Benvenuti in Grecitaly

Quindici giorni fa è piovuta sulle nostre teste la solita, scontata, grande notizia. L’Italia invece di andare in positivo è tornata in negativo. I 90 euro del magico Renzi le famiglie se le sono tenute in saccoccia, sacrosanti risparmi precauzionali (con i tempi che corrono comprensibile) invece di spenderli in consumi, come avrebbero allegramente fatto (ora meno) famiglie americane o brasiliane.

Oggi è la volta del Consiglio dei ministri delle briciole. Se va bene tre miliardi, quando l’Italia ne avrebbe bisogno di trenta. Hanno raschiato un po’ di fondo del barile.

Morale, l’Italia continua nel suo segno meno, perde colpi nelle esportazioni e il mercato interno è comatoso. E non c’è politica economica.

Di questo passo questa barca scassata finirà matematicamente sugli scogli della Troika. E saranno i dolori insensati già vissuti da quei paesi.

Benvenuti in Grecia. Una Grecia al quadrato che finalmente farà affondare questa pagliacciata chiamata Europa.  Alias impero tedesco. Alias rigor mortis anche per la Francia.

E’ infatti l’Europa, proprio l’Europa, che sta affondando. E non solo l’Italia, con il macigno del suo debito che ha sfondato lo scafo. Viviamo in un mondo demente che ha consegnato le decisioni ai banchieri e agli speculatori. E non a rappresentanti eletti con potestà di decidere sull’euro.

Una moneta folle, in ostaggio dei contribuenti tedeschi e della Bundesbank. Tutta dentro una tecnostruttura, come l’Europa stessa.

In questi termini sarà la discesa comune verso il fondo. A meno di un sussulto.

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Fiscal compact al contrario?

Il sistema di trattati, in primis il “Patto di Bilancio” sottoscritto da 25 paesi dell’area Euro (fiscal compact), insieme ai regolamenti comunitari (six pack e two pack) per la riduzione forzosa dei debiti pubblici e il controllo delle politiche relative possono funzionare, in un certo senso, al contrario?

Non soltanto per imporre ulteriori e insostenibili sacrifici ai paesi aderenti più esposti ma per aiutare, in determinate condizioni, un liberatorio risanamento di situazioni, come quella italiana, in cui il macigno-debito si trascina da decenni, succhia le nostre risorse, ammazza fiscalmente le nostre imprese e lavoratori, aumenta le disparità e l’evasione fiscale, degrada lo stato sociale.

Sono convinto che in realtà tutto dipenda dalla politica monetaria, dalla Bce. Il vero player chiave, così come lo è stato nella primavera del 2012, quando ha fermato la speculazione selvaggia contro l’Italia mettendo in campo la sua offerta di liquidità infinita. Il suo bazooka, a misura delle reali condizioni della crisi europea, può essere la soluzione.

Oggi la Bce è l’unica che può risolvere il gap e tirare fuori l’Italia (ma anche la Grecia, Portogallo, in buona misura Spagna e Francia) dalla grande trappola. Ovvero: bilanci pubblici gravati dal servizio prioritario del debito pubblico, obbligo di pareggio oltre i limiti di Maastrict (originario), quindi pressione fiscale ai massimi, risorse inesistenti per investimenti di ripresa (persino per coprire i cofinanziamenti sui fondi europei).

Risultato. Il fiscal compact (e connessi), combinato al debito-macigno, agirà da camicia di forza e impedendo, di fatto, manovre di rilancio. E quindi ci avviterà nella deflazione-depressione. In mancanza di una variabile: nuova liquidità abbondante per, almeno temporaneamente, alleggerire la morsa, consentire la ripresa, generare il ritorno alla crescita e quindi, per questa via, ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil.

Se questo è vero (come è vero) proprio non capisco. Fino a quando il vertice, il consiglio direttivo della Bce, alias i 18 governatori dell’area Euro, vorrà aspettare prima di dare il via a una seria manovra reflattiva, sull’esempio della Fed e della Bank of Japan?

Fino a quando dovrà durare questa inutile agonia, spacciata per rigore?

La ripresa, in Europa, non sta funzionando. La Germania, il perno economico del continente,  accusa un -1,8%  nella produzione industriale a maggio dopo  il -0,3 ad aprile.  Un dato che fa il paio con il  -1,2% nell’attività manifatturiera italiana a maggio. Ambedue cifre commentate come “più negative delle attese”. E il segnale europeo si accompagna ad altri, persino asiatici e cinesi, di rallentamento.

Soltanto gli Usa sembrano continuare sulla strada della ripresa. Nel secondo trimestre dell’anno, secondo le minute della Fed rese pubbliche la settimana scorsa, il rimbalzo positivo viene giudicato “sorprendentemente ampio”.

Come la mettiamo, quindi, signori della Bce? Abbiamo di fronte a noi i dati di due grandi economie a confronto. In una, gli Usa, è stata seguita la strada della reflazione classica,  sgravando debito federale e tasse, nell’altra del rigore duro. La prima è in ripresa, la seconda sull’orlo della deflazione-depressione, ormai contagiosa anche per il suo inviolabile tempio dell’ortodossia neoliberista-rigorista, la Germania.

Ha torto Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, a consigliare “caldamente” alla Bce una manovra di “quantitative easing” alla Fed, con  il massiccio acquisto di titoli di debito pubblico europei? La fonte è non sospetta: l’Fmi ha collaborato attivamente a massacrare i greci per farli rientrare nei ranghi. Forse però quell’esperienza, finita a bombe sotto la loro sede, ha insegnato qualcosa ai supremi banchieri di Washington.

Ma, domandiamoci, che cosa può significare un “quantitative easing” in Europa, nell’area euro?

A differenza degli Usa, che hanno un debito pubblico in gran parte centralizzato sul Tesoro federale, l’area Euro è un sistema di stati ciascuno con una sua indipendente gestione fiscale e del debito. Ed è legata da un patto di bilancio (Fiscal compact) che vieta nuovo indebitamento. Scaricare debito, almeno temporaneamente, sulla Bce richiede quindi un approccio più strutturato.

 

Una proposta.

Partiamo da un’ovvia, piccola premessa. Ripercorrendo i fatti principali.

1)      Il costo della grande crisi finanziaria si abbatte, dal 2008, sui conti pubblici europei, con il salvataggio delle banche, inglesi, francesi, belghe, tedesche (non italiane) a carico delle rispettive finanze statali.

2)      Il debito pubblico in Europa è cresciuto in misura allarmante: in Germania, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Cipro  le cifre presentano un balzo in avanti, nel 2008-2011. Siamo vicini al 90% del Pil in tutta l’area Euro.

3)      Il peso del servizio del debito corrispondentemente aumenta. E insieme la dipendenza dai mercati, dai soggetti finanziari.

4)      Il macigno sulle politiche economiche è evidente già nel 2010. Il debito pubblico, per gran parte dei paesi europei, è nei fatti insostenibile.

5)      Il fiscal compact è la risposta, ovvero ridurre forzosamente il debito pubblico al 60% del Pil europeo, paese per paese, in 20 anni. Da una media europea oggi dell’87%.

6)      Emerge chiaro  il circolo vizioso.  Ovvero: se solo la ripresa e la crescita consentono la riduzione del gigantesco debito, oggi il peso abnorme degli interessi sul debito (pari al 5% del Pil in Italia) bloccano qualsiasi manovra di crescita. E’ una trappola che paralizza intere economie, come la nostra.

Supponiamo invece una iniziativa dal basso,  dei cittadini europei. Una proposta di atto legislativo (ex art. 11.4  del trattato di Lisbona) per uscire dall’impasse e creare le condizioni strutturali  per un New Deal europeo. Per indicare una strada comune. Contrapposta all’austerità e alle ricette dettate, in ultima istanza, dalle lobbies finanziarie e neoliberiste.

