Perchè mi sono candidato nella lista per Marco Cappato sindaco

Molto semplice. Perchè con lui mi sono inteso subito, su questo post di fine dicembre (Nessuno ci salverà). Un post che ho scritto di getto, mentre Milano e la pianura padana soffocavano nelle polveri sottili, non pioveva da settimane, il vento era inesistente. Il solito allucinante problema in cui viviamo, che genera circa 4mila morti nella metropoli ogni anno, e non fa distinzione tra poveri e ricchi, tra vecchi e giovani.

La mia tesi era ed è semplice. Lo Stato italiano, sia esso a livello centrale, regionale o comunale, non è in grado di affrontare il problema. Lo Stato italiano è in stato semi fallimentare dal 1992, da allora non si è più risollevato, stava di nuovo per fare default nel 2011 e oggi è comunque un sorvegliato speciale dell’Europa a guida tedesca.

Per affrontare la grande camera a gas padana sarebbero necessari massicci investimenti su almeno due fronti. I trasporti su ferro al posto di quelli su gomma e l’efficienza energetica degli edifici.  E non con l’elemosina di qualche incentivo regionale, ma con iniziative vere, capaci di sostenersi.

Ci sono i soldi per fare questo? Certo che ci sono. Le famiglie italiane sono tra le più patrimonializzate al mondo (persino oltre la Germania) e detengono titoli e attività finanziarie per 4mila miliardi di euri, di cui circa 2mila nella pianura padana e 1000 nella sola metropoli milanese. Questa grande massa di risparmi è poi investita solo per il 10-20% in attività italiane. Le gestioni patrimoniali operano per loro  con un click in tutto il mondo, alla ricerca del miglior rendimento.

Se solo riuscissimo a “convincere” noi stessi (milanesi) a investire per qualche punto in meno di rendimento ma per vivere sarebbe fatta.  Per esempio in un fondo rotativo per l’efficienza energetica dei condominii, connesso a una Esco capace di gestire le ristrutturazioni (isolamento termico dei tetti e delle facciate…..) e di spalmarne il costo nel tempo utilizzando  e suddividendo i risparmi in bolletta. Se riuscissimo a creare un sistema di trasporto su ferrovia intorno a Milano, raccordato alle metropolitane e ai passanti, e alla futura circle line, potremmo a un certo punto nel tempo tassare pesantemente l’ingresso in massa di auto pendolari nella metropoli. Chiunque, di fronte a trasporti da Monaco di Baviera, lascerebbe a casa l’auto.

Se riuscissimo a dimostrare che ambedue gli investimenti si sostengono, si potrebbero moltiplicare e diffondere in tutta la macroregione padana. Avremmo finalmente affrontato la “camera a gas”.

Ci sono, almeno in teoria, tre strade per mobilitare queste ingenti risorse. Una volta escluso il finanziamento diretto sul bilancio pubblico si potrebbe pensare al project financing. Peccato però che, con l’M4 e l’M5, la non rimpianta Letizia Moratti (e Sala) abbiano sostenzialmente “bruciato” questa possibilità. Le due nuove linee di metropolitana graveranno, con il loro canone sul bilancio del Comune di Milano per 150-200 milioni annui per 30 anni. Ogni nuova iniziativa di questo tipo così è quindi improponibile.

La seconda alternativa è quella forzosa, tanto cara alla sinistra estrema. Ovvero una pesante patrimoniale per finanziare le opere. Peccato però che questi 4mila miliardi in titoli siano estremamente mobili, e al primo annuncio di nuove tasse prenderebbero in un click ogni via di fuga possibile.

Resta invece la strada più difficile, da guadagnarsi giorno per giorno, senza scorciatoie. La strada della fiducia e della partecipazione.

Molti, troppi, a questa parola hanno assegnato significati diversi. Fino a riempirsene la bocca, trasformandola di fatto in un ammennicolo decorativo dell’amministrazione. Io invece sostengo che la partecipazione, dato il quadro descritto sopra, si ponga oggi come una questione “vitale”, di fronte a uno Stato semifallito e a una diffusa privatizzazione delle risorse patrimoniali disponibili.

La mia proposta è che il Comune di Milano e la Città metropolitana sviluppino con attenzione e determinazione una politica per la partecipazione, sia essa consultiva (forum di discussione aperti), deliberativa (bilanci partecipativi ogni anno) e produttiva (iniziative di crowdsourcing civico e promozione di public companies ad azionariato diffuso).

Si tratta di “allenare” Milano e i milanesi all’impegno volontario sulla cosa pubblica. Si tratta di costruire, iniziativa dopo iniziativa, quel contesto di fiducia capace di affrontare sfide via via più ampie e difficili. Si tratta di chiedere contibuti volontari anche piccoli per restaurare beni storici (come a Bologna) ma poi anche di offrire investimenti remunerati, o azioni di Sea o A2A. Si tratta, forse, di trasformare Atm in una public company non solo di trasporti urbani, ma anche metropolitani e regionali.  Si tratta di cambiare molto nell’impostazione tradizionale dell’amministrazione.

Una task force per la partecipazione a Palazzo Marino sarà ovviamente necessaria e fondamentale per architettare e accompagnare le tappe del processo. Ma non è solo questione di funzionari attivi e di entità non profit alleate. La partecipazione presuppone fiducia (bene non molto abbondante oggi nei rapporti tra cittadini e politici), la fiducia si fonda sulla legalità, e su poteri di controllo esplicitamente previsti per chi partecipa investendo.

Mi rendo conto che questo è un progetto politico da far tremare le vene dei polsi. Di fatto prevede di evolvere  da un’amministrazione sui cittadini verso un’amministrazione con i cittadini. E non a parole, come ha declamato per anni la deludente giunta Pisapia, fino al suo esito: il sedicente bilancio partecipativo (per pochi intimi sorteggiati) firmato Balzani-Rozza.

Le vene ai polsi tremano anche leggendo le statistiche di Legambiente e Oms su quanto ci costa in vite umane e in cure mediche la “camera a gas”. E’ mai possibile che, in una città e in una Regione con i materassi pieni di soldi si debba poi vivere, ammalarsi e morire così?

Deluso da Pisapia e dal suo entourage mi sono guardato intorno. Con chi posso proporre queste idee? Ho subito escluso Parisi e il centrodestra, non molto inclini a politiche partecipative (spero persino di sbagliarmi in futuro). E ho escluso anche Sala e il Pd, il primo un tecnocrate, il secondo co-protagonista della non partecipazione degli anni scorsi.

Restavano due alternative. La lista Rizzo di sinistra (con molti di loro sono buon amico) e i radicali di marco Cappato. Ho scelto Cappato per due motivi. Il primo è che i radicali, da sempre, hanno una tradizione di partecipazione popolare, referendaria, che ha animato tanti passaggi della democrazia italiana. Poi la loro attenzione e azione sulla legalità.

Qui si situa la vicenda dei quattro referendum fatti saltare surrettiziamente dal Comune,. Oggi la lista radicale ha un progetto di trasformazione di Milano. In particolare sulla circle line ferroviaria e l’estensione dell’area C. Ma anche sui necessari alloggi popolari.

