di contagio politico.  Supponiamo che alla Grecia venissero accordate condizioni particolari e  misure straordinarie (come quelle chieste da Tsipras), cosa avverrebbe in altri paesi in cui stanno crescendo partiti e movimenti con richieste analoghe? Per esempio Podemos in Spagna (24% nei sondaggi, davanti al partito socialista spagnolo), la Lega di Salvini e l’Altra Europa in Italia, il Sinn Fein irlandese….Tutti costoro avrebbero buon gioco nel “facciamo come in Grecia” (vincente sulle piazze) sino alla disintegrazione dell’Eurozona.

Rischio Grecia (nazismo), rischio interno Germania, rischio contagio. Come uscirne?

Ribaltando completamente i termini della questione. La crisi greca è parte di una crisi sistemica dell’Europa. Non va affrontata assolutamente come negoziato bilaterale (Grecia contro Europa). Che in ogni caso sarebbe perdente (e esiziale).

La crisi europea è una crisi di un sistema istituzionale lasciato a metà. Disfunzionale. Incapace di gestire l’esplosione finanziaria del 2008. E solo ora, con il Qe, sulla strada di una prima, parziale risposta.

Lo mostra con evidenza un semplice confronto con gli Usa, oggi in forte ripresa. Qui un solo debito pubblico federale è stato ampiamente finanziato da una sola banca centrale federale (Fed) consentendo al governo un deficit spending senza precedenti. E questo sta risollevando gli Usa, mentre Obama si permette di avviare politiche fiscali anti-disuguaglianza e di tuonare contro l’austerità autodistruttiva (tanto cara ai nord-europei).

E allora? Allora bisogna trovare una soluzione concreta, ampia, lungimirante, win-win per tutti i 19 dell’euro gruppo. Ma anche mascherata, spalmata nel tempo, non alla portata mediatica di un Salvini.

Che cosa realmente serve alla Grecia? Di non dover spremere un avanzo primario del 5% del Pil per sostenere un debito palesemente insostenibile (peraltro fatto di prestiti della Troika per ripagare banche tedesche e francesi). A Tsipras serve una netta riduzione del servizio del debito, una moratoria de facto sugli interessi. Ovvero un debito a interesse zero, agganciato ai rendimenti attuali e futuri dei bund tedeschi (ai minimi grazie al Qe). E, siccome il debito di Atene è in mano a Bce e Fmi, a loro spetta l’indicizzazione (tramite cambio dei loro bond greci) in raccordo alla pari con il Qe.

Un debito a interesse zero è nei fatti solo una posta contabile.

E la soluzione per la Grecia è riportarla alla pari con gli altri paesi oggetto del Qe. Nè più nè meno.

Quindi un Qe permanente a cui possa partecipare alla pari anche la Grecia (perchè infatti la Grecia dovrebbe restarne esclusa, dopo tutti i sacrifici che ha fatto?). Sarebbe una moratoria sugli interessi, de facto. E non è facile, dato che i titoli di stato greci sono fuori mercato, declassati (dai soliti boss del rating) a spazzatura. Ma è possibile. E qui Bce, Fmi e Commissione europea (alias Troika) che detengono il debito pubblico ellenico, possono lavorarci, invece di imporre riforme punitive alla Grecia. Collaborando invece al programma umanitario e di ripresa del governo greco. Su un progetto sviluppato insieme.

La Grecia quindi partecipa, come membro dell’Europa, al cauto e controllato processo di formazione di un necessario debito pubblico federale europeo. E magari a connesse nuove istituzioni.

Con un vantaggio politico. In questo caso la Troika potrebbe trasformarsi, da percepita  entità affamatrice e distruttiva, in soggetto positivo, che sostiene e aiuta.

Vedremo se l’11 febbraio emergerà un po’ di buon senso. Per quanto mi riguarda questa mi pare la via maestra. Un processo graduale e inclusivo, non troppo esplicito ma win-win. Aperto al futuro di un’Europa compiuta.

Ovviamente, un approccio di questo tipo alla soluzione dell’emergenza greca sarebbe nei migliori interessi italiani, spagnoli, portoghesi, francesi. Di tutti i paesi europei gravati da pesanti debiti. E che invece troverebbero dentro un Qe sempre più centrale una via d’uscita comune e razionale. Di sicuro sarebbe meglio rispetto a un semplice accordo bilaterale tra Bruxelles e Atene. Anche se il Qe verso la Grecia dovesse rivelarsi un po’ “speciale”.

