Dopo il 25 ottobre in positivo

Il passaggio del ridimensionamento dell’articolo 18, ovvero dell’eliminazione del divieto di licenziamento per motivi economici (unico al mondo), mi pare compiuto. Certo, ha suscitato un fronte di opposizione piuttosto vasto, e la Cgil promette lunga battaglia.

L’Italia, messa com’è, ha bisogno di un’ennesima stagione di conflittualità? E su un simbolo, che gioca a nostro sfavore nell’immaginario imprenditoriale mondiale, ma poco a favore di un sistema industriale che sta andando a pezzi, e che licenzia via chiusure e delocalizzazioni di intere fabbriche?

La stagione conflittuale della Cgil potrebbe invece essere utile. Se focalizzasse su due obbiettivi, oggi per noi vitali. Primo. Grazie al doloroso “compito a casa” oggi compiuto ottenere da Bruxelles e dalla Bce le risorse per un significativo programma di investimenti pubblici, tale da risvegliare l’economia. E, secondo, la messa in opera di un vero e efficace sistema di ricollocamento, formazione, flexsecurity.

Su questi due obbiettivi la Cgil e la Fiom possono esercitare un ruolo decisivo, di spinta e di controllo. Possono persino divenire un soggetto attivo, insieme a Cisl e Uil, nel sistema di flexsecurity. Possono proporsi una strategia di evoluzione verso un sistema di relazioni industriali non più solo contrattato ma cogestivo, come mostra il vincente (piaccia o no) caso tedesco.

Se invece sceglieranno la strada del muro contro muro sarà solo un’ennesima stagione perduta per l’Italia.

 

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Vive la France

Lo schiaffo francese a Bruxelles è in piena faccia. Forse l’Europa è ancora viva. Forse l’incubo tedesco comincia ad allontanarsi. Forse un continuum Parigi-Londra-Roma inizia a formarsi. Forse politiche più ragionevoli sono all’orizzonte. Forse ne usciamo pure noi.

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Perchè devo accettare la riforma dell’articolo 18

Pur avendo fatto la campagna elettorale con la Lista Tsipras (Per la sua promessa per una conferenza europea sul debito, finora disattesa), sono d’accordo, un po’ a denti stretti, per la riforma dell’articolo 18.

Il motivo è semplice. Se l’Italia andrà avanti come ora per altri cinque anni sarà l’ombra dell’ombra di se stessa. Un paese al di sotto dei livelli civili dell’Estonia o dell’Ungheria, un fanalino di coda assoluto. Da cui emigreranno non solo giovani ricercatori o laureati, ma giovani e basta, spinti da quel 45-50% prevedibile di disoccupazione (e sotto-occupazione) delle nuove generazioni.

L’Italia era fallita già nel 1992, grazie a statisti come Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Giuliano Amato. Poi la lunga fola berlusconiana non ha fatto che peggiorare le cose. Questa  gentaglia ha distrutto il paese, regalandoci il secondo maggiore debito pubblico del mondo, che ogni anno ci divora il 5-6% del Pil, soldi nostri, nostre tasse, che vanno a remunerare banche, investitori e speculatori internazionali, e un po’ di famiglie ricche.

Non vi è modo di mettere quel 5-6% al servizio del rilancio dell’Italia. Che davvero farebbe la differenza. E questo da 25 anni filati. Morale, l’Italia è in austerità dal 92, in stagnazione e i soloni di cui sopra (compresi altri di sedicente sinistra)  ci raccontano la favola di una Italia spendacciona, che vive oltre i suoi mezzi. Siamo spremuti e pure derisi.

Certo, non abbiamo ripagato il debito e gli interessi grazie a un’evasione fiscale dilagante (favorita dalla criminale politica fiscale al contrario di Berlusconi e Tremonti), certo l’Italia onesta veniva e viene torchiata oltre ogni record europeo. Certo, la criminalità organizzata, la corruzione e il lavoro nero hanno fatto la loro parte. Quando un paese consente che un quarto del suo reddito si occulti, la partita del debito è matematicamente persa. E così interessi non pagati e trasferiti a nuovo debito hanno costellato i 25 anni. Il risultato è che già nel 2011 eravamo sull’orlo del precipizio. E i mercati se ne sono accorti….

Di fatto siamo arrivati alla crisi del 2011 come un “papero seduto”, per dirla all’americana. Ci hanno massacrato, così come ci massacrarono nel 1992, quando George Soros capì che l’Italia craxiana-andreottiana era fallita e si mangiò a spese nostre tutte le riserve della Banca d’Italia, poi affannosamente ricostituite con i prelievi forzosi notturni di Giuliano Amato, l’ex compare del malaugurato lider maximo socialista.

In quei giorni Beniamino Andreatta (uno e dei comprimari del disastro) lavorava a un piano di “default” dell’Italia. Un fallimento ordinato. Molto probabilmente meglio della lunga, venticinquennale agonia economica che ha dovuto subire questo paese. Ma qualche potere forte non volle “il nuovo inizio traumatico”, preferì il continuum Amato-Ciampi-Berlusconi.

Oggi il paese continua ad essere fallito come allora (non si è mai davvero ripreso), ha galleggiato, ora sprofonda.

Perchè sprofonda? Semplice. Perchè il suo fallimento, il suo debito inamovibile,  priva l’Italia di ogni risorsa pubblica. La priva di ogni sovranità economica. Perchè è divenuta così debole da dover sottostare alla lettera ai vincoli e ai diktat europei e dei mercati finanziari, perchè il suo debito pubblico si avvita, tra Pil che decresce e debito che aumenta e deve continuare a pagare una montagna di interessi. A spese di qualsiasi investimento per lo sviluppo.

Dove può trovare i soldi (a breve) oggi l’Italia? Da una lotta all’evasione che arranca a colpi di decine di milioni (quando ci vorrebbero miliardi)? Da una revisione della spesa pubblica irta di difficoltà e di lobbies armate fino ai denti? da un’ abolizione delle Province macchinosa? Oppure dal taglio delle pensioni, della sanità pubblica, di quanto resta dello stato sociale? Abbiamo letto innumeri itoli di giornale su questi temi. Nel concreto finora niente.

Per questo ci siamo persi dal 2007 il 10% del Pil e un quarto dell’industria italiana senza di fatto poter reagire.

Un paese così è paralizzato nella depressione, condannato a diventare come le Filippine.

Mario Draghi lo ha detto chiaro a Renzi questa estate. Se vuoi che noi della Bce ti diamo i quattrini che servono all’Italia per ripartire, se vuoi che Bruxelles allenti in diktat sul 3% di deficit e poi sul pareggio di bilancio, devi darmi  in cambio qualcosa di significativo. Una riforma che faccia il giro dell’economia globale. Devi cancellare il fatto che, unica al mondo, in Italia le aziende si devono sposare ex lege i dipendenti, nella buona e cattiva sorte. Devi togliermi di torno l’articolo 18.

