Non temete, c’è speranza

La non politica di un’Italia paralizzata. Alias il partito tecnocratico della nazione di Renzi. Alias la fine della democrazia dialettica in Italia. Alias la fine dell’effimero modello arancione di Milano.

Da oltre 25 anni lo stato italiano versa in condizioni fallimentari. Da altrettanto non vi è politica economica, progetto per il futuro, capacità di riscossa. Il debito pubblico fu creato nei primi anni ottanta come mostruosa misura disciplinare, con l’aiuto della finanza internazionale, per “mettere in riga” un paese ad alto rischio di comunismo, aggressivo sui mercati mondiali con le sue grandi imprese pubbliche  – Eni di Mattei in primis, che non stava alle regole dominanti.

Quella escalation del debito pubblico, interessi da pagare che creavano nuovi interessi, raggiunse nel 1992 il punto critico. Vicino al fallimento dello Stato. Da allora l’Italia ha vissuto un’altrettanto abnorme stagione di austerità. Di qui la lunga, lunghissima stagnazione che stiamo vivendo, sotto il peso di qualcosa che gli italiani ormai ritengono come una maledizione biblica. La fuga dei giovani cervelli italiani all’estero, persino l’accelerato invecchiamento demografico di questo paese fanno parte di questa “crisi pulridecennale da debito”, che ci erode anno dopo anno.

Però. Se andiamo a vedere con attenzione i dati economici possiamo notare che gli italiani sono patrimonialmente ricchi. Le banche nostrane lo sanno bene. Abbiamo più patrimonio dei tedeschi. Un gran numero di famiglie di ceto medio-alto hanno goduto dei titoli di stato ad elevatissimo tasso di interesse degli anni ottanta e novanta (bot people). E oggi possono esibire 4mila miliardi di euro di patrimoni mobiliari complessivi, quasi due volte l’attuale debito pubblico.

Questa enorme massa di valore viene investita nell’Italia? No. Se va bene il 15-20%. Crea imprese, posti di lavoro, progetti moltiplicativi? No. Si rifugia nelle gestioni globalizzate bancarie e non, dove con un click passi da un fondo cinese a uno di Wall Street.

E’ un paradosso che nessuno ci dice. L’Italia, grazie alla folle politica di debito pubblico degli anni ottanta, ha creato una classe di rentiers che ne gode i frutti ma, come gli avvoltoi, osserva da lontano e al sicuro il paese che muore. E molti di questi “avvoltoi” sono persone del tutto perbene, ignare di quello che stanno facendo – o non facendo .

Certo, li aiuta la politica. Subito dopo il primo quasi fallimento, nel 1994, assurse agli onori di governo tal Silvio Berlusconi che a loro diede un messaggio molto, molto rassicurante. Non dovete far nulla perchè io farò il miracolo. Non pagate le tasse – e diede l’esempio – perchè sono ingiuste. E così via.

Prese tanti voti ma…l’Italia entrò in quella parabola depressiva che dura ancora. Prodi, il suo avversario democristiano, non ebbe il coraggio di dire le cose come stavano. Silenziosamente Tommaso Padoa Schioppa, il suo ministro del Tesoro, riuscì a limare il debito pubblico al 100% del Pil. Ma per poco. Con lo scoppio della grande crisi del 2007 l’Italia fu di nuovo nella trappola, nonostante 15 anni di tempo per tirarla fuori.

Veniamo alla seconda metà del 201o, quando si cominciò a ragionare per la campagna elettorale delle amministrative di Milano. Boeri contro Pisapia. Due anime belle. Il primo architetto prestatosi al Pd.  Il secondo avvocato e giurista di rango nazionale.

Tutti e due privi di conoscenze economiche. Della crisi economica mondiale in corso, della debolezza strutturale dello stato italiano, delle conseguenze prevedibili di questo sul loro stesso mandato.

Vinse Pisapia, come sappiamo. Appena a palazzo Marino scoprì il buco di bilancio lasciato dalla Moratti nei conti del Comune. E l’ampiezza del suo debito, 4 miliardi, il secondo in Italia – dopo quello abnorme di Torino per i suoi infausti giochi olimpici.

