Verso un debito pubblico europeo (ma non si deve dire)

Di sicuro il commento più sorprendente all’annuncio di Mario Draghi di oggi viene, secondo me, da un termine, “Qe permanente”, coniato da due ben noti economisti della Bocconi, Francesco Giavazzi e Guido Tabellini.

L’articolo (Per un Quantitative easing efficace) pubblicato sulla Voce.info, non è neanche troppo complesso o gergale. Esamina, in modo abbastanza impeccabile, i vari effetti di impatto sull’economia (e la ripresa) del massiccio programma di acquisto di titoli di debito pubblico da parte delle banche centrali europee.

L’Eurosistema comprerà, per i 19 mesi successivi al primo marzo prossimo, titoli di stato e affini  al ritmo di 60 miliardi al mese, per un totale di 1140 miliardi. Con la possibilità di andare anche oltre, se non verrà raggiunto l’obbiettivo di un tasso di inflazione (intorno al 2%) tale da risultare scongiurato il rischio di un deflazione (leggi anche depressione autoalimentante) oggi piuttosto elevato.

In soldoni: la Bce gestirà e garantirà il 20% di questi acquisti, il resto lo faranno le banche centrali nazionali. Gli acquisti saranno distribuiti in relazione alle quote di ogni banca centrale nazionale dei 19 partecipanti all’eurosistema nel capitale Bce. Per l’Italia il 12,3%, quindi 140 miliardi di acquisti, pari al 6,5 di un debito pubblico italiano giunto a 2134 miliardi nel terzo trimestre 2014 (ultimo dato disponibile).

Non è molto, a prima vista, come si vede, sul piano del puro alleggerimento del debito (specie in Italia che deve sopportare il più pesante carico d’Europa).

Ma nell’annuncio di Draghi di oggi non si fa mai menzione di questo punto. L’acquisto di titoli di stato è solo un mezzo per pompare liquidità nelle economie dell’eurozona. E per questo mezzo ottenere più attività e quindi quel quanto di  inflazione necessaria.

Come?  Le banche centrali compreranno Btp, Bund, Bonos e quant’altro sul mercato secondario (dato che il trattato istitutivo della Bce le vieta qualsiasi finanziamento diretto agli Stati). Ovvero acquisteranno dalle banche (che a loro volta compreranno i titoli nelle aste governative). La domanda delle banche centrali porterà i prezzi dei titoli al rialzo e i loro rendimenti di converso al ribasso. Le banche avranno un guadagno dall’acquisto e vendita, gli Stati dal minor interesse netto da pagare.

Questo effetto “liquidità” sarà importante?  Le banche saranno spinte a riaprire il credito?

Giavazzi e Tabellini paiono scettici. “Vi è accordo generale sul fatto che gli effetti attraverso il primo canale siano contenuti. In molti paesi la domanda di credito rimane piuttosto debole: il vincolo principale sulle banche è la mancanza di capitale più che di liquidità, e i tassi di interesse sono già molto bassi”.

Passiamo all’ effetto “minori interessi sul debito pubblico”. Già oggi, in molti paesi europei, i titoli di stato (a breve ma non solo) rasentano i rendimenti negativi. In Italia un Btp a 3 anni viaggia all’1% ( la Bce-Banca d’Italia comprerà solo titoli oltre i due anni). E’ quindi realistico pensare a un dimezzamento di questo tasso. Quindi a un risparmio di non più di 2-3 miliardi annui per le casse dello Stato.

Il Qe è però un segnale globale. E di sicuro il suo maggiore impatto lo eserciterà sul tasso di cambio dell’Euro, che infatti oggi ha accelerato in discesa. Ottimo per ridare fiato alle industrie esportative e anche per importare inflazione.

E qui ci fermiamo con gli effetti puramente “monetari” del programma. Ma Giavazzi e Tabellini, ambedue economisti di impeccabile impostazione liberale, vanno oltre, ben oltre.

Prendono in considerazione il profilo temporale del programma Bce. Se è corto, ovvero se i titoli di stato verranno acquistati dalle banche centrali e poi rivenduti prima delle loro scadenze, per lo Stato emettitore il guadagno sarà solo nella limatura dei tassi di interesse.

Se invece il Qe dovesse prolungarsi anche oltre le date indicate, o persino divenire permanente, questo significherebbe, di fatto,  che interi pezzi di debito pubblico in Europa verrebbero presi in carico dall’Eurosistema e, di converso, i bilanci degli Stati verrebbero alleviati, dando luogo (a parità di defict) a spazio per investimenti o a  sgravi fiscali.

“Come ha spiegato William Buiter, quando una banca centrale intraprende un’operazione di Qe sostituisce debito nazionale con denaro, che è una passività non rimborsabile. Questo allenta il vincolo di bilancio intertemporale del governo. Se la banca centrale detiene il debito permanentemente, la riduzione eguaglia l’intero ammontare del Qe. La riduzione equivale invece ai pagamenti sugli interessi se il debito è mantenuto solo temporaneamente o non è rifinanziato alla scadenza.”

