C’era una volta quell’arcobaleno del 2011

In quell’estate del 2011 c’era molto entusiasmo in giro. Soprattutto tra i sostenitori di Giuliano Pisapia sindaco.  La sinistra e i progressisti milanesi, finalmente uniti intorno a un candidato credibile, popolavano i tavoli di discussione delle “officine del programma” e l’idea forza della partecipazione come metodo di governo della città li contagiava tutti, dopo oltre 15 anni di verticismo chiuso del centrodestra.

Sabato 28 maggio 2011, dopo un violento acquazzone, per la festa dell’elezione di Pisapia uno straordinario arcobaleno si formò sopra Piazza del Duomo. Sembrò a me e ad altri un auspicio di un grande cambiamento, finalmente.

Nei mesi immediatamente successivi di partecipazione si parlava ovunque. Nei comitati per Milano (ex Pisapia) che si riunivano initerrottamente a scadenza settimanale (facevo parte di quello di zona 3), nei circoli di partito, persino nei bar vicini a Palazzo Marino.

Intanto però la nuova giunta cominciava a sperimentare quanto è difficile governare una metropoli in Italia. Scoprì un disavanzo di bilancio per quasi 200 milioni (nascosti nelle pieghe della gestione Moratti) e dovette aumentare le tasse. In più Pisapia dovette prendere impegni forti sul tema Expo, nonostante una manifesta opposizione da parte di aree del suo schieramento. E poi arrivò il quasi fallimento dell’Italia dall’ottobre 2011, le dimissioni di Berlusconi, il governo Monti, il decreto Fornero, i tagli duri ai trasferimenti statali sugli enti locali….Insomma, una sequenza di decisioni politiche una più autocratica dell’altra, e un clima emergenziale come mai si era visto.

Addio sogno partecipativo a Milano? Certo, quella seconda metà del 2011 rischiò di uccidere il neonato in fasce. La bufera fu forte, ma a poco a poco si placò. Nella seconda metà del 2012 c’era di nuovo spazio per realizzare le promesse, o qualche promessa.

La risposta, nei due anni e mezzo successivi fu però quasi inesistente. Una piccola iniziativa di partecipazione fisica (un comitato di una decina di persone) per la risistemazione del quartiere Isola, e un convegno indetto dall’assessore Benelli, se non sbaglio sul passaggio dai Consigli di Zona ai Municipi. In questo secondo caso un convegno adornato dai classici tavoli dotati di facilitatori, con i tabelloni in cui le proposte vengono appiccicate con i post-it. Che poi andavano, allegramente, tutti al macero.

Intanto, ininterrottamente (anche sotto la bufera Monti) i comitati per Milano, autentici mulini di parole e proposte, continuavano. Anche loro con regolari assemblee cittadine dotate di tavoli e facilitatrici.  E connesso cestino per i post-it.

A poco a poco però le file di questi comitati comiciarono a diradarsi. Insieme ad altri volontari fondammo Z3xmi, una rivista online per la nostra zona.  Ma il comitato che era partito in 70 ora si era ristretto a meno di venti membri. E continuava a ridursi.

Un segnale positivo, dopo che in campagna elettorale Majorino, Scavuzzo e altri avevano pubblicamente dichiarato il loro appoggio a una fattiva collaborazione tra Comune di Milano e Fondazione RCM (alias partecipaMi) fu, dopo una lunga trattativa, l’adesione del Comune come socio onorario alla fondazione stessa.

Forse qualcosa si muoverà, mi dico, nella partecipazione aperta anche nelle zone, anche nelle piccole cose. E invece niente.

Così è nel 2014 e 2015.  Con l’illuminato presidente della mia zona (Renato Sacristani di zona 3) tentammo di mettere su una semplicissma consultazione online: i giochi bimbi da piazzare in questo o quel giardinetto. Una cosa con una mappa colorata e crocette da mettere. Poi però scopriamo che anche questa sarebbe stata un’operazione consultiva. Il potere decisionale ultimo restava in mano a un remoto funzionario. Chiuso il non-esperimento.

Nel frattempo, dopo ormai quattro anni di inerzia e promesse mancate, non poche voci autorevoli cominciavano esplicitamente ad accusare Pisapia e la sua giunta. Primo fra tutti Luca Beltrami Gadola che ripetutamente indicava nella non-partecipazione il maggiore tallone d’Achille dell’amministrazione.

Già,  all’assemblea dei comitati per Milano, Paolo Limonta, delegato del sindaco per i rapporti con la città e la partecipazione, affermò chiaramente che lui non amavas alcuna forma di partecipazione online ma soltanto tradizionale, fisica. E infatti le facilitatrici (supposte super partes) che animavano le assemblee dei comitati erano e sono sue strette collaboratrici. Alcune sono oggi in lista di Sinistra  x Milano..

Proprio in quei mesi, val la pena notarlo, Il movimento Cinque Stelle cominciò a dispiegare un’attività online, di primarie e scelta dei candidati, che stupì l’Italia.

Bene, se la partecipazione online è disdegnata, quella fisica è almeno promossa? Manco per niente. Rare le assemblee partecipative (all’Isola e in un altro luogo, che non ricordo). Pochissima la pubblicità su queste esperienze.

Quattro anni in pratica perduti.  In un  campo che invece campeggiava nei programmi di Pisapia nel 2011.

La giunta, di colpo, si svegliò nella seconda metà del 2015 (qualcuno capì che si cominciava ad andare a ridosso delle amministrative 2016 senza aver fatto nulla).

Francesca Balzani e Carmela Rozza, la prima Vicesindaco e Assessore al bilancio e la seconda alle opere pubbliche, annunciano il “più grande bilancio partecipativo d’Europa”.

Nove milioni in palio, uno per zona, su progetti di opere pubbliche esclusivamente definiti dai cittadini, e votati dai cittadini stessi. Parte un bando molto sofisticato, che prevede online e offline, per la definizione dei progetti in concorrenza in ciascuna zona e la successiva delibera con voto online.

Sul bando di gara, al di là di cifre di compenso molto contenute, si mettono in moto le migliori aziende, milanesi e italiane, specialiste di processi partecipativi. Formando in alcuni casi raggruppamenti di imprese che associano specialisti della partecipazione fisica gestita con realtà dell’online.

Negli stessi giorni Monza metteva in concorrenza progetti nati dal basso (dalle scuole e dal territorio) nel suo bilancio partecipativo.

Viene scelto però un approccio molto particolare.

La scelta del Comune di Milano è infatti molto divergente dal classico bilancio partecipativo sviluppato, in varie città del pianeta, da Puerto Alegre in avanti.

Un bilancio partecipativo di fatto blindato, secondo la stravagante filosofia di un’azienda torinese, Avventura Urbana. E nel luglio 2015 scrissi questo, di fatto l’unico giornalista ad affrontare apertis verbis questo scempio delle nostre ingenue speranze.

Provarci umilmente come nelle altre città d’Italia, che allocano piccole quote dei propri bilanci per metterle in palio su progetti ideati dai cittadini e poi definiti con l’amministrazione, quindi selezionati via voto sulla rete nei limiti delle disponibilità? Processi di partecipazioni limitate, locali, ma festose. Dove l’importante è esserci, creare relazioni, sentire come propria una parte della cosa pubblica.

Fare come Monza con oltre mille cittadini a creare progetti, piccoli, ma coinvolgenti?

Sperimentare con cautela all’inizio, sapendo che si tratta di macchinette complesse, che le grandi burocrazie non maneggiano facilmente?

Sperimentare in piccolo, ma su un gioco collettivo gioioso, per cominciare a crescere sulla partecipazione strutturata?

No, gli assessori Balzani e Rozza hanno deciso altrimenti. Servono subito i numeri grossi di  rilievo mediatico.

Della partecipazione inclusiva e gioiosa chissenefrega.

Milano è Milano. Deve essere la prima su tutto, figuriamoci sui bilanci partecipativi. Una iniziativa, anche sperimentale, deve fare immediatamente notizia. Dobbiamo essere i primi della classe.

Quindi, tanti soldi da mettere in pista. Cifre altisonanti, un milione di euro per ognuna delle 9 zone della città. Quindi nove milioni. Cifra mai vista, neanche a Parigi.

Quale assessorato può darceli, con i tagli e i chiari di luna attuali? La cultura? No. Il sociale? Manco, troppi immigrati in emergenza alla Centrale da gestire. La scuola? Non se ne parla. Il lavoro? Ha già i suoi progetti partecipativi in corso e, con i soldi disponibili, finanzia  startup e incubatori. La casa? E’ in ristrutturazione via dall’Aler verso Mm. Il decentramento? No perchè ai consigli di zona è stato negato ogni soldo reale, e da anni.

Ecco la soluzione. Le opere pubbliche, la manutezione della città che si basa su un fondo investimenti vincolato che procede lento come un bradipo da decenni. Mettiamo nove milioni di questo fondo sulle zone e inventiamoci la grande iniziativa.

Peccato però che questo settore sia in assoluto il peggiore per fare partecipazione. La manutenzione della città è un affare serio, complesso, noioso. Da bravi burocrati invisibili e non da cittadini creativi.