Stiamo parlando di un segnale. Non per l’Italia, ma oltre l’Italia. Per chi davvero la controlla.

Draghi, presidente della Bce, è in un vaso di ferro. Ma sopra ha un vaso d’acciaio, la Bundesbank e il governo di Berlino. E questo governo è stato eletto con i voti conservatori di risparmiatori tedeschi, ossessionati a non pagare, via euro, i debiti dei paesi europei spendaccioni, mafiosi, ndranghetisti come l’Italia. Lo abbiamo visto per il disastro greco.

L’unica carta che ha Draghi per lanciare il suo programma (da tempo studiato) di massicci acquisti di Bot e Cct (e altri) è quello di mostrare alla Bundesbank e ai tedeschi un trofeo sanguinante. Appunto l’articolo 18.

In Italia si sta cambiando registro. L’autunno caldo del 69 è stato archiviato.

E allora la domanda è: ci conviene? Quanto potrebbe darci Draghi in cambio del trofeo? E ci conviene comunque abolire quella norma (che di fatto proibisce i licenziamenti economici)?

Ho cercato ovunque una risposta alla prima domanda e non l’ho trovata. Draghi tace (ha sul collo la Bundesbank ed è comprensibile), Renzi tace. La partita è al buio.

Sulla seconda domanda invece sono i fatti a parlare. Negli scorsi decenni l’articolo 18 per i licenziamenti economici è stato totalmente aggirato, tramite gli scorpori di rami d’azienda (poi fatti fallire e chiudere) e tramite la semplice liquidazione delle imprese.

Quindi d’Alema e Bersani stanno difendendo un bidone, morto e stramorto da decenni. Ma che invece contribuisce a questa immagine dell’Italia come paese a rischio molteplice, non solo mafioso ma anche giudiziario, per chi vi investe.

L’abolizione dell’articolo 18 sui licenziamenti economici determinerà un afflusso di investimenti dall’estero in Italia? Me lo auguro, ma nessuno lo sa.

I tempi sono diventati brutti, non c’è più tempo per una logorante guerra di trincea. Lo schema proposto da Renzi di ridimensionamento del reintegro solo ai licenziamenti discriminatori e disciplinari ingiusti mi pare ragionevole.  Ora però chiedo. Facciamo pure questa (costosa) riforma “simbolica”.

In cambio di cosa? Possiamo avere impegni, cifre, un po’ di speranza? Ci può spiegare il punto Bruxelles e la Bce? O magari anche Renzi stesso?

Ci può spiegare, con impegni credibili e fondi (magari europei) se e come vorrà costruire quel sistema di flexsecurity per aiutare nel reimpiego chi viene licenziato? Sarebbe l’unica risposta seria al ridimensionamento pesante dell’articolo 18.

 

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Benvenuti in Grecitaly

Quindici giorni fa è piovuta sulle nostre teste la solita, scontata, grande notizia. L’Italia invece di andare in positivo è tornata in negativo. I 90 euro del magico Renzi le famiglie se le sono tenute in saccoccia, sacrosanti risparmi precauzionali (con i tempi che corrono comprensibile) invece di spenderli in consumi, come avrebbero allegramente fatto (ora meno) famiglie americane o brasiliane.

Oggi è la volta del Consiglio dei ministri delle briciole. Se va bene tre miliardi, quando l’Italia ne avrebbe bisogno di trenta. Hanno raschiato un po’ di fondo del barile.

Morale, l’Italia continua nel suo segno meno, perde colpi nelle esportazioni e il mercato interno è comatoso. E non c’è politica economica.

Di questo passo questa barca scassata finirà matematicamente sugli scogli della Troika. E saranno i dolori insensati già vissuti da quei paesi.

Benvenuti in Grecia. Una Grecia al quadrato che finalmente farà affondare questa pagliacciata chiamata Europa.  Alias impero tedesco. Alias rigor mortis anche per la Francia.

E’ infatti l’Europa, proprio l’Europa, che sta affondando. E non solo l’Italia, con il macigno del suo debito che ha sfondato lo scafo. Viviamo in un mondo demente che ha consegnato le decisioni ai banchieri e agli speculatori. E non a rappresentanti eletti con potestà di decidere sull’euro.

Una moneta folle, in ostaggio dei contribuenti tedeschi e della Bundesbank. Tutta dentro una tecnostruttura, come l’Europa stessa.

In questi termini sarà la discesa comune verso il fondo. A meno di un sussulto.

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Fiscal compact al contrario?

Il sistema di trattati, in primis il “Patto di Bilancio” sottoscritto da 25 paesi dell’area Euro (fiscal compact), insieme ai regolamenti comunitari (six pack e two pack) per la riduzione forzosa dei debiti pubblici e il controllo delle politiche relative possono funzionare, in un certo senso, al contrario?

Non soltanto per imporre ulteriori e insostenibili sacrifici ai paesi aderenti più esposti ma per aiutare, in determinate condizioni, un liberatorio risanamento di situazioni, come quella italiana, in cui il macigno-debito si trascina da decenni, succhia le nostre risorse, ammazza fiscalmente le nostre imprese e lavoratori, aumenta le disparità e l’evasione fiscale, degrada lo stato sociale.

Sono convinto che in realtà tutto dipenda dalla politica monetaria, dalla Bce. Il vero player chiave, così come lo è stato nella primavera del 2012, quando ha fermato la speculazione selvaggia contro l’Italia mettendo in campo la sua offerta di liquidità infinita. Il suo bazooka, a misura delle reali condizioni della crisi europea, può essere la soluzione.

Oggi la Bce è l’unica che può risolvere il gap e tirare fuori l’Italia (ma anche la Grecia, Portogallo, in buona misura Spagna e Francia) dalla grande trappola. Ovvero: bilanci pubblici gravati dal servizio prioritario del debito pubblico, obbligo di pareggio oltre i limiti di Maastrict (originario), quindi pressione fiscale ai massimi, risorse inesistenti per investimenti di ripresa (persino per coprire i cofinanziamenti sui fondi europei).

Risultato. Il fiscal compact (e connessi), combinato al debito-macigno, agirà da camicia di forza e impedendo, di fatto, manovre di rilancio. E quindi ci avviterà nella deflazione-depressione. In mancanza di una variabile: nuova liquidità abbondante per, almeno temporaneamente, alleggerire la morsa, consentire la ripresa, generare il ritorno alla crescita e quindi, per questa via, ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil.

Se questo è vero (come è vero) proprio non capisco. Fino a quando il vertice, il consiglio direttivo della Bce, alias i 18 governatori dell’area Euro, vorrà aspettare prima di dare il via a una seria manovra reflattiva, sull’esempio della Fed e della Bank of Japan?