Un Qe permanente sarebbe, nei fatti (e con aggiramento del problema Germania), il primo atto di un percorso verso un debito pubblico europeo. Non mutualizzato (solo per il 20% garantito direttamente dalla Bce) ma gestito dalle banche centrali nazionali.

Comunque abbastanza efficace, specie nei possibili passi successivi,  per stimolare le economie europee.

Faccio un semplice, elementare, ragionamento. Perchè tirare fuori un bazooka di questo calibro (1140 miliardi in 19 paesi) solo per ottenere l’Euro in parità con il dollaro (quando l’Eurozona esporta solo il 20% del pil), rinsanguare un po’ i bilanci bancari e limare di mezzo punto gli interessi sui debiti pubblici? Il tutto mentre il prezzo del petrolio scende e fornisce da solo un massiccio stimolo ai bilanci aziendali?

C’è una sproporzione evidente tra mezzi impiegati e risultati prevedibili, in un contesto solo temporaneo.

Draghi e il vertice Bce credo siano perfettamente coscienti delle condizioni di depressione in cui versa il Sud Europa (e in parte anche la Francia). E il contagio negativo sta allargandosi anche verso nord.  Non basta quindi una seppur massiccia iniezione di liquidità per invertire il trend. E’ necessario anche entrare a piedi uniti nella politica fiscale, nei bilanci degli stati, congelando debito. Una strategia persino compatibile con il super-restrittivo Patto di bilancio (o Fiscal compact) che prevede il pareggio, ma anche allenta i vincoli quando le economie sono patentemente al di sotto del loro potenziale (come è per il Sud-Europa intero).

D’altro canto sotto gli occhi della Bce c’è l’evidente e gigantesco caso americano. La Fed,  dice uno studio di Goldman Sachs,  ha comprato, stampando dollari, ben il 28% del nuovo debito pubblico netto Usa dall’inizio della crisi ad oggi (titoli per 2000 miliardi di dollari). E il deficit spending federale è così progressivamente potuto salire all’ 8-10% del Pil dal 2009 al 2012 . Una gran massa di investimenti e di spese pubbliche alla base della ripresa statunitense (si pensi alla nuova assistenza sanitaria generale di Obama).

Queste sono le cifre vere con cui confrontarsi. Non il risicato 6% che proviene dall’annuncio di oggi.

Sono quindi convinto che Giavazzi e Tabellini non abbiano scritto a caso di Qe “permanente”. E ho il forte sospetto che Mario Draghi, misurando ogni parola, abbia solo iniziato un percorso, di cui quella di oggi è la prima tappa. (Negli Usa se ne sono succedute tre, a intensità crescente).

Aggiungo che mi spiacerebbe se mi sbagliassi.

 

 

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Effetto valanga?

Sono andato a Bologna, l’altroieri, per l’assemblea dell’Altra Europa per Tsipras, la lista per le europee dello scorso maggio divenuta, non senza fatica, un movimento stabile. Con l’obbiettivo di riunire tutta la sinistra italiana intorno al programma di Alexis Tsipras, dieci punti che vertono su un “new deal europeo” e una rinegoziazione dei debiti pubblici, a partire dai paesi in crisi.
Così come mi ero entusiasmato quando, ad aprile, lessi questi dieci punti ho provato entusiasmo a Bologna. E non tanto per i discorsi, pur condivisi, di Marco Revelli o di Barbara Spinelli, o di altri italiani. Quanto per l’intervento di una giovane spagnola e di un più attempato greco. Podemos la prima, movimento completamente nuovo e accreditato del 27-28% alle prossime elezioni in ottobre. Syriza il secondo, che domenica prossima si proverà a superare il 31% dei consensi, con l’obbiettivo di poter governare in autonomia il paese.
In tanti a Bologna hanno immaginato una continuità sud-europea di queste forze di sinistra. Manca all’appello l’Italia, almeno finora.

La partita di Syriza, se vinta (come è quasi certo) sarà però il primo segnale. Che darà forza agli altri. A Synn Fein in Irlanda, a Barriera Umana in Croazia, a Podemos. Alla fine del 2015 il panorama politico europeo potrebbe essere ben diverso da quello di oggi. Con una vera inversione di tendenza dai trent’anni di neoliberismo squilibrato che abbiamo vissuto. Un mondo di diseguaglianze crescenti, di esclusioni, di privatizzazioni distruttive, di crisi fatte pagare ai più deboli.
Se questo effetto valanga, questa sinergia multipla prenderà forza, è abbastanza facile prevedere che avrà un impatto anche in Italia. Soprattutto se Tsipras riuscirà a fare qualche passo avanti concreto sul suo obbiettivo chiave: una conferenza europea sui debiti pubblici, per ristrutturarli.
Qui è la sostanza della grande stagione di conflitto che sta per aprirsi in Europa. E l’Italia, che ormai viaggia a un debito pubblico del 140% del Pil e 100 miliardi annui di interessi (nostre tasse, nostri mancati servizi che vanno a ingrassare banche e patrimoni) credo che sarà molto molto interessata a questo conflitto tra Grecia, Spagna, forse anche Irlanda contro Berlino, la tecnocrazia di Bruxelles e di Francoforte.