Pisapia credeva in una situazione normale o idilliaca. No. Il suo programma, sviluppato da centinaia di cittadini – la fabbrichetta – richiedeva centinaia di interventi nella città, piccoli e grandi. Ne dovette accantonare o cancellare ben oltre la metà.

Puntava tutto,  classicamente, sui margini di spesa pubblica corrente. E si schiantò all’urto della crisi del 2011. Non pensò mai, nè lui nei suoi, a una politica innovativa su altri fronti.

Un’altra vittima del debito.

Poi venne Monti. Di fronte al quasi crack dell’Italia a fine 2011, insieme alla legge Fornero, lanciò un taglio drastico sui trasferimenti agli enti locali. Il ricevente Bruno Tabacci, il primo assessore al bilancio di Pisapia, si dileguò. Al suo posto fu la  Francesca Balzani, una specialista in materia mandata dal Pd nazionale, che fece le sforbiciature, di grosso e di fine. In modo anche impeccabile.

Da allora la giunta Pisapia è stata paralizzata. In pratica il modello Milano è morto con Monti, alias con il debito pubblico mai capito e affrontato.

E, dopo questo lungo e noioso preambolo, arriviamo ad oggi. Perchè Milano vedrà una campagna elettorale tra tre noiosi manager? Semplice, perchè i manager amministrano – chi meglio e chi peggio – l’esistente. Un triste esistente che si prolunga da 25 anni.

Potrete scegliere se sarà più bravo Passera, Sala o Parisi. Ma non potrete scegliere se le enormi risorse nascoste di questa città – circa 1000 miliardi di patrimoni – potranno, quantomeno in parte, venir messe al servizio dei cittadini stessi,inducendo circoli virtuosi di sviluppo per tutti, ricchi e poveri.

Questo è un tabù, quantomeno da Berlusconi in poi.

No. Qui ci vorrebbe un leader con una visione, con una determinazione, una tenacia e soprattutto con un’organzzazione al seguito che ne condivida le idee e la strategia.

Non c’è. La politica in Italia è ormai fatta di tanti frammenti, spesso conflittuali tra di loro. E di dilettanti.

Facciamo alcuni esempi. Si deve passare a una città metropolitana, che comprende un centinaio di comuni attorno a Milano. Nel centro di un pianura padana divenuta da anni una camera a gas.  Bene, pensiamo a un’Atm “estesa”, metropolitana e capace di gestire un servizio ferroviario decente per i pendolari. In competizione con Trenord-Ferrovie dello Stato. Da tutta la cerchia delle direzioni in ingresso.

In che forma? La sua trasformazione in public company, ad azionariato diffuso, controllo partecipato, e possibilmente anche rendimento al di sopra di quel misero 1% che oggi offrono, nella crisi, i titoli di stato.

Questa public company dei trasporti metropolitani lombardi potrà o non potrà essere la protagonista di un bel pezzo di decarbonizzazione della regione? Una volta sul campo le linee, i servizi, (moderni e puntuali) e le strutture (stazioni), Milano non potrà avviare una politica incisiva di incentivo di chi abbandona l’auto per l’ingresso pendolare e di pari restrizione? Quanti morti di cancro e infarti in meno?

E poi. Una utility metropolitana per l’acqua? Per la fibra ottica? La Sea come public company? A2A? Una public company per Città Studi? Una Public company per l’Università Statale? Per il Politecnico? Per l’Istituto Tumori?

Il concetto è: una rivoluzione copernicana in Italia. Estendere la partecipazione  all’investimento diffuso, alla partecipazione produttiva. Usare il crowdsourcing – come si è fatto a Bologna – non solo per i restauri ma anche come leva di rilancio. Di Milano, poi, sull’esempio, della pianura padana e infine del paese.

Per fare questo non bastano i manager. Ci vogliono i leader, veri.

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Una class action contro la Banca d’Italia

Nel 1981 Nino Andreatta (allora ministro del Tesoro) e Carlo Azeglio Ciampi (allora governatore della Banca d’Italia) si accordarono, privatamente e senza alcun dibattito parlamentare, per cambiare la Costituzione economica dell’Italia. Ciampi spedì una lettera ad Andreatta esternando il suo fermo proposito al divorzio sul Tesoro.  Una cruciale collaborazione sul debito che aveva funzionato perfettamente nei 15 precedenti anni di crescita di  Guido Carli. Però da allora in poi, 1981, la Banca d’Italia (unica in Europa) non avrebbe più finanziato in ultima istanza (e a tassi prefissati) le emissioni del debito pubblico. Da allora al 1993, di conseguenza, il debito sul Pil esplose dal 70% al 120%, via grandi speculatori che,  asta dopo asta, riuscirono a ottenere impunemente (da noi contribuenti) tassi di interesse astronomici. Fu la prima grande misura neoliberista presa in un paese europeo. I risultati furono (e sono) sotto gli occhi di tutti.