Fino a quando dovrà durare questa inutile agonia, spacciata per rigore?

La ripresa, in Europa, non sta funzionando. La Germania, il perno economico del continente,  accusa un -1,8%  nella produzione industriale a maggio dopo  il -0,3 ad aprile.  Un dato che fa il paio con il  -1,2% nell’attività manifatturiera italiana a maggio. Ambedue cifre commentate come “più negative delle attese”. E il segnale europeo si accompagna ad altri, persino asiatici e cinesi, di rallentamento.

Soltanto gli Usa sembrano continuare sulla strada della ripresa. Nel secondo trimestre dell’anno, secondo le minute della Fed rese pubbliche la settimana scorsa, il rimbalzo positivo viene giudicato “sorprendentemente ampio”.

Come la mettiamo, quindi, signori della Bce? Abbiamo di fronte a noi i dati di due grandi economie a confronto. In una, gli Usa, è stata seguita la strada della reflazione classica,  sgravando debito federale e tasse, nell’altra del rigore duro. La prima è in ripresa, la seconda sull’orlo della deflazione-depressione, ormai contagiosa anche per il suo inviolabile tempio dell’ortodossia neoliberista-rigorista, la Germania.

Ha torto Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, a consigliare “caldamente” alla Bce una manovra di “quantitative easing” alla Fed, con  il massiccio acquisto di titoli di debito pubblico europei? La fonte è non sospetta: l’Fmi ha collaborato attivamente a massacrare i greci per farli rientrare nei ranghi. Forse però quell’esperienza, finita a bombe sotto la loro sede, ha insegnato qualcosa ai supremi banchieri di Washington.

Ma, domandiamoci, che cosa può significare un “quantitative easing” in Europa, nell’area euro?

A differenza degli Usa, che hanno un debito pubblico in gran parte centralizzato sul Tesoro federale, l’area Euro è un sistema di stati ciascuno con una sua indipendente gestione fiscale e del debito. Ed è legata da un patto di bilancio (Fiscal compact) che vieta nuovo indebitamento. Scaricare debito, almeno temporaneamente, sulla Bce richiede quindi un approccio più strutturato.

 

Una proposta.

Partiamo da un’ovvia, piccola premessa. Ripercorrendo i fatti principali.

1)      Il costo della grande crisi finanziaria si abbatte, dal 2008, sui conti pubblici europei, con il salvataggio delle banche, inglesi, francesi, belghe, tedesche (non italiane) a carico delle rispettive finanze statali.

2)      Il debito pubblico in Europa è cresciuto in misura allarmante: in Germania, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Cipro  le cifre presentano un balzo in avanti, nel 2008-2011. Siamo vicini al 90% del Pil in tutta l’area Euro.

3)      Il peso del servizio del debito corrispondentemente aumenta. E insieme la dipendenza dai mercati, dai soggetti finanziari.

4)      Il macigno sulle politiche economiche è evidente già nel 2010. Il debito pubblico, per gran parte dei paesi europei, è nei fatti insostenibile.

5)      Il fiscal compact è la risposta, ovvero ridurre forzosamente il debito pubblico al 60% del Pil europeo, paese per paese, in 20 anni. Da una media europea oggi dell’87%.

6)      Emerge chiaro  il circolo vizioso.  Ovvero: se solo la ripresa e la crescita consentono la riduzione del gigantesco debito, oggi il peso abnorme degli interessi sul debito (pari al 5% del Pil in Italia) bloccano qualsiasi manovra di crescita. E’ una trappola che paralizza intere economie, come la nostra.

Supponiamo invece una iniziativa dal basso,  dei cittadini europei. Una proposta di atto legislativo (ex art. 11.4  del trattato di Lisbona) per uscire dall’impasse e creare le condizioni strutturali  per un New Deal europeo. Per indicare una strada comune. Contrapposta all’austerità e alle ricette dettate, in ultima istanza, dalle lobbies finanziarie e neoliberiste.

Una strada basata sulle seguenti proposte:

1)      Fiscal compact al contrario. Il debito in eccesso il 60% del Pil viene, quantomeno gradualmente e temporaneamente (almeno 5 anni), mutualizzato in un fondo gestito dalla Bce. Invece di acquisti di titoli di debito sul mercato secondario si tratta un’operazione strutturata. Graduata in relazione alla gravità della situazione dei singoli paesi oltre il 60% di debito/pil.

Ma non con il meccanismo punitivo del cosiddetto European Redemption Fund studiato dalla commissione Barroso (che prevede il conferimento forzato del patrimonio pubblico e di quote di entrate fiscali da parte dei paesi aderenti, nonchè programmi alla Troika e altre cessioni di sovranità) quanto attraverso una iniziale massiccia creazione di moneta da parte della Bce (sull’esempio di Fed, Bank of England, Bank of Japan) diretta alla “sterilizzazione” degli interessi sul debito pubblico temporaneamente mutualizzato. Quindi un apporto oneroso degli stati membri nullo o molto limitato nella prima fase. Una infusione di liquidità diretta nei bilanci statali. E poi, in relazione alla ripresa, un rientro attentamente contrattato su base trilaterale (paese membro, supervisione del parlamento europeo e Bce).

2) Il fondo, da un punto di vista tecnico, di fatto esisterebbe già. Si chiama Esm (Mes) e con poche modifiche formali potrebbe servire egregiamente allo scopo. Il suo obbiettivo statutario è appunto quello di aiutare gli stati europei in grave crisi. Non vi è nemmeno bisogno di modificare (per ora) lo status della Bce (articolo 134 del trattato di Lisbona), perchè finanzierebbe un soggetto dotato di licenza bancaria. Ovviamente l’Esm dovrebbe rinunciare, per questa operazione, ad ogni approccio neoliberista da “Troika”.

Il fondo incamererebbe velocemente le quote di debito pubblico, offrirebbe di fatto una moratoria su grandi ammontari di interessi per 5 anni (minio) e poi ritornerebbe agli stati partecipanti il debito acquisito in modo graduale, in relazione al ritorno alla crescita degli stessi.

Un inciso. La vendita controllata di asset pubblici (dal 2020 in poi) ha senso solo in una situazione  economica europea tornata positiva. Bisogna quindi prima fornire risorse iniziali (ma massicce, non le attuali) alla ripresa, liberare (almeno in parte) gli avanzi primari dei paesi ad alto debito, riequilibrare economie e società e quindi procedere in modo controllato alle dismissioni in situazioni di mercato accettabili, e senza le lobby bancarie o finanziarie sul collo, con i loro ricatti.

3)      Il fondo comune “pagato” dalla Bce consente di liberare nei bilanci statali rilevanti risorse (ipotizzabili anche 20 miliardi annui di minori interessi da pagare per i maggiori paesi  europei nei primi 5 anni) destinati al New Deal continentale.