Una strada basata sulle seguenti proposte:

1)      Fiscal compact al contrario. Il debito in eccesso il 60% del Pil viene, quantomeno gradualmente e temporaneamente (almeno 5 anni), mutualizzato in un fondo gestito dalla Bce. Invece di acquisti di titoli di debito sul mercato secondario si tratta un’operazione strutturata. Graduata in relazione alla gravità della situazione dei singoli paesi oltre il 60% di debito/pil.

Ma non con il meccanismo punitivo del cosiddetto European Redemption Fund studiato dalla commissione Barroso (che prevede il conferimento forzato del patrimonio pubblico e di quote di entrate fiscali da parte dei paesi aderenti, nonchè programmi alla Troika e altre cessioni di sovranità) quanto attraverso una iniziale massiccia creazione di moneta da parte della Bce (sull’esempio di Fed, Bank of England, Bank of Japan) diretta alla “sterilizzazione” degli interessi sul debito pubblico temporaneamente mutualizzato. Quindi un apporto oneroso degli stati membri nullo o molto limitato nella prima fase. Una infusione di liquidità diretta nei bilanci statali. E poi, in relazione alla ripresa, un rientro attentamente contrattato su base trilaterale (paese membro, supervisione del parlamento europeo e Bce).

2) Il fondo, da un punto di vista tecnico, di fatto esisterebbe già. Si chiama Esm (Mes) e con poche modifiche formali potrebbe servire egregiamente allo scopo. Il suo obbiettivo statutario è appunto quello di aiutare gli stati europei in grave crisi. Non vi è nemmeno bisogno di modificare (per ora) lo status della Bce (articolo 134 del trattato di Lisbona), perchè finanzierebbe un soggetto dotato di licenza bancaria. Ovviamente l’Esm dovrebbe rinunciare, per questa operazione, ad ogni approccio neoliberista da “Troika”.

Il fondo incamererebbe velocemente le quote di debito pubblico, offrirebbe di fatto una moratoria su grandi ammontari di interessi per 5 anni (minio) e poi ritornerebbe agli stati partecipanti il debito acquisito in modo graduale, in relazione al ritorno alla crescita degli stessi.

Un inciso. La vendita controllata di asset pubblici (dal 2020 in poi) ha senso solo in una situazione  economica europea tornata positiva. Bisogna quindi prima fornire risorse iniziali (ma massicce, non le attuali) alla ripresa, liberare (almeno in parte) gli avanzi primari dei paesi ad alto debito, riequilibrare economie e società e quindi procedere in modo controllato alle dismissioni in situazioni di mercato accettabili, e senza le lobby bancarie o finanziarie sul collo, con i loro ricatti.

3)      Il fondo comune “pagato” dalla Bce consente di liberare nei bilanci statali rilevanti risorse (ipotizzabili anche 20 miliardi annui di minori interessi da pagare per i maggiori paesi  europei nei primi 5 anni) destinati al New Deal continentale.

Inciso: la speculazione non può operare per due motivi. Primo perchè tutto è sotto l’egida della Bce. Secondo perchè il programma riguarda tutti i paesi europei, “cattivi” e buoni.

4)      L’Europa torna a crescere in modo sincrono, su  investimenti, creazione di lavoro, detassazione di imprese e famiglie, welfare. I programmi comunitari trovano corrispondenti cofinanziamenti nei paesi membri. Bruxelles mantiene la regia e il controllo sulla manovra reflattiva continentale. Come da trattati.

5)   Questa crescita comune, gestita, crea un clima meno dissimmetrico. Non viene creato nuovo debito, anzi il debito viene gradualmente riassorbito (ma in modo sostenibile e consensuale). Le opinioni pubbliche più conservative non si mobilitano. Il six pack, il two pack restano operativi e controllano la manovra di New deal.

6)   Non c’è discontinuità, se non sul nuovo fondo temporaneo sul debito (e se questo è l’Esm non c’è discontinuità per niente), con le istituzioni create in Europa. Anzi. La minor dissimmetria tra nord e sud Europa porta a un maggior consenso sulla riforma democratica delle istituzioni europee.

Fase 2.

Se la prima fase di mutualizzazione temporanea dei debiti pubblici avrà, come credo, successo, è possibile pensare a un passo successivo, con il consenso di tutti. In pratica alla nascita di un sistema fiscale-federale continentale.

1)   Viene varata una riforma delle fondamenta dell’Unione. Il Parlamento europeo accresce il suo ruolo reale di indirizzo e supervisione.  Tra le riforme chiave viene istituito un “ministero delle finanze” continentale che armonizza le politiche fiscali (via two-pack) e si fa carico di un eventuale fondo di debito pubblico europeo non più temporaneo (project bonds, eurobills…..). Gestendolo in relazione ai progetti e alle condizioni delle economie degli stati membri. Un fondo alimentato da entrate fiscali concordate con i vatri stati.

2)   L’unione fiscale viene così perfezionata in modo equo e democratico. E il debito pubblico europeo cessa di essere un mostro. Ma diviene, come è da secoli, uno strumento di finanziamento dei beni pubblici. E del risparmio.

(una volta risolto il nodo debito il passo verso uno stato federale europeo, gli Stati Uniti d’Europa, diviene drasticamente più breve)

3) L’iniziativa dal basso dei cittadini europei su questo tema è l’unica carta, a mio avviso, in grado di rompere l’egemonia negativa da parte del complesso bancario-industriale tedesco e del suo partito conservatore. Credo che, se adeguatamente informati, milioni di tedeschi, francesi, spagnoli e italiani possano rendersi consapevoli della questione in gioco. Senza parlare di greci, portoghesi, irlandesi e ciprioti.

Una ipotesi di questo tipo serve soltanto per far capire che una manovra temporanea (ma a  medio termine) sui debiti pubblici conviene a tutti. E’ un gioco a guadagno condiviso. Una manovra equa, capace poi di sfociare in un nuovo processo anche istituzionale europeo. Finalmente democratico.

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Qualche considerazione esplicativa.

Nota: Perchè questo meccanismo invece di un semplice, massiccio e indifferenziato acquisto di titoli di debito pubblico da parte della Bce?

Per vari motivi.

1) Una manovra di questo genere creerebbe sì base monetaria ma al costo, ben visibile negli Usa, di un ulteriore abnorme aumento dei debiti pubblici nei paesi dell’eurozona. In totale contrasto con il Fiscal compact e il six pack, che invece puntano sulla riduzione al 60%.

2) La manovra sul servizio del debito qui indicata libererebbe risorse dove è più necessario. Ovvero nella drastica riduzione della pressione fiscale e nell’attivazione di investimenti infrastrutturali (cofinanziati e non) essenziali per settori come l’edilizia e il manifatturiero.

3) La manovra indifferenziata “all’americana” non garantisce alcuna politica di incentivi fiscali per le piccole e medie e le nuove imprese. Nè misure di detassazione per la spinta sui consumi interni. La moratoria sugli interessi invece permette di conoscere in anticipo le cifre del sostegno. E di coordinare piani di investimento, incentivo e rilancio su scala continentale.

4) Le operazioni di quantitative easing, nei fatti focalizzate sulle banche, anche negli Usa hanno mostrato un grave limite: la nuova liquidità solo in misura ridotta finisce per fluire nell’economia, ma in gran parte viene incamerata dai giganti della finanza come riserva straordinaria. Anche i programmi emergenziali adottati dalla Bce nel 2011 e 2012, ovvero finanziamenti alle banche a tassi super-agevolati, raccontano la stessa storia. Le banche hanno ricostituito riserve e profitti, sostenuto i debiti pubblici in pericolo (per esempio in Italia) ma non hanno riaperto i rubinetti del credito. Al punto che il nuovo Ltro annunciato da Mario Draghi un mese fa (Targeted long term refinancing  opera operations) è stato “mirato” solo su titoli che implicano prestiti a imprese e famiglie.