Dal 1981 al 1992 la Banca d’Italia non fece nulla per arginare questa crescita esponenziale del debito. Che arricchi i già ricchi (i bot people) ma impoverì l’Italia. Ancora oggi.

Non solo. La Banca d’Italia, pur manifestamente colpevole di questo disastro, non ha mai fatto nulla per alleviarci la soma, che lei unilateralmente ci caricò addosso dal 1981.  Anzi, i ministri del Tesoro e poi i presidenti del Consiglio provenuti dalla banca, non hanno fatto altro che caricarci di tasse e balzelli per controbilanciare un debito ad alto interesse e ad altissimo tenore di speculazione. Con lo slogan del sacro rigore. Siamo stati e siamo doppiamente puniti.

Oggi siamo ancora lì, il mostruoso debito nato da quegli “accordi a due” del 1981 ancora cresce e continuiamo a vivere con uno stato paralizzato,  fallito. E in più stiamo fisicamente soffocando in Padania. Per mancanza di investimenti pubblici, chiaramente individuati da decenni.

Quindi: per sopravvivere almeno noi della padania (che quel debito abbiamo ripagato pagando gli interessi con le nostre tasse) abbiamo il dovere civile di intentare una grande class action contro la Banca d’Italia, per quella sua decisione del tutto illegale,  per l’impoverimento strutturale pubblico che ne è seguito. Chiediamo al giudice un risarcimento pari al danno, ovvero il debito pubblico attuale (2400 miliardi). Che ci paghi il dovuto,  questa banca che, per sua decisione privata e antidemocratica, ha indebitato impunita l’Italia. E con quei soldi (che la suddetta via Bce può e deve emettere) facciamo gli investimenti per decarbonizzare la Padania, rilanciare il Sud,  ricostituire lo Stato, riportare l’Italia allo status di un decente paese civile.

Per i nostri figli e nipoti.

Facciamolo davvero, è il momento. E’ l’ottavo anno di questa folle crisi italiana. Basta.

Fratei, forza al remo, demoghe addosso.

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I 60mila di Milano

Milano ha una caratteristica nascosta. Ma impressa nella sua storia. Non è una città di sudditi. Da quasi 50 anni è la capitale italiana delle iniziative alternative. Un lungo percorso, ancora da raccontare. Dai negozietti con abiti colorati a mano degli anni 70, alle bancarelle del cuoio artigianale, ai centri culturali messi su in uno scantinato, le librerie con testi politici e esoterici spesso fotocopiati da rari esemplari di biblioteca, i centri studi polverosi, i comitati di quartiere antifascisti e  comunisti (dal basso), poi i centri sociali, quindi i punti alimentari biologici, le cooperative agricole e di orticoltura, i gruppi di acquisto solidali (Gas, la rete più fitta d’Italia), i comitati  permanenti per zona, prima per Pisapia e poi per Milano. E insieme la galassia del volontariato e del non profit, dalle ambulanze alla regina, simbolo di questa Milano: Emergency.

E anche altro: centri di coworking, startup sociali….La mia stima, ricavata sulle 700 iniziative esistenti in Zona 3 è di 6mila iniziative circa in corso. 10 persone per iniziativa? Ragionevole: un popolo di 60mila persone attive, Gli eredi (ma anche “nonni”) del miglior 68 italiano. Quello che preferì il fare allo sparare. E’ così riuscì a durare.

A questi 60 mila possiamo tranquillamente aggiungerne altrettanti come “corona attiva”. Professionisti con ideali progressisti, funzionari pubblici puliti, docenti elementari,delle medie, dei licei e universitari.

120mila persone almeno, quasi tutte ormai di ceto medio. Alcuni imprenditori famosi come Gismondi di Artemide-Abaco, altri in apparenza semplici pensionati. E insieme i giovani di Emergency, Libera, Action Aid, Oikos e altri nomi del non profit.

