Il coraggio di combattere per gli Stati Uniti d’Europa

Il superstato neo liberista, amico dei poteri forti del continente (Banche, Finanza, grandi imprese, lobbies) e indifferente alla crescente disuguaglianza, all’impoverimento degli strati deboli, è entrato ufficialmente in crisi ieri, 23 giugno 2016. E oggi, giorno di San Giovanni, questa crisi  è esplosa sui mercati finanziari, e sulla geografia politica dell’Europa.

La Brexit inglese, votata dai più poveri e indifesi, è un rifiuto della globalizzazione disumana, dello smantellamento dello Stato sociale operato in tutto il continente negli scorsi decenni.  E’ un rifiuto della perdita di ogni protezione. Fino a tramutarsi in paura xenofoba.

Spagna, Francia, Olanda, forse persino Italia potrebbero seguire la strada inglese. Il paventato effetto domino.

C’è un motivo economico preciso. Dalla crisi finanziaria del 2008 l’Europa (eccettuata Germania e satelliti) continua a strisciare sul fondo della deflazione. La ripresa, tanto strombazzata ad ogni discorso, è una chimera. Da dodici anni ci prendono in giro, aspettando che le forze del libero mercato ci tirino fuori dai guai, del tutto comuni.

E’ una grande truffa. La ripresa non ci sarà mai perchè siamo in una situazione che alcuni economisti (come Larry Summers, ex ministro di Clinton e rettore di Harward) chiamano “stagnazione secolare”, ovvero una sovrabbondanza di capitale (privato) rispetto a opportunità di investimento sempre più asfittiche.

Semplice. Se a livello globale, per decenni, privilegi i profitti sui salari hai alcune interessanti conseguenze. Questi profitti si accumulano in una massa enorme di capitale, da remunerare costantemente. Mentre i percettori di salari, relativamente sempre più poveri, attivano domanda, consumi e investimenti diretti e indiretti in misura decrescente.

Quando il pianeta esaurisce le aree da sviluppare, inoltre, ecco che si entra nella stagnazione secolare.

La Cina è satura, l’Asia è satura, L’Africa e il Medio Oriente sono nel caos, l’America latina è in involuzione. L’Europa è in deflazione, gli Usa hanno fatto politiche fiscali formidabili (Obama, senza dirlo troppo) ma ormai sono saturi anche loro. Dove si investe, dove si trovano rendimenti?

La grande transizione energetica verso la sostenibilità non è (ancora) redditizia. Deve essere sostenuta artificialmente con incentivi pubblici. Persino il mondo digitale, con due miliardi e passa di smartphone, appare relativamente saturo.

L’Europa affonda dentro questo dilemma da fine esausta del neoliberismo squilibrato (a favore dei ricchi e super-ricchi). La gente vede il ghigno arrogante di Juncker e dice, almeno lui se posso lo cancello. Lui con la sua burocrazia di Bruxelles, con il suo pareggio di bilancio in costituzione, il suo Fiscal Compact, il divieto di aiuti di stato alle aziende che chiudono, le sue normative Invasive che arrivano alla ricotta e ai formaggi.

E’ una catena, un complesso di cause e effetti, che porta al rifiuto dell’Europa. Al rifiuto dell’Euro. Non si può più svalutare la lira, e va bene. Ma allora si tornava a lavorare, anche se con inflazione più alta. Oggi si sta a casa a marcire.

Niente, nella gabbia di un debito pubblico creato, dal 1981 in avanti, per entrare in Europa. Prima nello Sme e poi nell’Euro. Ci siamo svenati pagando interessi a ricchi e banche internazionali. E cosa in cambio? Oltre 20 anni di stagnazione e di austerità dura, per tenere i conti. Ne è valsa la pena?

Possiamo pensare che non tutto il male sta venendo per nuocere? Che questa ondata emergente di rifiuto del sistema neoliberista europeo possa cambiare finalmente le cose, rompere le inferriate della gabbia?

Quello che l’Europa chiede, a mio avviso, non è la disintegrazione politica del continente ma un “Superstato keynesiano”, capace di spezzare il circolo vizioso della stagnazione secolare.

Oggi le classi deboli europee chiedono a gran voce investimenti. Chiedono la ricostruzione di larghi pezzi di welfare state, chiedono una “safety net” che li assicuri del futuro, il risveglio della scuola e della sanità pubblica. Chiedono quello che Obama ha fatto per rispondere alla crisi del 2008. E l’Europa no.

E allora che lo sappia l’opinione pubblica tedesca. Di questo passo l’Euro è metematicamente morto. Conviene cambiare registro, costruire un “superstato keynesiano”.

Mettere in comune grosse quote dei debiti pubblici, istituire un ministero economico e fiscale europeo, quantomeno. Stampare moneta non solo per comprare debito pubblico e bond esistenti ma per canalizzarla in investimenti diretti.

Solo così si ferma il disastro, la bomba a tempo.

Quindi: cambio completo della dirigenza di Bruxelles, a partire dall’odioso Junker. Un esecutivo di radicale cambiamento. Un progetto di ampio respiro, una svolta comunicata subito.

E qui spero che esca dal pallone Matteo Renzi, fin da lunedì prossimo in occasione del vertice straordinario. Questa è la vera alternativa a quella schifezza suicida di referendum costituzionale più legge elettorale truffaldina.

Tutta Europa, Italia compresa, chiede di uscire dalla crisi. E c’è solo un progetto credibile possibile. Difficile, rivoluzionario ma possibile: gli Stati Uniti d’Europa.

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P.s. Leggo con piacere un’intervista a Giulio Sapelli, economista che stimo, sul Fatto Quotidiano. Parla, senza perifrasi, di “Stati socialisti d’Europa”.  Io non arrivo a tanto.