Agire dal punto di vista del debito pubblico, generando massicci sgravi fiscali e investimenti pubblici, assicura quindi una produttività reale della manovra per ogni euro di nuovo conio nettamente superiore.

5) Questo approccio ha un altro importante vantaggio. Consente di definire scale di priorità. Per esempio concentrando gli interventi sui paesi che presentano il maggiore “gap” tra peso del debito pubblico e necessità di manovre di rilancio. Parliamo di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e forse anche Francia. Su di loro lo sforzo può essere più rilevante. E, come è nella natura della proposta, non per addossare i loro debiti ad altri paesi membri, ma per una manovra temporanea.

Solo in un eventuale fase due, spece se la prima avrà successo, si potrò pensare ad un autentico consolidamento di un debito pubblico europeo (magari decrescente) e a istituzioni democratiche adatte alla sua gestione.

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La grande commedia europea (sulla nostra pelle)

Ieri due notizie significative hanno segnato lo stato di tensione che percorre l’Eurozona, alias Europa, alias continente malato.

Sappiamo bene cosa sta succedendo. Invece della tanto decantata e strombazzata ripresa liberista, il continente è sull’orlo della deflazione autoalimentante, alias depressione (come si diceva negli anni 30), una situazione in cui si sta male davvero, si fallisce, non si lavora e spesso non si mangia, si fa la fila per un pezzo di pane caritativo, si soffre, si emigra.  E infine si marcia e si spara. Le immagini della Germania di Weimar, di Hitler e degli Stati Uniti degli anni 30 sono eloquenti. (qualcosa di più recente? Alba Dorata greca…)

Non fosse stato per il loro fortissimo tasso di risparmio anche i giapponesi, negli anni 90, avrebbero provato i morsi della deflazione. Ma quel popolo disciplinato, con l’aiuto di un governo che ha esploso investimenti e debito pubblico al 200% del Pil  (debito tutto internamente acquistato) ha superato in qualche modo la nottata.

Noi ci siamo vicini, troppo vicini. Già ora in Grecia i prezzi scendono del 2,2% e in tutta l’eurozona la media è lo 0,5%. Sotto il 2% di inflazione la spirale depressiva è molto probabile. E poi arrestarla e invertirla è un esercizio davvero difficile.

In questo scenario uno dei paesi più minacciati, l’Italia, per bocca del suo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha avanzato la richiesta di poter  avviare investimenti pubblici e gestire con qualche margine i processi di riforma in cantiere. Al di là dei trattati-camicia di forza.

L’Italia non ha margini. Paga il più alto avanzo primario sul suo bilancio d’Europa. Sta torchiando i suoi cittadini e le sue imprese con la più elevata pressione fiscale dell’eurozona. Sta soffrendo. Ed è un paese che dal 1992 (ben 22 anni filati) è in austerità, alla disperata e sempre fallita rincorsa del suo gigantesco e insensato debito pubblico (qui per saperne di più).

L’Italia paga oltre 90 miliardi annui di interessi sul suo macigno-debito. E’ costretta a finanziare ricchi, banche, investitori e speculatori internazionali con i  nostri soldi, preziosi, che servirebbero invece a investire, creare lavoro, istruzione, nuove imprese, ricerca e servizi primari.

Renzi chiede alla Merkel una modifica del trattato di Maastricht per escludere dal tetto del 3% di deficit gli investimenti e le riforme.  Prima il ministro socialdemocratico dell’economia dice si e poi arriva lei, con un secco ennesimo no.

Già, ha le sue belle gatte politiche da pelare. I grandi banchieri tedeschi insorti contro la Bce e anche la Bundesbank per il suo ultimo annuncio di una mini-manova espansiva, con prestiti agevolati per 400 miliardi (bruscolini sulla scala dell’eurozona e del problema) alle banche che daranno crediti alle piccole e medie imprese.

Una manovra “unfair” verso i risparmiatori (tedeschi), gridano i colossi bancari germanici (quelli salvati con 20 punti di Pil di debito pubblico tedesco aggiuntivo dopo lo schifo mondiale dei derivati, ora però divenuti integerrimi salvatori della patria).

E la Merkel, eletta da loro, prende nota e esegue. Niente concessioni a quegli straccioni di italiani, greci, spagnoli, e persino francesi. Gli inglesi se ne fregano e intanto con la City e la sterlina ben sostenuta da un vera banca centrale, fanno profitti (ovviamente per i loro ricchi).

La commedia gira intorno, in realtà, alla nomina di un presidente della commissione europea che (come il malaugurato precedente)  faccia innanzitutto gli interessi dell’establishment di Berlino?

Secondo capitolo. Protagonista l’Fmi, quel fondo monetario internazionale di Washington voluto da Keynes nel dopoguerra e poi trasformatosi, nei decenni, in paladino del neoliberismo, delle austerità più dure e distruttive in tanti paesi in difficoltà. Prima fra tutti la povera Argentina.

Ma c’è un limite, direi professionale, alla cecità degli economisti. E così l’Fmi, ci dice il Financial Times, con sotto gli occhi i dati dell’incipente depressione europea, cambia rotta. E consiglia alla Bce, anzi più che consiglia, di adottare le stesse misure da tempo prese negli Usa, in Giappone, in Gran Bretagna.

Quali? Semplice, comprare (in pratica sterilizzare) la vera, strutturale, perdurante, ammorbante fonte di infiammazione e paralisi dei nostri paesi: il debito pubblico. Questo tumore, nel caso nostro, piuttosto antico.  Creato negli anni 80 da gentaglia del calibro di Giulio Andreotti e Bottino Craxi, sviluppatosi sul clientelismo e sul voto di scambio, una coltura batterica che si automoltiplica, che si perpetua sul nostro deficit immunitario (evasione, corruzione e criminalità), anno dopo anno, via interessi non pagati, interessi su interessi e che fanno altro debito.  E che infine uccide piani di investimento, politiche pubbliche, toglie gradi di libertà a tutti, ci impone nuove tasse,  ammazza i deboli per arricchire i ricchi. Cancella futuro. E ha creato per vent’anni, sotto Berlusconi, stagnazione.

Pensate a un’Italia (onesta)  che, dopo aver strapagato per decenni sul suo debito, avesse di colpo disponibilità non dico dei 90 miliardi (il 6% del pil) che deve pagare in assurdi interessi ma di metà, 40 miliardi, per ridurre le tasse sulle imprese, per organizzare una vera agenzia anti-evasione e corruzione, per rimettere i tetti alle scuole, per rifare le strade, per aiutare studenti poveri, e magari anche qualche sostegno ai precari.

Il Fondo monetario internazionale prende le cifre della Fed e dice alla Bce. Fallo anche tu. Compra mille o duemila miliardi di debito pubblico europeo all’anno. Ovvio, sta dicendo: sgrava Italia, Grecia, Spagna e Francia di un bel pezzo dell’infiammazione. Dagli la possibilutà di ripartire, andiamo. Gli Usa e il Giappone sono in leggera ripresa. Grazie a queste politiche espansive non convenzionali il pericolo di depressione là è stato scongiurato.

Risposta dalla cosiddetta opinione pubblica tedesca: non vogliamo il bailout del Sud Europa. Benissimo, verrebbe da dire, e noi non vogliamo più comprare prodotti tedeschi. Dichiariamo l’embargo contro chi si arricchisce facendo gli affari con i cinesi, che poi con le loro donne e bambini sfruttati da lager, viene in casa nostra a rubarci lavoro e futuro.