Non ha coscienza di sè questo popolo cruciale di Milano. Questa è la mia tesi. Questi 120mila sono infatti l’unico detonatore di una rivoluzione necessaria (vedi il post sopra). La rivoluzione degli investimenti vitali per Milano e per 25 milioni di padani.

Come sviluppare questa coscienza di sè del miglior segmento sociale di Milano? Quale forme di rappresentanza e soprattutto di azione politica e economica?

Questi 120mila saranno in grado di innescare, con il loro esempio soprattutto, una reazione a catena in una città che custodisce (improduttivamente) circa 1000 miliardi di patrimoni familiari, solo per il 10% investiti sull’Italia? E questa reazione a catena si potrà spargere per tutta la padania liberandola dall’incubo “strutturale” della camera a gas (incubo che crescerà con il clima che comincia realmente a dare segni di squilibrio).

Questi 120mila sono l’antidoto potenziale a quello che definisco come lo Stato fallito italiano (vedi post precedente). Potenziale.

Per passare dal potenziale al reale sarebbe necessaria un seria riflessione allargata su quanto “rende” un bene pubblico. E quanto far “rendere” un bene pubblico.

Se infatti Milano (o la Padania, fino a Venezia e Bologna)  ha un “bene pubblico” (l’aria) tale da dterminarti un canco o un infarto, quanto ti “rende” un’opera che aiuta a ridurre questo rischio, a te, ai tuoi figli, ai tuoi nipoti? Qual è il rendimento “non economico” di questo tuo contributo?

L’intera padania è un caso di gigantesco “fallimento del mercato”. In questi casi sono gli stati, ci dice la teoria economica, a dover intervenire, per ridurre le “esternalità negative” delle attività economiche. Ma se lo Stato è paralizzato da un mostruoso debito architettato da Carlo Azeglio Ciampi e Nino Andreatta fin dal 1981 per “arginare” socialisti e comunisti, subito perso di controllo via speculazione, squali, interessi automoltiplicativi (anatocismo) e poi sfociato nel quasi fallimento dell’Italia nel 1992? Se il nostro Stato è ancora questo, se il nostro stato  fallito ci torchia, a noi onesti, al 42% del reddito (ed è ancora questo, per di più sotto tutela di un filandese e e di un lussemburghese), se ci elargisce, in risposta alla camera a gas, ben 12 milioni di investimenti (e un connesso solito sacco di balle per 400 milioni di lungo periodo), come ne usciamo in Padania?

Una prospettiva positiva è possibile. Partendo dai 120mila di Milano è possibile costruire, insieme, un programma di iniziative, di opere, e di public companies per cominciare a dare il segno a Milano , della nuova direzione del Nord Italia.  Un programma alternativo in senso autentico, non una inutile suppplica ai falliti, ma capace di portare a soluzioni.

Meglio se questo movimento dal basso trovi un alleato forte nella pubblica amministrazione. Per esempio su una public company per il completamento e poi la gestione della circle line che ci serve (e non quelle due linee in finto project financing  – 180 milioni annuii di tassa a Impregilo e Astaldi per 30 anni – chiamate M5 e M4, a carico delle nostre tasche). Con una circle line, stazioni efficienti, e magari un secondo passante Milano potrebbe proibire a tutti di entrare in città con un mezzo a combustione, dato che il sistema di trasporti per i pendolari sarà agevole e completo (e controllato dai cittadini-investitori).

Stiamo parlando di 7milioni di tragitti a combustione in meno ogni 12 mesi.

E’ solo un esempio. Io non ho la minima idea di come questa rivoluzione si possa fare. So solo, da milanese, che ne ho pieni gli zebedei e che la voglio.  E non voglio più parole. Per mio figlio, per mia moglie e per me. E per i restanti 1,3milioni di fratelli con cui condivido questa bella città.

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Senza retorica, dopo l’abuso che ne hanno fatto i leghisti, ma questo è l’inno di una Padania bella e perduta, ma da riconquistare.