La manutenzione di marciapiedi, di tetti. Il massimo che si può offrire è una nuova pista ciclabile. O il rinnovo di uno spazio pubblico. Very exciting, coinvolgente, per un giovane milanese, come l’arrivo della cartella della Tarsu.

Ci sono almeno venti esperienze in Italia che dicono che la partecipazione deve essere libera, creativa, attrattiva. Possibile che Carmela Rozza e Francesca Balzani non si siano letto un articolo, scientifico e non, in proposito?

Niente. Si fa a ogni costo. E il risultato è  una specie di aborto.

Per inciso. Non sono affatto un oppositore della giunta Pisapia nel suo complesso. Anzi. Apprezzo il lavoro fatto da Pierfrancesco Majorino sul volontariato sociale, da Cristina Tajani sulle nuove imprese di giovani, anche dalla De Cesaris sull’urbanistica. Ho persino militato nei comitati per Milano.

Ma un errore è un errore. E l’uso improprio del termine “bilancio partecipativo” mi indigna un po’.

Perchè. Innanzitutto perchè si sceglie una società, Avventura Urbana, che viene da Torino e che per il suo primo esperimento di partecipazione ha scelto una metodologia  parteciptativa dimezzata, chiusa, tutta fisica, che rinchiude tutte le decisioni in ambiti ristretti e controllati (nove commissioni o laboratori), con pochi cittadini coinvolti (una trentina per commissione) selezionati non si sa bene come, nessuna inclusività sociale nella creazione di progetti, e ruolo solo informativo e di meccanico voto finale per il sito web e la rete.

Stiamo parlando di 270 milanesi nei laboratori, in tutto. Ovvero di una partecipazione attiva inferiore ai consiglieri di zona  esistenti (incomprensibilmente esclusi, pur essendo esperti volontari del territorio). Stiamo parlando dell’esclusione dei progetti dei cittadini, compressi in questi  piccoli e chiusi “laboratori”. Dove verranno martellati da un lato dai “facilitatori” di professione e dall’altro dai funzionari comunali con la lista di opere pronta. Alla fine, in poche sedute, dovranno decidere quali progetti mandare alla fase finale di voto. Sorge il sospetto, data la non trasparenza di questo schema, che alla fin della fiera adotteranno in massima parte la lista delle opere dell’assessorato Rozza.

Questa stravagante metodologia chiusa si basa su una sola giustificazione, a detta dei suoi architetti: evitare la formazione di lobbies di progetto durante il processo di formazione delle proposte. Fenomeno però che non mi risulta sia mai stato rilevato nella  letteratura scientifica sui bilanci partecipativi in Italia da nessuna parte.

Mentre invece questa metodologia prevede che possano votare un po’ tutti i progetti definitivi. Cittadini di varia collocazione, anche milanesi di altre zone o persino non milanesi. Strano, pericolo di lobbies nelle commissioni di progetto ma nessun pericolo di lobbies in un voto incontrollato, dove “truppe cammellate” potranno arrivare un po’ da ovunque. Boh.

Invito al proposito la dottoressa Jolanda Romano di Avventura Urbana e il professor Luigi Bobbio a documentare con dovizia ai milanesi e a me questo rischio fondamentale di lobbying. Su cui è costruita la loro metodologia chiusa. E di chiarire la contraddizione con il voto finale.

In realtà ciò che si nota  è l’esclusione della rete aperta dal processo (che ha solo funzioni ancillari) e la possibilità da parte dell’amministrazione di influire sui pochi decisori sorteggiati in questo percorso “controllato”.

Come mai un metodo “pseudo-partecipativo” tanto chiuso? Va capita questa piccola industria della partecipazione “fisica”. Si tratta di aziende di terziario che offrono servizi di “facilitazione” a enti pubblici e imprese. Vivono del fatturato che fanno presso di loro. Se il committente non è soddisfatto smettono di lavorare.

Per cui. Se sono chiamati in una gara a fornire un sito web partecipativo vincono sulla qualità del software e degli algoritmi di voto. Ma, se devono operare su un processo fisico, spesso vincono sulla metodologia che più aggrada al committente. Quella che crea meno problemi. E promette i veri risultati sperati.

In questo caso si propone una sorta di consultazione più  o meno partecipata sulle opere pubbliche, tema su cui la creatività diffusa di proetto è quasi impossibile. Di qui la scelta del metdo più chiuso e controllato possibile.

Ci possiamo però fidare di questi “facilitatori”? Quali garanzie reali possono offrirci di essere “parte terza e indipendente” nel rapporto tra noi cittadini e il potere? Oppure sono dei “manipolatori”? Facciamo una lunga assemblea, come mi è successo, e poi loro scrivono il report finale come vogliono, ben diverso da ciò che si è detto e proposto. Invece, su un sito web, le regole sono chiare. Quel che si scrive, discute e propone è documentato fino all’ultima parola.

La rete è quindi ben più trasparente, terza e indipendente di questi esclusivi “facilitatori”.

Si badi. Io non ho nulla contro Torino. Ma quel comune è stato il primo ad adottare questo anomalo (ma facile) approccio centralistico l’anno scorso per un suo quartiere. Alla fine la commissione ha costruito e assemblato  tre “proposte” (generiche), verde, sport e scuole, e le ha messe in votazione tra i cittadini. E’ passata quella sul verde urbano. Ora sono alla ricerca dei progetti concreti da avviare.

Non era meglio, caro Fassino, far competere dieci o cento progetti spontanei dal basso e farli scegliere dai diretti interessati? Boh.

Partecipazione, quindi, o manipolazione del consenso?

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Fui facile profeta.

Dicembre 2015.

Il bilancio partecipativo del Comune di Milano, indetto  in primavera, si è concluso pochi giorni fa. Con un sonoro e indiscutibile flop. Che non fa onore a un giunta Pisapia che della partecipazione aveva fatto la sua bandiera. E non fa onore nemmeno a Milano, città dalle profonde tradizioni partecipative.

Guardiamo le cifre. E alcuni preliminari confronti.

A Milano, alla chiusura delle urne online (su piattaforma Eligo) risultano 23835 voti contro un totale di voti di 30172.

La differenza è di  6.337 voti  “fisici”  (il 21%)  che viene dallo spoglio delle schede delle votazioni nelle scuole, dove hanno votato alunni sotto i 14 anni con controfirma di almeno un genitore.

I cittadini adulti hanno tutti votato online, mentre i voti fisici sono tutti a titolo di alunni minori.

Condiderando solo i voti online otteniamo una media di voti per zona di 2648.
Considerando il totale dei voti la media sale a 3352.

Che significa? Che la metropoli milanese, con il suo milione 343mila817 abitanti, e 149 mila abitanti medi per ciascuna delle sue nove zone ha visto una percentuale di votanti al processo partecipativo del 2,2%, che scende all’1,77% se si considerano solo i votanti adulti online.

Tanti? Pochi?

Vediamo un confronto con una città vicina, Monza. Che ha appena concluso la sua prima edizione (come Milano) di un bilancio partecipativo (ma basato su progetti sviluppati, selezionati e votati dai cittadini).

Monza è una città da 120mila abitanti (assimilabile a una zona di Milano per dimensione). Ha avuto 3619 votanti adulti (Tutti e solo oltre i 16 anni), di cui 1450 online.

Quindi una percentuale del 3% di votanti adulti sugli abitanti, quasi doppia di quella media milanese.

E’ la prima volta, ha argomentato quasi a scusarsi di questi numeri, la vicesindaco Francesca Balzani (una delle promotrici del bilancio partecipativo milanese). Ma anche per Monza era la prima volta, con risultati nettamente più alti.

Un’altra conferma?  Viene da Torino, dove lo schema adottato (da parte di Avventura Urbana) è stato identico. E dove si è concluso, pochi mesi fa, un bilancio partecipativo (sempre blindato dentro ristrette commissioni elaborative dei progetti) che però ha funzionato un po’ meglio di quello milanese.

Infatti: nella circoscrizione di Torino, su 90mila residenti, i voti sono stati 1810, di cui 1712 online . Quindi voti totali  sulla popolazione:  2.01 %. E voti online su popolazione  1.90%

Due bilanci partecipativi simili, Milano e Torino, a confronto. Ma ancora ne esce meglio Torino, perchè forse comunque offriva un pochino di spazio in più alla creatività sociale.

Il comunicato stampa del Comune di Milano, per giustificare numeri tanto deludenti, cita l’esempio di Parigi, che ha avuto percentuali più basse.  Ma a spropostito.

Perchè quello di Parigi non è stato un bilancio partecipativo, ma un voto (anche se multiplo) su progetti del Comune già definiti. 51mila parigini sono andati a votare per mettere un paio di crocette, su un totale di 8,4 milioni di abitanti. Lo 0,6>% per qualcosa che non è assimilabile a quanto si è fatto e si fa da Monza a Puerto Alegre.