La Germania cavalca questa globalizzazione. E vede l’Europa come una rottura di scatole. Mette il veto su quasiasi proposta positiva per tutti. E’ immersa nel suo egoismo industrial-finanziario. Travestito da austero rigore.

L’Fmi, con la sua raccomandazione, ha trovato nei vertici Bce una risposta molto silenziosa, prudente. La linea di Draghi, ragionevole, è di valutare prima gli effetti della manovra sui prestiti alle Pmi e poi considerare altro (nonostante le urla dei pescecani). La Bundesbank ha difeso Draghi. D’altro canto quando uno è un economista e banchiere centrale i dati li deve guardare, e vengono prima delle pance anti-europee, dei portafogli più o meno gonfi, e delle ideologie.

Molto probabile quindi che, tra un paio di trimestri di rilevazione, ovvero a fine anno la manovra sui titoli di debito pubblico si farà comunque, per pura necessità, e necessariamente durerà (come la Fed e Bank of Japan insegnano)  vari anni. E quindi quote importanti di titoli di debito dei vari stati entreranno nelle casse (anzi nei computer) della Bce. Una mutualizzazione de facto dei debiti?

E allora? E allora, al posto di questa soluzione tutta tecnocratica, fragile e provvisoria,  non è il caso che assieme si avvi quella che Alexis Tsipras, il greco a capo di Syriza, ha proposto come una “conferenza europea sulì debito”? Che insieme si proceda un “bilancio pubblico europeo”, quale quello proposto da Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, nella sua ultima relazione annuale? E infine quello che la stessa Merkel  ha più volte detto e sostenuto: un’ “unione fiscale europea” , in pratica un ministero dell’economia continentale depositario del debito pubblico in eurobond (in tutto o in parte) del continente. Non è il caso che questa Europa fragile, mezza delegittimata e odiata dai suoi popoli, si giochi il suo futuro sull’uscita da questa crisi?

Dalla crisi, dalla crisi profonda, puo’ nascere lo stato federale europeo. Il complemento vero dell’Euro e della Bce. Il soggetto della sua stabilità, crescita (vera), degli interessi dei suoi popoli, della sua democrazia.  Non vedo altra strada, fuori dalla depressione e delle sue albe dorate.

La chiave è il debito, nel male come nel bene.

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L’Italia Civica diventa proprietaria?

Quando iniziammo con Rcm (Rete civica di Milano) nel 1994 già pensavamo a Rcm due. Allora, per necessità (internet andava via modem e telefono) usammo la migliore Bbs commerciale esistente, la canadese Firstclass. Ma pensavano già, insieme ai ricercatori universitari, a un secondo passo: un ambiente di rete aperto, trasparente, replicabile e controllabile da chiunque.

Sono passati vent’anni. E si torna indietro. L’informatica civica, le comunità civiche in Italia paiono regredire alla peggiore incultura proprietaria.

Ieri ho seguito un convegno a Bologna indetto dalla Fondazione Rena, “comunità di cambiamento”. Un bel convegno, pieno di giovani interessanti e vitali, e anche disseminato di messaggi (reali) positivi. Come la crescita di Arduino (ovvero dell’hardware Open Source), le comunità di pratiche e conoscenze, la fioritura delle startup, persino l’avvio di monete parallele (comunità di scambio economico, Sardex) e tanto altro.

Ma mi ha fatto proprio male al cuore apprendere, da un paio di amici, che il Comune di Bologna abbia scelto (senza alcuna gara pubblica, da quel che mi risulta) Civici di Ahref come sua prossima piattaforma per la partecipazione online.

Bologna infatti, nel 1994, venti anni fa, con Iperbole fu per noi un punto di riferimento. Partì qualche mese dopo Rcm ma con un approccio full internet, gestita direttamente dal Comune, su gruppi di discussione Usenet, totalmente nella filosofia aperta della rete nascente. Ricordi, Stefano Bonaga? E tu, Franz Nachira?

Allora eravamo noi (per necessità) i proprietari e voi (che appoggiavate Iperbole sul Cineca) gli open. Ce lo facevate anche pesare un po’. Oggi le parti paiono invertirsi.

Ora, vent’anni dopo, vedere Iperbole ridursi a un software chiuso, proprietario fatto da un team trentino (una fondazione, Ahref, finanziata dalla straricca Provincia autonoma locale) che dichiara su Civici di essere il proprietario esclusivo del software:

“Copyright Fondazione <ahref 2013 | Sede legale: Vicolo Dallapiccola 12 – 38122 Trento – Italia | P. IVA 02178080228 | Privacy | Termini di servizio….

Quindi. La Provincia Autonoma di Trento, ben rifornita dagli antichi privilegi economici accordati alla Regione a statuto speciale Trentino-Venezia Giulia, eroga finanziamenti (soldi pubblici non solo locali ma per tale motivo anche nazionali, cioè nostri) per una fondazione, Ahref, che produce una piattaforma a suo esclusivo controllo e copyright. Soldi nostri pagati dalle nostre tasse, quindi, per trasformare l’informatica pubblica italiana, le comunità municipali, in un sistema chiuso. Davvero una scelta politica lungimirante, questa su beni comuni di rete pagati da noi ma poi chiusi in poche mani. Vi piace?

In pratica. Chi adotta Civici non sa dove e come vengono gestite password e identità degli iscritti, magari bolognesi gestiti a loro insaputa a Trento. nessuno può mettere becco. Ahref non offre il suo codice ad altre amministrazioni, non è trasparente. E questo fa davvero un po’ male, considerato il nome della piattaforma.

Il sogno di un’Italia partecipativa, aperta, viene meno. Diventa la solita “buca delle lettere” (alias dammi il tuo commento) brulicante nei siti comunali e ministeriali. Diventa la solita dicrezionalità ad accettare o meno l’opinione del cittadino. Come le mail per la consultazione sulla spending review, 50 mila letteralmente buttate nel cestino (nella tristemente famosa consultazione indetta dal governo Monti) o per la riforma della Pa (oggi, ministro Madia, che almeno fa leggere le opinioni ai funzionari). E soprattutto la consultazione sulle riforme istituzionali, pilotata politicamente dall’alto da Quagliariello per fare consenso, poi finita nel nulla, irrilevante, e con l’apporto (graziosamente gratuito) proprio di Civici. Questa irrilevanza diventa la partecipazione a senso unico,  pilotata, foglia di fico, orpello di moda, marketing. Un’operazione di potere, e esternamente un colorato servizio alla Facebook, alla Apple, un’App…

Finchè sono state queste operazioni italiote di palazzo (utili al più a fingere un’alternativa all’uso della rete da parte del 5 stelle), poco me ne sono curato. Ma quando cominciano ad arrivare nelle reti civiche delle maggiori città italiane, comincio seriamente a preoccuparmi.

Noi, dopo Rcm, abbiamo costruito dal basso, e con estrema fatica (nessun appoggio del Comune di Milano o di altri centri di potere), PartecipaMi, e poi OpenDcn. Una piattaforma, quest’ultima, a moduli: discussioni informate (non all’acqua fresca di Facebook), moderate e organizzate su thread creati dagli utenti, gestione dei problemi e delle proposte, voto online,  brainstorming…Tutto open, tutto scaricabile, controllabile algoritmo per algoritmo. Anche Airesis è più o meno così.

Non è un buco nero in cui butti le tue idee, nè il gran fiume dei social network dove tutto passa e va. E’ un ambiente per discutere e progettare assieme.

Votate su Civici? E come potrete controllare se qualcuno dietro il server non abbia manipolato il vostro voto e i risultati? Su OpenDcn potete farlo. Solo questa è una differenza non da poco.