Meglio di sicuro del trauma della sua uscita dall’Euro, con prevedibili effetti di contagio su altri paesi. Primi tra tutti  i più indebitati, come nel 2011. E ce li ricordiamo bene quei mesi.

Una soluzione per Atene, quindi, ma anche per noi.

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D. Voi dite che bisogna rispettare il voto della Grecia, ma non bisogna rispettare anche il voto tedesco, olandese o finlandese?
R. Guardi, il punto è che la struttura dell’Europa è profondamente non funzionale, l’unica possibilità di sopravvivenza di un’economia comune è avere un bilancio comune, un governo che spende che tassa. Si parla sempre di Fiscal Compact ed è una citazione del Fiscal Compact degli Stati Uniti di inizio 800.
D. Quindi?
R. La prima parte prevedeva regole ferree per il bilancio, ma ce n’era una seconda di cui non si parla mai che diceva che il governo centrale si prendeva carico dei debiti dei diversi Stati.

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Verso un debito pubblico europeo (ma non si deve dire)

Di sicuro il commento più sorprendente all’annuncio di Mario Draghi di oggi viene, secondo me, da un termine, “Qe permanente”, coniato da due ben noti economisti della Bocconi, Francesco Giavazzi e Guido Tabellini.

L’articolo (Per un Quantitative easing efficace) pubblicato sulla Voce.info, non è neanche troppo complesso o gergale. Esamina, in modo abbastanza impeccabile, i vari effetti di impatto sull’economia (e la ripresa) del massiccio programma di acquisto di titoli di debito pubblico da parte delle banche centrali europee.

L’Eurosistema comprerà, per i 19 mesi successivi al primo marzo prossimo, titoli di stato e affini  al ritmo di 60 miliardi al mese, per un totale di 1140 miliardi. Con la possibilità di andare anche oltre, se non verrà raggiunto l’obbiettivo di un tasso di inflazione (intorno al 2%) tale da risultare scongiurato il rischio di un deflazione (leggi anche depressione autoalimentante) oggi piuttosto elevato.

In soldoni: la Bce gestirà e garantirà il 20% di questi acquisti, il resto lo faranno le banche centrali nazionali. Gli acquisti saranno distribuiti in relazione alle quote di ogni banca centrale nazionale dei 19 partecipanti all’eurosistema nel capitale Bce. Per l’Italia il 12,3%, quindi 140 miliardi di acquisti, pari al 6,5 di un debito pubblico italiano giunto a 2134 miliardi nel terzo trimestre 2014 (ultimo dato disponibile).

Non è molto, a prima vista, come si vede, sul piano del puro alleggerimento del debito (specie in Italia che deve sopportare il più pesante carico d’Europa).

Ma nell’annuncio di Draghi di oggi non si fa mai menzione di questo punto. L’acquisto di titoli di stato è solo un mezzo per pompare liquidità nelle economie dell’eurozona. E per questo mezzo ottenere più attività e quindi quel quanto di  inflazione necessaria.

Come?  Le banche centrali compreranno Btp, Bund, Bonos e quant’altro sul mercato secondario (dato che il trattato istitutivo della Bce le vieta qualsiasi finanziamento diretto agli Stati). Ovvero acquisteranno dalle banche (che a loro volta compreranno i titoli nelle aste governative). La domanda delle banche centrali porterà i prezzi dei titoli al rialzo e i loro rendimenti di converso al ribasso. Le banche avranno un guadagno dall’acquisto e vendita, gli Stati dal minor interesse netto da pagare.

Questo effetto “liquidità” sarà importante?  Le banche saranno spinte a riaprire il credito?

Giavazzi e Tabellini paiono scettici. “Vi è accordo generale sul fatto che gli effetti attraverso il primo canale siano contenuti. In molti paesi la domanda di credito rimane piuttosto debole: il vincolo principale sulle banche è la mancanza di capitale più che di liquidità, e i tassi di interesse sono già molto bassi”.