Inciso: la speculazione non può operare per due motivi. Primo perchè tutto è sotto l’egida della Bce. Secondo perchè il programma riguarda tutti i paesi europei, “cattivi” e buoni.

4)      L’Europa torna a crescere in modo sincrono, su  investimenti, creazione di lavoro, detassazione di imprese e famiglie, welfare. I programmi comunitari trovano corrispondenti cofinanziamenti nei paesi membri. Bruxelles mantiene la regia e il controllo sulla manovra reflattiva continentale. Come da trattati.

5)   Questa crescita comune, gestita, crea un clima meno dissimmetrico. Non viene creato nuovo debito, anzi il debito viene gradualmente riassorbito (ma in modo sostenibile e consensuale). Le opinioni pubbliche più conservative non si mobilitano. Il six pack, il two pack restano operativi e controllano la manovra di New deal.

6)   Non c’è discontinuità, se non sul nuovo fondo temporaneo sul debito (e se questo è l’Esm non c’è discontinuità per niente), con le istituzioni create in Europa. Anzi. La minor dissimmetria tra nord e sud Europa porta a un maggior consenso sulla riforma democratica delle istituzioni europee.

Fase 2.

Se la prima fase di mutualizzazione temporanea dei debiti pubblici avrà, come credo, successo, è possibile pensare a un passo successivo, con il consenso di tutti. In pratica alla nascita di un sistema fiscale-federale continentale.

1)   Viene varata una riforma delle fondamenta dell’Unione. Il Parlamento europeo accresce il suo ruolo reale di indirizzo e supervisione.  Tra le riforme chiave viene istituito un “ministero delle finanze” continentale che armonizza le politiche fiscali (via two-pack) e si fa carico di un eventuale fondo di debito pubblico europeo non più temporaneo (project bonds, eurobills…..). Gestendolo in relazione ai progetti e alle condizioni delle economie degli stati membri. Un fondo alimentato da entrate fiscali concordate con i vatri stati.

2)   L’unione fiscale viene così perfezionata in modo equo e democratico. E il debito pubblico europeo cessa di essere un mostro. Ma diviene, come è da secoli, uno strumento di finanziamento dei beni pubblici. E del risparmio.

(una volta risolto il nodo debito il passo verso uno stato federale europeo, gli Stati Uniti d’Europa, diviene drasticamente più breve)

3) L’iniziativa dal basso dei cittadini europei su questo tema è l’unica carta, a mio avviso, in grado di rompere l’egemonia negativa da parte del complesso bancario-industriale tedesco e del suo partito conservatore. Credo che, se adeguatamente informati, milioni di tedeschi, francesi, spagnoli e italiani possano rendersi consapevoli della questione in gioco. Senza parlare di greci, portoghesi, irlandesi e ciprioti.

Una ipotesi di questo tipo serve soltanto per far capire che una manovra temporanea (ma a  medio termine) sui debiti pubblici conviene a tutti. E’ un gioco a guadagno condiviso. Una manovra equa, capace poi di sfociare in un nuovo processo anche istituzionale europeo. Finalmente democratico.

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Qualche considerazione esplicativa.

Nota: Perchè questo meccanismo invece di un semplice, massiccio e indifferenziato acquisto di titoli di debito pubblico da parte della Bce?

Per vari motivi.

1) Una manovra di questo genere creerebbe sì base monetaria ma al costo, ben visibile negli Usa, di un ulteriore abnorme aumento dei debiti pubblici nei paesi dell’eurozona. In totale contrasto con il Fiscal compact e il six pack, che invece puntano sulla riduzione al 60%.

2) La manovra sul servizio del debito qui indicata libererebbe risorse dove è più necessario. Ovvero nella drastica riduzione della pressione fiscale e nell’attivazione di investimenti infrastrutturali (cofinanziati e non) essenziali per settori come l’edilizia e il manifatturiero.

3) La manovra indifferenziata “all’americana” non garantisce alcuna politica di incentivi fiscali per le piccole e medie e le nuove imprese. Nè misure di detassazione per la spinta sui consumi interni. La moratoria sugli interessi invece permette di conoscere in anticipo le cifre del sostegno. E di coordinare piani di investimento, incentivo e rilancio su scala continentale.

4) Le operazioni di quantitative easing, nei fatti focalizzate sulle banche, anche negli Usa hanno mostrato un grave limite: la nuova liquidità solo in misura ridotta finisce per fluire nell’economia, ma in gran parte viene incamerata dai giganti della finanza come riserva straordinaria. Anche i programmi emergenziali adottati dalla Bce nel 2011 e 2012, ovvero finanziamenti alle banche a tassi super-agevolati, raccontano la stessa storia. Le banche hanno ricostituito riserve e profitti, sostenuto i debiti pubblici in pericolo (per esempio in Italia) ma non hanno riaperto i rubinetti del credito. Al punto che il nuovo Ltro annunciato da Mario Draghi un mese fa (Targeted long term refinancing  opera operations) è stato “mirato” solo su titoli che implicano prestiti a imprese e famiglie.

Agire dal punto di vista del debito pubblico, generando massicci sgravi fiscali e investimenti pubblici, assicura quindi una produttività reale della manovra per ogni euro di nuovo conio nettamente superiore.

5) Questo approccio ha un altro importante vantaggio. Consente di definire scale di priorità. Per esempio concentrando gli interventi sui paesi che presentano il maggiore “gap” tra peso del debito pubblico e necessità di manovre di rilancio. Parliamo di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e forse anche Francia. Su di loro lo sforzo può essere più rilevante. E, come è nella natura della proposta, non per addossare i loro debiti ad altri paesi membri, ma per una manovra temporanea.

Solo in un eventuale fase due, spece se la prima avrà successo, si potrò pensare ad un autentico consolidamento di un debito pubblico europeo (magari decrescente) e a istituzioni democratiche adatte alla sua gestione.

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La grande commedia europea (sulla nostra pelle)

Ieri due notizie significative hanno segnato lo stato di tensione che percorre l’Eurozona, alias Europa, alias continente malato.

Sappiamo bene cosa sta succedendo. Invece della tanto decantata e strombazzata ripresa liberista, il continente è sull’orlo della deflazione autoalimentante, alias depressione (come si diceva negli anni 30), una situazione in cui si sta male davvero, si fallisce, non si lavora e spesso non si mangia, si fa la fila per un pezzo di pane caritativo, si soffre, si emigra.  E infine si marcia e si spara. Le immagini della Germania di Weimar, di Hitler e degli Stati Uniti degli anni 30 sono eloquenti. (qualcosa di più recente? Alba Dorata greca…)

Non fosse stato per il loro fortissimo tasso di risparmio anche i giapponesi, negli anni 90, avrebbero provato i morsi della deflazione. Ma quel popolo disciplinato, con l’aiuto di un governo che ha esploso investimenti e debito pubblico al 200% del Pil  (debito tutto internamente acquistato) ha superato in qualche modo la nottata.