I primi due progetti fanno un pezzo dell’attacco alla “camera a gas”.

Progetti che andrebbero finanziati con gli introiti dalla vendita di Serravalle, Sea e A2A. E qui, meglio di classiche privatizzazioni, sarebbe la formazione di grandi aziende ad azionariato diffuso (il testo del referendum prevede una preferenza nella vendita ai cittadini milanesi) magari con una “golden share”  del Comune per la Sea.

Si può cominciare quindi a costruire subito quel complesso di interventi per rendere più sostenibile la nostra città e regione.

E qui entra il secondo motivo per cui ho scelto la lista Cappato. Con tutto il rispetto e l’affetto per i partecipanti della lista Rizzo (con cui ho collaboro da anni nella mia zona, la 3) la mia proposta di  “partecipazione produttiva” è diretta ai ricchi come ai poveri (forse più ai primi che ai secondi). Ed è quindi logico che cerchi di parlare a tutti, senza limitazioni, vere o presunte che siano.

Quello che mi interessa è che queste idee, questo tracciato partecipativo entrino nel dibattito della polis minalese. Che venga riconosciuta l’opzione come praticabile e possibile. A Bologna sta già succedendo. E anche in alcuni piccoli  comuni (Sori, Cogne…).

Anche Milano può partire piano per poi crescere. E io sarò comunque della partita.

Infine. Questo paradigma partecipativo “esteso” può essere il vero antidoto allo “stato fallito” in cui ci dibattiamo da ben 24 anni. Da allora la politica di bilancio centrale è stata di austerità, non abbiamo avuto mai alcuna manovra di rilancio (anche ai tempi del più immaginifico Berlusconi) e il debito non è mai riuscito a scendere sotto il livello del Pil.

Risultato: l’Italia ristagna, imprigionata nel debito, da un quarto di secolo.

Possiamo attenderci  che Renzi e Padoan possano fare il miracolo, facendo scendere il debito sul Pil di qualche decina di punti percentuali in pochi anni? Possimo pensare che riportino il paese a una crescita del 3%?

No.

E allora?

In questi 24 anni (anzi 35 se consideriamo l’esplosione del debito dal 1981) è però cresciuta una vasta platea di italiani che si sono avvvantaggiati del debito pubblico con lauti e lautissimi tassi di interesse. I bot people, oggi detentori di vasti patrimoni. Anche ceto medio, anche classe operaia. Risparmiatori.

La stragrande maggioranza tra loro sono persone perbene, che hanno a cuore il futuro dei loro figli e nipoti. Hanno a cuore il loro campanile, la loro città, la loro nazione.

Queste persone hanno in mano il futuro del paese. Sono i soli che possono immettere risorse per far ripartire l’Italia. Ma le immetteranno se e solo se avranno di fronte soggetti che rispettano il loro risparmio (spesso sudato), e che possono dimostrare di essere degni della loro fiducia.

A Milano siamo vicini a questi requisiti. Le cose migliori, a mio avviso,  che ha fatto la precedente giunta sono state  due: ha fermato il debito del Comune e ha ristabilito un regime di legalità. Le basi ci sono.

Nessuno di noi ha da perderci. Solo da guadagnarci.Quindi proviamoci.

 

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Un sovrumano sforzo di unità (alias il dentifricio da far tornare nel tubetto a Milano)

Tutto cominciò con un’idea grandiosa in dicembre. Mettere assieme la sinistra-sinistra di Rifondazione, i liberal e gli ex arancioni scontenti dell’ultimo Pisapia e di Sala (alias Renzi),  alcuni comitati civici e  forse persino i radicali. Insieme, in una sola coalizione queste anime avrebbero fatto la differenza all’opposizione del Pd-nazione- Cl che si profilava come altrimenti inarrestabile.

Putroppo però, nelle settimane successive, questo esercizio difficile (nella sinistra di opinione è molto più facile dividere che unire) è saltato. Quasi da subito sinistra e liberal hanno cominciato a escludere, nei fatti, i radicali.

Poi varie lobbies si sono avventate sulle vulnerabilità del progetto. Si va da autorevoli esponenti del progressismo milanese (il maggior salotto pro-Pisapia) che hanno esercitato pressanti interventi di moral suasion sui candidati sindaco (candidati simbolo) via via ipotizzati. Insieme a lobbies molto ortodosse dell’area di Rifondazione che hanno sviluppato un identico lavoro di pressione per privilegiare un profilo “esclusivo e dominante” di quel partito. Indirizzato dietro il suo candidato storico, il peraltro bravo e ineccepibile Basilio Rizzo.

Risultato, a fine febbraio, dopo un interminabile e faticoso lavoro del tavolo unitario, tutto è esploso. La supposta inedita coalizione era collassata da sè. Il progetto originario è andato in frantumi. E ci si ritrova oggi con tre liste, Milano in Comune (Rifondazione), Alternativa Municipale (i civici di cui sopra), i Radicali (classicamente) per Cappato sindaco.

Tutte e tre, divise, queste liste rischiano di non passare la soglia minima, il quorum per eleggere almeno un consigliere comunale.  E se anche la lista Rizzo ci riuscisse non sarebbe granch’è. Rispetto al fatto che il progetto originario (molto inviso a Pisapia e al suo entourage) puntava a percentuali grosse, del 10%.

Sfasciare questo progetto unitario è stato probabilmente salutato come una vittoria dalle lobbies arancioni e rosse.  Ma oggi, con l’avanzata di Parisi, la confluenza di Passera e la noia assoluta di Beppe Sala come candidato, ci andrei piano a esultare.

La frantumazione significa che  a sinistra di Sala si apre un vuoto di almeno il 6%, dal 10 al 4%. E che, di fatto, viene meno un cruciale interlocutore per il ballottaggio. Forse regalando voti al 5 stelle o forse all’astensione (già a livelli altissimi a Milano).

Questa frantumazione operata a sinistra regalerà Milano alla destra, è quello che penso. A una destra stanca, senza idee, imbolsita. Ma capace, sul potere e sulle poltrone, di unirsi.

Sala, e il pd renziano, non mostrano di avere la forza dinamica che ebbe la coalizione di Pisapia negli ultimi giorni della campagna elettorale del 2011. Oggi non c’è un vento da cambiare nè un’aria nuova a immettere a Milano. Ci sono solo manager un po’ grigi, e tanti, tanti litigi.

La mia proposta è che, per salvare Milano da una nuova stagione regressiva, si abbia il coraggio e la pazienza di far tornare il dentifricio nel tubetto. Di ricostruire il progetto originario, di proporre onestamente a Milano una lista per il “patto di ballottaggio” con Sala. Ovvero di riconquistare quel 10% decisivo per chiedere l’esclusione degli affaristi ciellini, ottenere un assessorato e un’agenzia per la partecipazione, un impegno forte sulle case popolari, sulla trasformazione di Sea e poi A2A in grandi “public companies” gestite dai cittadini lombardi (salvo Golden Share pubblica), e quindi anche l’apertura dei navigli, la circle line, una nuova Atm metropolitana, e infine restrizioni del traffico automobilistico in entrata a Milano. Insieme a un fondo partecipato per l’efficienza energetica dei condomini. Tanto per affrontare la nostra invernale camera a gas (che ci costa, tanto per dire, qualche decina di migliaia di morti).