Nabucco, il canto di una casa da riprendersi

 

P.s. Nel 1981 Nino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi decisero, privatamente e senza alcun riscontro parlamentare, di cambiare la Costituzione economica dell’Italia. Da allora in poi, 1981, la Banca d’Italia (unica in Europa) non avrebbe più finanziato le emissioni di debito pubblico. Da allora al 1993, di conseguenza, il debito sul Pil esplose dal 70% al 120%, via grandi speculatori che,  asta dopo asta, riuscirono a ottenere (da noi) tassi di interesse astronomici.

Ad oggi siamo ancora lì, abbiamo uno stato fallito. E in più stiamo soffocando in Padania.

Quindi: facciamo una grande class action contro la Banca d’Italia, chiediamo al giudice un risarcimento pari al debito pubblico attuale (2400 miliardi). Che ci paghi e poi anche fallisca, questa banca del malaugurio che ha indebitato impunita l’Italia. Ma con quei soldi (che la suddetta via Bce può emettere) facciamoci gli investimenti per dcarbonizzare la Padania, rilanciare il sud,  ricostituire lo Stato, riportare l’Italia allo status di paese civile.

Per i nostri figli e nipoti.

Facciamolo, fratei, forza al remo.

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Nessuno ci salverà

I fatti delle ultime settimane nella pianura padana sono evidenti. E’ bastata, per un evento climatico, che una calma piatta di vento e siccità su posasse per giorni sulla “camera a gas” italiana per renderla irrespirabile, nel solito inverno fatto di riscaldamenti e trasporti a combustibili fossili.

Che Milano, al centro di questa grande area chiusa, fosse a rischio lo sappiamo da decenni. Che si sia fatto qualcosa di significativo, lo sappiamo anche: in pratica nulla.

Lo Stato italiano è fallito dal 1992, grazie a un enorme debito pubblico creato fin dal 1981 per ragioni “disciplinari”. Oggi sono 2400 miliardi, pari al 132% del Pil, ce lo siamo ripagati (con le nostre tasse) una volta e mezza e continua ancora a crescere.

Dal 1992 quel debito paralizza lo stato italiano, non è stato mai significativamente ridotto, ha indirettamente generato evasione fiscale e corruzione. Quel debito oggi significa l’assoluta obbedienza alla disciplina europea, l’imposizione a non sforare di mezzo punto di Pil sul pareggio di bilancio.

In queste condizioni come possiamo pensare a grandi investimenti sul trasporto ferroviario elettrico e sull’efficienza energetica degli edifici in Padania? Come possiamo pensare a un piano che ci salvi dalla grande camera a gas?

No. E’ fuori discussione. Lo stato italiano non ci salverà. Ma possiamo salvarci noi. L’Italia infatti è più patrimonializzata della Germania. Le famiglie italiane, nel corso dei decenni, hanno accumulato risorse e risparmi per 8mila miliardi e, escludendo quelle immobiliari, per 4mila miliardi, pari al doppio del debito pubblico.

Un tempo lo chiamavano “popolo dei bot”, ora si è evoluto a popolo dei patrimoni.

Sono le famiglie del ceto medio e medio alto. Sono patrimoni per mettere al sicuro la vita di figli e nipoti. Ma quale vita se poi saranno condannati a un tumore ai polmoni o a una malattia cardiaca dentro un’esistenza nella camera a gas?

Si partecipa alla cosa pubblica, per quei pochi che ancora lo fanno, cercando di proporre idee, informazioni puntuali, discutendo alternative. Ma questa partecipazione è stata regolarmente disattesa dai nostri politici “paralizzati”. Parole, ma poi ai fatti ecco i vincoli di bilancio, ecco i tagli imposti da Roma, ecco lo stato fallito. Berlusconi, Renzi, persino i cinque stelle non fanno eccezione. Questo modello di interazione tra cittadini, rappresentanti e istituzioni politiche semplicemente non funziona più.

Loro non hanno il coraggio di dichiararsi falliti (ci ripetono però il loro mantra “non ci sono i soldi”), noi ci illudiamo su di loro.

Un altro rapporto, completamente diverso, è possibile. Discutiamo e sviluppiamo idee, progetti, soluzione e poi…ci investiamo, con i nostri soldi. Con le istituzioni che ci aiutano. Ma se investiamo abbiamo il diritto (e il dovere) di controllare, di avere voce in capitolo, alla lunga anche di rientrare sull’investimento fatto.