Noi ci siamo vicini, troppo vicini. Già ora in Grecia i prezzi scendono del 2,2% e in tutta l’eurozona la media è lo 0,5%. Sotto il 2% di inflazione la spirale depressiva è molto probabile. E poi arrestarla e invertirla è un esercizio davvero difficile.

In questo scenario uno dei paesi più minacciati, l’Italia, per bocca del suo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha avanzato la richiesta di poter  avviare investimenti pubblici e gestire con qualche margine i processi di riforma in cantiere. Al di là dei trattati-camicia di forza.

L’Italia non ha margini. Paga il più alto avanzo primario sul suo bilancio d’Europa. Sta torchiando i suoi cittadini e le sue imprese con la più elevata pressione fiscale dell’eurozona. Sta soffrendo. Ed è un paese che dal 1992 (ben 22 anni filati) è in austerità, alla disperata e sempre fallita rincorsa del suo gigantesco e insensato debito pubblico (qui per saperne di più).

L’Italia paga oltre 90 miliardi annui di interessi sul suo macigno-debito. E’ costretta a finanziare ricchi, banche, investitori e speculatori internazionali con i  nostri soldi, preziosi, che servirebbero invece a investire, creare lavoro, istruzione, nuove imprese, ricerca e servizi primari.

Renzi chiede alla Merkel una modifica del trattato di Maastricht per escludere dal tetto del 3% di deficit gli investimenti e le riforme.  Prima il ministro socialdemocratico dell’economia dice si e poi arriva lei, con un secco ennesimo no.

Già, ha le sue belle gatte politiche da pelare. I grandi banchieri tedeschi insorti contro la Bce e anche la Bundesbank per il suo ultimo annuncio di una mini-manova espansiva, con prestiti agevolati per 400 miliardi (bruscolini sulla scala dell’eurozona e del problema) alle banche che daranno crediti alle piccole e medie imprese.

Una manovra “unfair” verso i risparmiatori (tedeschi), gridano i colossi bancari germanici (quelli salvati con 20 punti di Pil di debito pubblico tedesco aggiuntivo dopo lo schifo mondiale dei derivati, ora però divenuti integerrimi salvatori della patria).

E la Merkel, eletta da loro, prende nota e esegue. Niente concessioni a quegli straccioni di italiani, greci, spagnoli, e persino francesi. Gli inglesi se ne fregano e intanto con la City e la sterlina ben sostenuta da un vera banca centrale, fanno profitti (ovviamente per i loro ricchi).

La commedia gira intorno, in realtà, alla nomina di un presidente della commissione europea che (come il malaugurato precedente)  faccia innanzitutto gli interessi dell’establishment di Berlino?

Secondo capitolo. Protagonista l’Fmi, quel fondo monetario internazionale di Washington voluto da Keynes nel dopoguerra e poi trasformatosi, nei decenni, in paladino del neoliberismo, delle austerità più dure e distruttive in tanti paesi in difficoltà. Prima fra tutti la povera Argentina.

Ma c’è un limite, direi professionale, alla cecità degli economisti. E così l’Fmi, ci dice il Financial Times, con sotto gli occhi i dati dell’incipente depressione europea, cambia rotta. E consiglia alla Bce, anzi più che consiglia, di adottare le stesse misure da tempo prese negli Usa, in Giappone, in Gran Bretagna.

Quali? Semplice, comprare (in pratica sterilizzare) la vera, strutturale, perdurante, ammorbante fonte di infiammazione e paralisi dei nostri paesi: il debito pubblico. Questo tumore, nel caso nostro, piuttosto antico.  Creato negli anni 80 da gentaglia del calibro di Giulio Andreotti e Bottino Craxi, sviluppatosi sul clientelismo e sul voto di scambio, una coltura batterica che si automoltiplica, che si perpetua sul nostro deficit immunitario (evasione, corruzione e criminalità), anno dopo anno, via interessi non pagati, interessi su interessi e che fanno altro debito.  E che infine uccide piani di investimento, politiche pubbliche, toglie gradi di libertà a tutti, ci impone nuove tasse,  ammazza i deboli per arricchire i ricchi. Cancella futuro. E ha creato per vent’anni, sotto Berlusconi, stagnazione.

Pensate a un’Italia (onesta)  che, dopo aver strapagato per decenni sul suo debito, avesse di colpo disponibilità non dico dei 90 miliardi (il 6% del pil) che deve pagare in assurdi interessi ma di metà, 40 miliardi, per ridurre le tasse sulle imprese, per organizzare una vera agenzia anti-evasione e corruzione, per rimettere i tetti alle scuole, per rifare le strade, per aiutare studenti poveri, e magari anche qualche sostegno ai precari.

Il Fondo monetario internazionale prende le cifre della Fed e dice alla Bce. Fallo anche tu. Compra mille o duemila miliardi di debito pubblico europeo all’anno. Ovvio, sta dicendo: sgrava Italia, Grecia, Spagna e Francia di un bel pezzo dell’infiammazione. Dagli la possibilutà di ripartire, andiamo. Gli Usa e il Giappone sono in leggera ripresa. Grazie a queste politiche espansive non convenzionali il pericolo di depressione là è stato scongiurato.

Risposta dalla cosiddetta opinione pubblica tedesca: non vogliamo il bailout del Sud Europa. Benissimo, verrebbe da dire, e noi non vogliamo più comprare prodotti tedeschi. Dichiariamo l’embargo contro chi si arricchisce facendo gli affari con i cinesi, che poi con le loro donne e bambini sfruttati da lager, viene in casa nostra a rubarci lavoro e futuro.

La Germania cavalca questa globalizzazione. E vede l’Europa come una rottura di scatole. Mette il veto su quasiasi proposta positiva per tutti. E’ immersa nel suo egoismo industrial-finanziario. Travestito da austero rigore.

L’Fmi, con la sua raccomandazione, ha trovato nei vertici Bce una risposta molto silenziosa, prudente. La linea di Draghi, ragionevole, è di valutare prima gli effetti della manovra sui prestiti alle Pmi e poi considerare altro (nonostante le urla dei pescecani). La Bundesbank ha difeso Draghi. D’altro canto quando uno è un economista e banchiere centrale i dati li deve guardare, e vengono prima delle pance anti-europee, dei portafogli più o meno gonfi, e delle ideologie.

Molto probabile quindi che, tra un paio di trimestri di rilevazione, ovvero a fine anno la manovra sui titoli di debito pubblico si farà comunque, per pura necessità, e necessariamente durerà (come la Fed e Bank of Japan insegnano)  vari anni. E quindi quote importanti di titoli di debito dei vari stati entreranno nelle casse (anzi nei computer) della Bce. Una mutualizzazione de facto dei debiti?