Credo che persino l’elettorato francese sarà interessato.

Sul piatto c’è un nuovo inizio, un nuovo futuro non solo per i popoli dei paesi europei in crisi, ma di tutti i paesi dell’Unione, popolo tedesco compreso. Sul piatto c’è l’inversione di un lungo ciclo, avviatosi negli anni 80, che ha fatto del mercato il suo feticcio e ha progressivamente demolito quello che un tempo qualcuno definì il “sogno europeo”.
Questa inversione sarà cruciale per far entrare aria fresca e giovane in uno spazio invece sempre più ammorbato da nauseabondi lezzi di guerra.

Per noi sul piatto c’è una ripartenza strutturale dell’Italia. Tagliare di 50 miliardi annui l’emorragia da interessi, il regalo che facciamo ogni dodici mesi a banche e rentiers, significa avere finalmente spazio per investimenti, un reddito di base oltre la Cassa integrazione in deroga,  venture capital per i giovani, sgravi fiscali consistenti. Iniezioni di fiducia, la percezione che il peggio è alle spalle.

Un esempio di cosa si potrebbe fare lo trovate qui. Ci abbiamo lavorato in undici a questo documento, un po’ diverso dai canoni tradizionali della sinistra italiana.

Non ho mai visto un’opportunità politica tanto grande non tanto per la sinistra, ma per l’Italia.

Che fu condannata a questo lento strangolamento, mai interrottosi in 30 anni, nato da una delle prime grandi operazioni neoliberiste avviate in un paese europeo: il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Ovvero i titoli di stato, i bot, venduti all’asta sul mercato aperto. E non più immessi, a prezzo fisso, nelle riserve bancarie.

Con l’inflazione al 20% di allora era facile prevedere che gli interessi sul debito sarebbero schizzati. Schizzarono e lorsignori non riuscirono a pagarli tutti, mettendoli a nuovo debito. E così via, per anni e anni. In un ciclo infernale.

Come spiega l’analisi di Francesco Gesualdi, da allora ci siamo svenati per pagare interessi sugli interessi. Nè la Banca d’Italia nè il Tesoro, gli apprendisti stregoni, sono riusciti a governare questa automoltiplicazione finanziario-mercatista  del debito (innescata dalla grandiosa politica di spesa pubblica clientelare di Bettino Craxi e Giuliano Amato).

Nonostante il fatto che l’Italia sia stata messa sotto il torchio di politiche di austerità fin dal 1992, ( l’anno del suo primo fallimento) a nulla è servito. Altro che crisi del 2008. Noi la soma ce la siamo tenuta addosso per 22 anni filati. Senza venirne a capo, nonostante promesse, chiacchiere, barzellette e leader televisivi.

22 anni. Pensate. E non c’è un economista che dica che quella decisione del 1981 fu una scommessa scellerata. La peggiore operazione di politica economica nella storia del paese. Soprattuto per come fu gestita (e non gestita) dai vari governi (Tommaso Padoa Schioppa unico escluso).

Oggi l’Italia dà la misura storica di quanto soffre. Ha il primo avanzo primario pubblico del mondo. Per reggere il macigno lo stato italiano deve succhiare un ammontare imponente di risorse ai suoi cittadini, tagliare i servizi essenziali, nascondere la sua paralisi ad ogni manovra di rilancio positiva. E regalare i nostri soldi a un sistema di parassiti, a banche che lucrano sui titoli di stato ma non prestano agli imprenditori, nè muovono l’economia. E a quel sistema di super-ricchi partimonializzati, l’1% della popolazione mondiale, che si avvia, secondo Oxfam, a superare il 50% della ricchezza globale. E che ha guadagnato dalla crisi.

Dentro quel 50% non c’è solo la diseguaglianza. Ci sono  33 anni filati di “contributi” del popolo italiano. Estratti (legalmente, per carità) dal nostro lavoro e dalle nostre vite per riempire un gran secchio bucato. Gesualdi ha calcolato che, sommando tutti i pagamenti di interessi, il debito ce lo siamo ampiamente ripagato. E invece stiamo sempre peggio.

 

Siamo un paese “virtuoso”, ma anche cornuto e mazziato (secondo Frau Merkel siamo una “cicala”).