E poi, se dopo la consultazione sulle riforme istituzionali del governo Letta (anche qui un’adozione di piattaforma senza gara), anche Bologna va su Civici , questo rischia di diventare un segnale nazionale, potrebbero andarci anche Roma, Genova, Torino, Palermo…una bella Italia di reti civiche finte? Controllate da una sola regia? Va bene?

Se qualcuno sta sfruttando il lavoro di anni e anni di tanti come me me per introdurre e radicare una nuova cultura aperta della Res-publica., non si illuda. Ci troverà sulla loro strada.

Che Ahref faccia due sole cose. Metta in Open Source, seriamente e pubblicamente, il software di Civici, senza se e senza ma. E si metta a collaborare seriamente, senza occupare (male) ogni spazio possibile, con chi  lavora in quest’area. Se non può, si dedichi ad altro dai Civici.

 

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Un club per il nostro futuro

Meno male che esistono persone che pensano e capiscono. Come Guido Viale, che ha scritto un articolo abbastanza simile a quelli in cui mi sono prodotto qui nelle scorse settimane.

Il debito pubblico in Europa è la questione chiave per la ripresa, e per un modello di stato e economia meno demente di quello spacciatoci dai neoliberisti. La riduzione e la mutualizzazione del debito pubblico italiano è il presupposto di un possibile “terzo risorgimento” italiano.

E’ una questione europea e italiana. Epocale e di interesse generale. Un progetto di autentica banca centrale europea e forse di spinta su una statualità federale.

Sono molto contento di aver lavorato alla campagna elettorale della Lista Tsipras se è questo lo sbocco politico, se questo è il progetto.

Bravo Guido, vai avanti. E chiunque si presenti a Strasburgo che prenda questo impegno, storico. Che sappia parlare al Pd italiano che nel programma esibiva la mutualizzazione del debito, e così i cinque stelle. E persino Ncd e Forza Italia.

Che i nuovi eurodeputati italiani formino un “club”, una “lobby trasversale” per arrivare, insieme ai gruppi tradizionali, a una trattativa cruciale per un’Europa più umana, accettabile e un futuro che non sia dettato dai tassi di interesse estorti ai suoi cittadini.

Vai Viale, vai Tsipras e vai anche Maltese e Spinelli. Possiamo farcela.

 

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L’Italia è sostenibile?

Secondo quest’analisi di oggi, scritta da Federico Fubini,  uno dei più esperti giornalisti economici di Repubblica, decisamente no.  La prospettiva di un debito pubblico sul Pil al 150% nel 2017 (in tre anni) significa un carico annuo di interessi di oltre 100 miliardi sulle spalle di noi contribuenti. Significa un avanzo primario mostruoso, insensato. Significa un paese in svendita, senza margini, al collasso.

E’ urgente quindi che la questione debito, e non solo nostra, in Europa venga affrontata dall’intera Unione. A livello fondamentale. E’ ormai chiaro che da soli non ce la possiamo più fare.

Fin dalla crisi del 1992, ovvero il crollo di Craxi e Andreotti e il loro debito, è in atto in Italia un chiaro e evidente circolo vizioso. Il debito, venduto sul mercato finanziario globale, genera un costo  tale, sulle risorse pubbiche, da spiazzare qualsiasi intervento reale di rilancio dell’economia, di detassazione di imprese e famiglie, di investimenti pubblici. A sostenere il costo di questo debito non  ha partecipato e non partecipa circa  un quarto dell’Italia, del Pil italiano, “rubato” in evasione, nero, corruzione, criminalità organizzata.

Si è quindi creato un gap sistematico, che non ha mai consentito in trent’anni di pagare tutti gli interessi sul debito in un singolo esercizio di bilancio. Una parte di questi interessi sono così andati a creare nuovo debito, nonostante le politiche di austerità, e di tassazione sugli onesti, di cui è stata vittima l’Italia.

Risultato: abbiamo pagato, ci siamo svenati per ottenerne in cambio non la fine dell’incubo, ma solo altri debiti. Ci hanno guadagnato solo i ladri, i corrotti, i criminali organizzati e non,  i furbi, i supporter di evasori fiscali come Berlusconi e limitrofi, di para mafiosi come Dell’Utri, tutti con i loro bravi conti numerati in Svizzera o alle Cayman.

Oggi, dopo il disastro del 2011, dopo la mazzata di tassi di interesse esplosi al 5% e dopo 25 miliardi di nuovo debito di colpo accordati all’Europa per salvare la Grecia ci ritroviamo con un carico ancora più pesante del passato. Una soma tanto massiccia che anche una miracolosa crescita al 3% per 5 anni non riuscirebbe a ridurre.

Ma è credibile questo miracolo al 3%? Me lo auguro ma credo di no. Credo invece che il circolo vizioso  trentennale continuerà. A meno di un intervento esterno, con le nostre forze abbiamo solo una (malaugurata) prospettiva. Ripudiare o ristrutturare il debito, con le conseguenze che Fubini, nel suo articolo mostra sinteticamente ma con efficacia.

In questo caso  l’Italia finirà sotto le grinfie della troika. E di disastri alla greca ne è bastato uno.

Fubini, nel suo rimarchevole articolo, è molto prudente. E il più possibile positivo. Comprensibile. Se esiste un terreno minato è questo del debito pubblico italiano. Dove basta poco a scatenare, come nell’estate del 2011 una crisi di sfiducia (e speculativa) autoalimentante le difficoltà.

Nonostante ciò ci racconta una verità molto semplice. Spremere un crescente avanzo primario all’Italia, ovvero a chi paga le tasse in questo paese (e a chi si vede tagliati i servizi pubblici) “non basta più”.

E non bastava più da molto tempo. Come ben spiega Francesco Gesualdi nel suo saggio Le catene del debito – e come possiamo spezzarle“.

I 2100 miliardi di debito sono la stratificazione di interessi che lo stato italiano non è riuscito a pagare, nonostante un’austerità permanente, dal 1992 ad oggi.  Gli avanzi primari sono stati decurtati dalla massiccia evasione fiscale, dal costo della corruzione, da una struttura burocratica eccessiva.

L’austerità degli scorsi tre decenni ha però pesato sull’Italia, contribuendo massicciamente alla sua stagnazione, al suo irrigidimento e al suo invecchiamento. Ma non è servita a fermare il debito pubblico.

Ora siamo al dunque, sempre più vicini alla soglia del non ritorno. Quando gli interessi da pagare supereranno la soglia psicologica dei 100 miliardi annui, e siamo a 82 (nonostante il calo dei tassi di interesse), quando spenderemo più del 6% del Pil per servire Bot e Cct entreremo davvero in zona rischio.

E ci entreremo se l’Europa continuerà ad affondare nella deflazione. Fatta salva, ovviamente, la Germania. E i “pannicelli caldi” (taglio nel tasso di interesse, fondi alle banche che prestano alle piccole e medie imprese) oggi annunciati da Mario Draghi non muoveranno, è una scommessa facile, la ripresa. Ci vorrà tempo perchè i vertici tedeschi si convincano della necessità di immettere moneta su larga scala. E nel frattempo…..nel frattempo l’Europa continuerà ad avvitarsi e l’Italia continuerà a slittare…

Avremo probabilmente qualche grosso prestito di salvataggio da Fmi e Bce. Iniezioni di liquidità per ridurre il carico di interessi per qualche anno. Contando che gli interessi sul debito così risparmiati siano sufficienti a reinnescare la crescita, abbassando la quasi insostenibile attuale pressione fiscale (43, 8% del Pil, cinque punti sopra la media europea e soprattutto 68% per le imprese, 20 punti in più della Germania) e avviando una congrua attività di investimenti per la manutezione del paese.