Se diecimila famiglie milanesi investiranno sul completamento della circle line, e altre centomila sul secondo passante ferroviario questo potrà portare, con un coraggioso decreto che vieti l’ingresso alla metropoli se non su mezzi elettrici o  ibridi, a un primo colpo di areatore nella camera a gas. E ambedue le iniziative, public companies ad azionariato diffuso, possono ben divenire profittevoli, persino inseribili in fondi di investimento italiani. Nel fare le cose giuste, con lungimiranza, non è poi detto che ci si debba perdere.

Moltiplicate per cento, in tutta la Padania, questo modello virale dal basso. Attaccate anche l’efficienza energetica delle case, con soluzioni ai condomini che facciano guadagnare loro sul risparmio in bolletta, l’investitore che finanzia i progetti, le aziende edili qualificate nei cappotti e nelle coibentazioni.

Possiamo salvarci dalla grande camera a gas. Abbiamo bisogno di rappresentanti che ci aiutino e insieme e soprattutto, di un sistema reticolare di iniziative partecipate. Non tanto diverso da quelle che, due secoli fa, con cooperative, società operaie e contadine di mutuo aiuto, casse di risparmio, banche popolari, ci salvarono dalla fame.

Anche allora lo sapevamo. Nessuno ci salverà. Solo noi.

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Bilancio partecipativo di Milano? Un flop

Il bilancio partecipativo del Comune di Milano, indetto  in primavera, si è concluso pochi giorni fa. Con un sonoro e indiscutibile flop. Che non fa onore a un giunta Pisapia che della partecipazione aveva fatto la sua bandiera. E non fa onore nemmeno a Milano, città dalle profonde tradizioni partecipative.

Guardiamo le cifre. E alcuni preliminari confronti.

A Milano, alla chiusura delle urne online (su piattaforma Eligo) risultano 23835 voti contro un totale di voti di 30172.

La differenza è di  6.337 voti  “fisici”  (il 21%)  che viene dallo spoglio delle schede delle votazioni nelle scuole, dove hanno votato alunni sotto i 14 anni con controfirma di almeno un genitore.

I cittadini adulti hanno tutti votato online, mentre i voti fisici sono tutti a titolo di alunni minori.

Condiderando solo i voti online otteniamo una media di voti per zona di 2648.
Considerando il totale dei voti la media sale a 3352.

Che significa? Che la metropoli milanese, con il suo milione 343mila817 abitanti, e 149 mila abitanti medi per ciascuna delle sue nove zone ha visto una percentuale di votanti al processo partecipativo del 2,2%, che scende all’1,77% se si considerano solo i votanti adulti online.

Tanti? Pochi?

Vediamo un confronto con una città vicina, Monza. Che ha appena concluso la sua prima edizione (come Milano) di un bilancio partecipativo (ma basato su progetti sviluppati, selezionati e votati dai cittadini).

Monza è una città da 120mila abitanti (assimilabile a una zona di Milano per dimensione). Ha avuto 3619 votanti adulti (Tutti e solo oltre i 16 anni), di cui 1450 online.

Quindi una percentuale del 3% di votanti adulti sugli abitanti, quasi doppia di quella media milanese.

E’ la prima volta, ha argomentato quasi a scusarsi di questi numeri, la vicesindaco Francesca Balzani (una delle promotrici del bilancio partecipativo milanese). Ma anche per Monza era la prima volta, con risultati nettamente più alti.

Un’altra conferma?  Viene da Torino, dove lo schema adottato (da parte di Avventura Urbana) è stato identico. E dove si è concluso, pochi mesi fa, un bilancio partecipativo (sempre blindato dentro ristrette commissioni elaborative dei progetti) che però ha funzionato un po’ meglio di quello milanese.

Infatti: nella circoscrizione di Torino, su 90mila residenti, i voti sono stati 1810, di cui 1712 online . Quindi voti totali  sulla popolazione:  2.01 %. E voti online su popolazione  1.90%

Due bilanci partecipativi simili, Milano e Torino, a confronto. Ma ancora ne esce meglio Torino, perchè forse comunque offriva un pochino di spazio in più alla creatività sociale.

Il comunicato stampa del Comune di Milano, per giustificare numeri tanto deludenti, cita l’esempio di Parigi, che ha avuto percentuali più basse.  Ma a spropostito.