In realtà noi abbiamo pagato dal 1980 ad oggi la bellezza di 3447 miliardi di interessi, secondo una ricostruzione di Scenari Economici . Accettando (salvo i soliti furbi) una eterna austerità e sacrificando la nostra crescita, fino a subire una crisi provocata proprio da coloro che abbiamo arricchito. Ci stiamo impoverendo sull’altare di una cricca di uomini di potere impotenti che, guarda caso, mai ci hanno spiegato il problema, creato da loro. Lo hanno nascosto, dissimulato. E per due volte, nel 1992 e poi nel 2011, ci hanno portato sull’orlo del fallimento.

 

Non è che siamo stufi di pagare, di sperperarci? E’ ora di dire basta. E di schierarci con le altre sinistre emergenti europee per forzare la gabbia comune del debito. Di agire insieme in Europa, l’unico spazio in grado di darci una soluzione (non distruttiva e autodistruttiva). Come quella, molto semplice, che potete leggere qui.

Per questo il cambiamento politico in corso nei paesi vicini d’Europa è cruciale. Dobbiamo esserci anche noi in questa battaglia. Se non altro perchè il cappio sta stringendoci di nuovo, con il debito che accelera al 140% del Pil.

Io scommetto su questo cambiamento. Del resto non ho altro da sperare oggi. Ma non mi pare neanche poco.

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P.s. Oggi il sistema propone Giuliano Amato alla presidenza della Repubblica. Proprio uno dei massimi protagonisti del disastro italiano qui sommariamente descritto. Un membro della casta rovinosa.

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Il Presidente che vorrei

Romano Prodi

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Charlies


 
La più grande manifestazione di sempre nella storia di Francia

Uno stupendo popolo francese. Una giornata di speranza. Niente odio nè vendetta. Ma la coscienza condivisa dei rischi nella grande crisi. E il rifiuto della paura.

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P.s Adieu, Madame Le Pen…

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Non tutto il male….

La strage di Parigi, di Charlie Hebdo, è stato senza dubbio un evento spaventoso. Per il fatto in sè, su cui non mi dilungo, ma anche per il senso di paura, di angoscia che ha irradiato di colpo in tutta Europa.

Non è solo questione di terrorismo. Il 7 gennaio, e le vicende parallele dei giorni successivi, si collocano in una Francia (come noi) in crisi economica, in deflazione, in cui la componente più debole è data dalla grande comunità interna di mussulmani, oltre 6 milioni, circa il 10% della popolazione totale.

La maggiore comunità di origine non-europea in Europa. Caratterizzata da una forte pratica relisgiosa, da un gran numero di giovani di seconda e terza generazione, insediati nelle periferie e banlieues, e da profili professionali bassi. I più sensibili alla crisi, ai licenziamenti, alla chiusura delle aziende, alla disoccupazione.

La Francia è seduta su un vulcano? Non amo queste forzature, oggi ampiamente correnti. Però c’è un fondo di verità. La crisi, prolungandosi nel tempo, crea disperazione nelle banlieues, spinge i giovani di origine maghrebina nelle braccia dei predicatori fondamentalisti…..

Lo abbiamo visto con i due fratelli Kouachi e con Coulibaly. Biografie eloquenti.

La Francia, ancora immersa in un’Europa in deflazione, corre quindi il massimo rischio tra i paesi europei. Di una brutta, brutta crisi di ordine pubblico. Amplificata, molto amplificata dalla possibile emergenza del Front National, che predica la linea dura proprio contro la minoranza mussulmana. E allo stesso tempo, vuole staccare la Francia dall’Europa e dall’Euro.

Il Front National, se tra due anni dovesse prendere l’Eliseo, sarebbe un’autobotte di benzina sul fuoco. Non solo per la Francia ma anche per l’Europa.

Lo scenario politico, prima del 7 gennaio, era al proposito davvero preoccupante. Hollande e i socialisti al 16% nei sondaggi (in calo), Martine Le Pen al 28% (in crescita).

Il rischio politico Francia è aumentato mese dopo mese, e da più di due anni.

Dopo il 7 gennaio però molto sembra cambiato (ripeto sembra). Lo shock, per i francesi, è stato enorme.

La minaccia terrorista da latente ora appare permanente. In un paese a massimo tasso di immigrazione e in crisi economica.

La percezione istintiva di massa è ora quella di dover difendere non solo la libertà di espressione, ma anche la Repubblica e le proprie vite.

Il Front National,  dal 7 gennaio, ha perso il monopolio della sicurezza pubblica.

Il governo Vals-Hollande non sembra più percepito come un esecutivo di deboli, incapaci di affrontare la crisi. Ma ora come il punto di riferimento, la leadership di fronte a una minaccia di guerra. E i sondaggi hanno già testimoniato questa risalita nei consensi. Per i francesi una sorta di riflesso automatico profondo. Fare quadrato intorno alla bandiera. Si pensi alla liberazione contro i nazisti e poi alla crisi algerina degli anni 50  e all’insediamento di Charles De Gaulle.