Passiamo all’ effetto “minori interessi sul debito pubblico”. Già oggi, in molti paesi europei, i titoli di stato (a breve ma non solo) rasentano i rendimenti negativi. In Italia un Btp a 3 anni viaggia all’1% ( la Bce-Banca d’Italia comprerà solo titoli oltre i due anni). E’ quindi realistico pensare a un dimezzamento di questo tasso. Quindi a un risparmio di non più di 2-3 miliardi annui per le casse dello Stato.

Il Qe è però un segnale globale. E di sicuro il suo maggiore impatto lo eserciterà sul tasso di cambio dell’Euro, che infatti oggi ha accelerato in discesa. Ottimo per ridare fiato alle industrie esportative e anche per importare inflazione.

E qui ci fermiamo con gli effetti puramente “monetari” del programma. Ma Giavazzi e Tabellini, ambedue economisti di impeccabile impostazione liberale, vanno oltre, ben oltre.

Prendono in considerazione il profilo temporale del programma Bce. Se è corto, ovvero se i titoli di stato verranno acquistati dalle banche centrali e poi rivenduti prima delle loro scadenze, per lo Stato emettitore il guadagno sarà solo nella limatura dei tassi di interesse.

Se invece il Qe dovesse prolungarsi anche oltre le date indicate, o persino divenire permanente, questo significherebbe, di fatto,  che interi pezzi di debito pubblico in Europa verrebbero presi in carico dall’Eurosistema e, di converso, i bilanci degli Stati verrebbero alleviati, dando luogo (a parità di defict) a spazio per investimenti o a  sgravi fiscali.

“Come ha spiegato William Buiter, quando una banca centrale intraprende un’operazione di Qe sostituisce debito nazionale con denaro, che è una passività non rimborsabile. Questo allenta il vincolo di bilancio intertemporale del governo. Se la banca centrale detiene il debito permanentemente, la riduzione eguaglia l’intero ammontare del Qe. La riduzione equivale invece ai pagamenti sugli interessi se il debito è mantenuto solo temporaneamente o non è rifinanziato alla scadenza.”

Un Qe permanente sarebbe, nei fatti (e con aggiramento del problema Germania), il primo atto di un percorso verso un debito pubblico europeo. Non mutualizzato (solo per il 20% garantito direttamente dalla Bce) ma gestito dalle banche centrali nazionali.

Comunque abbastanza efficace, specie nei possibili passi successivi,  per stimolare le economie europee.

Faccio un semplice, elementare, ragionamento. Perchè tirare fuori un bazooka di questo calibro (1140 miliardi in 19 paesi) solo per ottenere l’Euro in parità con il dollaro (quando l’Eurozona esporta solo il 20% del pil), rinsanguare un po’ i bilanci bancari e limare di mezzo punto gli interessi sui debiti pubblici? Il tutto mentre il prezzo del petrolio scende e fornisce da solo un massiccio stimolo ai bilanci aziendali?

C’è una sproporzione evidente tra mezzi impiegati e risultati prevedibili, in un contesto solo temporaneo.

Draghi e il vertice Bce credo siano perfettamente coscienti delle condizioni di depressione in cui versa il Sud Europa (e in parte anche la Francia). E il contagio negativo sta allargandosi anche verso nord.  Non basta quindi una seppur massiccia iniezione di liquidità per invertire il trend. E’ necessario anche entrare a piedi uniti nella politica fiscale, nei bilanci degli stati, congelando debito. Una strategia persino compatibile con il super-restrittivo Patto di bilancio (o Fiscal compact) che prevede il pareggio, ma anche allenta i vincoli quando le economie sono patentemente al di sotto del loro potenziale (come è per il Sud-Europa intero).

D’altro canto sotto gli occhi della Bce c’è l’evidente e gigantesco caso americano. La Fed,  dice uno studio di Goldman Sachs,  ha comprato, stampando dollari, ben il 28% del nuovo debito pubblico netto Usa dall’inizio della crisi ad oggi (titoli per 2000 miliardi di dollari). E il deficit spending federale è così progressivamente potuto salire all’ 8-10% del Pil dal 2009 al 2012 . Una gran massa di investimenti e di spese pubbliche alla base della ripresa statunitense (si pensi alla nuova assistenza sanitaria generale di Obama).

Queste sono le cifre vere con cui confrontarsi. Non il risicato 6% che proviene dall’annuncio di oggi.