Elementi di programma che si possono rinvenire in tutte e tre le liste. Integrabili senza enormi difficoltà.

Una forza al 10% può limitarci o evitarci un ennesimo quinquennio di affaristi. E può aprire la via a quello che Pisapia prima ha promesso e poi non ha fatto. Far partecipare i milanesi (e oggi lombardi) alla cosa pubblica e ai beni comuni.

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Quando i cittadini salvano un bene comune

Non avviene spesso che la partecipazione riesca a salvare, e poi trasformare un bene pubblico. Ma a Milano, in via Bonghi (quartiere Stadera) da un mese a questa parte è successo. L’oggetto un asilo, la Giocomotiva, che ha ricevuto un “finanziamento straordinario” di 40mila euro in massima parte dai genitori dei bimbi. L’alternativa era infatti la chiusura dell’asilo, particolarmente amato dai genitori per il suo speciale metodo educativo, messo a punto da un docente di Harward, Howard Gardner: le intelligenze multiple. Introdotto in Italia da Beppe Bilancioni, il padre delle tre sedi milanesi di Giocomotiva.

Un metodo che consente di sviluppare le capacità del bambino partendo dai suoi punti di forza per suscitare altre attitudini, tramite una costante osservazione dei suoi comportamenti. Sia all’asilo che a casa, con un coinvolgimento diretto dei genitori, e un riscontro giornaliero dei risultati, spesso oltre le previsioni.

Di qui, in Via Bonghi, la decisione collettiva di non perdere questo gioiello, a causa di un bilancio in perdita. Di qui l’attivazione di 70 genitori, la costituzione dell’associazione «Genitori e amici della Giocomotiva»,  la raccolta fondi estesa al quartiere, la messa in sicurezza economica dell’asilo. “Ma I quarantamila euro raccolti non sono la cosa più importante di questa vicenda – dice Nicola Specchio, presidente dell’associazione – sui media, purtroppo, si è messo in evidenza solo l’aspetto negativo, della crisi dell’asilo. In realtà è l’aspetto positivo quello che conta: i genitori si sono messi assieme e collaborano con la realtà educativa.

Mi spiego – continua Specchio -. La Giocomotiva è una situazione convenzionata. E’ un progetto educativo nato dieci anni fa, con tre sedi. Quella di via Bonghi ha avuto difficoltà imprenditoriali. Tali da far rischiare il non proseguo del progetto. Problemi non legati all’attività pedagogica, ma alla gestione. Però sostanziali. Difficoltà oggettive come carenze di iscrizioni, contratti di affitto alti. Insomma, una situazione a  rischio.

In risposta i genitori si sono attivati. Con la raccolta fondi ma non solo. Quello che è successo è che sono diventati ancora più partecipi della vita educazionale dei propri figli.

Ci siamo chiesti: come possiamo aiutare la Giocomotiva? Voi continuate a fare gli educatori, per riavere a casa figli che stanno crescendo, ma noi quali professionalità abbiamo da mettere in gioco? E quindi ognuno di noi ha messo in moto attività, dal rifacimento del giardino, al gruppo social, a vari aspetti gestionali.

Oggi siamo una settantina di genitori più altri di altre sedi. Coinvolti da noi, e che stanno aderendo. Su un progetto lungimirante, fare rete anche su progetti sociali. Sulla genitorialità in generale a Milano. Mettendo al primo posto i nostri figli. Perché la cosa bella delle intelligenze multiple è di darti degli strumenti che continuano anche quando tu vai a casa. Il metodo educativo è il motivo per cui abbiamo scelto la scuola. Anche chi ci ha mandato i figli per prossimità o comodità poi si è legato alla Giocomotiva, visti i risultati”.

Un metodo e una pratica pedagogica d’avanguardia sui bambini piccoli è così divenuto il legante di una comunità attiva. Innescata da una crisi. “Ora facciamo alla domenica degli Open day per spiegare la realtà della scuola. Mostriamo gli strumenti per continuare l’attività educativa. Abbiamo un’applicazione che ti dice giorno per giorno che cosa tuo figlio ha fatto. Ti permette di osservare il suo comportamento, individuare le cose che sa fare meglio, e attraverso queste stimolarlo a farne altre. E’ un metodo più facile da vedere in azione che da spiegare. E abbiamo appena organizzato uno spettacolo teatrale per i bambini.

Anche la raccolta fondi. Non la si è fatta soltanto per la situazione critica dell’asilo. Ma anche per avviare investimenti legati alle attività dell’associazione. E i soldi sono stati raccolti tra le famiglie secondo le loro disponibilità.

L’associazione è aperta. Agli educatori, ex educatori, persino a bambini divenuti adulti e cittadini attivi interessati. E’ Un’apertura favorita dai social media.

I soldi quindi non sono la chiave – conclude Nicola Specchio – Avremmo potuto cercare un finanziatore, un terzo socio e basta. Questa associazione può invece fare da esempio per tutta Milano.  E, per me, la cosa più bella sta nelle nuove amicizie che ci siamo creati”.

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Perchè Milano potrebbe grandemente giovarsi da un’agenzia per la partecipazione (e così l’Italia)

 

Riassunto delle precedenti puntate: la partecipazione produttiva è l’unico antidoto realistico allo stato di miseria pubblica e di repressione fiscale in cui versa l’Italia da ben 24 anni.

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A Budelli, in Sardegna, per salvare una delle spiagge più belle del mondo dalle grinfie di qualche mafioso russo, è in corso un crowdfunding, una ricerca pubblica di fondi. A Cogne, in val d’Aosta, un fabbricato storico, la casa dell’orologio del dottor Grappein, è oggetto di restauro da parte del Comune, che ha chiesto ai cittadini di contribuire. A Milano, nel quartiere Stadera, i cittadini hanno raccolto 43mila euro cper salvare il loro asilo d’avanguardia, la Giocomotiva. A Bologna, finora il maggiore caso di crowdfunding civico in Italia, hanno riportato al suo stato primigenio il portico di San Luca, uno dei più lunghi d’Europa.

E’ solo l’inizio di un trend strutturale. Sotto il peso ammorbante di uno stato fallito, gravato e paralizzato da un debito pubblico esorbitante da 24 anni, l’unica fonte per i beni pubblici diventano i cittadini stessi. Le privatizzazioni sono fallite un po’ ovunque. Svendite e insieme tradimenti dei termini di servizio pubblico verso i cittadini. Prezzi più alti e più alto sfruttamento dei lavoratori privatizzati. Per non parlare della corruzione.

C’è una strada migliore? Nei precedenti quattro post ho cercato di delinearla. In tutta la pianura padana, Milano al centro, sono necessarie inziative e investimenti massicci sui trasporti e sull’efficienza energetica degli edifici. Ci hanno spacciato come toccasana cose come l’Area c, quando invece serve un sistema che abbatta quel mezzo milione di auto che arriva a Milano ogni giorno. E quel carico di polveri sottili sull’atmosfera ferma della padania dai camini delle nostre case.