Quali infatti i motivi di questo flop milanese? Alcuni hanno addotto un deficit di comunicazione da parte del Comune e dei gestori del processo. Forse è anche in parte così. Personalmente però ritengo che il vero motivo del flop sia stato nell’impianto stesso del processo. Superficiale, chiuso, elitario, alla fin fine non attrattivo e triste.

Certo, mettere in lizza un milione per zona sembra tanto, un record persino internazionale. Ma questo milione viene strettamente vincolato a opere pubbliche: muri, marcipaiedi, aiole, tetti.  E già qui si parte maluccio, su temi su cui si “scaldano”, in ogni zona poche migliaia di cervelli.

Poi si nega che questi progetti siano sviluppati da gruppi di cittadini. Le assemblee servono solo a registrare esigenze, si decide (autocraticamente)  che solo una trentina di cittadini per zona (scelti più o meno a sorteggio) possano definire i progetti. Non c’è disputa, scelta aperta, contaminazione, propagazione di idee, idee che contagiano altre idee e energie. Tutto nel chiuso di un paio di riunioni degli eletti-sorteggiati e poi il voto, calato dall’alto.

C’è da stupirsi quindi che Milano abbia registrato il minimo storico, dell’1,7% di partecipanti, Per un siffatto sedicente bilancio partecipativo?

Per favore, se vi sarà una prossima volta, cari amministratori di Palazzo Marino, cambiate radicalmente registro, please.

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Comincia il 2016 per me con questa grossa delusione. Balzani e Rozza continuano a strombazzare il grande successo partecipativo ottenuto. Io rivedo quell’arcobaleno del 2011 e mi domando, appoggio ancora con il mio volontariato, queste operazioni?

Era intervenuta nel frattempo quella che chiamo la stagione dei misteri, la non ricandidatura di Pisapia tra veleni, trame, e pressioni. E poi lo sfaldarsi di una ipotesi di lista alternativa anche questa sotto pressioni esterne e interne.

Chi avrebbe potuto difendere le ragioni e il futuro di una partecipazione che andrà ben oltre la semplice discussione informata e persino il bilancio partecipativo? Chi potrà sostenere questo progetto? La soluzione, l’unica soluzione, per me è stata Marco Cappato. Per questo sto correndo con lui.

Prima Postilla: in questi cinque anni, intorno alla presa in giro sulla partecipazione, ho visto progressivamente consolidarsi a Milano, la casta arancione. Un ennesimo gruppetto di inamovibili e autoreferenziali. Che è andato a saldarsi alla grande casta Pd-renziana e a quella minore, ma non secondaria, di Sel (governativa). Se poi nel mazzo ci mettiamo anche chi controlla l’estrema sinistra, ovvero il club dei militanti storici (che risalgono a Avanguardia Operaia) di Costituzione e Beni comuni, il cerchio si chiude. Tutta la sinistra si è chiusa in circoli. Non c’è un leader credibile nè un sistema osmotico con i cittadini. E quindi si capisce bene perchè il Movimento 5 stelle passa dall’1% del 2011 al 15-18% accreditato oggi dai sondaggi.

La sinistra milanese è tornata quella che era prima di Pisapia. Quella che è sempre stata dalla dissoluzione del Pci in poi. Un sistema di caste, ciascuna chiusa ai cittadini. L’unica alternativa la pattuglia da marciapiede dei radicali. Gente diversa. Gente che vive la politica come la viveva Marco Pannella.

Senza potere o posizioni istituzionali da difendere. Solo idee e proposte.

Come me.

Seconda Postilla. Il marciapiede lo conosco bene, del resto. Nel 2009. di fronte allo schifo di Berlusconi con le sue ragazzine ci mobilitammo in cinquanta sotto le bandiere viola, un colore fuori da tutte le iconografie partitiche. Noi soli, la sinistra dormiva, il centro faceva affari, sulle piazze di Milano, vestiti da carcerati e con le maschere di Berlusconi a rivendicare giustizia e un po’ di decenza. Ne abbiamo fatte di tutte. Siamo andati sotto i cancelli della sua villa di Arcore, in piazza Duomo travestiti, ai comizi del Berlusca a urlare. E tante volte a Roma. in piazza del Popolo. Ci siamo pagati da noi tutto, treni, palchi, travestimenti, musica. Abbiamo fatto serate contro le mafie in S. Lorenzo con Salvatore Borsellino. Sì, il marciapiede lo conosco bene. E non ne ho paura.

 

 

 

 

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Il mio spot

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Volantino elettorale

Questo è un invito indecente. A prendere in considerazione un voto alla lista radicale. Nella mia persona ma, soprattutto, in quella di Marco Cappato, che negli scorsi 5 anni in consiglio comunale ha lavorato in modo impeccabile, come oppositore e come consigliere.

Vi spaventa la possibilità che, votando i radicali, poi vincano Parisi e Salvini? Per questo, anche a denti stretti pensate di votare Sala? Niente paura, potete votare persone serie come i radicali al primo turno. E al secondo fare barriera, come me, a una destra sempre più pericolosa.

Potete votare, per esempio, uno con un progetto in testa. E dal 1994. Mi conoscete. Con Fiorella de Cindio, mia moglie,non abbiamo mai smesso di lavorare sulla partecipazione (http://www.partecipami.it). Da volontari. Ora però è necessario esserci nel palazzo. Perchè la partecipazione è diventata bilancio partecipativo ufficiale per 1,5 milioni di di milanesi. E non ci piace come stanno contrabbandadocela. Non vogliamo essere presi in giro ogni 12 mesi, con ristretti comitati sorteggiati da lorsignori. E progetti votati un tanto al chilo.

Questo non è un ammennicolo per qualche assessore. Domani infatti la partecipazione civica potrà diventare anche ben oltre. Ovvero Crowdfunding di opere pubbliche e autentiche public companies. Sulla rete questi trend sono evidenti, per l’innovazione. Negli scorsi tre anni oltre un miliardo di dollari è stato raccolto in iniziative di crowdfunding. A Bologna per il restauro di San Luca hanno raccolto 340mila euro da oltre 7mila sottoscrittori. E noi vogliamo portare questa opportunità sistematicamente dentro la città, con una politica attiva di Palazzo Marino (che non sia partecipazione pilotata fatta dagli amici per gli amici, come finora).

Se questo funziona (come credo) le conseguenze potrebbero essere piuttosto vaste. Meno spesa pubblica incontrollabile (da politici e burocrati) e al loro posto iniziative promosse dai cittadini, e poi stabilmente controllate da loro. E’ un mondo da inventare, certo. Ma è l’unica opzione per risvegliare la nostra economia senza imporre altre tasse, nella libertà-responsabilità, nel senso civico spinto fino all’investimento.

Le risorse ci sono, anche se nessuno ne parla. Milano vale quasi mille miliardi di euro di patrimoni, di risparmi delle famiglie. Soltanto il 5% di questa enorme somma potrebbe cambiare la città, cambiare l’aria mefitica che dobbiamo respirare, cambiare il destino di tante famiglie povere e immigrate, e forse cambiare il destino dell’Italia. Che striscia da un quarto di secolo nella stagnazione. Sotto il macigno di un debito pubblico che ha generato, dall’altra parte, questa patrimonializzazione persino superiore a quella delle famiglie tedesche.

Dobbiamo arrivare al punto di convincere queste famiglie patrimonializzate (noi) a investire, liberamente e volontariamente nella loro città. Dobbiamo sviluppare una politica costante che “alleni” i milanesi a esserci, a partecipare. E offrire loro nuovi beni pubblici con rendimenti rispettosi dei loro risparmi. E’ possibile in un’era di titoli di stato a rendimenti negativi. Una nuova public company all’1% di rendimento per l’efficienza energetica dei condomini di Milano è la prima cosa da fare. Cambierebbe la nostra vita e la salute dei nosri figli.

Sono tra i pochi, forse, che può prendersi la briga di tentare questo folle progetto. Per portare Milano al prossimo livello di democrazia. Attiva, concreta, produttiva.

Mi serve la vostra attenzione. Non per me, ma per una città che ha tutte le carte in regola per guidare una trasformazione dal basso dell’intero paese.

Una crocetta e la danza comincia (spero). Promesso.

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Intanto venite a due appuntamenti. Il primo, venerdì prossimo alle Acli di Via Conte Rosso 5 in cui ci sarò, con Marco Cappato e Claudio Marinoni (cadidato sindaco al Municipio di Zona 3 per la lista Radicali- Alternativa Municipale). Cominciamo con un aperitivo alle 19,30.

E il secondo, venerdì il 27 maggio. Stiamo preparando un festa della partecipazione. Perchè un lungo percorso, fuori dalla crisi italiana, è appena cominciato.

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Perchè la sinistra milanese è andata in pezzi?

Ci si domanda. Che fine ha fatto Francesca Balzani? Colei che accompagnò Giuliano Pisapia in pellegrinaggio a Roma, poco dopo che Renzi aveva autocraticamente designato Beppe Sala, l’eterno campione di Expo, a candidato sindaco del Pd e quindi della sinistra milanese?