Sono quindi convinto che Giavazzi e Tabellini non abbiano scritto a caso di Qe “permanente”. E ho il forte sospetto che Mario Draghi, misurando ogni parola, abbia solo iniziato un percorso, di cui quella di oggi è la prima tappa. (Negli Usa se ne sono succedute tre, a intensità crescente).

Aggiungo che mi spiacerebbe se mi sbagliassi.

 

 

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Effetto valanga?

Sono andato a Bologna, l’altroieri, per l’assemblea dell’Altra Europa per Tsipras, la lista per le europee dello scorso maggio divenuta, non senza fatica, un movimento stabile. Con l’obbiettivo di riunire tutta la sinistra italiana intorno al programma di Alexis Tsipras, dieci punti che vertono su un “new deal europeo” e una rinegoziazione dei debiti pubblici, a partire dai paesi in crisi.
Così come mi ero entusiasmato quando, ad aprile, lessi questi dieci punti ho provato entusiasmo a Bologna. E non tanto per i discorsi, pur condivisi, di Marco Revelli o di Barbara Spinelli, o di altri italiani. Quanto per l’intervento di una giovane spagnola e di un più attempato greco. Podemos la prima, movimento completamente nuovo e accreditato del 27-28% alle prossime elezioni in ottobre. Syriza il secondo, che domenica prossima si proverà a superare il 31% dei consensi, con l’obbiettivo di poter governare in autonomia il paese.
In tanti a Bologna hanno immaginato una continuità sud-europea di queste forze di sinistra. Manca all’appello l’Italia, almeno finora.

La partita di Syriza, se vinta (come è quasi certo) sarà però il primo segnale. Che darà forza agli altri. A Synn Fein in Irlanda, a Barriera Umana in Croazia, a Podemos. Alla fine del 2015 il panorama politico europeo potrebbe essere ben diverso da quello di oggi. Con una vera inversione di tendenza dai trent’anni di neoliberismo squilibrato che abbiamo vissuto. Un mondo di diseguaglianze crescenti, di esclusioni, di privatizzazioni distruttive, di crisi fatte pagare ai più deboli.
Se questo effetto valanga, questa sinergia multipla prenderà forza, è abbastanza facile prevedere che avrà un impatto anche in Italia. Soprattutto se Tsipras riuscirà a fare qualche passo avanti concreto sul suo obbiettivo chiave: una conferenza europea sui debiti pubblici, per ristrutturarli.
Qui è la sostanza della grande stagione di conflitto che sta per aprirsi in Europa. E l’Italia, che ormai viaggia a un debito pubblico del 140% del Pil e 100 miliardi annui di interessi (nostre tasse, nostri mancati servizi che vanno a ingrassare banche e patrimoni) credo che sarà molto molto interessata a questo conflitto tra Grecia, Spagna, forse anche Irlanda contro Berlino, la tecnocrazia di Bruxelles e di Francoforte.

Credo che persino l’elettorato francese sarà interessato.

Sul piatto c’è un nuovo inizio, un nuovo futuro non solo per i popoli dei paesi europei in crisi, ma di tutti i paesi dell’Unione, popolo tedesco compreso. Sul piatto c’è l’inversione di un lungo ciclo, avviatosi negli anni 80, che ha fatto del mercato il suo feticcio e ha progressivamente demolito quello che un tempo qualcuno definì il “sogno europeo”.
Questa inversione sarà cruciale per far entrare aria fresca e giovane in uno spazio invece sempre più ammorbato da nauseabondi lezzi di guerra.

Per noi sul piatto c’è una ripartenza strutturale dell’Italia. Tagliare di 50 miliardi annui l’emorragia da interessi, il regalo che facciamo ogni dodici mesi a banche e rentiers, significa avere finalmente spazio per investimenti, un reddito di base oltre la Cassa integrazione in deroga,  venture capital per i giovani, sgravi fiscali consistenti. Iniezioni di fiducia, la percezione che il peggio è alle spalle.

Un esempio di cosa si potrebbe fare lo trovate qui. Ci abbiamo lavorato in undici a questo documento, un po’ diverso dai canoni tradizionali della sinistra italiana.

Non ho mai visto un’opportunità politica tanto grande non tanto per la sinistra, ma per l’Italia.