Può essere redditizio un fondo di investimento sull’efficienza energetica ad azionariato diffuso? Può essere redditizia una nuova consociata metropolitana dell’Atm che si metta in diretta concorrenza con Trenitalia per fornire servizi di trasporto ai pendolari di alta qualità? E avrebbe senso che questa consociata fosse finanziata da decine di migliaia di acquisti di azioni?

Già, ma scendo con i piedi più in terra. La partecipazione attiva è , almeno finora, un costume minoritario in Italia. Minoritario per i cittadini e super minoritario per i politici. Ormai vent’anni di esperienza sul campo me l’hanno insegnato.

Si cresce a poco a poco, passo dopo passo, su questo terreno. Crowdsourcing tra i genitori per non far chiudere l’asilo? Ok. E domani per un’altra scuola, per un restauro, per un impianto sportivo. Tante possibili iniziative, fino ad avvicinarsi agli obbiettivi grossi.

Ecco la necessità di un soggetto organizzato per promuovere la partecipazione. Nelle sue tre forme: consultiva (es. PartecipaMi), deliberativa (bilancio partecipativo, come a Monza), produttiva (crowdsourcing civico e public companies).

Questa agenzia sostiene le reti di comunità, organizza eventi deliberativi, ma soprattutto studia e accompagna le opportunità per la partecipazione produttiva. Ciascuna di loro è un investimento su Milano di enorme valore, culturale in sè (fosse anche un asilo finanziato dai cittadini) ma anche materialmente economico, a fronte di uno stato fallito che non fa che tagliare.

L’Agenzia per la partecipazione è la proiezione del Comune sui prossimi decenni. Aiuta i processi partecipativi ma non li dirige, suscita ma non distorce.  Una volta attivato il motore in una città con patrimoni mobiliari per 1000 miliardi molto diventa possibile. Persino il contagio al resto d’Italia e un flusso di investimenti tale da risvegliare davvero questo paese che ristagna da 24 anni.

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Stato fallito, stato di necessità, stato di gioia

Da 24 anni lo Stato italiano vive un una situazione prefallimentare. Da 24 anni, grazie al mostruoso debito pubblico accumulato dal 1981 al 1992 l’Italia è sottoposta a continue politiche di austerità, caso unico in Europa, mentre le sue risorse fiscali (ovvero le tasse dei contribuenti onesti) sono andate a finanziare i “creditori” del grande fallimento. Ovvero le famiglie italiane agiate, le banche e vari soggetti finanziari internazionali.

Oggi l’Italia soffre.  Ha gravi difficoltà a sostenere il suo stato sociale (sanità, sussidi e strutture contro la disoccupazioe), la manutenzione delle infrastrutture pubbliche, ha  chiuso o privatizzato (spesso malamente) la massima parte delle sue aziende statali e locali. Lo Stato italiano sta lentamente strangolando le sue università pubblica e di fatto ha chiuso i suoi rubinetti per la ricerca scientifica. Il tutto in una situazione di pressione fiscale massima in Europa che altrimenti avrebbe dovuto dar luogo all’esatto contrario, a uno stato sociale scandinavo.

In Europa è passata la logica (matematica) del pareggio di bilancio e del fiscal compact. Ovvero il “rientro” dal debito pubblico tramite dosi ulteriormente crescenti di austerità. Già i 24 anni passati hanno chiaramente mostrato il circolo vizioso in cui l’Italia si è cacciata, alla ricerca del contenimento matematico del debito.  Le dosi di austerità, il massiccio avanzo primario varato da Ciampi dopo il quasi fallimento dello Stato italiano nel 1992-93 hanno pesantemente depresso l’economia italiana, gettandola in uno stato di stagnazione quale non si era mai visto nella storia recente del paese. Questa “grande stagnazione”, che tuttora perdura, ha avuto effetti perversi e automoltiplicativi.  Nel pessimismo diffuso si è rinviata la nascita di nuovi figli, l’avvio di nuove imprese, l’ingaggio in rischi. Nella scarsità di risorse pubbliche si sono incentivate le scorciatotie, come la corruzione. Nel deserto di opportunità al Sud (ma non solo) hanno avuto buon gioco le organizzazioni criminali. Nella sfiducia si è alimentata l’evasione. E questa sottrazione di risorse ha ulteriormente reso più pesante l’austerità. Accentuando ulteriormente lo stato di stagnazione.

Dai 24 anni di Stato Fallito, in sostanza, l’Italia esce più povera, depressa, egoista, invecchiata. E preda di numerosi circoli viziosi.

Però, c’è una immagine speculare di questo stato di cose che sta nei 4mila miliardi di patrimoni mobiliari detenuti dai cittadini italiani (altri 4mila sono le consistenze immobiliari).  Sono cifre imponenti, superiori a quelle tedesche, ai vertici dell’Europa.

Un gran numero di famiglie italiane (ricche, ma anche di ceto medio e lavoratrici) è più patrimonializzata delle corrispondenti tedesche.

Peccato però che questa massa di risparmi e capitali non generi di fatto sviluppo per l’Italia. Per la massima parte questi 4mila miliardi sono la materia prima dell’industria del risparmio gestito, tra le prime in Europa, che opera sulla spazio finanziario globale. Sui fondi di investimento Usa, tedeschi, inglesi, francesi, asiatici. Su chiunque offra buone performance e buoni rendimenti. Si stima che solo il 10% di questa massa gestita sia denominata in titoli italiani (Bot,Cct e altri bond), in azioni bancarie e di qualche grande impresa nostrana.

Qsti 4mila miliardi sono però il figlio primogenito di quello che un tempo si etichettò come “il popolo dei Bot”, ovvero gli italiani abbienti (o solo risparmiatori) che approfittarino della cresciata abnorme e automoltiplicativa del debito pubblico negli anni Ottanta. Anni in cui le aste dei titoli, guidate da grandi speculatori internazionali (e non dalla Banca d’Italia che in nome della sua indipendenza rinunciò ad autare l’Italia) generavano tassi di interesse reali dell’ordine del 4%. Impossibili da sostenere con il bilancio dello stato, quindi rimessi a debito per l’anno successivo, in un crescendo di anatocismo, di interessi che creano altri interessi (a nostro carico).

Questa “bonanza” durò oltre un decennio. Poi i risparmiatori italiani, sempre nella scia delle grandi banche speculative occindentali, cominciarono a diversificare. E la torta crebbe ancora, con i Berlusconi di turno che si guardavano bene dal tassarla, salvo martoriare, via Tremonti, le risorse pubbliche per la sanità, l’università e ricerca, l’occupazione.

Abbiamo quindi un’Italia polarizzata. Da un lato l’immiserimento dello Stato e dall’altro la ricchezza patrimoniale privata. Potremmo pensare a tassarla, con una patrimoniale “pesante”. Ma la velocità di trasferimento oggi vigente sulle reti dei mercati finanziari lo sconsiglia. Ci troveremmo a tassare solo i pesci piccoli, quelli che non possono scappare.

Meglio, molto meglio un’altra strada. Attrarli su investimenti redditizi in Italia. Su nuovi  beni pubblici redditizi.