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Partecipazione reazionaria

Ora che i radicali (a cui aderisco), insieme ai compagni di Milano in Comune hanno salvato Milano da un sicuro passaggio alla destra per cinque anni, posso permettermi di togliermi un sassolino dalla scarpa. E questo sassolino si chiama partecipazione, area su cui lavoro (come volontario ovviamente) fin dalla fondazione della Rete Civica Milanese nel giugno del 1994.
Sono passati molti anni di battaglie continue, e di continue lotte per far sopravvivere questa esperienza forse troppo avanti per i suoi tempi. Eppure 10mila milanesi erano con noi nel 1996 a popolare la rete, ricordi Anna Scavuzzo?.
Bene. Ho aderito ai comitati per Pisapia, poi per Milano, nel 2011. Felice di essere parte di un movimento che chiedeva, a gran voce, più partecipazione.
Però, se non sbaglio alla seconda assemblea dei comitati, zona Barona, si leva la voce possente di uno dei suoi capi (forse non uno ma il vero capo), tal Paolo Limonta. Che proclama: “io alla partecipazione online non ci credo, non bastano due click. Io credo solo alla partecipazione fisica”. Ed eccole lì, belle schierate le “Limonta girls” le moderatrici-facilitatrici che ti piazzano in un tavolo, ti fanno parlare a turno 3 minuti, annotano il concetto su un postit, lo appiccicano su un tabellone, e se poi provi a replicare a un altro ti zittiscono e, alla fine…buttano via i postit (ovviamente dopo aver stilato un report altamente soggettivo).
Dal 2001 al 2015 fu tutto così. Ogni assemblea dei comitati “moderata e facilitata” in questo modo (mentre Limonta parlava liberamente). Intanto il Movimento 5 stelle sulla partecipazione online cresceva, cresceva… Non solo. Queste professioniste della partecipazione fisica strutturata stavano nel frattempo lavorando, con varie interviste in Comune, a un documento strategico, linee guida sulla partecipazione nelle scelte urbanistiche (infine approvato in giunta ma ancora non disponibile). Ma chi le aveva intitolate a sviluppare la linea del Comune (la nostra casa civile) sulla partecipazione? La rete civica di Milano? tagliata fuori dall’inizio. Gli altri soggetti operanti nella città (Bocconi, Politecnico…) Esclusi. Noi cittadini? No. Ovvio, l’immancabile Limonta. Responsabile dell’ufficio per i rapporti con la Città a Palazzo Marino. A un passo da quello del Sindaco.
Il bilancio degli scorsi sei anni di partecipazione è sotto gli occhi di tutti: miserabile. A parte un paio di piccoli interventi marginali non si è fatto pressochè nulla. Non si voleva far nulla, arrivo a credere.

Abbiamo persino tentato un piccolo sondaggio deliberativo tra le mamme sui parchi giochi in zona 3…niente, ci è stato risposto che era il funzionario ad avere comunque l’ultima parola. E alla fine si sono inventati in extremis un bilancio partecipativo ridicolo (il giudizio non è mio, ma di un aderente ai comitati). Si è voluta seguire sempre la stessa logica. Invece di un progetto avanzato e un gestore indipendente (una scommessa sui cittadini e l’intelligenza collettiva), si è preferita la logica del controllo mascherato. Come nelle assemblee dei comitati così è andata nel bilancio partecipativo. E non è un caso che in precedenza Limonta per ben due volte, in altrettante assemblee dei comitati abbia invitato, come ospite d’onore, la Jolanda Romano, la sociologa torinese protagonista di bilanci partecipativi ristretti a pochi cittadini sorteggiati, e su aree ampiamente vaghe. Protagonista operativa dell’aborto milanese. Non i liberi progetti previsti in lizza negli stessi giorni a Monza. Romano: una versione reazionaria della partecipazione.
Concludo. Io vorrei che, con l’attuale giunta, si cambiasse registro. Basta con i monopoli politicizzati e esclusivi (anche in arancione), basta con le scelte apodittiche e autocratiche. Io vorrei che a coordinare e lavorare sulla delicatissima area della partecipazione ci andasse una persona realmente indipendente, senza professioniste al seguito da sostenere, capace di suscitare a Milano un po’ di entusiasmo e di libertà. Ricordiamoci quanti cittadini oggi non hanno nemmeno preso il tram per darsi la pena di andare al seggio.

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Dichiarazione di voto (da Paolo Hutter)

Faccio mia, parola per parola, la dichiarazione di voto scritta da Paolo Hutter sul suo blog su “il Fatto”.

Siamo noi quelli del ballottaggio che faremo con ogni probabilità la differenza. Sul Comune di Milano, così importante per chi ci abita, e così importante in Italia e in Europa. Noi quelli che son rimasti poco o tanto delusi dall’azione/narrazione della Giunta Pisapia e/o che abbiamo visto di malocchio la candidatura di Sala. Noi che non ci riconosciamo nel governo Renzi. Ma come abbiamo visto non basta essere delusi da Pisapia o Expo-scettici, o contrari alle ragioni che avevano portato alla candidatura di Sala per avere un’alternativa.
Se al ballottaggio fosse andato il Movimento 5 stelle si potrebbe dire che c’è un’alternativa, ma adesso, così, con Parisi no. Quella non è un’alternativa – sia pure avventurosa e contraddittoria – come il 5 stelle. Quella è il regresso puro, la coalizione che governa la Regione Lombardia grazie al voto dei piccoli centri contro quello delle città, Forza Italia Berlusconi e Lega Nord. E’ la coalizione che rappresenta soprattutto i maschi, i non scolarizzati, gli ultra 45 enni (stime Ixè), un’alleanza perversa di tutte le paure. Sarebbe un consiglio comunale Gelmini/Salvini, con un numero di donne mai così basso, senza una sola idea che tenga Milano con le città europee. Ma sarebbe la rinascita politica del centro-destra nazionale, con Parisi già candidato a sostituire il vecchio leader. Non si può dire Parisi-Sala pari sono, perché le circostanze e il quadro sono quelli di un bivio drastico.
Dall’altra parte abbiamo un Sala diverso da quello dell’autunno scorso. Se c’era un disegno politico di lanciare Sala come manager di una continuazione indefinita di Expo, per sganciare ancora di più il Comune dal condizionamento della sinistra e dell’ambientalismo, per riportare Milano nell’alveo del renzismo, beh questo disegno è fallito. Fin dall’inizio delle primarie la candidatura di Sala ha dovuto confrontarsi con un intenso fuoco di sbarramento di sinistra, o perlomeno di forte diffidenza, legalitario ambientalista sindacalista. Con i risultati non plebiscitari né delle primarie, né del primo turno, e con l’intenso corpo a corpo avuto con la cittadinanza attiva e politicizzata oggi ci troviamo di fronte a un profilo diverso (più attento più aperto più “di sinistra” e la inclusione di Gherardo Colombo ne è un segno).
Potrebbe succedere che uno che deve legittimarsi verso sinistra e verso la parte scontenta della società finisca per fare meglio di uno che invece pensava di doversi legittimare verso il sistema.
Se siamo noi, quelli del ballottaggio, a fare la differenza questo peserà. In ogni caso non sarà una delega né in bianco né in rosso: se vinciamo ci teniamo e riprendiamo subito l’autonomia di fare, contrastare e proporre perché una crescita della cittadinanza attiva è indispensabile.