Però, Fmi e Bce non sono benefattori. A quel punto tutto il patrimonio pubblico italiano sarà in vendita (o svendita), compresi beni comuni culturali di inestimabile valore. E così per il servizio sanitario nazionale, i contratti di lavoro….l’Italia come la Grecia.

Tre, quattro anni di taglio sugli interessi a questo prezzo? Con quale garanzia che la mitica e miracolosa crescita riparta?

Vediamo. Osserviamo l’Europa, l’Italia e l’Asia. Oggi  un telefonino viene assemblato in Cina a salari da fame e ritmi di lavoro massacranti. Tuttora, dopo 13 anni dall’entrata nel Wto. Certo, una nazione che dispone di nuovi operai dalle campagne a decine di milioni ogni anno può permettersi di estendere a migliaia di prodotti questa primordiale competitività.

Risultato. Dagli anni 90 in poi questa “globalizzazione” senza alcun rispetto dei diritti umani ha deindustrializzato Usa e Europa. Concorrere con i cinesi è durissima. E se, come è avvenuto dal 2011 in poi, crolla anche il tuo mercato interno cessano le risorse per investire e tenere il passo nella guerra economica. E chiudi o delocalizzi.

C’è solo un paese che regge questa gara. La Germania. Perchè è il grande fornitore di mezzi di produzione avanzati alla Cina e all’Asia. Qui sta il suo miracolo, essersi strutturalmente accoppiata a questo tipo di globalizzazione, a senso unico.

Invece, sotto il martello della crisi, stanno crollando i sistemi industriali non solo italiani, ma anche francesi, olandesi, spagnoli. Globalizzazione a senso unico e crisi finanziaria e fondi pubblici solo per la finanza. Il mix che sta portando l’Europa alla disintegrazione.

Se non si affronta il nodo della globalizzazione squilibrata, sarà ben difficile che l’Europa torni a una crescita auto-sostenuta. E la Cina deve rapidamente diventare competitiva con un assetto sociale umano. Quello che Clinton si scordò di pretendere quando fece entrare il gigante asiatico nel commercio mondiale.

L’unica soluzione, a mio avviso,  ora sta in un’Europa sostenibile. l’obbiettivo chiave per i suoi soggetti deboli, per la sua sinistra, per il suo ceto medio. Per molti aspetti si tratta di un autentico stato federale, con una banca centrale con pieni poteri (come la Fed) capace di finanziare e mutualizzare il debito pubblico. E capace di modificare l’attuale modello di globalizzazione, con un ritorno all’industria nel continente.

Molti condividono questa impostazione. E spero davvero che questa legislatura che si apre all’Europarlamento sia una legislatura costituente. Quantomeno sui tre punti chiave: debito, Bce, politiche industriali.

In questo scenario l’Italia, anche l’Italia, tornerà sostenibile. E forse di più di quel che immaginiamo oggi.

 

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La voglia di uscirne

Il messaggio che viene dagli esiti di queste europee mi pare chiaro: quasi metà degli italiani votanti ha espresso una marcata, marcatissima, voglia di uscirne.

Fuori dalle panzane, dalla negatività fine a se stessa, dalle prospettive traumatiche, dalla palude furbo-mafiosa, dalle truffe.

Questa voglia diffusa si è incanalata nel Pd di Renzi, in modo clamoroso.  Su due direttrici. Con la fine di Forza Italia, e di una campagna elettorale di Grillo-Casaleggio tutta sbagliata, il primo esito è stato l’affidamento al Pd di un mandato per governare, cambiare lo stato di cose e risollevare il paese, un mandato di medio periodo.

Se invece delle europee fossero state le politiche, è quasi banale dirlo, questa al 40% sarebbe un’investitura di legislatura.

Ma c’è anche un asse europeo in questa scelta. Nel mio piccolo ho fatto la campagna elettorale per la lista Tsipras. Convinto del suo programma, una grande manovra keynesiana per l’Europa in crisi.

Il Pd ha presentato un programma per molti aspetti simile.  In particolare sul debito pubblico e la Bce, i veri nodi europei del prossimo futuro.

Oggi la delegazione europea del Pd italiano nel Pse, il raggruppamento socialista a Strasburgo, è superiore in numero a quella dei socialdemocratici tedeschi e (ovviamente) anche dei disastrati socialisti francesi.

Ci si aspetta quindi che conti. Che dia il tono con la sua novità vincente a qualcosa, possibilmente, che in Europa vada oltre una stanca riedizione di “larghe intese” con i Popolari. Che guidi il centrosinistra europeo a una vera strategia di rilancio e di riforma.

C’è il semestre europeo che inizia tra poche settimane, a fine giugno.  Perciò Renzi può cominciare a mettere sul piatto i punti di programma del Pd. E trasformarli in precise proposte operative. Per esempio mettendo in pratica quella decisiva “conferenza europea sul debito” proposta dagli economisti della sinistra europea.

Se riuscirà a ottenere almeno una parte di ciò che è scritto nel programma Pd credo che questa grande apertura di credito di ieri si consoliderà in uno stabile patto di governo con gli italiani. Altrimenti….si torna di nuovo a casella zero.

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P.s Anche il movimento 5 stelle avrà una folta delegazione di  eurodeputati. E anche nel loro programma, dichiarato nelle piazze da Beppe Grillo, ci sono gli eurobond e la riforma della Bce, i punti essenziali. Se vogliono essere coerenti con gli impegni elettorali gli eurodeputati a 5 stelle dovranno necessariamente associarsi, in qualche modo, alla coalizione che propone obbiettivi identici. Ovvero Pse, sinistra, verdi. E 20 eurodeputati in più, per questa coalizione, in un europarlamento in bilico, potrebbero fare la differenza.

In tal modo il 5 stelle potrebbe risalire la china da movimento di sola protesta a movimento di “risultati”. Credo che possano capire il punto.

In sostanza: l’esito italiano potrebbe essere il catalizzatore di un autentico cambiamento dell’Europa. Con istituzioni realmente orientate al pieno impiego, all’equità, allo sviluppo. E non solo per la Germania.

Un’occasione storica, per tutti noi.

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La santa alleanza (mancata) degli eurobond

L’Italia è nella palta. E continua, lentamente ma  inesorabilmente, ad affondare. Senza alcuna possibilità di risollevarsi con le proprie forze. Le cifre sono eloquenti, giorno dopo giorno. E’ come un nuotatore un tempo robusto ma ora stanco e invecchiato che si è legato una cintura di pesi anno dopo anno sempre più pesante. E il piombo ormai è ben oltre la soglia di galleggiamento.

Si dicono e si scrivono tante stupidaggini sul debito pubblico italiano. Si cita spesso quel 130% di rapporto tra debito e Pil. Non vuol dire niente. I giapponesi hanno il debito pubblico al 220% del  Pil e riescono a campare. Tutto il debito giapponese è in mano ai  risparmiatori giapponesi, e gli interessi da pagare sono pilotati dallo Stato e Bank of Japan e bassi.

Noi invece lo abbiamo messo sul mercato della finanza globale, grazie anche a Mario Draghi. Il prezzo ora lo fanno loro. E paghiamo, ogni anno, una tassa spropositata al moloch del nostro debito pubblico: il 5-6% del Pil. Questo è il numero che conta. Nove volte quanto Renzi sta cercando di estrarre dall’erario per sgravare il lavoro dipendente. Nove volte. 90 miliardi di euro che vanno per il 30% alla finanza internazionale (che detta i prezzi), per il 45% alle nostre banche e solo per il 25% ai risparmiatori italiani.

In pratica noi “regaliamo” all’estero 27 miliardi di nostro lavoro e tasse ogni anno. E oltre 40 miliardi vanno nei portafogli delle banche, una rendita facile che copre le loro tante operazioni clientelari e sconclusionate.