Bè, della Balzani oggi non vi è traccia. Dopo che Sala si rifiutò di tenerla in coalizione con un posto da vicesindaco prefissato decise di passare nelle retrovie. E questo è solo uno dei tanti rebus di questo strano suicidio di una sinistra che ha governato Milano per 5 anni, mediocremente per molti, ma con non piccoli meriti per tanti  (e anche per me).

I cinque anni di Pisapia sono stati anni di legalità, di tenuta dei conti (devastati da quelli prima), di buongoverno liberale. Persino di innovazione liberista. Una parentesi di sano conservatorismo. Nonostante le bastonate di Monti.

Però alla fine tutto si è sfilacciato. E, primo mistero, Giuliano Pisapia decide inopinatamente di annunciare in anticipo, nellautunno scorso, la sua volontà di non ricandidarsi. Riprendendo una frase su un solo mandato detta nel 2011. Un po’ poco, francamente. Forse sapeva dei veri conti di Expo o forse ne aveva soltanto le balle piene di fare il sindaco. Nessuno lo sa.

Di fatto, però, quella che appariva a tutti come una marcia in discesa verso una sua rielezione e un secondo mandato comincia a inerpicarsi su un sentiero in salita. Che poi sfocia nel caos.

Entra in gioco Renzi, che spara il nome di Sala. E, secondo mistero, Pisapia (supposto leader alternativo) accetta la sua egemonia e dice di sì, riservandosi una trattativa a Roma con Balzani. Non si sa cosa si siano detti con Renzi, ma Sala va avanti.

Subito Sel, una forza politica importante, il centro della sinistra milanese, comincia a spaccarsi. Cristina Tajani, suo esponente di punta,  va subito a baciare l’anello renziano di Sala. Precorre quella che poi sarà una vera spaccatura di quel partito. Oggi di fatto omologato con i renziani per un pezzo e per l’altro scomparso dai radar. Salvo piccole frange finite con Rifondazione-Milano in Comune. Eppure Sel fu l’anima, il motore del 2011 arancione.

Si tengono le primarie. Sala promette a Majorino un futuro ruolo di primo pèiano nella sua giunta, da vicesindaco.  E l’ineffabile assessore ai servizi sociali di fatto fa vincere il Commissario Expo, mantenendo la sua candidatura contro Balzani. Quest’ultima abbozza dopo la sconfitta. Poi chiede anche lei un ruolo da vicesindaco. Niet. E si sfila, lasciando gli arancioni senza un leader.

L’unità della sinistra milanese va in pezzi. Comincia a formarsi un’area alternativa a Sala. Fatta di civici, liberal, ambientalisti, sel dissidenti, sinistra estrema. E anche radicali.  I primi cinque tentano di unirsi. Ma le lobbies storiche della sinistra radicale milanese fanno sotterranea opposizione. E alla fine prevalgono contro la lista unica, decapitano ogni candidatura unitaria e finiscono per imporre il candidato storico Basilio Rizzo.  Il solito tranquillo piccolo cabotaggio di opposizione minoritaria, e per giunta su un paio di listarelle divise.

Il dato però è chiaro. La sinistra che nel 2011 era unita sul nome di Pisapia (persino ai radicali) oggi è spaccata, anzi frantumata. L’ha spaccata l’inopinata scelta di Pisapia, l’imposizione renziana di Sala, l’accettazione a 90 gradi arancione del candidato manager.

Temo davvero che questa sinistra artificialmente spaccata possa finire per perdere. E non per calcoli elettoralistici sul primo e secondo turno. Nè per la forza dell’avversario. No.

Nel 2011 c’era entusiasmo. Finalmente Milano si toglieva di dosso la cappa berlusconiana di Albertini e Moratti, con il loro codazzo di inquisiti e politiche per i soliti noti. Si desiderava aria nuova.  Con decine e decine di comitati in campo, dall’estrema sinistra ai boys scout. Oggi invece queste scelte folli e questa spaccatura stanno depotenziando migliaia di cervelli, migliaia di persone attive, migliaia di cuori. Basta leggere il grigiore dei programmi e degli eventi.

Parisi potrebbe finire per vincere solo per demerito dei dirigenti dell’altra parte. In particolare della leadership arancione che ha accettato il renzismo come dominante e il grigio e opaco Sala come leader.

Per quanto mi riguarda ho scelto di starne fuori. Questi ultimi otto mesi mi hanno davvero deluso. Dopo cinque anni di impegno volontario nella mia zona. Ho scelto una vecchia zattera sicura che conosco. Ancorchè piccola, quella radicale. Dando una mano a Marco Cappato, un oppositore serio che ha lavorato bene nei cinque anni a palazzo Marino. Un compagno (già, perchè anche i radicali si chiamano così tra di loro) di cui mi fido.

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Perchè mi sono candidato nella lista per Marco Cappato sindaco

Molto semplice. Perchè con lui mi sono inteso subito, su questo post di fine dicembre (Nessuno ci salverà). Un post che ho scritto di getto, mentre Milano e la pianura padana soffocavano nelle polveri sottili, non pioveva da settimane, il vento era inesistente. Il solito allucinante problema in cui viviamo, che genera circa 4mila morti nella metropoli ogni anno, e non fa distinzione tra poveri e ricchi, tra vecchi e giovani.

La mia tesi era ed è semplice. Lo Stato italiano, sia esso a livello centrale, regionale o comunale, non è in grado di affrontare il problema. Lo Stato italiano è in stato semi fallimentare dal 1992, da allora non si è più risollevato, stava di nuovo per fare default nel 2011 e oggi è comunque un sorvegliato speciale dell’Europa a guida tedesca.

Per affrontare la grande camera a gas padana sarebbero necessari massicci investimenti su almeno due fronti. I trasporti su ferro al posto di quelli su gomma e l’efficienza energetica degli edifici.  E non con l’elemosina di qualche incentivo regionale, ma con iniziative vere, capaci di sostenersi.

Ci sono i soldi per fare questo? Certo che ci sono. Le famiglie italiane sono tra le più patrimonializzate al mondo (persino oltre la Germania) e detengono titoli e attività finanziarie per 4mila miliardi di euri, di cui circa 2mila nella pianura padana e 1000 nella sola metropoli milanese. Questa grande massa di risparmi è poi investita solo per il 10-20% in attività italiane. Le gestioni patrimoniali operano per loro  con un click in tutto il mondo, alla ricerca del miglior rendimento.

Se solo riuscissimo a “convincere” noi stessi (milanesi) a investire per qualche punto in meno di rendimento ma per vivere sarebbe fatta.  Per esempio in un fondo rotativo per l’efficienza energetica dei condominii, connesso a una Esco capace di gestire le ristrutturazioni (isolamento termico dei tetti e delle facciate…..) e di spalmarne il costo nel tempo utilizzando  e suddividendo i risparmi in bolletta. Se riuscissimo a creare un sistema di trasporto su ferrovia intorno a Milano, raccordato alle metropolitane e ai passanti, e alla futura circle line, potremmo a un certo punto nel tempo tassare pesantemente l’ingresso in massa di auto pendolari nella metropoli. Chiunque, di fronte a trasporti da Monaco di Baviera, lascerebbe a casa l’auto.

Se riuscissimo a dimostrare che ambedue gli investimenti si sostengono, si potrebbero moltiplicare e diffondere in tutta la macroregione padana. Avremmo finalmente affrontato la “camera a gas”.

Ci sono, almeno in teoria, tre strade per mobilitare queste ingenti risorse. Una volta escluso il finanziamento diretto sul bilancio pubblico si potrebbe pensare al project financing. Peccato però che, con l’M4 e l’M5, la non rimpianta Letizia Moratti (e Sala) abbiano sostenzialmente “bruciato” questa possibilità. Le due nuove linee di metropolitana graveranno, con il loro canone sul bilancio del Comune di Milano per 150-200 milioni annui per 30 anni. Ogni nuova iniziativa di questo tipo così è quindi improponibile.

La seconda alternativa è quella forzosa, tanto cara alla sinistra estrema. Ovvero una pesante patrimoniale per finanziare le opere. Peccato però che questi 4mila miliardi in titoli siano estremamente mobili, e al primo annuncio di nuove tasse prenderebbero in un click ogni via di fuga possibile.

Resta invece la strada più difficile, da guadagnarsi giorno per giorno, senza scorciatoie. La strada della fiducia e della partecipazione.

Molti, troppi, a questa parola hanno assegnato significati diversi. Fino a riempirsene la bocca, trasformandola di fatto in un ammennicolo decorativo dell’amministrazione. Io invece sostengo che la partecipazione, dato il quadro descritto sopra, si ponga oggi come una questione “vitale”, di fronte a uno Stato semifallito e a una diffusa privatizzazione delle risorse patrimoniali disponibili.

La mia proposta è che il Comune di Milano e la Città metropolitana sviluppino con attenzione e determinazione una politica per la partecipazione, sia essa consultiva (forum di discussione aperti), deliberativa (bilanci partecipativi ogni anno) e produttiva (iniziative di crowdsourcing civico e promozione di public companies ad azionariato diffuso).