E allora? E allora, al posto di questa soluzione tutta tecnocratica, fragile e provvisoria,  non è il caso che assieme si avvi quella che Alexis Tsipras, il greco a capo di Syriza, ha proposto come una “conferenza europea sulì debito”? Che insieme si proceda un “bilancio pubblico europeo”, quale quello proposto da Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, nella sua ultima relazione annuale? E infine quello che la stessa Merkel  ha più volte detto e sostenuto: un’ “unione fiscale europea” , in pratica un ministero dell’economia continentale depositario del debito pubblico in eurobond (in tutto o in parte) del continente. Non è il caso che questa Europa fragile, mezza delegittimata e odiata dai suoi popoli, si giochi il suo futuro sull’uscita da questa crisi?

Dalla crisi, dalla crisi profonda, puo’ nascere lo stato federale europeo. Il complemento vero dell’Euro e della Bce. Il soggetto della sua stabilità, crescita (vera), degli interessi dei suoi popoli, della sua democrazia.  Non vedo altra strada, fuori dalla depressione e delle sue albe dorate.

La chiave è il debito, nel male come nel bene.

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L’Italia Civica diventa proprietaria?

Quando iniziammo con Rcm (Rete civica di Milano) nel 1994 già pensavamo a Rcm due. Allora, per necessità (internet andava via modem e telefono) usammo la migliore Bbs commerciale esistente, la canadese Firstclass. Ma pensavano già, insieme ai ricercatori universitari, a un secondo passo: un ambiente di rete aperto, trasparente, replicabile e controllabile da chiunque.

Sono passati vent’anni. E si torna indietro. L’informatica civica, le comunità civiche in Italia paiono regredire alla peggiore incultura proprietaria.

Ieri ho seguito un convegno a Bologna indetto dalla Fondazione Rena, “comunità di cambiamento”. Un bel convegno, pieno di giovani interessanti e vitali, e anche disseminato di messaggi (reali) positivi. Come la crescita di Arduino (ovvero dell’hardware Open Source), le comunità di pratiche e conoscenze, la fioritura delle startup, persino l’avvio di monete parallele (comunità di scambio economico, Sardex) e tanto altro.

Ma mi ha fatto proprio male al cuore apprendere, da un paio di amici, che il Comune di Bologna abbia scelto (senza alcuna gara pubblica, da quel che mi risulta) Civici di Ahref come sua prossima piattaforma per la partecipazione online.

Bologna infatti, nel 1994, venti anni fa, con Iperbole fu per noi un punto di riferimento. Partì qualche mese dopo Rcm ma con un approccio full internet, gestita direttamente dal Comune, su gruppi di discussione Usenet, totalmente nella filosofia aperta della rete nascente. Ricordi, Stefano Bonaga? E tu, Franz Nachira?

Allora eravamo noi (per necessità) i proprietari e voi (che appoggiavate Iperbole sul Cineca) gli open. Ce lo facevate anche pesare un po’. Oggi le parti paiono invertirsi.

Ora, vent’anni dopo, vedere Iperbole ridursi a un software chiuso, proprietario fatto da un team trentino (una fondazione, Ahref, finanziata dalla straricca Provincia autonoma locale) che dichiara su Civici di essere il proprietario esclusivo del software:

“Copyright Fondazione <ahref 2013 | Sede legale: Vicolo Dallapiccola 12 – 38122 Trento – Italia | P. IVA 02178080228 | Privacy | Termini di servizio….

Quindi. La Provincia Autonoma di Trento, ben rifornita dagli antichi privilegi economici accordati alla Regione a statuto speciale Trentino-Venezia Giulia, eroga finanziamenti (soldi pubblici non solo locali ma per tale motivo anche nazionali, cioè nostri) per una fondazione, Ahref, che produce una piattaforma a suo esclusivo controllo e copyright. Soldi nostri pagati dalle nostre tasse, quindi, per trasformare l’informatica pubblica italiana, le comunità municipali, in un sistema chiuso. Davvero una scelta politica lungimirante, questa su beni comuni di rete pagati da noi ma poi chiusi in poche mani. Vi piace?

In pratica. Chi adotta Civici non sa dove e come vengono gestite password e identità degli iscritti, magari bolognesi gestiti a loro insaputa a Trento. nessuno può mettere becco. Ahref non offre il suo codice ad altre amministrazioni, non è trasparente. E questo fa davvero un po’ male, considerato il nome della piattaforma.

Il sogno di un’Italia partecipativa, aperta, viene meno. Diventa la solita “buca delle lettere” (alias dammi il tuo commento) brulicante nei siti comunali e ministeriali. Diventa la solita dicrezionalità ad accettare o meno l’opinione del cittadino. Come le mail per la consultazione sulla spending review, 50 mila letteralmente buttate nel cestino (nella tristemente famosa consultazione indetta dal governo Monti) o per la riforma della Pa (oggi, ministro Madia, che almeno fa leggere le opinioni ai funzionari). E soprattutto la consultazione sulle riforme istituzionali, pilotata politicamente dall’alto da Quagliariello per fare consenso, poi finita nel nulla, irrilevante, e con l’apporto (graziosamente gratuito) proprio di Civici. Questa irrilevanza diventa la partecipazione a senso unico,  pilotata, foglia di fico, orpello di moda, marketing. Un’operazione di potere, e esternamente un colorato servizio alla Facebook, alla Apple, un’App…

Finchè sono state queste operazioni italiote di palazzo (utili al più a fingere un’alternativa all’uso della rete da parte del 5 stelle), poco me ne sono curato. Ma quando cominciano ad arrivare nelle reti civiche delle maggiori città italiane, comincio seriamente a preoccuparmi.

Noi, dopo Rcm, abbiamo costruito dal basso, e con estrema fatica (nessun appoggio del Comune di Milano o di altri centri di potere), PartecipaMi, e poi OpenDcn. Una piattaforma, quest’ultima, a moduli: discussioni informate (non all’acqua fresca di Facebook), moderate e organizzate su thread creati dagli utenti, gestione dei problemi e delle proposte, voto online,  brainstorming…Tutto open, tutto scaricabile, controllabile algoritmo per algoritmo. Anche Airesis è più o meno così.

Non è un buco nero in cui butti le tue idee, nè il gran fiume dei social network dove tutto passa e va. E’ un ambiente per discutere e progettare assieme.

Votate su Civici? E come potrete controllare se qualcuno dietro il server non abbia manipolato il vostro voto e i risultati? Su OpenDcn potete farlo. Solo questa è una differenza non da poco.

E poi, se dopo la consultazione sulle riforme istituzionali del governo Letta (anche qui un’adozione di piattaforma senza gara), anche Bologna va su Civici , questo rischia di diventare un segnale nazionale, potrebbero andarci anche Roma, Genova, Torino, Palermo…una bella Italia di reti civiche finte? Controllate da una sola regia? Va bene?