L’Italia ha molto da ricostruire, dopo 24 anni di stagnazione. Ha molte opportunità di investimento. Di converso il mercato mondiale presenta un quadro inverso: poche opportunità di investimento, e un forte rischio di “stagnazione secolare”, caratterizzata da bassi rendimenti su qualsiasi attività.

Si va in banca, di questi tempi. spesso a comprare titoli di stato “sicuri” ma a rendimento negativo.

Dopo 24 anni di Stato fallito, in larghe parti d’Italia emerge infatti uno Stato di necessità. Moltissimi beni pubblici sono sull’orlo del degrado, fisico e umano. Università, scuole, asili, ospedali, ambulatori e pronto soccorso, linee ferroviarie, biblioteche, teatri, cinema. Strutture che fanno la qualità della vita di intere zone.

Chiedere allo Stato di provvedere significa esporsi al solito ritornello “non ci sono i soldi”.

Lo Stato (centrale o locale) può nel caso migliore contribuire  a qualcosa che ormai chiama in causa la partecipazione dei cittadini attivi.

Ci mettereste mille euro (a fonte di un patrimonio di un milione) per un’azione su una “public company” per avviare un pronto soccorso nella vostra zona? Oppure un’altra azione per sostenere un’Università e avviare un centro di ricerca in cui domani potrà farsi le ossa vostro figlio studente di liceo scientifico?

E se vi dicessero, documentandolo, che investimenti di questo tipo vi consentono: a) di controllare come azionisti veri la gestione delle iniziative e b) di darvi un rendimento dell’1%, pari o superiore a un titolo di stato?

Impossibile, follie? Impossibile una compagnia ferroviaria indipendente capace di dare ai pendolari alle porte di Milano un servizio decente, e finanziata (anche) dai lavoratori stessi? Un’azienda capace di contribuire a un’aria migliore in quella che, pianura padana, è divenuta una camera a gas? Un fondo partecipato per l’efficienza energetica nei condominii? Un’azienda per la diffusione delle energie rinnovabili?

Alla  partecipazione informata (reti e forum civici), a quella deliberativa (bilanci partecipativi) si affianca così la dimensione, ancora più avanzato, della partecipazione produttiva (crowdfunding civico e public companies). Con un ruolo e bilanciamento tra Stato e cittadini ancora da inventare.

In un paese che non sa più sognare io ci provo lo stesso.

Supponiamo che un altro 10% dei patrimoni mobiliari vadano a essere investiti nei prossimi 5 anni in beni pubblici italiani riattivati. Si tratterebbe, più o meno, di una massa di investimenti di 400 miliardi (600 con un apporto pubblico minoritario) e quindi  di tutto rispetto. E tale da innescare effetti di sviluppo ulteriore, per esempio sull’edilizia o sui servizi.

Potremmo crearci noi l’inversione di ciclo di stagnazione?

Comincerebbe così a configurarsi uno scenario di “crescita italiana endogena”, guidata dai cittadini attivi, e non da caste politiche o peggio.

Primo risultato, l’inversione del ciclo depressivo.  Secondo, l’alleanza tra gli italiani poveri, le classi lavoratrici e il ceto medio patrimonializzato.  Terzo, una concezione completamente diversa dei beni pubblici, dello Stato e del futuro.

Quarto. Una rete di fiducia dei cittadini, connessa ai propri pari nelle public companies, al posto di una rete di dipendenze.

Quinto. Una diversa concezione dei soldi.  Se associato a un pari fenomeno di crowdsourcing (per esempio un paese che chiede ai suoi cittadini di contribuire al restauro di un bene storico emblematico di quel paese) emerge che il rendimento finanziario dell’investimento in quanto tale può rivelarsi secondario rispetto al “rendimento immateriale e sociale” derivante dalla valorizzazione del proprio luogo vitale. E che può essere generato dal gioco “win-win” con gli altri partecipanti attivi.

Dobbiamo uscire dall’euro, come dicono i demagoghi alla Salvini? Come si vede no.

Dobbiamo aspettare Renzi? Nemmeno.

L’Italia si salva solo con un mix tra partecipazione e investimento. I due termini che i personaggi testè citati non usano mai.

Fose perchè non procura voti dire che il culo ce lo dobbiamo fare noi e tra di noi. Ma è così.

Però, passo dopo passo, la probabilità di salire da uno Stato fallito a uno Stato di gioia così è non nullo.

 

 

 

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Non temete, c’è speranza

La non politica di un’Italia paralizzata. Alias il partito tecnocratico della nazione di Renzi. Alias la fine della democrazia dialettica in Italia. Alias la fine dell’effimero modello arancione di Milano.

Da oltre 25 anni lo stato italiano versa in condizioni fallimentari. Da altrettanto non vi è politica economica, progetto per il futuro, capacità di riscossa. Il debito pubblico fu creato nei primi anni ottanta come mostruosa misura disciplinare, con l’aiuto della finanza internazionale, per “mettere in riga” un paese ad alto rischio di comunismo, aggressivo sui mercati mondiali con le sue grandi imprese pubbliche  – Eni di Mattei in primis, che non stava alle regole dominanti.

Quella escalation del debito pubblico, interessi da pagare che creavano nuovi interessi, raggiunse nel 1992 il punto critico. Vicino al fallimento dello Stato. Da allora l’Italia ha vissuto un’altrettanto abnorme stagione di austerità. Di qui la lunga, lunghissima stagnazione che stiamo vivendo, sotto il peso di qualcosa che gli italiani ormai ritengono come una maledizione biblica. La fuga dei giovani cervelli italiani all’estero, persino l’accelerato invecchiamento demografico di questo paese fanno parte di questa “crisi pulridecennale da debito”, che ci erode anno dopo anno.

Però. Se andiamo a vedere con attenzione i dati economici possiamo notare che gli italiani sono patrimonialmente ricchi. Le banche nostrane lo sanno bene. Abbiamo più patrimonio dei tedeschi. Un gran numero di famiglie di ceto medio-alto hanno goduto dei titoli di stato ad elevatissimo tasso di interesse degli anni ottanta e novanta (bot people). E oggi possono esibire 4mila miliardi di euro di patrimoni mobiliari complessivi, quasi due volte l’attuale debito pubblico.

Questa enorme massa di valore viene investita nell’Italia? No. Se va bene il 15-20%. Crea imprese, posti di lavoro, progetti moltiplicativi? No. Si rifugia nelle gestioni globalizzate bancarie e non, dove con un click passi da un fondo cinese a uno di Wall Street.

E’ un paradosso che nessuno ci dice. L’Italia, grazie alla folle politica di debito pubblico degli anni ottanta, ha creato una classe di rentiers che ne gode i frutti ma, come gli avvoltoi, osserva da lontano e al sicuro il paese che muore. E molti di questi “avvoltoi” sono persone del tutto perbene, ignare di quello che stanno facendo – o non facendo .

Certo, li aiuta la politica. Subito dopo il primo quasi fallimento, nel 1994, assurse agli onori di governo tal Silvio Berlusconi che a loro diede un messaggio molto, molto rassicurante. Non dovete far nulla perchè io farò il miracolo. Non pagate le tasse – e diede l’esempio – perchè sono ingiuste. E così via.