Perchè quello di Parigi non è stato un bilancio partecipativo, ma un voto (anche se multiplo) su progetti del Comune già definiti. 51mila parigini sono andati a votare per mettere un paio di crocette, su un totale di 8,4 milioni di abitanti. Lo 0,6>% per qualcosa che non è assimilabile a quanto si è fatto e si fa da Monza a Puerto Alegre.

Quali infatti i motivi di questo flop milanese? Alcuni hanno addotto un deficit di comunicazione da parte del Comune e dei gestori del processo. Forse è anche in parte così. Personalmente però ritengo che il vero motivo del flop sia stato nell’impianto stesso del processo. Superficiale, chiuso, elitario, alla fin fine non attrattivo e triste.

Certo, mettere in lizza un milione per zona sembra tanto, un record persino internazionale. Ma questo milione viene strettamente vincolato a opere pubbliche: muri, marcipaiedi, aiole, tetti.  E già qui si parte maluccio, su temi su cui si “scaldano”, in ogni zona poche migliaia di cervelli.

Poi si nega che questi progetti siano sviluppati da gruppi di cittadini. Le assemblee servono solo a registrare esigenze, si decide (autocraticamente)  che solo una trentina di cittadini per zona (scelti più o meno a sorteggio) possano definire i progetti. Non c’è disputa, scelta aperta, contaminazione, propagazione di idee, idee che contagiano altre idee e energie. Tutto nel chiuso di un paio di riunioni degli eletti-sorteggiati e poi il voto, calato dall’alto.

C’è da stupirsi quindi che Milano abbia registrato il minimo storico, dell’1,7% di partecipanti, Per un siffatto sedicente bilancio partecipativo?

Per favore, se vi sarà una prossima volta, cari amministratori di Palazzo Marino, cambiate radicalmente registro, please.

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Verso la giunta del Nazareno

Ormai ho forse capito il prossimo copione della commedia elettorale milanese.

Primo passo. Primarie del centrosinistra.  Si presentano Sala, la Balzani e Majorino. La seconda sulla continuità sulla giunta arancione (e i suoi enormi successi), il terzo sull’arancione in quanto tale, il primo sul grande successo (enormemente presunto ma altrettanto divulgato) dell’expo.

Sala viene votato in massa dagli aderenti del Pd (renziano, al netto dei fuoriusciti, tipo Possibile), la Balzani dai Comitati per Milano (alias Limonta), Majorino dalla sinistra più o meno radicale. Sel si divide (o persino si spacca) tra Sala (ala Tajani) e Majorino (candidato originario).

Alle primarie arrivano quatte quatte le truppe di Comunione e Liberazione, con Lupi in silenzioso ma fattivo monitoraggio. E quel che c’è di Ncd a Milano. Votano con le idee oltremodo chiare.

Vince Sala (ma guarda). Ma ha comunque bisogno dei voti di Pisapia. Garantisce quindi alla Balzani un ruolo da vicesindaco. E una giunta di (apparente) continuità. Ticket. De Jure o de facto.

La destra si incaponisce su Sallustri. Un candidato di pancia. Il che aiuta i Lupi.

Si vota alle urne. Sala vince e fa la giunta, secondo accordi (renziani): Balzani, Tajani, Rozza, Maran (ambedue ala penatiana Pd, immarcescibile) , forse anche Benelli (nonostante risultati molto deludenti) e al posto di Majorino sulle politiche sociali arriva un assessore nuovo, ma vicino a Cl.

Fin qui la mia ipotesi su una giunta del Nazareno.  Vi piace?

Cinque anni di rinnovamento di Milano buttati via.

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Pisapia, ma che stai facendo?

A questo punto l’unica cosa decente che può fare Pisapia, piuttosto che coccolarsi la sua genovese, (tanto diligente quanto improponibile sindaco), è annunciare la sua seconda candidatura a sindaco. Altrimenti avremo Sala che vince mentre Majorino e Balzani si disgregano tra loro i voti di sinistra. E Pisapia in felice volo alla Corte Costituzionale. Alla faccia di Milano.
Poteva andare liscia, alla grande, con un secondo mandato Pisapia. Ma costui ha incasinato tutto, fino al suicidio arancione. Perché?
E perchè poi spingere la genovese Balzani avendo a disposizione persone come la De Cesaris, la Castellano, la Tajani, lo stesso Majorino. Mah..
odii maturati nei quattro anni di lavoro?
Perchè Balzani, la meno credibile tra tutti per la candidatura?
Boh, tira proprio aria pesante di suicidio arancione. Generata dal suo ineffabile capo.
Lo stoccafisso genovese lo amo immensamente, Tutte le volte lo compro a Bogliasco. Me lo cucino con aglio, prezzemolo e patate. Ma a Milano preferisco un buon classico risotto.