Questo shock si sta quindi incanalando verso l’unità dei democratici, la difesa dello Stato e del Governo. Grazie anche a una tempestiva regia. Domani alla marcia  indetta dai socialisti e centristi ci sarà forse un milione di francesi. Ma non ci sarà il Front National. Portatore di un’idea di Francia ben diversa. Da Repubblica di Vichy. Fatta di solo stato autoritario, senza quella componente di tolleranza e libertà incarnata proprio da Charlie Hebdo, il suo più irriducibile avversario.

La sua esclusione è significativa. E’ il vero obbiettivo di domani. Emarginare i Le Pen dalla crisi repubblicana. Invertire il trend.

La prima conseguenza del 7 gennaio sarà quindi il ridimensionamento del rischio e dell’ascesa del Front National? Io me lo auguro vivamente, date le possibili, e pericolosissime conseguenze di una sua eventuale vittoria politica nel cuore dell’Europa.

La seconda conseguenza (potenziale per ora) riguarda la Germania. E la sua leadership europea conservatrice e neoliberista. A Berlino, Bruxelles, Francoforte.

Verte sulla seguente semplice domanda. Quanto ancora l’Europa potrà permettersi, nella fase apertasi il 7 gennaio, una deflazione prolungata?

Il rigore di bilancio, portato all’eccesso, rischia di far esplodere assetti sociali ormai  con evidenza logorati. Di spingere il “proletariato non europeo” alla disperazione, al fondamentalismo. Di rafforzare a dismisura un’estrema destra xenofoba e antieuropea sempre più attrattiiva, e quindi pericolosa. Rischi che sollo una reflazione decisa può ridurre.

Hollande e Vals hanno quindi ora un potere negoziale su Berlino, Bruxelles e Francoforte indubbiamente superiore rispetto solo a poche settimane fa. Se ne serviranno? Credo di si.  E l’avvio concreto del quantitative easing da parte della Bce farà parte di questo mutamento di scenario.

Se ambedue queste possibili conseguenze del 7 gennaio si tradurranno in svolte politiche positive (ovvero saranno gestite da leader responsabili)  avremo in qualche modo una  consolazione, un fiore da  mettere sulle tombe dei morti innocenti. E per noi un barlume di speranza.

Post dedicato agli innocenti assassinati.

 

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Lettera aperta a Alexis Tsipras sul debito pubblico in Europa

 

Lettera aperta inviata a Alexis Tsipras, nel momento in cui comincia la sua trattativa sul debito pubblico greco verso l’Unione Europea, la Bce e la Germania.

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E’ chiaro l’asse su cui si appoggia il programma di  sinistra greco-spagnolo.

Mantenimento di una presenza nell’area euro, evitando incontrollabili e pericolosi avventurismi di secessione monetaria, però a fronte di una solidale rinegoziazione del debito tra Nord e Sud Europa.

Sposata la tesi della “rinegoziazione del debito” è necessario individuare una “idea forza” che sia:

a)      Un capovolgimento netto della subordinazione dell’economia reale alle pratiche speculative finanziarie.

b)      Facilmente comprensibile a livello di massa, in modo da diventare un chiaro obiettivo elettorale.

c)      Fattibile tecnicamente già ora, senza che si debba ottenere improbabili modifiche dei trattati europei.  Apparentemente moderata, ma in realtà poco resistibile, in quanto logicamente attuabile.

All’interno del più generale obiettivo della riduzione del debito pubblico questa “idea forza” può essere rappresentata dall’assunzione in capo alla BCE del 60% del debito pubblico di tutti i paesi UE.

 

Punto c. Quando si lancia l’obiettivo di rinegoziare il debito pubblico a livello d’opinione pubblica ci si immagina un qualcosa di complicatissimo e altamente improbabile. Anche perché non si dà ai media un obiettivo per semplificare il concetto. L’assunzione del 60% dei debiti nazionali in capo alla BCE è di chiara e facile comprensione. E’ un obiettivo esageratamente radicale? NO. E’ moderato in quanto rispetta i parametri attuali e non “danneggia” alcun paese.  E’ tecnicamente fattibile? SI. La BCE può già fare queste operazioni, è sufficiente che la UE autorizzi un’azione su vasta scala. Che sarà comunque più accettabile del rischio della rottura della comunità europea.

Punto b.  In considerazione del fatto che tutti i maggiori   paesi UE (85,4% è la media UE a 27 ) , hanno un indebitamento superiore al 60%, un tale obiettivo non dovrebbe trovare ostacoli sociali nel Nord Europa. Infatti non si tratta di un trasferimento di risorse dal Nord al Sud Europa, in quanto tutti i paesi ne sarebbero beneficiati. Non c’è bisogno di trasformare alcun parametro di equilibrio europeo in quanto assumerebbe l’indebitamento consentito da Maastricht, ma ponendolo in capo a un unico ente unitario. Tecnicamente l’operazione è fattibile già ora, in quanto la BCE può emettere titoli di credito europei in sostituzione di quelli nazionali. La CE potrebbe emettere la famosa Tobin Tax, sulle transazioni finanziarie speculative, finalizzata al pagamento di tassi bassi, allineati a quelli USA. Ma questo è tema aggiuntivo.