Si tratta di “allenare” Milano e i milanesi all’impegno volontario sulla cosa pubblica. Si tratta di costruire, iniziativa dopo iniziativa, quel contesto di fiducia capace di affrontare sfide via via più ampie e difficili. Si tratta di chiedere contibuti volontari anche piccoli per restaurare beni storici (come a Bologna) ma poi anche di offrire investimenti remunerati, o azioni di Sea o A2A. Si tratta, forse, di trasformare Atm in una public company non solo di trasporti urbani, ma anche metropolitani e regionali.  Si tratta di cambiare molto nell’impostazione tradizionale dell’amministrazione.

Una task force per la partecipazione a Palazzo Marino sarà ovviamente necessaria e fondamentale per architettare e accompagnare le tappe del processo. Ma non è solo questione di funzionari attivi e di entità non profit alleate. La partecipazione presuppone fiducia (bene non molto abbondante oggi nei rapporti tra cittadini e politici), la fiducia si fonda sulla legalità, e su poteri di controllo esplicitamente previsti per chi partecipa investendo.

Mi rendo conto che questo è un progetto politico da far tremare le vene dei polsi. Di fatto prevede di evolvere  da un’amministrazione sui cittadini verso un’amministrazione con i cittadini. E non a parole, come ha declamato per anni la deludente giunta Pisapia, fino al suo esito: il sedicente bilancio partecipativo (per pochi intimi sorteggiati) firmato Balzani-Rozza.

Le vene ai polsi tremano anche leggendo le statistiche di Legambiente e Oms su quanto ci costa in vite umane e in cure mediche la “camera a gas”. E’ mai possibile che, in una città e in una Regione con i materassi pieni di soldi si debba poi vivere, ammalarsi e morire così?

Deluso da Pisapia e dal suo entourage mi sono guardato intorno. Con chi posso proporre queste idee? Ho subito escluso Parisi e il centrodestra, non molto inclini a politiche partecipative (spero persino di sbagliarmi in futuro). E ho escluso anche Sala e il Pd, il primo un tecnocrate, il secondo co-protagonista della non partecipazione degli anni scorsi.

Restavano due alternative. La lista Rizzo di sinistra (con molti di loro sono buon amico) e i radicali di marco Cappato. Ho scelto Cappato per due motivi. Il primo è che i radicali, da sempre, hanno una tradizione di partecipazione popolare, referendaria, che ha animato tanti passaggi della democrazia italiana. Poi la loro attenzione e azione sulla legalità.

Qui si situa la vicenda dei quattro referendum fatti saltare surrettiziamente dal Comune,. Oggi la lista radicale ha un progetto di trasformazione di Milano. In particolare sulla circle line ferroviaria e l’estensione dell’area C. Ma anche sui necessari alloggi popolari.

I primi due progetti fanno un pezzo dell’attacco alla “camera a gas”.

Progetti che andrebbero finanziati con gli introiti dalla vendita di Serravalle, Sea e A2A. E qui, meglio di classiche privatizzazioni, sarebbe la formazione di grandi aziende ad azionariato diffuso (il testo del referendum prevede una preferenza nella vendita ai cittadini milanesi) magari con una “golden share”  del Comune per la Sea.

Si può cominciare quindi a costruire subito quel complesso di interventi per rendere più sostenibile la nostra città e regione.

E qui entra il secondo motivo per cui ho scelto la lista Cappato. Con tutto il rispetto e l’affetto per i partecipanti della lista Rizzo (con cui ho collaboro da anni nella mia zona, la 3) la mia proposta di  “partecipazione produttiva” è diretta ai ricchi come ai poveri (forse più ai primi che ai secondi). Ed è quindi logico che cerchi di parlare a tutti, senza limitazioni, vere o presunte che siano.

Quello che mi interessa è che queste idee, questo tracciato partecipativo entrino nel dibattito della polis minalese. Che venga riconosciuta l’opzione come praticabile e possibile. A Bologna sta già succedendo. E anche in alcuni piccoli  comuni (Sori, Cogne…).

Anche Milano può partire piano per poi crescere. E io sarò comunque della partita.

Infine. Questo paradigma partecipativo “esteso” può essere il vero antidoto allo “stato fallito” in cui ci dibattiamo da ben 24 anni. Da allora la politica di bilancio centrale è stata di austerità, non abbiamo avuto mai alcuna manovra di rilancio (anche ai tempi del più immaginifico Berlusconi) e il debito non è mai riuscito a scendere sotto il livello del Pil.

Risultato: l’Italia ristagna, imprigionata nel debito, da un quarto di secolo.

Possiamo attenderci  che Renzi e Padoan possano fare il miracolo, facendo scendere il debito sul Pil di qualche decina di punti percentuali in pochi anni? Possimo pensare che riportino il paese a una crescita del 3%?

No.

E allora?

In questi 24 anni (anzi 35 se consideriamo l’esplosione del debito dal 1981) è però cresciuta una vasta platea di italiani che si sono avvvantaggiati del debito pubblico con lauti e lautissimi tassi di interesse. I bot people, oggi detentori di vasti patrimoni. Anche ceto medio, anche classe operaia. Risparmiatori.

La stragrande maggioranza tra loro sono persone perbene, che hanno a cuore il futuro dei loro figli e nipoti. Hanno a cuore il loro campanile, la loro città, la loro nazione.

Queste persone hanno in mano il futuro del paese. Sono i soli che possono immettere risorse per far ripartire l’Italia. Ma le immetteranno se e solo se avranno di fronte soggetti che rispettano il loro risparmio (spesso sudato), e che possono dimostrare di essere degni della loro fiducia.

A Milano siamo vicini a questi requisiti. Le cose migliori, a mio avviso,  che ha fatto la precedente giunta sono state  due: ha fermato il debito del Comune e ha ristabilito un regime di legalità. Le basi ci sono.

Nessuno di noi ha da perderci. Solo da guadagnarci.Quindi proviamoci.

 

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Un sovrumano sforzo di unità (alias il dentifricio da far tornare nel tubetto a Milano)

Tutto cominciò con un’idea grandiosa in dicembre. Mettere assieme la sinistra-sinistra di Rifondazione, i liberal e gli ex arancioni scontenti dell’ultimo Pisapia e di Sala (alias Renzi),  alcuni comitati civici e  forse persino i radicali. Insieme, in una sola coalizione queste anime avrebbero fatto la differenza all’opposizione del Pd-nazione- Cl che si profilava come altrimenti inarrestabile.

Putroppo però, nelle settimane successive, questo esercizio difficile (nella sinistra di opinione è molto più facile dividere che unire) è saltato. Quasi da subito sinistra e liberal hanno cominciato a escludere, nei fatti, i radicali.

Poi varie lobbies si sono avventate sulle vulnerabilità del progetto. Si va da autorevoli esponenti del progressismo milanese (il maggior salotto pro-Pisapia) che hanno esercitato pressanti interventi di moral suasion sui candidati sindaco (candidati simbolo) via via ipotizzati. Insieme a lobbies molto ortodosse dell’area di Rifondazione che hanno sviluppato un identico lavoro di pressione per privilegiare un profilo “esclusivo e dominante” di quel partito. Indirizzato dietro il suo candidato storico, il peraltro bravo e ineccepibile Basilio Rizzo.

Risultato, a fine febbraio, dopo un interminabile e faticoso lavoro del tavolo unitario, tutto è esploso. La supposta inedita coalizione era collassata da sè. Il progetto originario è andato in frantumi. E ci si ritrova oggi con tre liste, Milano in Comune (Rifondazione), Alternativa Municipale (i civici di cui sopra), i Radicali (classicamente) per Cappato sindaco.

Tutte e tre, divise, queste liste rischiano di non passare la soglia minima, il quorum per eleggere almeno un consigliere comunale.  E se anche la lista Rizzo ci riuscisse non sarebbe granch’è. Rispetto al fatto che il progetto originario (molto inviso a Pisapia e al suo entourage) puntava a percentuali grosse, del 10%.

Sfasciare questo progetto unitario è stato probabilmente salutato come una vittoria dalle lobbies arancioni e rosse.  Ma oggi, con l’avanzata di Parisi, la confluenza di Passera e la noia assoluta di Beppe Sala come candidato, ci andrei piano a esultare.

La frantumazione significa che  a sinistra di Sala si apre un vuoto di almeno il 6%, dal 10 al 4%. E che, di fatto, viene meno un cruciale interlocutore per il ballottaggio. Forse regalando voti al 5 stelle o forse all’astensione (già a livelli altissimi a Milano).

Questa frantumazione operata a sinistra regalerà Milano alla destra, è quello che penso. A una destra stanca, senza idee, imbolsita. Ma capace, sul potere e sulle poltrone, di unirsi.

Sala, e il pd renziano, non mostrano di avere la forza dinamica che ebbe la coalizione di Pisapia negli ultimi giorni della campagna elettorale del 2011. Oggi non c’è un vento da cambiare nè un’aria nuova a immettere a Milano. Ci sono solo manager un po’ grigi, e tanti, tanti litigi.