Prese tanti voti ma…l’Italia entrò in quella parabola depressiva che dura ancora. Prodi, il suo avversario democristiano, non ebbe il coraggio di dire le cose come stavano. Silenziosamente Tommaso Padoa Schioppa, il suo ministro del Tesoro, riuscì a limare il debito pubblico al 100% del Pil. Ma per poco. Con lo scoppio della grande crisi del 2007 l’Italia fu di nuovo nella trappola, nonostante 15 anni di tempo per tirarla fuori.

Veniamo alla seconda metà del 201o, quando si cominciò a ragionare per la campagna elettorale delle amministrative di Milano. Boeri contro Pisapia. Due anime belle. Il primo architetto prestatosi al Pd.  Il secondo avvocato e giurista di rango nazionale.

Tutti e due privi di conoscenze economiche. Della crisi economica mondiale in corso, della debolezza strutturale dello stato italiano, delle conseguenze prevedibili di questo sul loro stesso mandato.

Vinse Pisapia, come sappiamo. Appena a palazzo Marino scoprì il buco di bilancio lasciato dalla Moratti nei conti del Comune. E l’ampiezza del suo debito, 4 miliardi, il secondo in Italia – dopo quello abnorme di Torino per i suoi infausti giochi olimpici.

Pisapia credeva in una situazione normale o idilliaca. No. Il suo programma, sviluppato da centinaia di cittadini – la fabbrichetta – richiedeva centinaia di interventi nella città, piccoli e grandi. Ne dovette accantonare o cancellare ben oltre la metà.

Puntava tutto,  classicamente, sui margini di spesa pubblica corrente. E si schiantò all’urto della crisi del 2011. Non pensò mai, nè lui nei suoi, a una politica innovativa su altri fronti.

Un’altra vittima del debito.

Poi venne Monti. Di fronte al quasi crack dell’Italia a fine 2011, insieme alla legge Fornero, lanciò un taglio drastico sui trasferimenti agli enti locali. Il ricevente Bruno Tabacci, il primo assessore al bilancio di Pisapia, si dileguò. Al suo posto fu la  Francesca Balzani, una specialista in materia mandata dal Pd nazionale, che fece le sforbiciature, di grosso e di fine. In modo anche impeccabile.

Da allora la giunta Pisapia è stata paralizzata. In pratica il modello Milano è morto con Monti, alias con il debito pubblico mai capito e affrontato.

E, dopo questo lungo e noioso preambolo, arriviamo ad oggi. Perchè Milano vedrà una campagna elettorale tra tre noiosi manager? Semplice, perchè i manager amministrano – chi meglio e chi peggio – l’esistente. Un triste esistente che si prolunga da 25 anni.

Potrete scegliere se sarà più bravo Passera, Sala o Parisi. Ma non potrete scegliere se le enormi risorse nascoste di questa città – circa 1000 miliardi di patrimoni – potranno, quantomeno in parte, venir messe al servizio dei cittadini stessi,inducendo circoli virtuosi di sviluppo per tutti, ricchi e poveri.

Questo è un tabù, quantomeno da Berlusconi in poi.

No. Qui ci vorrebbe un leader con una visione, con una determinazione, una tenacia e soprattutto con un’organzzazione al seguito che ne condivida le idee e la strategia.

Non c’è. La politica in Italia è ormai fatta di tanti frammenti, spesso conflittuali tra di loro. E di dilettanti.

Facciamo alcuni esempi. Si deve passare a una città metropolitana, che comprende un centinaio di comuni attorno a Milano. Nel centro di un pianura padana divenuta da anni una camera a gas.  Bene, pensiamo a un’Atm “estesa”, metropolitana e capace di gestire un servizio ferroviario decente per i pendolari. In competizione con Trenord-Ferrovie dello Stato. Da tutta la cerchia delle direzioni in ingresso.

In che forma? La sua trasformazione in public company, ad azionariato diffuso, controllo partecipato, e possibilmente anche rendimento al di sopra di quel misero 1% che oggi offrono, nella crisi, i titoli di stato.

Questa public company dei trasporti metropolitani lombardi potrà o non potrà essere la protagonista di un bel pezzo di decarbonizzazione della regione? Una volta sul campo le linee, i servizi, (moderni e puntuali) e le strutture (stazioni), Milano non potrà avviare una politica incisiva di incentivo di chi abbandona l’auto per l’ingresso pendolare e di pari restrizione? Quanti morti di cancro e infarti in meno?

E poi. Una utility metropolitana per l’acqua? Per la fibra ottica? La Sea come public company? A2A? Una public company per Città Studi? Una Public company per l’Università Statale? Per il Politecnico? Per l’Istituto Tumori?

Il concetto è: una rivoluzione copernicana in Italia. Estendere la partecipazione  all’investimento diffuso, alla partecipazione produttiva. Usare il crowdsourcing – come si è fatto a Bologna – non solo per i restauri ma anche come leva di rilancio. Di Milano, poi, sull’esempio, della pianura padana e infine del paese.

Per fare questo non bastano i manager. Ci vogliono i leader, veri.

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I 60mila di Milano

Milano ha una caratteristica nascosta. Ma impressa nella sua storia. Non è una città di sudditi. Da quasi 50 anni è la capitale italiana delle iniziative alternative. Un lungo percorso, ancora da raccontare. Dai negozietti con abiti colorati a mano degli anni 70, alle bancarelle del cuoio artigianale, ai centri culturali messi su in uno scantinato, le librerie con testi politici e esoterici spesso fotocopiati da rari esemplari di biblioteca, i centri studi polverosi, i comitati di quartiere antifascisti e  comunisti (dal basso), poi i centri sociali, quindi i punti alimentari biologici, le cooperative agricole e di orticoltura, i gruppi di acquisto solidali (Gas, la rete più fitta d’Italia), i comitati  permanenti per zona, prima per Pisapia e poi per Milano. E insieme la galassia del volontariato e del non profit, dalle ambulanze alla regina, simbolo di questa Milano: Emergency.

E anche altro: centri di coworking, startup sociali….La mia stima, ricavata sulle 700 iniziative esistenti in Zona 3 è di 6mila iniziative circa in corso. 10 persone per iniziativa? Ragionevole: un popolo di 60mila persone attive, Gli eredi (ma anche “nonni”) del miglior 68 italiano. Quello che preferì il fare allo sparare. E’ così riuscì a durare.

A questi 60 mila possiamo tranquillamente aggiungerne altrettanti come “corona attiva”. Professionisti con ideali progressisti, funzionari pubblici puliti, docenti elementari,delle medie, dei licei e universitari.

120mila persone almeno, quasi tutte ormai di ceto medio. Alcuni imprenditori famosi come Gismondi di Artemide-Abaco, altri in apparenza semplici pensionati. E insieme i giovani di Emergency, Libera, Action Aid, Oikos e altri nomi del non profit.

Non ha coscienza di sè questo popolo cruciale di Milano. Questa è la mia tesi. Questi 120mila sono infatti l’unico detonatore di una rivoluzione necessaria (vedi il post sopra). La rivoluzione degli investimenti vitali per Milano e per 25 milioni di padani.

Come sviluppare questa coscienza di sè del miglior segmento sociale di Milano? Quale forme di rappresentanza e soprattutto di azione politica e economica?