————Bravo Paolo, non una virgola in più o in meno.

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Salviamo Milano da Salvini

Forse non ci si è resi conto che tra dieci giorni, dalla notte di domenica 19, Milano sarà in mano, e per cinque anni filati, alla destra. Gli annusamenti, le mezze parole, le trattative non dichiarate sono in corso. Protagonista un bravo politico lepenista, Matteo Salvini, interlocutore il 5 stelle. Obbiettivo: sconfiggere Renzi in tutte le grandi città, fino a indebolirlo mortalmente.

A Milano basta poco, dato l’enorme pasticcio creato da Giuliano Pisapia con la sua non ricandidatura. E il dikat di Renzi su un candidato sbagliato come Beppe Sala. Parisi è a un punto da Sala, basta che i 5stelle ne portino al ballottaggio tre o quattro dei dieci che hanno preso e la frittata è fatta.

Di nuovo Cl a spadroneggiare, di nuovo l’Assolombarda in cattedra, di nuovo i piani edilizi faraonici alla Masseroli, di nuovo un sindaco arrogante come fu Albertini. E di nuovo i debiti, generati da lui e dalla Moratti.

Vedremo la vera faccia di Parisi, oggi tanto sorridente, biciclettato, simpatico. Lo vedremo come tanti lo ricordano per averci avuto a che fare direttamente negli anni passati.

E tutto questo perchè? Per l’arroganza e la stupidità di un gruppetto di arancioni, un cerchio magico intorno a Pisapia che le ha sbagliate tutte. E poi si è piegato al potere renziano, consegnandogli le chiavi di un modello Milano che poteva restare integro.

Ora però il punto vitale diventa quello, in dieci giorni, di mobilitare almeno il 5% di voti aggiuntivi per una Milano che quantomeno non torni indietro. Bisogna riportare ai seggi persone che erano andate al mare, o che avevano troppa nausea.

C’è urgente bisogno di un passaparola, ma anche di un punto di riferimento. Questa mobilitazione non va regalata a Sala o a Bussolati. E agli altri protagonisti del disastro.

Ipotesi. Ciascuno di noi manda a tutti i suoi amici un suo appello per andare a votare. Chiedendo loro di replicare l’invito ai loro amici.

Chiedendo, in caso affermativo, una risposta.

Che va indirizzata a un garante, con una email (marco.cappato1@gmail.com, per esempio), dal contenuto “ci sono” che consenta di rendere visibile l’apporto delle persone al voto di ballottaggio. E soprattutto che consenta a una parte indipendente, come sono i radicali, di trattare, a pericolo scongiurato, programmi e persone un po’ più accettabili per i prossimi 5 anni della città.

Forti di un consenso ottenuto anche oltre il perimetro del primo turno.

Per fare cose che non sono nel (vago) programma di Sala. Come la vendita della Serravalle (inutilmente in carico al Comune) per cominciare a ridurre le tasse e avviare qualche investimento nelle case popolari.

Come lo sviluppo di programmi di partecipazione veri, e non quelli degli arancioni, sui bilanci partecipativi e le scelte urbanistiche.

E tanto altro ancora. Insomma, salviamo Milano dalla destra ma garantiamoci, insieme, un punto di riferimento alternativo al fallimento arancione.

Una scommessa anche sul futuro politico di questa città.

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Taiani e Majorino si, ma Pisapia proprio no.

Leggo un’intervista a Gad Lerner in cui raccomanda a Sala di stringersi intorno a Pisapia e agli assessori della scorsa giunta che hanno fatto meglio (e premiati dagli elettori), come Cristina Taiani (innovazione e lavoro), PierCarlo Majorino (servizi sociali) e qualche altro.

La raccomandazione mi sembra condivisibile salvo che su un punto, ma grosso come un grattacielo. Pisapia. Che  è stato il responsabile di questa profonda crisi della sinistra milanese, con la sua inopinata scelta, della scorsa primavera, di non ricandidarsi.

Questa scelta quelli come me, che hanno partecipato attivamente nei 5 anni di consiliatura, ce l’hanno ben pesante sullo stomaco. Meglio che Pisapia sparisca dalla scena, perchè sta producendo, e di continuo, solo danni. E finirà per far perder pure Sala. Quando si fa fotografare esultante con Renzi, quando dice a Radio popolare che non ha ancora deciso e si sta studiando le carte di un referendum costituzionale chiaramente orientato (con l’Italicum) a una Repubblica dei nominati, quando non ha fatto il sindaco lasciando gli affari della città di fatto in mano a un avvocato conservatore chiamato Lucia De Cesaris….

Pisapia farebbe bene in questi 15 giorni a farsi una bella vacanza. Lasciando Sala e il meglio della sua giunta (non certo la penatiana Rozza o l’ex manager Mediaset D’Alfonso) a cercare di spiegare una identità che comunque ha prodotto meglio della compagine Moratti.