La mia proposta è che, per salvare Milano da una nuova stagione regressiva, si abbia il coraggio e la pazienza di far tornare il dentifricio nel tubetto. Di ricostruire il progetto originario, di proporre onestamente a Milano una lista per il “patto di ballottaggio” con Sala. Ovvero di riconquistare quel 10% decisivo per chiedere l’esclusione degli affaristi ciellini, ottenere un assessorato e un’agenzia per la partecipazione, un impegno forte sulle case popolari, sulla trasformazione di Sea e poi A2A in grandi “public companies” gestite dai cittadini lombardi (salvo Golden Share pubblica), e quindi anche l’apertura dei navigli, la circle line, una nuova Atm metropolitana, e infine restrizioni del traffico automobilistico in entrata a Milano. Insieme a un fondo partecipato per l’efficienza energetica dei condomini. Tanto per affrontare la nostra invernale camera a gas (che ci costa, tanto per dire, qualche decina di migliaia di morti).

Elementi di programma che si possono rinvenire in tutte e tre le liste. Integrabili senza enormi difficoltà.

Una forza al 10% può limitarci o evitarci un ennesimo quinquennio di affaristi. E può aprire la via a quello che Pisapia prima ha promesso e poi non ha fatto. Far partecipare i milanesi (e oggi lombardi) alla cosa pubblica e ai beni comuni.

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Quando i cittadini salvano un bene comune

Non avviene spesso che la partecipazione riesca a salvare, e poi trasformare un bene pubblico. Ma a Milano, in via Bonghi (quartiere Stadera) da un mese a questa parte è successo. L’oggetto un asilo, la Giocomotiva, che ha ricevuto un “finanziamento straordinario” di 40mila euro in massima parte dai genitori dei bimbi. L’alternativa era infatti la chiusura dell’asilo, particolarmente amato dai genitori per il suo speciale metodo educativo, messo a punto da un docente di Harward, Howard Gardner: le intelligenze multiple. Introdotto in Italia da Beppe Bilancioni, il padre delle tre sedi milanesi di Giocomotiva.

Un metodo che consente di sviluppare le capacità del bambino partendo dai suoi punti di forza per suscitare altre attitudini, tramite una costante osservazione dei suoi comportamenti. Sia all’asilo che a casa, con un coinvolgimento diretto dei genitori, e un riscontro giornaliero dei risultati, spesso oltre le previsioni.

Di qui, in Via Bonghi, la decisione collettiva di non perdere questo gioiello, a causa di un bilancio in perdita. Di qui l’attivazione di 70 genitori, la costituzione dell’associazione «Genitori e amici della Giocomotiva»,  la raccolta fondi estesa al quartiere, la messa in sicurezza economica dell’asilo. “Ma I quarantamila euro raccolti non sono la cosa più importante di questa vicenda – dice Nicola Specchio, presidente dell’associazione – sui media, purtroppo, si è messo in evidenza solo l’aspetto negativo, della crisi dell’asilo. In realtà è l’aspetto positivo quello che conta: i genitori si sono messi assieme e collaborano con la realtà educativa.

Mi spiego – continua Specchio -. La Giocomotiva è una situazione convenzionata. E’ un progetto educativo nato dieci anni fa, con tre sedi. Quella di via Bonghi ha avuto difficoltà imprenditoriali. Tali da far rischiare il non proseguo del progetto. Problemi non legati all’attività pedagogica, ma alla gestione. Però sostanziali. Difficoltà oggettive come carenze di iscrizioni, contratti di affitto alti. Insomma, una situazione a  rischio.

In risposta i genitori si sono attivati. Con la raccolta fondi ma non solo. Quello che è successo è che sono diventati ancora più partecipi della vita educazionale dei propri figli.

Ci siamo chiesti: come possiamo aiutare la Giocomotiva? Voi continuate a fare gli educatori, per riavere a casa figli che stanno crescendo, ma noi quali professionalità abbiamo da mettere in gioco? E quindi ognuno di noi ha messo in moto attività, dal rifacimento del giardino, al gruppo social, a vari aspetti gestionali.

Oggi siamo una settantina di genitori più altri di altre sedi. Coinvolti da noi, e che stanno aderendo. Su un progetto lungimirante, fare rete anche su progetti sociali. Sulla genitorialità in generale a Milano. Mettendo al primo posto i nostri figli. Perché la cosa bella delle intelligenze multiple è di darti degli strumenti che continuano anche quando tu vai a casa. Il metodo educativo è il motivo per cui abbiamo scelto la scuola. Anche chi ci ha mandato i figli per prossimità o comodità poi si è legato alla Giocomotiva, visti i risultati”.

Un metodo e una pratica pedagogica d’avanguardia sui bambini piccoli è così divenuto il legante di una comunità attiva. Innescata da una crisi. “Ora facciamo alla domenica degli Open day per spiegare la realtà della scuola. Mostriamo gli strumenti per continuare l’attività educativa. Abbiamo un’applicazione che ti dice giorno per giorno che cosa tuo figlio ha fatto. Ti permette di osservare il suo comportamento, individuare le cose che sa fare meglio, e attraverso queste stimolarlo a farne altre. E’ un metodo più facile da vedere in azione che da spiegare. E abbiamo appena organizzato uno spettacolo teatrale per i bambini.

Anche la raccolta fondi. Non la si è fatta soltanto per la situazione critica dell’asilo. Ma anche per avviare investimenti legati alle attività dell’associazione. E i soldi sono stati raccolti tra le famiglie secondo le loro disponibilità.

L’associazione è aperta. Agli educatori, ex educatori, persino a bambini divenuti adulti e cittadini attivi interessati. E’ Un’apertura favorita dai social media.

I soldi quindi non sono la chiave – conclude Nicola Specchio – Avremmo potuto cercare un finanziatore, un terzo socio e basta. Questa associazione può invece fare da esempio per tutta Milano.  E, per me, la cosa più bella sta nelle nuove amicizie che ci siamo creati”.

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Perchè Milano potrebbe grandemente giovarsi da un’agenzia per la partecipazione (e così l’Italia)

 

Riassunto delle precedenti puntate: la partecipazione produttiva è l’unico antidoto realistico allo stato di miseria pubblica e di repressione fiscale in cui versa l’Italia da ben 24 anni.

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A Budelli, in Sardegna, per salvare una delle spiagge più belle del mondo dalle grinfie di qualche mafioso russo, è in corso un crowdfunding, una ricerca pubblica di fondi. A Cogne, in val d’Aosta, un fabbricato storico, la casa dell’orologio del dottor Grappein, è oggetto di restauro da parte del Comune, che ha chiesto ai cittadini di contribuire. A Milano, nel quartiere Stadera, i cittadini hanno raccolto 43mila euro cper salvare il loro asilo d’avanguardia, la Giocomotiva. A Bologna, finora il maggiore caso di crowdfunding civico in Italia, hanno riportato al suo stato primigenio il portico di San Luca, uno dei più lunghi d’Europa.

E’ solo l’inizio di un trend strutturale. Sotto il peso ammorbante di uno stato fallito, gravato e paralizzato da un debito pubblico esorbitante da 24 anni, l’unica fonte per i beni pubblici diventano i cittadini stessi. Le privatizzazioni sono fallite un po’ ovunque. Svendite e insieme tradimenti dei termini di servizio pubblico verso i cittadini. Prezzi più alti e più alto sfruttamento dei lavoratori privatizzati. Per non parlare della corruzione.

C’è una strada migliore? Nei precedenti quattro post ho cercato di delinearla. In tutta la pianura padana, Milano al centro, sono necessarie inziative e investimenti massicci sui trasporti e sull’efficienza energetica degli edifici. Ci hanno spacciato come toccasana cose come l’Area c, quando invece serve un sistema che abbatta quel mezzo milione di auto che arriva a Milano ogni giorno. E quel carico di polveri sottili sull’atmosfera ferma della padania dai camini delle nostre case.

Può essere redditizio un fondo di investimento sull’efficienza energetica ad azionariato diffuso? Può essere redditizia una nuova consociata metropolitana dell’Atm che si metta in diretta concorrenza con Trenitalia per fornire servizi di trasporto ai pendolari di alta qualità? E avrebbe senso che questa consociata fosse finanziata da decine di migliaia di acquisti di azioni?

Già, ma scendo con i piedi più in terra. La partecipazione attiva è , almeno finora, un costume minoritario in Italia. Minoritario per i cittadini e super minoritario per i politici. Ormai vent’anni di esperienza sul campo me l’hanno insegnato.

Si cresce a poco a poco, passo dopo passo, su questo terreno. Crowdsourcing tra i genitori per non far chiudere l’asilo? Ok. E domani per un’altra scuola, per un restauro, per un impianto sportivo. Tante possibili iniziative, fino ad avvicinarsi agli obbiettivi grossi.

Ecco la necessità di un soggetto organizzato per promuovere la partecipazione. Nelle sue tre forme: consultiva (es. PartecipaMi), deliberativa (bilancio partecipativo, come a Monza), produttiva (crowdsourcing civico e public companies).