Questa cintura di pesi si è formata grazie ai maggiori criminali politici intervenuti dal dopoguerra nella storia d’Italia: Giulio Andreotti e Bettino Craxi in primis. Nel 1992 ci consegnarono un paese sull’orlo del crack, al 120% di debito/pil. Da allora è stata austerità continua, ma lo stato italiano non è mai stato in grado di ripagare completamente gli interessi, che hanno generato altro debito, fino alla situazione attuale.

Soprattutto dal 1994, quando Berlusconi diede di fatto il via libera all’evasione fiscale di massa. Sottraendo quelle entrate decisive per superare il gap.

Lo spiega bene Francesco Gesualdi nelle “Catene del debito”, un saggio che vi consiglio.

Torniamo all’oggi. Gravato da questo folle peso, senza la capacità di trovare risorse aggiuntive (tuttora prosperano criminalità, corruzione e evasione) l’Italia non può aspettarsi alcuna politica di ripresa, di riduzione di una pressione fiscale record (sugli onesti) al 50%, di investimenti pubblici, di incentivi all’occupazione. Quello che servirebbe.

Non è pensabile che un paese che vede crescere dal 3%, poi al 4% nel 2011, poi al 5% nel 2012 e oggi al 6% la “tassa debito” da pagare possa farcela. Pur essendosi dissanguato per 22 anni con il maggiore avanzo primario d’Europa. Tanto più che dal 2008, con l’esplosione della grande crisi da finanza impazzita. siamo entrati in avvitamento, abbiamo perso il 10% del Pil, la povertà in Italia è schizzata al 30% delle famiglie. Decine di migliaia di imprese hanno chiuso  e la disoccupazione è esplosa al 26%.

Senza nessuna politica anticiclica da allora. Semplicemente perchè paralizzati dai vincoli di bilancio imposti dalla tecnocrazia di Bruxelles (e Berlino) e insieme dalla macina da mulino al collo, che ad ogni stormir di mercati ci ha imposto i suoi diktat. Monti e Fornero gli esempi preclari.

E veniamo a questi giorni elettorali, a questa kermesse mediatica ridicola e vergognosa.

Ancora una premessa. L’Italia che affonda, che non ce la fa a rimettersi in piedi da sola (per le ragioni esposte sopra) avrebbe disperato bisogno dell’Europa. Un’entità che abbiamo fondato, a cui destiniamo miliardi di euro togliendoli letteralmente dalla bocca dei nostri poveri e disoccupati, che onoriamo anche accollandoci 30 miliardi di euro di ulteriore debito pur di aiutare la Grecia. E che produce l’80% delle leggi che vigono anche da noi.

Noi però continuiamo a rimbalzare verso il fondo. Mentre per esempio la Spagna mostra, nelle ultime rilevazioni Eurostat, un segno positivo di crescita noi restiamo a segno meno. Il nuotatore affonda, continua ad affondare. Quando gli mancherà l’aria e comincerà a dibattersi?

Non una discussione, una, sulle proposte e i programmi.

Campagna elettorale per le europee a suon di cretinate e di insulti. Grillo contro Renzi, Berlusconi contro Grillo, e così via. Tralascio.

Invece, cosa ridicola che nessuno fa, dare uno sguardo proprio ai programmi.

Uno sguardo che non hanno dato i Formigli, i Flores, i Paragone. Con le loro trasmissioni che assomigliano, sempre più, a esternazioni senza domande, a lunghi comunicati stampa vocali. Forse i conduttori non sanno in quale paese vivono.

E non sanno nemmeno chiedere ai politici le cose elementari da loro stessi scritte.

Si scopre (segreto di Pulcinella)  che sulla cruciale questione del debito pubblico, della cintura di pesi o se volete della macina da mulino, Pd, Cinque Stelle, Forza Italia, Ncd-Alfano, Lista Tsipras hanno tutti la stessa identica parola d’ordine: Eurobond. Ovvero un debito pubblico europeo.

Si scopre anche che tutti costoro propongono di tenere fuori dal tetto al 3% di deficit gli investimenti pubblici. La regola aurea che un tempo propugnava persino il professor Monti.

Per inciso. Scorrendo i programmi risaltano i “dieci punti” di Alexis Tsipras. La sintesi keynesiana più completa e coerente, che aggiunge agli eurobond, alla riforma della Bce anche una conferenza europea sul debito e un piano Marshall (di investimenti) per il sud-Europa.

Sarà per questo che le televisioni hanno di fatto chiuso la bocca alla lista Tsipras? Per impedirle di spiegare (non sono cose semplici) il suo progetto, competitivo con gli altri?

Restano fuori solo la lega del geniale Salvini e Fratelli d’Italia che puntano all’uscita dall’Euro. E gli ultralibersti di scelta europea che vorrebbero privatizzare anche strade, canili e spiagge.

Il dato paradossale è che, dietro gli insulti da stadio reciproci, l’80% dello schieramento politico italiano va quindi alle europe con idee (sulla carta) quasi identiche. Non solo gli eurobond (mutualizzazione del debito) ma una riforma della Banca centrale europea tale da finanziare gli stessi eurobond, prestare a tassi minimi agli stati, emettere liquidità per la ripresa  (Pd, Forza Italia, Ncd, Lista Tsipras). In pratica, sembra un blocco keynesiano.

Si badi, Eurobond e riforma Bce sarebbero due bombe atomiche, due nuovi pilastri secolari per un Europa finora conservatrice e neoliberista. Una rivoluzione. Mica bruscolini. Sulla carta.

Incredibile, no, questa convergenza e, insieme, questo silenzio? La lettura incrociata di questi programmi ci dice implicitamente qualcosa di più di tutte le fregnacce che corrono sui talk show televisivi. Ci dice che l’80% dell’offerta politica italiana ritiene il debito pubblico il problema numero uno, che l’Italia da sola non ce la fa (come è avvenuto dal 1992 ad oggi) e che è vitale vincere la battaglia con la destra tedesca (Merkel) per ottenere quella “chanche” quantomeno per risollevare il paese.

Floris, toc toc. Formigli?

Se questo è vero ha senso che chi verrà eletto domenica sera vada in ordine sparso ad annullarsi nell’europarlamento di Strasburgo? O non sarebbe meglio dichiarare (e soprattutto perseguire) un’alleanza bipartisan per gli eurobond,  per la vera riforma dell’Europa? E aggregarvi altri soggetti europei, magari senza distinzioni ideologiche?

European Keynesian Group? (Ekg) da proporre come nuova formazione a Strasburgo?

Mettiamo quindi da parte, a urne chiuse, puttanate, insulti e altro rumore. L’Italia sta male. E ha bisogno dell’Europa. Concentriamoci sul problema vitale. O diamo una svolta (vera) stavolta o siamo fottuti.

O meglio, siete fottuti. E parlo anche a Beppe Grillo.

Che condurrà i suoi 25 europarlamentati alla più assoluta irrilevanza.

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C’è un progetto,una speranza per gli italiani, dopo questo 25 maggio?

 

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Il 5 stelle alleato con la Lega in Europa?

 

…..given their growing Euroscepticism, M5S from Italy is more likely to join Nigel Farage in EFD than sit with the more pro-European Greens/EFA. The politically cohesive Greens/EFA group may also not welcome such a large maverick contingent among their ranks, and as the largest delegation, M5S would oust the German Greens from their leading role.

La previsione di Electio 2014 è interessante. La grossa delegazione del 5 stelle, troppo ingombrante per i verdi, finirà per entrare nel gruppo Efd, fatto di partiti di destra, tra cui la Lega italiana.