Se ci riescono. Hanno sul groppone il terribile 2011 di Mario Monti, il carico fiscale che hanno dovuto imporre, il debito accumulato da Albertini e Moratti. Ma tutto questo non lo spiegano ai milanesi. E così, tra annunci incomprensibili e incapacità di dire la verità su uno stato italiano fallito, restano schiacciati dentro i loro stessi comodi silenzi.

No, Pisapia, vai al mare che è meglio. Magari sul gommone di Lerner.

Da un ex compagno del Berchet.

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La tragedia del Pd renziano

I dati delle ultime amministrative, con le macroscopiche perdite di voti del Pd, mi confermano in una sensazione. Renzi ormai sta sulle balle agli italiani. E’ la solita ciclica storia, simile a quella di Berlusconi. La storia di continui bluff dal 1992 ad oggi, in un’Italia schiacciata dal debito pubblico, che non può permettersi manovre economiche di reale rilancio, che continua a distruggere il suo welfare state, svende beni comuni e soprattutto aumenta le tasse. Leader e formazioni politiche di successo che poi si bruciano.

Renzi doveva essere colui che offriva una via d’uscita all’eterna crisi dopo la cura da cavallo Monti del 2011. Ci presenta invece come soluzione una dose aggiuntiva, e forse mortalmente decisiva per la nostra democrazia, di autoritarismo istituzionale (lui lo chiama decisionismo). Una legge elettorale truccata, nominata, ad uso solo dei potenti partitici. E una non abolizione del Senato a favore di nominati regionali.  Ma con la Merkel, con l’Europa, dove si gioca la partita vera, non ha cavato un ragno da un buco.

Il debito, sì, è per ora tamponato  temporaneamente e artificialmente da Draghi e dalla Bce ma i margini di spesa resi disponibili vanno alle emergenze, in primis quella (vera) dei migranti.

Dal 1992 (fate il conto, 24 anni quasi l’eta’ di mio figlio) l’Italia è dentro una situazione ininterrotta di lacrime e sangue, di austerità. E si svena per pagare interessi alle multinazionali finanziarie (comprese quelle interne) e a una piccola classe patrimonializzata sempre più ricca. Si svena fino a non fare figli, a emigrare, a impoverire i suoi centri di sapere più alti. E a cadere dentro il livello statistico di povertà.

Il Pd oggi non ha una ricetta, una prospettiva credibile di uscita dalla lunga crisi italiana. Qui sta la fine di Renzi.

Propone solo di deformare la nostra povera democrazia in un sistema autoritario, chiuso, blindato su un centro di comando al vertice. Una falsa e perniciosa soluzione.

Sarebbe invece molto meglio che si sostituisse in velocità a quell’inutile e  dannoso referendum un’altra consultazione. Un referendum sull’Europa, come stanno facendo gli inglesi. Un referendum sul fiscal compact, che ci incatena alla più dura austerità di bilancio e di riduzione interna  (impossibile) del debito per gli anni a venire.

Persino l’ultima relazione della Banca d’Italia fa proprio l’obbiettivo di un debito pubblico europeo, così come quello federale Usa portò nei fatti alla nascita degli Stati Uniti d’America. Dietro il referendum si potrebbe scrivere: o Stati Uniti d’Europa oppure ce ne andiamo. Perchè a poco a poco stiamo morendo!

 

 

Questo referendum sull’Europa magari sarà solo un grande punto di dibattito. Ma almeno servirà a mettere in chiaro, da Berlino a Parigi a Bruxelles, che anche noi italiani siamo stufi. Peggio degli inglesi. Che vogliamo uscirne. Cinquanta milioni di voci italiane che dicono: basta!

Riguardo alle amministrative, e da milanese (ex sostenitore di Pisapia) vedo quel movimento arancione in cui ho militato come una vittima, stritolata da quel 2011 di quasi fallimento dell’Italia e che anche a Milano è costata la fine repentina di un sogno. Che ha messo Pisapia in una situazione di sudditanza al Pd di Renzi. Mi spiace che oggi il movimento 5 stelle milanese non sia abbastanza forte da rigenerare speranza (temporanea), e mi spiace che sia la destra (compresa quella lepenista e ciellina) a dover di nuovo prendere il controllo della città.

Rendiamoci conto però che qualsiasi esperienza politica, bella e brutta, sfiorisce rapidamente (e sfiorirà anche il 5 stelle a Roma) perchè dovrà governare un’Italia incatenata, e da 24 anni, alle assurdità di un debito pubblico, fin dal 1981, peggio gestito del mondo.

Dovrebbe essere un tema bipartisan. Invece tutti zitti.

Ma chi oggi non va a votare in realtà chiede: Cosa stanno facendo? Quando e come ci libereremo da questo incubo?

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la migliore di questa campagna elettorale

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Festa della partecipazione, 27 maggio

Ieri sera abbiamo cercato di spiegare perchè la partecipazione non sia un ammennicolo addomesticato da certi politici (o aziende di marketing virale milanesi per poi fare partiti stalinisti) nè un rompimento di balle per i burocrati. La partecipazione, cifre alla mano, oggi genera investimenti condivisi da 340mila euro a Bologna (un Passo per San Luca). E siamo solo all’inizio. Ma per arrivare a questo bisogna essere credibili, trasparenti, aperti. E negli scorsi 20 anni la burocrazia e le caste milanesi hanno fatto la guerra alla partecipazione, compresa la casta arancione.

Una radicale inversione è necessaria. Un centro propulsore in Comune è vitale, se si vuole ottenere un futuro partecipato, capace di indurre investimenti per il futuro di una metropoli che ora conta 4mila morti all’anno da inquinamento. Sono necessarie iniziative forti che nè il Comune nè la finanza pubblica del nostro stato fallito (dal 1992) può mettere in campo.