Questa agenzia sostiene le reti di comunità, organizza eventi deliberativi, ma soprattutto studia e accompagna le opportunità per la partecipazione produttiva. Ciascuna di loro è un investimento su Milano di enorme valore, culturale in sè (fosse anche un asilo finanziato dai cittadini) ma anche materialmente economico, a fronte di uno stato fallito che non fa che tagliare.

L’Agenzia per la partecipazione è la proiezione del Comune sui prossimi decenni. Aiuta i processi partecipativi ma non li dirige, suscita ma non distorce.  Una volta attivato il motore in una città con patrimoni mobiliari per 1000 miliardi molto diventa possibile. Persino il contagio al resto d’Italia e un flusso di investimenti tale da risvegliare davvero questo paese che ristagna da 24 anni.

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Stato fallito, stato di necessità, stato di gioia

Da 24 anni lo Stato italiano vive un una situazione prefallimentare. Da 24 anni, grazie al mostruoso debito pubblico accumulato dal 1981 al 1992 l’Italia è sottoposta a continue politiche di austerità, caso unico in Europa, mentre le sue risorse fiscali (ovvero le tasse dei contribuenti onesti) sono andate a finanziare i “creditori” del grande fallimento. Ovvero le famiglie italiane agiate, le banche e vari soggetti finanziari internazionali.

Oggi l’Italia soffre.  Ha gravi difficoltà a sostenere il suo stato sociale (sanità, sussidi e strutture contro la disoccupazioe), la manutenzione delle infrastrutture pubbliche, ha  chiuso o privatizzato (spesso malamente) la massima parte delle sue aziende statali e locali. Lo Stato italiano sta lentamente strangolando le sue università pubblica e di fatto ha chiuso i suoi rubinetti per la ricerca scientifica. Il tutto in una situazione di pressione fiscale massima in Europa che altrimenti avrebbe dovuto dar luogo all’esatto contrario, a uno stato sociale scandinavo.

In Europa è passata la logica (matematica) del pareggio di bilancio e del fiscal compact. Ovvero il “rientro” dal debito pubblico tramite dosi ulteriormente crescenti di austerità. Già i 24 anni passati hanno chiaramente mostrato il circolo vizioso in cui l’Italia si è cacciata, alla ricerca del contenimento matematico del debito.  Le dosi di austerità, il massiccio avanzo primario varato da Ciampi dopo il quasi fallimento dello Stato italiano nel 1992-93 hanno pesantemente depresso l’economia italiana, gettandola in uno stato di stagnazione quale non si era mai visto nella storia recente del paese. Questa “grande stagnazione”, che tuttora perdura, ha avuto effetti perversi e automoltiplicativi.  Nel pessimismo diffuso si è rinviata la nascita di nuovi figli, l’avvio di nuove imprese, l’ingaggio in rischi. Nella scarsità di risorse pubbliche si sono incentivate le scorciatotie, come la corruzione. Nel deserto di opportunità al Sud (ma non solo) hanno avuto buon gioco le organizzazioni criminali. Nella sfiducia si è alimentata l’evasione. E questa sottrazione di risorse ha ulteriormente reso più pesante l’austerità. Accentuando ulteriormente lo stato di stagnazione.

Dai 24 anni di Stato Fallito, in sostanza, l’Italia esce più povera, depressa, egoista, invecchiata. E preda di numerosi circoli viziosi.

Però, c’è una immagine speculare di questo stato di cose che sta nei 4mila miliardi di patrimoni mobiliari detenuti dai cittadini italiani (altri 4mila sono le consistenze immobiliari).  Sono cifre imponenti, superiori a quelle tedesche, ai vertici dell’Europa.

Un gran numero di famiglie italiane (ricche, ma anche di ceto medio e lavoratrici) è più patrimonializzata delle corrispondenti tedesche.

Peccato però che questa massa di risparmi e capitali non generi di fatto sviluppo per l’Italia. Per la massima parte questi 4mila miliardi sono la materia prima dell’industria del risparmio gestito, tra le prime in Europa, che opera sulla spazio finanziario globale. Sui fondi di investimento Usa, tedeschi, inglesi, francesi, asiatici. Su chiunque offra buone performance e buoni rendimenti. Si stima che solo il 10% di questa massa gestita sia denominata in titoli italiani (Bot,Cct e altri bond), in azioni bancarie e di qualche grande impresa nostrana.

Qsti 4mila miliardi sono però il figlio primogenito di quello che un tempo si etichettò come “il popolo dei Bot”, ovvero gli italiani abbienti (o solo risparmiatori) che approfittarino della cresciata abnorme e automoltiplicativa del debito pubblico negli anni Ottanta. Anni in cui le aste dei titoli, guidate da grandi speculatori internazionali (e non dalla Banca d’Italia che in nome della sua indipendenza rinunciò ad autare l’Italia) generavano tassi di interesse reali dell’ordine del 4%. Impossibili da sostenere con il bilancio dello stato, quindi rimessi a debito per l’anno successivo, in un crescendo di anatocismo, di interessi che creano altri interessi (a nostro carico).

Questa “bonanza” durò oltre un decennio. Poi i risparmiatori italiani, sempre nella scia delle grandi banche speculative occindentali, cominciarono a diversificare. E la torta crebbe ancora, con i Berlusconi di turno che si guardavano bene dal tassarla, salvo martoriare, via Tremonti, le risorse pubbliche per la sanità, l’università e ricerca, l’occupazione.

Abbiamo quindi un’Italia polarizzata. Da un lato l’immiserimento dello Stato e dall’altro la ricchezza patrimoniale privata. Potremmo pensare a tassarla, con una patrimoniale “pesante”. Ma la velocità di trasferimento oggi vigente sulle reti dei mercati finanziari lo sconsiglia. Ci troveremmo a tassare solo i pesci piccoli, quelli che non possono scappare.

Meglio, molto meglio un’altra strada. Attrarli su investimenti redditizi in Italia. Su nuovi  beni pubblici redditizi.

L’Italia ha molto da ricostruire, dopo 24 anni di stagnazione. Ha molte opportunità di investimento. Di converso il mercato mondiale presenta un quadro inverso: poche opportunità di investimento, e un forte rischio di “stagnazione secolare”, caratterizzata da bassi rendimenti su qualsiasi attività.

Si va in banca, di questi tempi. spesso a comprare titoli di stato “sicuri” ma a rendimento negativo.

Dopo 24 anni di Stato fallito, in larghe parti d’Italia emerge infatti uno Stato di necessità. Moltissimi beni pubblici sono sull’orlo del degrado, fisico e umano. Università, scuole, asili, ospedali, ambulatori e pronto soccorso, linee ferroviarie, biblioteche, teatri, cinema. Strutture che fanno la qualità della vita di intere zone.

Chiedere allo Stato di provvedere significa esporsi al solito ritornello “non ci sono i soldi”.

Lo Stato (centrale o locale) può nel caso migliore contribuire  a qualcosa che ormai chiama in causa la partecipazione dei cittadini attivi.

Ci mettereste mille euro (a fonte di un patrimonio di un milione) per un’azione su una “public company” per avviare un pronto soccorso nella vostra zona? Oppure un’altra azione per sostenere un’Università e avviare un centro di ricerca in cui domani potrà farsi le ossa vostro figlio studente di liceo scientifico?

E se vi dicessero, documentandolo, che investimenti di questo tipo vi consentono: a) di controllare come azionisti veri la gestione delle iniziative e b) di darvi un rendimento dell’1%, pari o superiore a un titolo di stato?

Impossibile, follie? Impossibile una compagnia ferroviaria indipendente capace di dare ai pendolari alle porte di Milano un servizio decente, e finanziata (anche) dai lavoratori stessi? Un’azienda capace di contribuire a un’aria migliore in quella che, pianura padana, è divenuta una camera a gas? Un fondo partecipato per l’efficienza energetica nei condominii? Un’azienda per la diffusione delle energie rinnovabili?

Alla  partecipazione informata (reti e forum civici), a quella deliberativa (bilanci partecipativi) si affianca così la dimensione, ancora più avanzato, della partecipazione produttiva (crowdfunding civico e public companies). Con un ruolo e bilanciamento tra Stato e cittadini ancora da inventare.

In un paese che non sa più sognare io ci provo lo stesso.

Supponiamo che un altro 10% dei patrimoni mobiliari vadano a essere investiti nei prossimi 5 anni in beni pubblici italiani riattivati. Si tratterebbe, più o meno, di una massa di investimenti di 400 miliardi (600 con un apporto pubblico minoritario) e quindi  di tutto rispetto. E tale da innescare effetti di sviluppo ulteriore, per esempio sull’edilizia o sui servizi.

Potremmo crearci noi l’inversione di ciclo di stagnazione?

Comincerebbe così a configurarsi uno scenario di “crescita italiana endogena”, guidata dai cittadini attivi, e non da caste politiche o peggio.

Primo risultato, l’inversione del ciclo depressivo.  Secondo, l’alleanza tra gli italiani poveri, le classi lavoratrici e il ceto medio patrimonializzato.  Terzo, una concezione completamente diversa dei beni pubblici, dello Stato e del futuro.