Punto a. Essendo l’Italia uno dei paesi con il più alto avanzo primario, che poi viene mangiato dagli interessi passivi sul debito, è del tutto conseguente che l’eliminazione del 60% del debito porterà lo Stato ad avere un avanzo primario sufficiente per rientrare nella parte residua del debito stesso.

Dal momento che, dati del 2013, lo Stato Italiano paga 90 miliardi di interessi, si ha la concreta dimensione dell’effetto della riduzione attorno ai 40 miliardi. Una cifra enorme che attualmente prosciuga l’economia italiana e che verrebbe sottratta alla speculazione nazionale e internazionale.

Si consideri, inoltre, che una tale operazione sulla prima quota del 60% avrà un effetto benefico rispetto ai tassi passivi della parte residuale.

Per concludere un’operazione di tale consistenza crea i presupposti per rinegoziare una diversa politica di rientro sulla parte residua, liberando risorse per una politica espansiva anche degli stati più indebitati.

Aggiungiamo che gli stati meno indebitati o con un indebitamento inferiore al 60% (i paesi dell’Est, più Svezia e Danimarca) saranno spinti ad investimenti strutturali, tali da incentivare la ripresa dell’intera economia europea.

Come sappiamo il vero ostacolo alla rinegoziazione del debito è la situazione interna della Germania, sociale ed elettorale. La Germania ha un indebitamento in ascesa del 81,9% sul PIL.

Una riduzione anche per la Germania del suo indebitamento del 60% sarebbe una proposta difficilmente contestabile, assumibile in una filosofia tipo: “se lo fanno tutti, perché no”.

Si sta proponendo un obiettivo non velleitario, credibile, fattibile, ma, al tempo stesso, capace di capovolgere l’intero percorso liberista dell’economia europea e pertanto italiana.

Il trasferimento di 40 miliardi all’anno, dalla politica speculativa a quella reale e sociale, può solo far immaginare enormi risvolti.

Quale economista liberista potrà sminuire tale effetto ?

Un tale obiettivo, comprensibile, del quale, man mano, si intravvede la sua credibile attuabilità, non può non diventare un potente raccoglitore di consensi.

 

Milano, 30.12.2014

 

Renato Sacristani (Presidente della zona 3 di Milano)

Beppe Caravita

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I miei auguri

Certo, non è facile, nella situazione attuale, fare degli auguri credibili. Ai pochi che ogni tanto leggono queste righe, ma anche a tutti gli altri, che stanno vivendo anni davvero duri.

Eppure continuo a pensare che stiamo girando dentro un gigantesco paradosso. La più grande massa di risparmi d’Europa e la minore capacità al mondo di tradurli in investimenti domestici, in nuove e redditizie imprese, in lavoro, in capitale produttivo. E di qui in minor debito pubblico, nella fine del macigno che dal 1981 ci ha schiacciati, e poi ci ha degradati, impoveriti, corrotti.

Scrivo ai due milioni di italiani che per disperazione se ne sono dovuti andare all’estero. Chi a Londra, chi negli Usa, in Francia, Germania e oltre. Vittime del blocco di un’accumulazione di capitale, ma anche d’impresa e di beni pubblici che ha progressivamente paralizzato, e poi degradato, lo stato italiano. E sta distruggendo l’industria. E larghi pezzi di società civile.

Ma non solo. In Italia non esistono più le banche. Sono diventati istituti di gestione patrimonale standard. Onorevole mestiere, per carità. Ma la paura, ormai la cifra della nazione, rende ancora più impossibile e negato ciò che è stato impossibile da trent’anni. Il capitale di rischio, la dotazione di fondi sulla fiducia ai nuovi imprenditori, o persino agli operai che non vogliono essere trascinati nel crollo del proprio imprenditore.

Tanti anni fa, e per una breve stagione felice, questi finanziatori lungimiranti c’erano. Le grandi imprese tessili fallite di Prato lasciarono il posto a unità piccole avviate dai loro operai. E fu la nascita di una straordinaria area-sistema. E così a Bergamo nella meccanica strumentale, e nel Veneto. Oggi  nelle banche comandano gli analisti e i loro modelli matematici di importazione, per ottimizzare la gran massa patrimoniale detenuta dal 20% delle famiglie italiane abbienti. Solo il 30% del debito pubblico nazionale è in mano a queste famiglie. E gli asset propriamente italiani non superano il 10% dei 4mila miliardi.