Solo noi possiamo farlo, nella più ricca città d’Italia, con il comune dalla nostra parte. Il problema è che lorsignori ci considerano un peso. Votiamo quindi l’unico candidato che ha a cuore la democrazia partecipata. In tutti i suoi aspetti, dai referendum fino ai crowdfunding e alle public companies del futuro. Gìà diamoci un futuro, e diamo un futuro a Milano con Marco Cappato.

La Sinistra? Oggi si presenta divisa a queste elezioni e con un candidato sindaco im posto da Renzi e disastroso. Non hanno idee, dopo una stagione Pisapia fallimentare sulla partecipazione. Un bilancio partecipativo fatto dalla Rozza e Balzani ridicolo. E il niente sotto per 5 anni. Nonostante le altisonanti promesse del 2011.

Invece qui c’è una forza potente da suscitare. Noi. Eleggete, e lo dico di cuore da co-fondatore della Rete Civica di Milano nel 1994 (RCM, oggi partecipaMi) uno che ha dietro di sè 30 anni di storia radicale di democrazia referendaria e partecipata. Uno che capisce la nostra potenzialità. Non date il voto a me ma a lui. Non date il voto a una cariatide rosso antico o a un’arrivista renziano. Il voto radicale a Milano servirà davvero.

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C’era una volta quell’arcobaleno del 2011

In quell’estate del 2011 c’era molto entusiasmo in giro. Soprattutto tra i sostenitori di Giuliano Pisapia sindaco.  La sinistra e i progressisti milanesi, finalmente uniti intorno a un candidato credibile, popolavano i tavoli di discussione delle “officine del programma” e l’idea forza della partecipazione come metodo di governo della città li contagiava tutti, dopo oltre 15 anni di verticismo chiuso del centrodestra.

Sabato 28 maggio 2011, dopo un violento acquazzone, per la festa dell’elezione di Pisapia uno straordinario arcobaleno si formò sopra Piazza del Duomo. Sembrò a me e ad altri un auspicio di un grande cambiamento, finalmente.

Nei mesi immediatamente successivi di partecipazione si parlava ovunque. Nei comitati per Milano (ex Pisapia) che si riunivano initerrottamente a scadenza settimanale (facevo parte di quello di zona 3), nei circoli di partito, persino nei bar vicini a Palazzo Marino.

Intanto però la nuova giunta cominciava a sperimentare quanto è difficile governare una metropoli in Italia. Scoprì un disavanzo di bilancio per quasi 200 milioni (nascosti nelle pieghe della gestione Moratti) e dovette aumentare le tasse. In più Pisapia dovette prendere impegni forti sul tema Expo, nonostante una manifesta opposizione da parte di aree del suo schieramento. E poi arrivò il quasi fallimento dell’Italia dall’ottobre 2011, le dimissioni di Berlusconi, il governo Monti, il decreto Fornero, i tagli duri ai trasferimenti statali sugli enti locali….Insomma, una sequenza di decisioni politiche una più autocratica dell’altra, e un clima emergenziale come mai si era visto.

Addio sogno partecipativo a Milano? Certo, quella seconda metà del 2011 rischiò di uccidere il neonato in fasce. La bufera fu forte, ma a poco a poco si placò. Nella seconda metà del 2012 c’era di nuovo spazio per realizzare le promesse, o qualche promessa.

La risposta, nei due anni e mezzo successivi fu però quasi inesistente. Una piccola iniziativa di partecipazione fisica (un comitato di una decina di persone) per la risistemazione del quartiere Isola, e un convegno indetto dall’assessore Benelli, se non sbaglio sul passaggio dai Consigli di Zona ai Municipi. In questo secondo caso un convegno adornato dai classici tavoli dotati di facilitatori, con i tabelloni in cui le proposte vengono appiccicate con i post-it. Che poi andavano, allegramente, tutti al macero.

Intanto, ininterrottamente (anche sotto la bufera Monti) i comitati per Milano, autentici mulini di parole e proposte, continuavano. Anche loro con regolari assemblee cittadine dotate di tavoli e facilitatrici.  E connesso cestino per i post-it.

A poco a poco però le file di questi comitati comiciarono a diradarsi. Insieme ad altri volontari fondammo Z3xmi, una rivista online per la nostra zona.  Ma il comitato che era partito in 70 ora si era ristretto a meno di venti membri. E continuava a ridursi.

Un segnale positivo, dopo che in campagna elettorale Majorino, Scavuzzo e altri avevano pubblicamente dichiarato il loro appoggio a una fattiva collaborazione tra Comune di Milano e Fondazione RCM (alias partecipaMi) fu, dopo una lunga trattativa, l’adesione del Comune come socio onorario alla fondazione stessa.

Forse qualcosa si muoverà, mi dico, nella partecipazione aperta anche nelle zone, anche nelle piccole cose. E invece niente.

Così è nel 2014 e 2015.  Con l’illuminato presidente della mia zona (Renato Sacristani di zona 3) tentammo di mettere su una semplicissma consultazione online: i giochi bimbi da piazzare in questo o quel giardinetto. Una cosa con una mappa colorata e crocette da mettere. Poi però scopriamo che anche questa sarebbe stata un’operazione consultiva. Il potere decisionale ultimo restava in mano a un remoto funzionario. Chiuso il non-esperimento.

Nel frattempo, dopo ormai quattro anni di inerzia e promesse mancate, non poche voci autorevoli cominciavano esplicitamente ad accusare Pisapia e la sua giunta. Primo fra tutti Luca Beltrami Gadola che ripetutamente indicava nella non-partecipazione il maggiore tallone d’Achille dell’amministrazione.

Già,  all’assemblea dei comitati per Milano, Paolo Limonta, delegato del sindaco per i rapporti con la città e la partecipazione, affermò chiaramente che lui non amavas alcuna forma di partecipazione online ma soltanto tradizionale, fisica. E infatti le facilitatrici (supposte super partes) che animavano le assemblee dei comitati erano e sono sue strette collaboratrici. Alcune sono oggi in lista di Sinistra  x Milano..