Che fu condannata a questo lento strangolamento, mai interrottosi in 30 anni, nato da una delle prime grandi operazioni neoliberiste avviate in un paese europeo: il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Ovvero i titoli di stato, i bot, venduti all’asta sul mercato aperto. E non più immessi, a prezzo fisso, nelle riserve bancarie.

Con l’inflazione al 20% di allora era facile prevedere che gli interessi sul debito sarebbero schizzati. Schizzarono e lorsignori non riuscirono a pagarli tutti, mettendoli a nuovo debito. E così via, per anni e anni. In un ciclo infernale.

Come spiega l’analisi di Francesco Gesualdi, da allora ci siamo svenati per pagare interessi sugli interessi. Nè la Banca d’Italia nè il Tesoro, gli apprendisti stregoni, sono riusciti a governare questa automoltiplicazione finanziario-mercatista  del debito (innescata dalla grandiosa politica di spesa pubblica clientelare di Bettino Craxi e Giuliano Amato).

Nonostante il fatto che l’Italia sia stata messa sotto il torchio di politiche di austerità fin dal 1992, ( l’anno del suo primo fallimento) a nulla è servito. Altro che crisi del 2008. Noi la soma ce la siamo tenuta addosso per 22 anni filati. Senza venirne a capo, nonostante promesse, chiacchiere, barzellette e leader televisivi.

22 anni. Pensate. E non c’è un economista che dica che quella decisione del 1981 fu una scommessa scellerata. La peggiore operazione di politica economica nella storia del paese. Soprattuto per come fu gestita (e non gestita) dai vari governi (Tommaso Padoa Schioppa unico escluso).

Oggi l’Italia dà la misura storica di quanto soffre. Ha il primo avanzo primario pubblico del mondo. Per reggere il macigno lo stato italiano deve succhiare un ammontare imponente di risorse ai suoi cittadini, tagliare i servizi essenziali, nascondere la sua paralisi ad ogni manovra di rilancio positiva. E regalare i nostri soldi a un sistema di parassiti, a banche che lucrano sui titoli di stato ma non prestano agli imprenditori, nè muovono l’economia. E a quel sistema di super-ricchi partimonializzati, l’1% della popolazione mondiale, che si avvia, secondo Oxfam, a superare il 50% della ricchezza globale. E che ha guadagnato dalla crisi.

Dentro quel 50% non c’è solo la diseguaglianza. Ci sono  33 anni filati di “contributi” del popolo italiano. Estratti (legalmente, per carità) dal nostro lavoro e dalle nostre vite per riempire un gran secchio bucato. Gesualdi ha calcolato che, sommando tutti i pagamenti di interessi, il debito ce lo siamo ampiamente ripagato. E invece stiamo sempre peggio.

 

Siamo un paese “virtuoso”, ma anche cornuto e mazziato (secondo Frau Merkel siamo una “cicala”).

In realtà noi abbiamo pagato dal 1980 ad oggi la bellezza di 3447 miliardi di interessi, secondo una ricostruzione di Scenari Economici . Accettando (salvo i soliti furbi) una eterna austerità e sacrificando la nostra crescita, fino a subire una crisi provocata proprio da coloro che abbiamo arricchito. Ci stiamo impoverendo sull’altare di una cricca di uomini di potere impotenti che, guarda caso, mai ci hanno spiegato il problema, creato da loro. Lo hanno nascosto, dissimulato. E per due volte, nel 1992 e poi nel 2011, ci hanno portato sull’orlo del fallimento.

 

Non è che siamo stufi di pagare, di sperperarci? E’ ora di dire basta. E di schierarci con le altre sinistre emergenti europee per forzare la gabbia comune del debito. Di agire insieme in Europa, l’unico spazio in grado di darci una soluzione (non distruttiva e autodistruttiva). Come quella, molto semplice, che potete leggere qui.

Per questo il cambiamento politico in corso nei paesi vicini d’Europa è cruciale. Dobbiamo esserci anche noi in questa battaglia. Se non altro perchè il cappio sta stringendoci di nuovo, con il debito che accelera al 140% del Pil.

Io scommetto su questo cambiamento. Del resto non ho altro da sperare oggi. Ma non mi pare neanche poco.

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P.s. Oggi il sistema propone Giuliano Amato alla presidenza della Repubblica. Proprio uno dei massimi protagonisti del disastro italiano qui sommariamente descritto. Un membro della casta rovinosa.

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