Divertente. Da un lato Grillo e Casaleggio hanno scopiazzato il programma di sinistra di Tsipras sul debito, gli eurobond, e la fine dell’austerità. Dall’altro finiranno per allearsi con formazioni di destra e nazionaliste.

E’ questo quello che vogliono gli elettori del M5s? Non sarebbe meglio che questo movimento prendesse chiaramente un indirizzo verso chi davvero vuol cambiare le cose in Europa?

Già, ma questa non è una campagna elettorale seria. Non ci sono impegni politici poi verificabili, Solo parole, paroloni, slogan. E questo vale anche per Renzi e il Pd, che pagherà il prezzo di questa tornata disastrosa.

Ma, ripeto, Grillo e Casaleggio, a Strasburgo che cosa farete davvero?

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Sedici gradi di separazione

E’ interessante, ed è possibile, costruire uno scenario dell’Europa dopo le prossime elezioni del Parlamento europeo del 25 maggio.

Il primo passo è quello di andare su Electio2014 per fare un po’ di conti sui migliori sondaggi aggregati oggi disponibili.

Emerge che socialdemocratici (208 seggi) più sinistra (51) e verdi (42)  raggiungono i 301 seggi.  Contro i 317 di popolari (213) più liberali (62) più conservatori (42).

N.b. Lascio fuori l’Efd, connotato da partiti antieuropei come la Lega e gli indipendentisti inglesi.

Sedici seggi di differenza tra le due coalizioni non sono molti.  Se i liberali, per esempio, si spostassero nel campo socialdemocratico. Oppure i conservatori non aderissero a una coalizione (troppo “europeista”, per esempio) con i popolari l’asse politico del Parlamento europeo, e forse anche della Commissione ne uscirebbe ribaltato.

Avremmo, dopo decenni di egemonia democristiana, un’Europa a guida socialdemocratica.

Ma è altresì interessante osservare non solo i numeri assoluti, ma anche gli andamenti rilevati nei sondaggi. Soprattutto per i popolari, che partono da una scorsa legislatura a 275 seggi ora sono a 213. Dove vanno i 62 seggi perduti?  Quasi esattamente nella fetta all’estrema destra, i partiti e movimenti antieuropeisti non aderenti ad alcun gruppo: da 32 passano a 97 seggi, triplicati, e sottraggono seggi anche ai liberali e ai conservatori.

La carica degli antieuropeisti (dal 5 stelle al Front National,  agli indipendentisti inglesi fino ad Alba Dorata greca) è abbastanza evidente. Dal primo sondaggio di gennaio guadagnano cinque punti secchi, poll dopo poll.

E’ quindi lecito pensare, seguendo il trend, che al 25 maggio l’onda della protesta crescerà ancora. Onda che finora non ha toccato nè i social democratici nè la sinistra. Anzi, in qualche misura (salvo i verdi) li ha rafforzati.

Da 194 seggi della scorsa legislatura il Pse passa infatti a 208. E la sinistra da 35 a 51.

Questo significa che l’elettorato europeo sta pesantemente punendo le politiche liberiste e di austerità, sta pesantemente punendo l’attuale governo dell’Europa e esprime una non fortissima ma ben visibile preferenza per una svolta di centro-sinistra.

Peccato che questa svolta di centrosinistra sia tenuta un po’ sottotono da Martin Schultz, navigato politico che comunque deve fare i conti, in casa sua, con la sua grande alleata di governo, Angela Merkel.

Sia come sia, dalle urne del 25 maggio potrebbe uscire la svolta. Una coalizione socialista-riformista capace persino di prendere la presidenza della Commissione. E avviare un fase nuova.

La probabilità è non nulla. Così come è non nullo l’esito, all’opposto, di una sorta di “larghe intese” a Strasburgo. Corredato da un tecnocrate (un altro) alla Commissione, come la candidata in pectore Cristine Lagarde.

In sostanza. Un esito per lo status quo, mentre vi è un bel pezzo d’Europa che soffre per la crisi. E si aspetta risposte.

Qualcosa mi dice che non sarà così. Che lo status quo non reggerà.  Il diaframma di 16 seggi tra uno schieramento socialdemocratico che comunque cresce e l’altro che perde posizioni sotto la spinta della protesta e del non voto, è davvero piccolo.

Supponiamo quindi che le prossime tre settimane vedano una spinta seria da parte dei riformisti europei. Che, per esempio, in Italia la lista Tsipras riesca a superare la barriera del 4%, conquistando 5 seggi aggiuntivi alla sinistra e alla potenziale nuova coalizione di governo. E altrettanto avvenga in altri paesi europei.

Martin Schultz diverrebbe presidente della Commissione, e con una maggioranza di centrosinistra a Strasburgo?

Il lancio di un “piano Marshall” per il Sud Europa in crisi? L’avvio di una conferenza europea sul debito pubblico (non solo propugnata da Tsipras)? Un negoziato su quell’European Redempion Pact* dei cinque economisti del governo tedesco bocciato dalla Merkel nel 2011 ma accettato dai socialdemocatici tedeschi?

Non potrei che augurarmelo. Per l’Italia sarebbe davvero una svolta, scrollarsi di dosso almeno una parte di quel carico di interessi sul debito pubblico che ci schiaccia fin dal 1992.

Stiamo parlando, però, di ipotesi. Se invece vogliamo stare ai fatti dobbiamo dare uno sguardo alla Grecia. Qui Syriza, il partito di sinistra guidato da Tsipras, viene accreditato oggi della maggioranza assoluta. E il 25 maggio, insieme alle europee, vi saranno le amministrative elleniche.

Se il test delle due votazioni mostrerà con eloquenza lo spostamento dell’asse politico greco, sarà quantomai probabile l’anticipo delle elezioni politiche. E se Syriza conquisterà il governo dovrà tener fede al suo impegno, da mesi dichiarato. Di battersi, e anche duramente, contro le politiche di austerità e sopratutto di chiedere con forza una ristrutturazione del debito pubblico greco. Lo slogan di Tsipras è di ottenere una riduzione del debito greco del 60%.

Avremo quindi verso la fine di quest’anno o nella prossima primavera una riedizione della crisi finanziaria del 2011, innescata da un braccio di ferro greco?

A differenza di allora, oggi però tutti i maggiori player sono informati. La Grecia non potrà reggere all’infinito con il debito al 170% del Pil, nemmeno se tornerà a crescere al 2%. Prima del braccio di ferro va trovato un percorso regionevole.

Ecco quindi che, quando Tsipras lancerà la sua offensiva sul debito greco si troverà di fronte non un parlamento di liberisti o conservatori, ma di socialdemocratici. E come controparte diretta non Barroso (un alias della Merkel) ma Schultz, che a Berlino tratta alla pari con il governo.

Ecco allora che (a meno non sia fuori di senno) anche l’italiano Renzi  il francese Hollande e lo spagnolo Rajoy vorranno partecipare direttamente a questa grande trattativa, su un possibile fondo comune dei debiti pubblici e forse su una modifica dello statuto della Bce.

Tutto sarebbe conseguente. L’abbattimento degli interessi sul debito dei paesi europei in crisi crerebbe appunto il contesto di un “piano Marshall”, con un’ondata di investimenti pubblici e politiche industriali (per esempio sulle rinnovabili) tali da risvegliare il Sud Europa.

Alla fine del suo mandato Martin Schultz (insieme a Tsipras) potrebbero guadagnarsi il Nobel per la Pace. Di sicuro passerebbero alla storia come statisti, e non certo politicanti.

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Nb. L’ipotesi che stava circolando a Bruxells dell’European Redempion Fund è stata di fatto seppellita dallo stesso comitato di esperti che l’ha studiata per un anno. Ma dopo le elezioni si aprirà lo stesso la vera trattativa.

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