Proprio in quei mesi, val la pena notarlo, Il movimento Cinque Stelle cominciò a dispiegare un’attività online, di primarie e scelta dei candidati, che stupì l’Italia.

Bene, se la partecipazione online è disdegnata, quella fisica è almeno promossa? Manco per niente. Rare le assemblee partecipative (all’Isola e in un altro luogo, che non ricordo). Pochissima la pubblicità su queste esperienze.

Quattro anni in pratica perduti.  In un  campo che invece campeggiava nei programmi di Pisapia nel 2011.

La giunta, di colpo, si svegliò nella seconda metà del 2015 (qualcuno capì che si cominciava ad andare a ridosso delle amministrative 2016 senza aver fatto nulla).

Francesca Balzani e Carmela Rozza, la prima Vicesindaco e Assessore al bilancio e la seconda alle opere pubbliche, annunciano il “più grande bilancio partecipativo d’Europa”.

Nove milioni in palio, uno per zona, su progetti di opere pubbliche esclusivamente definiti dai cittadini, e votati dai cittadini stessi. Parte un bando molto sofisticato, che prevede online e offline, per la definizione dei progetti in concorrenza in ciascuna zona e la successiva delibera con voto online.

Sul bando di gara, al di là di cifre di compenso molto contenute, si mettono in moto le migliori aziende, milanesi e italiane, specialiste di processi partecipativi. Formando in alcuni casi raggruppamenti di imprese che associano specialisti della partecipazione fisica gestita con realtà dell’online.

Negli stessi giorni Monza metteva in concorrenza progetti nati dal basso (dalle scuole e dal territorio) nel suo bilancio partecipativo.

Viene scelto però un approccio molto particolare.

La scelta del Comune di Milano è infatti molto divergente dal classico bilancio partecipativo sviluppato, in varie città del pianeta, da Puerto Alegre in avanti.

Un bilancio partecipativo di fatto blindato, secondo la stravagante filosofia di un’azienda torinese, Avventura Urbana. E nel luglio 2015 scrissi questo, di fatto l’unico giornalista ad affrontare apertis verbis questo scempio delle nostre ingenue speranze.

Provarci umilmente come nelle altre città d’Italia, che allocano piccole quote dei propri bilanci per metterle in palio su progetti ideati dai cittadini e poi definiti con l’amministrazione, quindi selezionati via voto sulla rete nei limiti delle disponibilità? Processi di partecipazioni limitate, locali, ma festose. Dove l’importante è esserci, creare relazioni, sentire come propria una parte della cosa pubblica.

Fare come Monza con oltre mille cittadini a creare progetti, piccoli, ma coinvolgenti?

Sperimentare con cautela all’inizio, sapendo che si tratta di macchinette complesse, che le grandi burocrazie non maneggiano facilmente?

Sperimentare in piccolo, ma su un gioco collettivo gioioso, per cominciare a crescere sulla partecipazione strutturata?

No, gli assessori Balzani e Rozza hanno deciso altrimenti. Servono subito i numeri grossi di  rilievo mediatico.

Della partecipazione inclusiva e gioiosa chissenefrega.

Milano è Milano. Deve essere la prima su tutto, figuriamoci sui bilanci partecipativi. Una iniziativa, anche sperimentale, deve fare immediatamente notizia. Dobbiamo essere i primi della classe.

Quindi, tanti soldi da mettere in pista. Cifre altisonanti, un milione di euro per ognuna delle 9 zone della città. Quindi nove milioni. Cifra mai vista, neanche a Parigi.

Quale assessorato può darceli, con i tagli e i chiari di luna attuali? La cultura? No. Il sociale? Manco, troppi immigrati in emergenza alla Centrale da gestire. La scuola? Non se ne parla. Il lavoro? Ha già i suoi progetti partecipativi in corso e, con i soldi disponibili, finanzia  startup e incubatori. La casa? E’ in ristrutturazione via dall’Aler verso Mm. Il decentramento? No perchè ai consigli di zona è stato negato ogni soldo reale, e da anni.

Ecco la soluzione. Le opere pubbliche, la manutezione della città che si basa su un fondo investimenti vincolato che procede lento come un bradipo da decenni. Mettiamo nove milioni di questo fondo sulle zone e inventiamoci la grande iniziativa.

Peccato però che questo settore sia in assoluto il peggiore per fare partecipazione. La manutenzione della città è un affare serio, complesso, noioso. Da bravi burocrati invisibili e non da cittadini creativi.

La manutenzione di marciapiedi, di tetti. Il massimo che si può offrire è una nuova pista ciclabile. O il rinnovo di uno spazio pubblico. Very exciting, coinvolgente, per un giovane milanese, come l’arrivo della cartella della Tarsu.

Ci sono almeno venti esperienze in Italia che dicono che la partecipazione deve essere libera, creativa, attrattiva. Possibile che Carmela Rozza e Francesca Balzani non si siano letto un articolo, scientifico e non, in proposito?

Niente. Si fa a ogni costo. E il risultato è  una specie di aborto.

Per inciso. Non sono affatto un oppositore della giunta Pisapia nel suo complesso. Anzi. Apprezzo il lavoro fatto da Pierfrancesco Majorino sul volontariato sociale, da Cristina Tajani sulle nuove imprese di giovani, anche dalla De Cesaris sull’urbanistica. Ho persino militato nei comitati per Milano.

Ma un errore è un errore. E l’uso improprio del termine “bilancio partecipativo” mi indigna un po’.

Perchè. Innanzitutto perchè si sceglie una società, Avventura Urbana, che viene da Torino e che per il suo primo esperimento di partecipazione ha scelto una metodologia  parteciptativa dimezzata, chiusa, tutta fisica, che rinchiude tutte le decisioni in ambiti ristretti e controllati (nove commissioni o laboratori), con pochi cittadini coinvolti (una trentina per commissione) selezionati non si sa bene come, nessuna inclusività sociale nella creazione di progetti, e ruolo solo informativo e di meccanico voto finale per il sito web e la rete.