Se qualcuno sta sfruttando il lavoro di anni e anni di tanti come me me per introdurre e radicare una nuova cultura aperta della Res-publica., non si illuda. Ci troverà sulla loro strada.

Che Ahref faccia due sole cose. Metta in Open Source, seriamente e pubblicamente, il software di Civici, senza se e senza ma. E si metta a collaborare seriamente, senza occupare (male) ogni spazio possibile, con chi  lavora in quest’area. Se non può, si dedichi ad altro dai Civici.

 

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Un club per il nostro futuro

Meno male che esistono persone che pensano e capiscono. Come Guido Viale, che ha scritto un articolo abbastanza simile a quelli in cui mi sono prodotto qui nelle scorse settimane.

Il debito pubblico in Europa è la questione chiave per la ripresa, e per un modello di stato e economia meno demente di quello spacciatoci dai neoliberisti. La riduzione e la mutualizzazione del debito pubblico italiano è il presupposto di un possibile “terzo risorgimento” italiano.

E’ una questione europea e italiana. Epocale e di interesse generale. Un progetto di autentica banca centrale europea e forse di spinta su una statualità federale.

Sono molto contento di aver lavorato alla campagna elettorale della Lista Tsipras se è questo lo sbocco politico, se questo è il progetto.

Bravo Guido, vai avanti. E chiunque si presenti a Strasburgo che prenda questo impegno, storico. Che sappia parlare al Pd italiano che nel programma esibiva la mutualizzazione del debito, e così i cinque stelle. E persino Ncd e Forza Italia.

Che i nuovi eurodeputati italiani formino un “club”, una “lobby trasversale” per arrivare, insieme ai gruppi tradizionali, a una trattativa cruciale per un’Europa più umana, accettabile e un futuro che non sia dettato dai tassi di interesse estorti ai suoi cittadini.

Vai Viale, vai Tsipras e vai anche Maltese e Spinelli. Possiamo farcela.

 

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L’Italia è sostenibile?

Secondo quest’analisi di oggi, scritta da Federico Fubini,  uno dei più esperti giornalisti economici di Repubblica, decisamente no.  La prospettiva di un debito pubblico sul Pil al 150% nel 2017 (in tre anni) significa un carico annuo di interessi di oltre 100 miliardi sulle spalle di noi contribuenti. Significa un avanzo primario mostruoso, insensato. Significa un paese in svendita, senza margini, al collasso.

E’ urgente quindi che la questione debito, e non solo nostra, in Europa venga affrontata dall’intera Unione. A livello fondamentale. E’ ormai chiaro che da soli non ce la possiamo più fare.

Fin dalla crisi del 1992, ovvero il crollo di Craxi e Andreotti e il loro debito, è in atto in Italia un chiaro e evidente circolo vizioso. Il debito, venduto sul mercato finanziario globale, genera un costo  tale, sulle risorse pubbiche, da spiazzare qualsiasi intervento reale di rilancio dell’economia, di detassazione di imprese e famiglie, di investimenti pubblici. A sostenere il costo di questo debito non  ha partecipato e non partecipa circa  un quarto dell’Italia, del Pil italiano, “rubato” in evasione, nero, corruzione, criminalità organizzata.

Si è quindi creato un gap sistematico, che non ha mai consentito in trent’anni di pagare tutti gli interessi sul debito in un singolo esercizio di bilancio. Una parte di questi interessi sono così andati a creare nuovo debito, nonostante le politiche di austerità, e di tassazione sugli onesti, di cui è stata vittima l’Italia.

Risultato: abbiamo pagato, ci siamo svenati per ottenerne in cambio non la fine dell’incubo, ma solo altri debiti. Ci hanno guadagnato solo i ladri, i corrotti, i criminali organizzati e non,  i furbi, i supporter di evasori fiscali come Berlusconi e limitrofi, di para mafiosi come Dell’Utri, tutti con i loro bravi conti numerati in Svizzera o alle Cayman.

Oggi, dopo il disastro del 2011, dopo la mazzata di tassi di interesse esplosi al 5% e dopo 25 miliardi di nuovo debito di colpo accordati all’Europa per salvare la Grecia ci ritroviamo con un carico ancora più pesante del passato. Una soma tanto massiccia che anche una miracolosa crescita al 3% per 5 anni non riuscirebbe a ridurre.

Ma è credibile questo miracolo al 3%? Me lo auguro ma credo di no. Credo invece che il circolo vizioso  trentennale continuerà. A meno di un intervento esterno, con le nostre forze abbiamo solo una (malaugurata) prospettiva. Ripudiare o ristrutturare il debito, con le conseguenze che Fubini, nel suo articolo mostra sinteticamente ma con efficacia.

In questo caso  l’Italia finirà sotto le grinfie della troika. E di disastri alla greca ne è bastato uno.

Fubini, nel suo rimarchevole articolo, è molto prudente. E il più possibile positivo. Comprensibile. Se esiste un terreno minato è questo del debito pubblico italiano. Dove basta poco a scatenare, come nell’estate del 2011 una crisi di sfiducia (e speculativa) autoalimentante le difficoltà.

Nonostante ciò ci racconta una verità molto semplice. Spremere un crescente avanzo primario all’Italia, ovvero a chi paga le tasse in questo paese (e a chi si vede tagliati i servizi pubblici) “non basta più”.

E non bastava più da molto tempo. Come ben spiega Francesco Gesualdi nel suo saggio Le catene del debito – e come possiamo spezzarle“.

I 2100 miliardi di debito sono la stratificazione di interessi che lo stato italiano non è riuscito a pagare, nonostante un’austerità permanente, dal 1992 ad oggi.  Gli avanzi primari sono stati decurtati dalla massiccia evasione fiscale, dal costo della corruzione, da una struttura burocratica eccessiva.

L’austerità degli scorsi tre decenni ha però pesato sull’Italia, contribuendo massicciamente alla sua stagnazione, al suo irrigidimento e al suo invecchiamento. Ma non è servita a fermare il debito pubblico.

Ora siamo al dunque, sempre più vicini alla soglia del non ritorno. Quando gli interessi da pagare supereranno la soglia psicologica dei 100 miliardi annui, e siamo a 82 (nonostante il calo dei tassi di interesse), quando spenderemo più del 6% del Pil per servire Bot e Cct entreremo davvero in zona rischio.