Quarto. Una rete di fiducia dei cittadini, connessa ai propri pari nelle public companies, al posto di una rete di dipendenze.

Quinto. Una diversa concezione dei soldi.  Se associato a un pari fenomeno di crowdsourcing (per esempio un paese che chiede ai suoi cittadini di contribuire al restauro di un bene storico emblematico di quel paese) emerge che il rendimento finanziario dell’investimento in quanto tale può rivelarsi secondario rispetto al “rendimento immateriale e sociale” derivante dalla valorizzazione del proprio luogo vitale. E che può essere generato dal gioco “win-win” con gli altri partecipanti attivi.

Dobbiamo uscire dall’euro, come dicono i demagoghi alla Salvini? Come si vede no.

Dobbiamo aspettare Renzi? Nemmeno.

L’Italia si salva solo con un mix tra partecipazione e investimento. I due termini che i personaggi testè citati non usano mai.

Fose perchè non procura voti dire che il culo ce lo dobbiamo fare noi e tra di noi. Ma è così.

Però, passo dopo passo, la probabilità di salire da uno Stato fallito a uno Stato di gioia così è non nullo.

 

 

 

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Non temete, c’è speranza

La non politica di un’Italia paralizzata. Alias il partito tecnocratico della nazione di Renzi. Alias la fine della democrazia dialettica in Italia. Alias la fine dell’effimero modello arancione di Milano.

Da oltre 25 anni lo stato italiano versa in condizioni fallimentari. Da altrettanto non vi è politica economica, progetto per il futuro, capacità di riscossa. Il debito pubblico fu creato nei primi anni ottanta come mostruosa misura disciplinare, con l’aiuto della finanza internazionale, per “mettere in riga” un paese ad alto rischio di comunismo, aggressivo sui mercati mondiali con le sue grandi imprese pubbliche  – Eni di Mattei in primis, che non stava alle regole dominanti.

Quella escalation del debito pubblico, interessi da pagare che creavano nuovi interessi, raggiunse nel 1992 il punto critico. Vicino al fallimento dello Stato. Da allora l’Italia ha vissuto un’altrettanto abnorme stagione di austerità. Di qui la lunga, lunghissima stagnazione che stiamo vivendo, sotto il peso di qualcosa che gli italiani ormai ritengono come una maledizione biblica. La fuga dei giovani cervelli italiani all’estero, persino l’accelerato invecchiamento demografico di questo paese fanno parte di questa “crisi pulridecennale da debito”, che ci erode anno dopo anno.

Però. Se andiamo a vedere con attenzione i dati economici possiamo notare che gli italiani sono patrimonialmente ricchi. Le banche nostrane lo sanno bene. Abbiamo più patrimonio dei tedeschi. Un gran numero di famiglie di ceto medio-alto hanno goduto dei titoli di stato ad elevatissimo tasso di interesse degli anni ottanta e novanta (bot people). E oggi possono esibire 4mila miliardi di euro di patrimoni mobiliari complessivi, quasi due volte l’attuale debito pubblico.

Questa enorme massa di valore viene investita nell’Italia? No. Se va bene il 15-20%. Crea imprese, posti di lavoro, progetti moltiplicativi? No. Si rifugia nelle gestioni globalizzate bancarie e non, dove con un click passi da un fondo cinese a uno di Wall Street.

E’ un paradosso che nessuno ci dice. L’Italia, grazie alla folle politica di debito pubblico degli anni ottanta, ha creato una classe di rentiers che ne gode i frutti ma, come gli avvoltoi, osserva da lontano e al sicuro il paese che muore. E molti di questi “avvoltoi” sono persone del tutto perbene, ignare di quello che stanno facendo – o non facendo .

Certo, li aiuta la politica. Subito dopo il primo quasi fallimento, nel 1994, assurse agli onori di governo tal Silvio Berlusconi che a loro diede un messaggio molto, molto rassicurante. Non dovete far nulla perchè io farò il miracolo. Non pagate le tasse – e diede l’esempio – perchè sono ingiuste. E così via.

Prese tanti voti ma…l’Italia entrò in quella parabola depressiva che dura ancora. Prodi, il suo avversario democristiano, non ebbe il coraggio di dire le cose come stavano. Silenziosamente Tommaso Padoa Schioppa, il suo ministro del Tesoro, riuscì a limare il debito pubblico al 100% del Pil. Ma per poco. Con lo scoppio della grande crisi del 2007 l’Italia fu di nuovo nella trappola, nonostante 15 anni di tempo per tirarla fuori.

Veniamo alla seconda metà del 201o, quando si cominciò a ragionare per la campagna elettorale delle amministrative di Milano. Boeri contro Pisapia. Due anime belle. Il primo architetto prestatosi al Pd.  Il secondo avvocato e giurista di rango nazionale.

Tutti e due privi di conoscenze economiche. Della crisi economica mondiale in corso, della debolezza strutturale dello stato italiano, delle conseguenze prevedibili di questo sul loro stesso mandato.

Vinse Pisapia, come sappiamo. Appena a palazzo Marino scoprì il buco di bilancio lasciato dalla Moratti nei conti del Comune. E l’ampiezza del suo debito, 4 miliardi, il secondo in Italia – dopo quello abnorme di Torino per i suoi infausti giochi olimpici.

Pisapia credeva in una situazione normale o idilliaca. No. Il suo programma, sviluppato da centinaia di cittadini – la fabbrichetta – richiedeva centinaia di interventi nella città, piccoli e grandi. Ne dovette accantonare o cancellare ben oltre la metà.

Puntava tutto,  classicamente, sui margini di spesa pubblica corrente. E si schiantò all’urto della crisi del 2011. Non pensò mai, nè lui nei suoi, a una politica innovativa su altri fronti.

Un’altra vittima del debito.

Poi venne Monti. Di fronte al quasi crack dell’Italia a fine 2011, insieme alla legge Fornero, lanciò un taglio drastico sui trasferimenti agli enti locali. Il ricevente Bruno Tabacci, il primo assessore al bilancio di Pisapia, si dileguò. Al suo posto fu la  Francesca Balzani, una specialista in materia mandata dal Pd nazionale, che fece le sforbiciature, di grosso e di fine. In modo anche impeccabile.

Da allora la giunta Pisapia è stata paralizzata. In pratica il modello Milano è morto con Monti, alias con il debito pubblico mai capito e affrontato.

E, dopo questo lungo e noioso preambolo, arriviamo ad oggi. Perchè Milano vedrà una campagna elettorale tra tre noiosi manager? Semplice, perchè i manager amministrano – chi meglio e chi peggio – l’esistente. Un triste esistente che si prolunga da 25 anni.

Potrete scegliere se sarà più bravo Passera, Sala o Parisi. Ma non potrete scegliere se le enormi risorse nascoste di questa città – circa 1000 miliardi di patrimoni – potranno, quantomeno in parte, venir messe al servizio dei cittadini stessi,inducendo circoli virtuosi di sviluppo per tutti, ricchi e poveri.

Questo è un tabù, quantomeno da Berlusconi in poi.

No. Qui ci vorrebbe un leader con una visione, con una determinazione, una tenacia e soprattutto con un’organzzazione al seguito che ne condivida le idee e la strategia.

Non c’è. La politica in Italia è ormai fatta di tanti frammenti, spesso conflittuali tra di loro. E di dilettanti.

Facciamo alcuni esempi. Si deve passare a una città metropolitana, che comprende un centinaio di comuni attorno a Milano. Nel centro di un pianura padana divenuta da anni una camera a gas.  Bene, pensiamo a un’Atm “estesa”, metropolitana e capace di gestire un servizio ferroviario decente per i pendolari. In competizione con Trenord-Ferrovie dello Stato. Da tutta la cerchia delle direzioni in ingresso.

In che forma? La sua trasformazione in public company, ad azionariato diffuso, controllo partecipato, e possibilmente anche rendimento al di sopra di quel misero 1% che oggi offrono, nella crisi, i titoli di stato.

Questa public company dei trasporti metropolitani lombardi potrà o non potrà essere la protagonista di un bel pezzo di decarbonizzazione della regione? Una volta sul campo le linee, i servizi, (moderni e puntuali) e le strutture (stazioni), Milano non potrà avviare una politica incisiva di incentivo di chi abbandona l’auto per l’ingresso pendolare e di pari restrizione? Quanti morti di cancro e infarti in meno?

E poi. Una utility metropolitana per l’acqua? Per la fibra ottica? La Sea come public company? A2A? Una public company per Città Studi? Una Public company per l’Università Statale? Per il Politecnico? Per l’Istituto Tumori?

Il concetto è: una rivoluzione copernicana in Italia. Estendere la partecipazione  all’investimento diffuso, alla partecipazione produttiva. Usare il crowdsourcing – come si è fatto a Bologna – non solo per i restauri ma anche come leva di rilancio. Di Milano, poi, sull’esempio, della pianura padana e infine del paese.

Per fare questo non bastano i manager. Ci vogliono i leader, veri.

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