Stiamo parlando di 270 milanesi nei laboratori, in tutto. Ovvero di una partecipazione attiva inferiore ai consiglieri di zona  esistenti (incomprensibilmente esclusi, pur essendo esperti volontari del territorio). Stiamo parlando dell’esclusione dei progetti dei cittadini, compressi in questi  piccoli e chiusi “laboratori”. Dove verranno martellati da un lato dai “facilitatori” di professione e dall’altro dai funzionari comunali con la lista di opere pronta. Alla fine, in poche sedute, dovranno decidere quali progetti mandare alla fase finale di voto. Sorge il sospetto, data la non trasparenza di questo schema, che alla fin della fiera adotteranno in massima parte la lista delle opere dell’assessorato Rozza.

Questa stravagante metodologia chiusa si basa su una sola giustificazione, a detta dei suoi architetti: evitare la formazione di lobbies di progetto durante il processo di formazione delle proposte. Fenomeno però che non mi risulta sia mai stato rilevato nella  letteratura scientifica sui bilanci partecipativi in Italia da nessuna parte.

Mentre invece questa metodologia prevede che possano votare un po’ tutti i progetti definitivi. Cittadini di varia collocazione, anche milanesi di altre zone o persino non milanesi. Strano, pericolo di lobbies nelle commissioni di progetto ma nessun pericolo di lobbies in un voto incontrollato, dove “truppe cammellate” potranno arrivare un po’ da ovunque. Boh.

Invito al proposito la dottoressa Jolanda Romano di Avventura Urbana e il professor Luigi Bobbio a documentare con dovizia ai milanesi e a me questo rischio fondamentale di lobbying. Su cui è costruita la loro metodologia chiusa. E di chiarire la contraddizione con il voto finale.

In realtà ciò che si nota  è l’esclusione della rete aperta dal processo (che ha solo funzioni ancillari) e la possibilità da parte dell’amministrazione di influire sui pochi decisori sorteggiati in questo percorso “controllato”.

Come mai un metodo “pseudo-partecipativo” tanto chiuso? Va capita questa piccola industria della partecipazione “fisica”. Si tratta di aziende di terziario che offrono servizi di “facilitazione” a enti pubblici e imprese. Vivono del fatturato che fanno presso di loro. Se il committente non è soddisfatto smettono di lavorare.

Per cui. Se sono chiamati in una gara a fornire un sito web partecipativo vincono sulla qualità del software e degli algoritmi di voto. Ma, se devono operare su un processo fisico, spesso vincono sulla metodologia che più aggrada al committente. Quella che crea meno problemi. E promette i veri risultati sperati.

In questo caso si propone una sorta di consultazione più  o meno partecipata sulle opere pubbliche, tema su cui la creatività diffusa di proetto è quasi impossibile. Di qui la scelta del metdo più chiuso e controllato possibile.

Ci possiamo però fidare di questi “facilitatori”? Quali garanzie reali possono offrirci di essere “parte terza e indipendente” nel rapporto tra noi cittadini e il potere? Oppure sono dei “manipolatori”? Facciamo una lunga assemblea, come mi è successo, e poi loro scrivono il report finale come vogliono, ben diverso da ciò che si è detto e proposto. Invece, su un sito web, le regole sono chiare. Quel che si scrive, discute e propone è documentato fino all’ultima parola.

La rete è quindi ben più trasparente, terza e indipendente di questi esclusivi “facilitatori”.

Si badi. Io non ho nulla contro Torino. Ma quel comune è stato il primo ad adottare questo anomalo (ma facile) approccio centralistico l’anno scorso per un suo quartiere. Alla fine la commissione ha costruito e assemblato  tre “proposte” (generiche), verde, sport e scuole, e le ha messe in votazione tra i cittadini. E’ passata quella sul verde urbano. Ora sono alla ricerca dei progetti concreti da avviare.

Non era meglio, caro Fassino, far competere dieci o cento progetti spontanei dal basso e farli scegliere dai diretti interessati? Boh.

Partecipazione, quindi, o manipolazione del consenso?

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Fui facile profeta.

Dicembre 2015.

Il bilancio partecipativo del Comune di Milano, indetto  in primavera, si è concluso pochi giorni fa. Con un sonoro e indiscutibile flop. Che non fa onore a un giunta Pisapia che della partecipazione aveva fatto la sua bandiera. E non fa onore nemmeno a Milano, città dalle profonde tradizioni partecipative.

Guardiamo le cifre. E alcuni preliminari confronti.

A Milano, alla chiusura delle urne online (su piattaforma Eligo) risultano 23835 voti contro un totale di voti di 30172.

La differenza è di  6.337 voti  “fisici”  (il 21%)  che viene dallo spoglio delle schede delle votazioni nelle scuole, dove hanno votato alunni sotto i 14 anni con controfirma di almeno un genitore.

I cittadini adulti hanno tutti votato online, mentre i voti fisici sono tutti a titolo di alunni minori.

Condiderando solo i voti online otteniamo una media di voti per zona di 2648.
Considerando il totale dei voti la media sale a 3352.

Che significa? Che la metropoli milanese, con il suo milione 343mila817 abitanti, e 149 mila abitanti medi per ciascuna delle sue nove zone ha visto una percentuale di votanti al processo partecipativo del 2,2%, che scende all’1,77% se si considerano solo i votanti adulti online.

Tanti? Pochi?

Vediamo un confronto con una città vicina, Monza. Che ha appena concluso la sua prima edizione (come Milano) di un bilancio partecipativo (ma basato su progetti sviluppati, selezionati e votati dai cittadini).

Monza è una città da 120mila abitanti (assimilabile a una zona di Milano per dimensione). Ha avuto 3619 votanti adulti (Tutti e solo oltre i 16 anni), di cui 1450 online.

Quindi una percentuale del 3% di votanti adulti sugli abitanti, quasi doppia di quella media milanese.