Abbiamo alle spalle tre anni in cui il rubinetto dell’ossigeno per le imprese è stato chiuso, in nome di un affannoso risanamento di crediti dubbi e partite incagliate dell’immediato passato. Fino a presentarsi al giudizio supremo della Bce con i bilanci in ordine, ma con l’industria a pezzi.

Tralascio casi specifici. Il dato di fatto è che, dal 2008 ad oggi, il sistema bancario italiano non è più stato in grado di svolgere il suo ruolo primario. Il sostegno all’accumulazione sociale di capitale, finanziario e umano.

Nè lo Stato, messo sotto torchio dai sempre più stringenti poteri e obbiettivi europei. Abbiamo avuto gli anni di Monti, poi di Letta e quindi di Renzi. Tasse e tagli, tagli e tasse.

Soprattutto nelle aree più critiche. Le università immiserite, la ricerca tagliata, gli investimenti sforbiciati.

Salvo però lo sperpero di 10 miliardi in un bonus elettorale di 80 euro supposto detonatore dei consumi, in realtà usato dalle formiche italiane per sanare debiti o mettere da parte qualche altra scorta precauzionale.

Supponiamo invece che quei 10 miliardi fossero andati a ciò che davvero manca. A un soggetto pubblico finalizzato alla creazione di impresa (o alla rivitalizzazione di impresa), capace di rischiare, capace di riempire buchi storici del sistema Italia.

Seguo le vicende del venture capital dal 1985. Dai primi esperimenti di Elserino Piol all’Olivetti. Ebbene, salvo la piccola parentesi “drogata” della bolla internet del 1998-2000 in Italia il capitale di rischio è sempre stato affare per pochi intimi privati in Italia.

Ok fino a che si viaggiava a qualche decina di business plan all’anno. Ma da qualche anno siamo a 3mila. Una intera generazione, con le spalle al muro, ci prova. Dall’altro lato pochissimi intelocutori, e tra i pochisssimi ci metto anche gli sperperi regionali su improbabili incubatori d’impresa, spesso deserti. Il capitale di rischio in Italia è un lavoro per, al massimo, una ventina di soggetti.

C’è il capitale umano per costrure uno strumento pubblico di autentica creazione d’impresa? Certo che c’è, ed è spesso fuggito all’estero. Ci sono le idee? Si. C’è la voglia? Certo.

Da anni si parla di un “fondo di fondi” pubblico in grado di sostenere il venture capital italiano. Dai tempi del ministro Stanca, e poi della legge sulle startup di Passera-Monti (che semplificò molte cose ma, guarda caso, lasciò sulla carta il suo articolo istititutivo del fondo di fondi).

E allora? Dove il sistema fallisce è necessario un intervento. Un rivitalizzatore dell’accumulazione d’impresa. Un soggetto in grado di attingere, e proficuamente, sia ai prestiti primari della Bce che a quei 4mila miliardi di risparmi mobiliari italiani e di trasformarli in investimenti in Italia. Attraendo investimenti e non torchiando i risparmiatori con altre tasse.

Oggi gli italiani finanziano spontaneamente Telethon. Che sostiene al ricerca. Domani potranno, con la giusta comunicazione (anche in rete) sostenere nuove imprese che tolgono il loro territorio dalla depressione. Magari rinunciando a un punto percentuale di rendimento sui titoli, ma in condizioni di sicurezza, e per obbiettivi trasparenti e puliti.

Un nuovo modo di fare banca, capace di fondere crowdfunding, impatto sociale, solidarietà, banca etica, tutela del risparmio, ruolo dello Stato.

Guardiamo alle imprese che falliscono. E agli operai e ai dipendenti che cercano di fare continuare, magari in forma cooperativa. Chi ha il coraggio di sostenerli, di assisterli, di finanziarli? Di trovare manager che li aiutino, e di comunicare al territorio la nuova scommessa?

Guardiamo a quegli staordinari acceleratori di disponibilità liquide che sono le monete complementari, come il Sardex. E’ possibile pensare a una rete italiana, regione per regione, di queste “stanze di compensazione” per forzare i vincoli del credito e ridare fiato alle imprese, piccole e grandi che siano?

E’ possibile pensare a un soggetto finanziario pubblico, capace di prendere a prestito alla Bce allo 0,5% per produrre bond a lungo termine per la ristrutturazione energetica dei condomini (coibenzazione) in modo da far guadagnare tutti: inquilini, imprese qualificate e la stessa banca pubblica? E’ possibile, non facile ma possibile.

E’ possibile pensare allo stesso soggetto pubblico che interviene sulle piccole e medie imprese a rischio chiusra e poi ne produce titoli cartolarizzati che vengono comprati dalla Bce, secondo il suo programma di sostegno all’economia europea, a prezzi di favore? E’ del tutto possibile.

Venture capital, rinascita delle imprese in crisi, green economy, monete complementari, sostegno ai makers. E poi, con il procedere delle attività, destinazione degli utili di questa “public company” al sostegno alla ricerca, agli incubatori (veri), al matrimonio tra innovazione e beni culturali.