Questi 120mila saranno in grado di innescare, con il loro esempio soprattutto, una reazione a catena in una città che custodisce (improduttivamente) circa 1000 miliardi di patrimoni familiari, solo per il 10% investiti sull’Italia? E questa reazione a catena si potrà spargere per tutta la padania liberandola dall’incubo “strutturale” della camera a gas (incubo che crescerà con il clima che comincia realmente a dare segni di squilibrio).

Questi 120mila sono l’antidoto potenziale a quello che definisco come lo Stato fallito italiano (vedi post precedente). Potenziale.

Per passare dal potenziale al reale sarebbe necessaria un seria riflessione allargata su quanto “rende” un bene pubblico. E quanto far “rendere” un bene pubblico.

Se infatti Milano (o la Padania, fino a Venezia e Bologna)  ha un “bene pubblico” (l’aria) tale da dterminarti un canco o un infarto, quanto ti “rende” un’opera che aiuta a ridurre questo rischio, a te, ai tuoi figli, ai tuoi nipoti? Qual è il rendimento “non economico” di questo tuo contributo?

L’intera padania è un caso di gigantesco “fallimento del mercato”. In questi casi sono gli stati, ci dice la teoria economica, a dover intervenire, per ridurre le “esternalità negative” delle attività economiche. Ma se lo Stato è paralizzato da un mostruoso debito architettato da Carlo Azeglio Ciampi e Nino Andreatta fin dal 1981 per “arginare” socialisti e comunisti, subito perso di controllo via speculazione, squali, interessi automoltiplicativi (anatocismo) e poi sfociato nel quasi fallimento dell’Italia nel 1992? Se il nostro Stato è ancora questo, se il nostro stato  fallito ci torchia, a noi onesti, al 42% del reddito (ed è ancora questo, per di più sotto tutela di un filandese e e di un lussemburghese), se ci elargisce, in risposta alla camera a gas, ben 12 milioni di investimenti (e un connesso solito sacco di balle per 400 milioni di lungo periodo), come ne usciamo in Padania?

Una prospettiva positiva è possibile. Partendo dai 120mila di Milano è possibile costruire, insieme, un programma di iniziative, di opere, e di public companies per cominciare a dare il segno a Milano , della nuova direzione del Nord Italia.  Un programma alternativo in senso autentico, non una inutile suppplica ai falliti, ma capace di portare a soluzioni.

Meglio se questo movimento dal basso trovi un alleato forte nella pubblica amministrazione. Per esempio su una public company per il completamento e poi la gestione della circle line che ci serve (e non quelle due linee in finto project financing  – 180 milioni annuii di tassa a Impregilo e Astaldi per 30 anni – chiamate M5 e M4, a carico delle nostre tasche). Con una circle line, stazioni efficienti, e magari un secondo passante Milano potrebbe proibire a tutti di entrare in città con un mezzo a combustione, dato che il sistema di trasporti per i pendolari sarà agevole e completo (e controllato dai cittadini-investitori).

Stiamo parlando di 7milioni di tragitti a combustione in meno ogni 12 mesi.

E’ solo un esempio. Io non ho la minima idea di come questa rivoluzione si possa fare. So solo, da milanese, che ne ho pieni gli zebedei e che la voglio.  E non voglio più parole. Per mio figlio, per mia moglie e per me. E per i restanti 1,3milioni di fratelli con cui condivido questa bella città.

 

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Nessuno ci salverà

I fatti delle ultime settimane nella pianura padana sono evidenti. E’ bastata, per un evento climatico, che una calma piatta di vento e siccità su posasse per giorni sulla “camera a gas” italiana per renderla irrespirabile, nel solito inverno fatto di riscaldamenti e trasporti a combustibili fossili.

Che Milano, al centro di questa grande area chiusa, fosse a rischio lo sappiamo da decenni. Che si sia fatto qualcosa di significativo, lo sappiamo anche: in pratica nulla.

Lo Stato italiano è fallito dal 1992, grazie a un enorme debito pubblico creato fin dal 1981 per ragioni “disciplinari”. Oggi sono 2400 miliardi, pari al 132% del Pil, ce lo siamo ripagati (con le nostre tasse) una volta e mezza e continua ancora a crescere.

Dal 1992 quel debito paralizza lo stato italiano, non è stato mai significativamente ridotto, ha indirettamente generato evasione fiscale e corruzione. Quel debito oggi significa l’assoluta obbedienza alla disciplina europea, l’imposizione a non sforare di mezzo punto di Pil sul pareggio di bilancio.

In queste condizioni come possiamo pensare a grandi investimenti sul trasporto ferroviario elettrico e sull’efficienza energetica degli edifici in Padania? Come possiamo pensare a un piano che ci salvi dalla grande camera a gas?

No. E’ fuori discussione. Lo stato italiano non ci salverà. Ma possiamo salvarci noi. L’Italia infatti è più patrimonializzata della Germania. Le famiglie italiane, nel corso dei decenni, hanno accumulato risorse e risparmi per 8mila miliardi e, escludendo quelle immobiliari, per 4mila miliardi, pari al doppio del debito pubblico.

Un tempo lo chiamavano “popolo dei bot”, ora si è evoluto a popolo dei patrimoni.

Sono le famiglie del ceto medio e medio alto. Sono patrimoni per mettere al sicuro la vita di figli e nipoti. Ma quale vita se poi saranno condannati a un tumore ai polmoni o a una malattia cardiaca dentro un’esistenza nella camera a gas?

Si partecipa alla cosa pubblica, per quei pochi che ancora lo fanno, cercando di proporre idee, informazioni puntuali, discutendo alternative. Ma questa partecipazione è stata regolarmente disattesa dai nostri politici “paralizzati”. Parole, ma poi ai fatti ecco i vincoli di bilancio, ecco i tagli imposti da Roma, ecco lo stato fallito. Berlusconi, Renzi, persino i cinque stelle non fanno eccezione. Questo modello di interazione tra cittadini, rappresentanti e istituzioni politiche semplicemente non funziona più.

Loro non hanno il coraggio di dichiararsi falliti (ci ripetono però il loro mantra “non ci sono i soldi”), noi ci illudiamo su di loro.

Un altro rapporto, completamente diverso, è possibile. Discutiamo e sviluppiamo idee, progetti, soluzione e poi…ci investiamo, con i nostri soldi. Con le istituzioni che ci aiutano. Ma se investiamo abbiamo il diritto (e il dovere) di controllare, di avere voce in capitolo, alla lunga anche di rientrare sull’investimento fatto.

Se diecimila famiglie milanesi investiranno sul completamento della circle line, e altre centomila sul secondo passante ferroviario questo potrà portare, con un coraggioso decreto che vieti l’ingresso alla metropoli se non su mezzi elettrici o  ibridi, a un primo colpo di areatore nella camera a gas. E ambedue le iniziative, public companies ad azionariato diffuso, possono ben divenire profittevoli, persino inseribili in fondi di investimento italiani. Nel fare le cose giuste, con lungimiranza, non è poi detto che ci si debba perdere.