E’ la prima volta, ha argomentato quasi a scusarsi di questi numeri, la vicesindaco Francesca Balzani (una delle promotrici del bilancio partecipativo milanese). Ma anche per Monza era la prima volta, con risultati nettamente più alti.

Un’altra conferma?  Viene da Torino, dove lo schema adottato (da parte di Avventura Urbana) è stato identico. E dove si è concluso, pochi mesi fa, un bilancio partecipativo (sempre blindato dentro ristrette commissioni elaborative dei progetti) che però ha funzionato un po’ meglio di quello milanese.

Infatti: nella circoscrizione di Torino, su 90mila residenti, i voti sono stati 1810, di cui 1712 online . Quindi voti totali  sulla popolazione:  2.01 %. E voti online su popolazione  1.90%

Due bilanci partecipativi simili, Milano e Torino, a confronto. Ma ancora ne esce meglio Torino, perchè forse comunque offriva un pochino di spazio in più alla creatività sociale.

Il comunicato stampa del Comune di Milano, per giustificare numeri tanto deludenti, cita l’esempio di Parigi, che ha avuto percentuali più basse.  Ma a spropostito.

Perchè quello di Parigi non è stato un bilancio partecipativo, ma un voto (anche se multiplo) su progetti del Comune già definiti. 51mila parigini sono andati a votare per mettere un paio di crocette, su un totale di 8,4 milioni di abitanti. Lo 0,6>% per qualcosa che non è assimilabile a quanto si è fatto e si fa da Monza a Puerto Alegre.

Quali infatti i motivi di questo flop milanese? Alcuni hanno addotto un deficit di comunicazione da parte del Comune e dei gestori del processo. Forse è anche in parte così. Personalmente però ritengo che il vero motivo del flop sia stato nell’impianto stesso del processo. Superficiale, chiuso, elitario, alla fin fine non attrattivo e triste.

Certo, mettere in lizza un milione per zona sembra tanto, un record persino internazionale. Ma questo milione viene strettamente vincolato a opere pubbliche: muri, marcipaiedi, aiole, tetti.  E già qui si parte maluccio, su temi su cui si “scaldano”, in ogni zona poche migliaia di cervelli.

Poi si nega che questi progetti siano sviluppati da gruppi di cittadini. Le assemblee servono solo a registrare esigenze, si decide (autocraticamente)  che solo una trentina di cittadini per zona (scelti più o meno a sorteggio) possano definire i progetti. Non c’è disputa, scelta aperta, contaminazione, propagazione di idee, idee che contagiano altre idee e energie. Tutto nel chiuso di un paio di riunioni degli eletti-sorteggiati e poi il voto, calato dall’alto.

C’è da stupirsi quindi che Milano abbia registrato il minimo storico, dell’1,7% di partecipanti, Per un siffatto sedicente bilancio partecipativo?

Per favore, se vi sarà una prossima volta, cari amministratori di Palazzo Marino, cambiate radicalmente registro, please.

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Comincia il 2016 per me con questa grossa delusione. Balzani e Rozza continuano a strombazzare il grande successo partecipativo ottenuto. Io rivedo quell’arcobaleno del 2011 e mi domando, appoggio ancora con il mio volontariato, queste operazioni?

Era intervenuta nel frattempo quella che chiamo la stagione dei misteri, la non ricandidatura di Pisapia tra veleni, trame, e pressioni. E poi lo sfaldarsi di una ipotesi di lista alternativa anche questa sotto pressioni esterne e interne.

Chi avrebbe potuto difendere le ragioni e il futuro di una partecipazione che andrà ben oltre la semplice discussione informata e persino il bilancio partecipativo? Chi potrà sostenere questo progetto? La soluzione, l’unica soluzione, per me è stata Marco Cappato. Per questo sto correndo con lui.

Prima Postilla: in questi cinque anni, intorno alla presa in giro sulla partecipazione, ho visto progressivamente consolidarsi a Milano, la casta arancione. Un ennesimo gruppetto di inamovibili e autoreferenziali. Che è andato a saldarsi alla grande casta Pd-renziana e a quella minore, ma non secondaria, di Sel (governativa). Se poi nel mazzo ci mettiamo anche chi controlla l’estrema sinistra, ovvero il club dei militanti storici (che risalgono a Avanguardia Operaia) di Costituzione e Beni comuni, il cerchio si chiude. Tutta la sinistra si è chiusa in circoli. Non c’è un leader credibile nè un sistema osmotico con i cittadini. E quindi si capisce bene perchè il Movimento 5 stelle passa dall’1% del 2011 al 15-18% accreditato oggi dai sondaggi.

La sinistra milanese è tornata quella che era prima di Pisapia. Quella che è sempre stata dalla dissoluzione del Pci in poi. Un sistema di caste, ciascuna chiusa ai cittadini. L’unica alternativa la pattuglia da marciapiede dei radicali. Gente diversa. Gente che vive la politica come la viveva Marco Pannella.

Senza potere o posizioni istituzionali da difendere. Solo idee e proposte.

Come me.

Seconda Postilla. Il marciapiede lo conosco bene, del resto. Nel 2009. di fronte allo schifo di Berlusconi con le sue ragazzine ci mobilitammo in cinquanta sotto le bandiere viola, un colore fuori da tutte le iconografie partitiche. Noi soli, la sinistra dormiva, il centro faceva affari, sulle piazze di Milano, vestiti da carcerati e con le maschere di Berlusconi a rivendicare giustizia e un po’ di decenza. Ne abbiamo fatte di tutte. Siamo andati sotto i cancelli della sua villa di Arcore, in piazza Duomo travestiti, ai comizi del Berlusca a urlare. E tante volte a Roma. in piazza del Popolo. Ci siamo pagati da noi tutto, treni, palchi, travestimenti, musica. Abbiamo fatto serate contro le mafie in S. Lorenzo con Salvatore Borsellino. Sì, il marciapiede lo conosco bene. E non ne ho paura.

 

 

 

 

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