Questa entità a mio avviso non deve avere nulla a che fare con l’altra banca pubblica, la Cdp. Quest’ultima si occupa di altre cose, con logiche diverse. Questa deve essere una banca di giovani, e per i giovani. Una public company senza politici di torno, o pezzi da novanta dell’establishment bancario.

Su queste basi la scommessa è più credibile. Una dotazione di fondi iniziale da parte del Tesoro e poi l’emissione di bond garantiti, come rendimento minimo, dallo Stato. E da qui la capacità di camminare sulle sue gambe, facendo rendere la rinascita italiana.

E’ solo un’idea abbozzata. Ma è comunque utile se vi ho regalato un attimo di speranza. A questo servono gli auguri.

 

 

 

 

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Mettere al lavoro quei 4mila miliardi?

La sola chanche che ha l’Italia per uscire dal buco è che una quota di quei 4mila miliardi di cui sotto vada per attrattività a investirsi in lavoro produttivo e qualificato dei giovani italiani. Aiutando a nascere e crescere nuove imprese, e non senza un ritorno per chi mette i suoi soldi in un “fondo Italia”.

Scusate l’ovvietà.

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La lunga stagione della sfiducia italiana

Il punto della tragedia italiana sta qui, e solo qui. Il paese patrimonialmente più ricco d’Europa ma anche in più veloce impoverimento e disoccupazione.  Un paradosso percorso da una sfiducia profonda, abissale.

Giustificata da una classe politica e tecnocratica che ha fatto fallire il paese fin dal 1981. Senza poi mai riuscire a risollevarlo.

Quei 4mila miliardi in titoli ad accumulazione sono il frutto di anni e anni e di risparmi dettati dalla paura, da quella mandria di dementi di Roma, Montecitorio, Palazzo Chigi, da quel spendi e spandi di Bettino Craxi, del conseguente crack  del 92, del clamoroso errore della Banca d’Italia di Ciampi nel calcolare l’effetto dell’inflazione al 20% su Bot e Cct messi incautamente sul mercato. Generando un mostro di interessi su interessi, anatocismo. E poi Berlusconi, Tremonti con il loro sogno infausto di un nuovo miracolo italiano (e nessuna correzione nei conti). E infine la banca d’affari di D’Alema. E poi ancora Berlusconi, indifferente al cataclisma mondiale del 2007. Fino al secondo crack del 2011.

2 milioni di famiglie italiane abbienti hanno protetto i propri risparmi da questa gente. Punto. Ora continuano a farlo, anche se i tempi richiederebbero l’esatto contrario.

Tra le tante chiacchiere, consiglio la lettura del pezzo di Pavesi. E’ la grande risultante storica, la fotografia economica di un Italia divisa. Stretta nella paura da un lato e nella povertà dall’altro. E che, dentro questa frattura, sta affondando.

Berlusconi difende i privilegi dell’Italia ricca (Fininvest inclusa). Renzi, con il suo sciagurato Nazareno, non osa toccarla.

Non vi sono risorse oltre queste, ma sono anche, sulla carta, abbondanti. Ma Renzi è inerte, ha paura di politiche vere, e perde consensi.

Una semplice proposta.

La rivoluzione italiana (auspicabile) sarà patrimoniale (e non necessariamente punitiva) o non sarà.

- Renzi enumeri la crescita delle sentenze di processi civili completate in 15 giorni.

- Renzi esibisca tangibili risultati  in tema di evasione fiscale.

- Renzi metta in moto una visibile dismissione di patrimonio pubblico inutilizzato.

- Renzi tolga gli sprechi dagli appalti pubblici, con numeri alla mano.

- Renzi mostri almeno 50 casi di corruzione pubblica puniti.

Fatto ciò (quindi guadagnatosi un po’ di fiducia coi fatti)….

Un prestito forzoso per la ripresa, sui 2 milioni di grandi risparmiatori, diviene argomento di cui parlarne.

 

 

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Quantitative easing intermediato?

Finalmente leggo una proposta intelligente a ridosso del Qe che si appresta a varare la Bce. Un eurobond privato, che però si appoggia su tutti i debiti pubblici europei, via banche. Un modo per aggirare i divieti politico-ideologici di Bundesbank e affini.

In mancanza di un processo esplicito e controllato di formazione di un (parziale) debito pubblico europeo, di un fiscal compact al contrario (ma formalmente in linea con i trattati), l’idea della Luiss mi va bene.

E’ comunque un passo “intermediato” per riattivare qualche politica economica (in primis, per abbassare la folle pressione fiscale di oggi) e poi, passo dopo passo,  per toglierci di dosso questa spaventosa maledizione del debito cominciata nel 1981. E ricostruire un’Italia e un’Europa degna di essere consegnata ai nostri figli e nipoti.

 

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