Moltiplicate per cento, in tutta la Padania, questo modello virale dal basso. Attaccate anche l’efficienza energetica delle case, con soluzioni ai condomini che facciano guadagnare loro sul risparmio in bolletta, l’investitore che finanzia i progetti, le aziende edili qualificate nei cappotti e nelle coibentazioni.

Possiamo salvarci dalla grande camera a gas. Abbiamo bisogno di rappresentanti che ci aiutino e insieme e soprattutto, di un sistema reticolare di iniziative partecipate. Non tanto diverso da quelle che, due secoli fa, con cooperative, società operaie e contadine di mutuo aiuto, casse di risparmio, banche popolari, ci salvarono dalla fame.

Anche allora lo sapevamo. Nessuno ci salverà. Solo noi.

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Bilancio partecipativo di Milano? Un flop

Il bilancio partecipativo del Comune di Milano, indetto  in primavera, si è concluso pochi giorni fa. Con un sonoro e indiscutibile flop. Che non fa onore a un giunta Pisapia che della partecipazione aveva fatto la sua bandiera. E non fa onore nemmeno a Milano, città dalle profonde tradizioni partecipative.

Guardiamo le cifre. E alcuni preliminari confronti.

A Milano, alla chiusura delle urne online (su piattaforma Eligo) risultano 23835 voti contro un totale di voti di 30172.

La differenza è di  6.337 voti  “fisici”  (il 21%)  che viene dallo spoglio delle schede delle votazioni nelle scuole, dove hanno votato alunni sotto i 14 anni con controfirma di almeno un genitore.

I cittadini adulti hanno tutti votato online, mentre i voti fisici sono tutti a titolo di alunni minori.

Condiderando solo i voti online otteniamo una media di voti per zona di 2648.
Considerando il totale dei voti la media sale a 3352.

Che significa? Che la metropoli milanese, con il suo milione 343mila817 abitanti, e 149 mila abitanti medi per ciascuna delle sue nove zone ha visto una percentuale di votanti al processo partecipativo del 2,2%, che scende all’1,77% se si considerano solo i votanti adulti online.

Tanti? Pochi?

Vediamo un confronto con una città vicina, Monza. Che ha appena concluso la sua prima edizione (come Milano) di un bilancio partecipativo (ma basato su progetti sviluppati, selezionati e votati dai cittadini).

Monza è una città da 120mila abitanti (assimilabile a una zona di Milano per dimensione). Ha avuto 3619 votanti adulti (Tutti e solo oltre i 16 anni), di cui 1450 online.

Quindi una percentuale del 3% di votanti adulti sugli abitanti, quasi doppia di quella media milanese.

E’ la prima volta, ha argomentato quasi a scusarsi di questi numeri, la vicesindaco Francesca Balzani (una delle promotrici del bilancio partecipativo milanese). Ma anche per Monza era la prima volta, con risultati nettamente più alti.

Un’altra conferma?  Viene da Torino, dove lo schema adottato (da parte di Avventura Urbana) è stato identico. E dove si è concluso, pochi mesi fa, un bilancio partecipativo (sempre blindato dentro ristrette commissioni elaborative dei progetti) che però ha funzionato un po’ meglio di quello milanese.

Infatti: nella circoscrizione di Torino, su 90mila residenti, i voti sono stati 1810, di cui 1712 online . Quindi voti totali  sulla popolazione:  2.01 %. E voti online su popolazione  1.90%

Due bilanci partecipativi simili, Milano e Torino, a confronto. Ma ancora ne esce meglio Torino, perchè forse comunque offriva un pochino di spazio in più alla creatività sociale.

Il comunicato stampa del Comune di Milano, per giustificare numeri tanto deludenti, cita l’esempio di Parigi, che ha avuto percentuali più basse.  Ma a spropostito.

Perchè quello di Parigi non è stato un bilancio partecipativo, ma un voto (anche se multiplo) su progetti del Comune già definiti. 51mila parigini sono andati a votare per mettere un paio di crocette, su un totale di 8,4 milioni di abitanti. Lo 0,6>% per qualcosa che non è assimilabile a quanto si è fatto e si fa da Monza a Puerto Alegre.

Quali infatti i motivi di questo flop milanese? Alcuni hanno addotto un deficit di comunicazione da parte del Comune e dei gestori del processo. Forse è anche in parte così. Personalmente però ritengo che il vero motivo del flop sia stato nell’impianto stesso del processo. Superficiale, chiuso, elitario, alla fin fine non attrattivo e triste.

Certo, mettere in lizza un milione per zona sembra tanto, un record persino internazionale. Ma questo milione viene strettamente vincolato a opere pubbliche: muri, marcipaiedi, aiole, tetti.  E già qui si parte maluccio, su temi su cui si “scaldano”, in ogni zona poche migliaia di cervelli.

Poi si nega che questi progetti siano sviluppati da gruppi di cittadini. Le assemblee servono solo a registrare esigenze, si decide (autocraticamente)  che solo una trentina di cittadini per zona (scelti più o meno a sorteggio) possano definire i progetti. Non c’è disputa, scelta aperta, contaminazione, propagazione di idee, idee che contagiano altre idee e energie. Tutto nel chiuso di un paio di riunioni degli eletti-sorteggiati e poi il voto, calato dall’alto.

C’è da stupirsi quindi che Milano abbia registrato il minimo storico, dell’1,7% di partecipanti, Per un siffatto sedicente bilancio partecipativo?

Per favore, se vi sarà una prossima volta, cari amministratori di Palazzo Marino, cambiate radicalmente registro, please.

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Verso la giunta del Nazareno

Ormai ho forse capito il prossimo copione della commedia elettorale milanese.

Primo passo. Primarie del centrosinistra.  Si presentano Sala, la Balzani e Majorino. La seconda sulla continuità sulla giunta arancione (e i suoi enormi successi), il terzo sull’arancione in quanto tale, il primo sul grande successo (enormemente presunto ma altrettanto divulgato) dell’expo.

Sala viene votato in massa dagli aderenti del Pd (renziano, al netto dei fuoriusciti, tipo Possibile), la Balzani dai Comitati per Milano (alias Limonta), Majorino dalla sinistra più o meno radicale. Sel si divide (o persino si spacca) tra Sala (ala Tajani) e Majorino (candidato originario).

Alle primarie arrivano quatte quatte le truppe di Comunione e Liberazione, con Lupi in silenzioso ma fattivo monitoraggio. E quel che c’è di Ncd a Milano. Votano con le idee oltremodo chiare.

Vince Sala (ma guarda). Ma ha comunque bisogno dei voti di Pisapia. Garantisce quindi alla Balzani un ruolo da vicesindaco. E una giunta di (apparente) continuità. Ticket. De Jure o de facto.

La destra si incaponisce su Sallustri. Un candidato di pancia. Il che aiuta i Lupi.

Si vota alle urne. Sala vince e fa la giunta, secondo accordi (renziani): Balzani, Tajani, Rozza, Maran (ambedue ala penatiana Pd, immarcescibile) , forse anche Benelli (nonostante risultati molto deludenti) e al posto di Majorino sulle politiche sociali arriva un assessore nuovo, ma vicino a Cl.

Fin qui la mia ipotesi su una giunta del Nazareno.  Vi piace?

Cinque anni di rinnovamento di Milano buttati via.

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