E ci entreremo se l’Europa continuerà ad affondare nella deflazione. Fatta salva, ovviamente, la Germania. E i “pannicelli caldi” (taglio nel tasso di interesse, fondi alle banche che prestano alle piccole e medie imprese) oggi annunciati da Mario Draghi non muoveranno, è una scommessa facile, la ripresa. Ci vorrà tempo perchè i vertici tedeschi si convincano della necessità di immettere moneta su larga scala. E nel frattempo…..nel frattempo l’Europa continuerà ad avvitarsi e l’Italia continuerà a slittare…

Avremo probabilmente qualche grosso prestito di salvataggio da Fmi e Bce. Iniezioni di liquidità per ridurre il carico di interessi per qualche anno. Contando che gli interessi sul debito così risparmiati siano sufficienti a reinnescare la crescita, abbassando la quasi insostenibile attuale pressione fiscale (43, 8% del Pil, cinque punti sopra la media europea e soprattutto 68% per le imprese, 20 punti in più della Germania) e avviando una congrua attività di investimenti per la manutezione del paese.

Però, Fmi e Bce non sono benefattori. A quel punto tutto il patrimonio pubblico italiano sarà in vendita (o svendita), compresi beni comuni culturali di inestimabile valore. E così per il servizio sanitario nazionale, i contratti di lavoro….l’Italia come la Grecia.

Tre, quattro anni di taglio sugli interessi a questo prezzo? Con quale garanzia che la mitica e miracolosa crescita riparta?

Vediamo. Osserviamo l’Europa, l’Italia e l’Asia. Oggi  un telefonino viene assemblato in Cina a salari da fame e ritmi di lavoro massacranti. Tuttora, dopo 13 anni dall’entrata nel Wto. Certo, una nazione che dispone di nuovi operai dalle campagne a decine di milioni ogni anno può permettersi di estendere a migliaia di prodotti questa primordiale competitività.

Risultato. Dagli anni 90 in poi questa “globalizzazione” senza alcun rispetto dei diritti umani ha deindustrializzato Usa e Europa. Concorrere con i cinesi è durissima. E se, come è avvenuto dal 2011 in poi, crolla anche il tuo mercato interno cessano le risorse per investire e tenere il passo nella guerra economica. E chiudi o delocalizzi.

C’è solo un paese che regge questa gara. La Germania. Perchè è il grande fornitore di mezzi di produzione avanzati alla Cina e all’Asia. Qui sta il suo miracolo, essersi strutturalmente accoppiata a questo tipo di globalizzazione, a senso unico.

Invece, sotto il martello della crisi, stanno crollando i sistemi industriali non solo italiani, ma anche francesi, olandesi, spagnoli. Globalizzazione a senso unico e crisi finanziaria e fondi pubblici solo per la finanza. Il mix che sta portando l’Europa alla disintegrazione.

Se non si affronta il nodo della globalizzazione squilibrata, sarà ben difficile che l’Europa torni a una crescita auto-sostenuta. E la Cina deve rapidamente diventare competitiva con un assetto sociale umano. Quello che Clinton si scordò di pretendere quando fece entrare il gigante asiatico nel commercio mondiale.

L’unica soluzione, a mio avviso,  ora sta in un’Europa sostenibile. l’obbiettivo chiave per i suoi soggetti deboli, per la sua sinistra, per il suo ceto medio. Per molti aspetti si tratta di un autentico stato federale, con una banca centrale con pieni poteri (come la Fed) capace di finanziare e mutualizzare il debito pubblico. E capace di modificare l’attuale modello di globalizzazione, con un ritorno all’industria nel continente.

Molti condividono questa impostazione. E spero davvero che questa legislatura che si apre all’Europarlamento sia una legislatura costituente. Quantomeno sui tre punti chiave: debito, Bce, politiche industriali.

In questo scenario l’Italia, anche l’Italia, tornerà sostenibile. E forse di più di quel che immaginiamo oggi.

 

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La voglia di uscirne

Il messaggio che viene dagli esiti di queste europee mi pare chiaro: quasi metà degli italiani votanti ha espresso una marcata, marcatissima, voglia di uscirne.

Fuori dalle panzane, dalla negatività fine a se stessa, dalle prospettive traumatiche, dalla palude furbo-mafiosa, dalle truffe.

Questa voglia diffusa si è incanalata nel Pd di Renzi, in modo clamoroso.  Su due direttrici. Con la fine di Forza Italia, e di una campagna elettorale di Grillo-Casaleggio tutta sbagliata, il primo esito è stato l’affidamento al Pd di un mandato per governare, cambiare lo stato di cose e risollevare il paese, un mandato di medio periodo.

Se invece delle europee fossero state le politiche, è quasi banale dirlo, questa al 40% sarebbe un’investitura di legislatura.

Ma c’è anche un asse europeo in questa scelta. Nel mio piccolo ho fatto la campagna elettorale per la lista Tsipras. Convinto del suo programma, una grande manovra keynesiana per l’Europa in crisi.

Il Pd ha presentato un programma per molti aspetti simile.  In particolare sul debito pubblico e la Bce, i veri nodi europei del prossimo futuro.

Oggi la delegazione europea del Pd italiano nel Pse, il raggruppamento socialista a Strasburgo, è superiore in numero a quella dei socialdemocratici tedeschi e (ovviamente) anche dei disastrati socialisti francesi.

Ci si aspetta quindi che conti. Che dia il tono con la sua novità vincente a qualcosa, possibilmente, che in Europa vada oltre una stanca riedizione di “larghe intese” con i Popolari. Che guidi il centrosinistra europeo a una vera strategia di rilancio e di riforma.

C’è il semestre europeo che inizia tra poche settimane, a fine giugno.  Perciò Renzi può cominciare a mettere sul piatto i punti di programma del Pd. E trasformarli in precise proposte operative. Per esempio mettendo in pratica quella decisiva “conferenza europea sul debito” proposta dagli economisti della sinistra europea.

Se riuscirà a ottenere almeno una parte di ciò che è scritto nel programma Pd credo che questa grande apertura di credito di ieri si consoliderà in uno stabile patto di governo con gli italiani. Altrimenti….si torna di nuovo a casella zero.

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P.s Anche il movimento 5 stelle avrà una folta delegazione di  eurodeputati. E anche nel loro programma, dichiarato nelle piazze da Beppe Grillo, ci sono gli eurobond e la riforma della Bce, i punti essenziali. Se vogliono essere coerenti con gli impegni elettorali gli eurodeputati a 5 stelle dovranno necessariamente associarsi, in qualche modo, alla coalizione che propone obbiettivi identici. Ovvero Pse, sinistra, verdi. E 20 eurodeputati in più, per questa coalizione, in un europarlamento in bilico, potrebbero fare la differenza.

In tal modo il 5 stelle potrebbe risalire la china da movimento di sola protesta a movimento di “risultati”. Credo che possano capire il punto.

In sostanza: l’esito italiano potrebbe essere il catalizzatore di un autentico cambiamento dell’Europa. Con istituzioni realmente orientate al pieno impiego, all’equità, allo sviluppo. E non solo per la Germania.

Un’occasione storica, per tutti noi.

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