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Il cancro dentro la Chiesa

Questo articolo, poche righe, fa capire tutto sulla guerra in corso oggi dentro il Vaticano.

Non aggiungo parola.

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Il declino di Isis

Se ci riflettete un attimo la motivazione data da Isis della carneficina di Parigi non ha molto senso. Vendicarsi dell’intervento aereo francese in Siria, fare pressione con il sangue  perchè cessi non ha alcuna probabilità di successo.

La strage di Parigi, così come l’attentato all’aereo russo partito da Sharm el Sheik, appaiono invece come segnali mediatici rivolti innanzitutto all’interno del network Isis in un momento in cui il sedicente califfato è in difficoltà. In Siria e in Irak perde territorio, accusa forti perdite sul campo, vacilla sotto i colpi di tre tra le più avanzate forze aeree del pianeta.

Se dovesse entrare in crisi anche la rete dei “foreign fighters” per l’ Isis sarebbe veramente l’inizio del declino, se non della disgregazione. I suoi giovani combattenti perderebbero la loro (presunta) aura di invincibilità, la loro fanatica motivazione. E le file del califfato si svuoterebbero, magari tra lotte fratricide (come è già avvenuto, dopo la sconfitta di Kobane).

Per questo motivo un evento così terribilmente gigantesco, così simbolico, è stato perpetrato e organizzato. Ma servirà ad arrestare la crisi di Isis, il cui “core business” sta nella creazione di uno Stato Islamico (medioevale) tra Siria e Irak? Oggi quell’obbiettivo gli sta sfuggendo di mano.

E uccidere innocenti in Europa non servirà. Anzi.

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Dedicato alle vittime di Parigi

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la svolta (necessaria)

I fatti delle ultime settimane, e non solo la vicenda Wolkswagen, ci insegnano molto, se visti in controluce, su una scala di almeno due decenni.

Posso in qualche modo provarci, avendo fatto il giornalista tecnico per trent’anni, e tante sensazioni accumulate in quel periodo oggi trovano conferma.

In sintesi: ho vissuto da vicino l’ascesa della microelettronica, poi del pc, quindi l’esplosione di internet. Poi, già nel 2000, ho cominciato a domandarmi: e dopo?

Dopo, sì, ci sono stati social network, la centralizzazione della rete su Google, e molte piccole applicazioni innovative. Roba però da migliaia di nuovi posti di lavoro, non da milioni come prima. Un ciclo si era, in realtà, rapidamente esaurito. E tuttora non dà segno di riprendersi (quantomeno su quelle basi).

Al suo posto la globalizzazione, ovvero il trasferimento in Asia delle produzioni, e il sopravvento della finanza, ovvero dei grandi patrimoni, alias l’aumento a dismisura della disuguaglianza.

Il capitalismo, dal 2000 ad oggi, ha perso la bussola. Dopo gli anni dell’umanità che diveniva connessa (internet e cellulari, poi unificatisi) non ha un progetto, una direzione reale, una vision, una speranza. Soltanto spremere i salari a più non posso, e fornire ai mitici “investitori” rendimenti sempre più alti.

Questo sistema cieco, automatico, ha cominciato a schiacciare il mondo. L’Africa, depredata da occidentali e cinesi, è in molti paesi nel caos. Il Medio Oriente, dopo aver conosciuto la fallita primavera araba siriana (nata dai social network) e la folle invasione del petrolifero Irak da parte dei Bush-Cheney è oggi il focolaio della terza guerra mondiale.

La guerra dell’Irak, si noti, fu la risposta predatoria del clan Bush (petrolio) al vuoto capitalistico spanlacatosi dopo lo scoppio della bolla internet nel 2000, e alla nascita della successiva (disoccupazione di massa nascosta) e bolla immobiliare.

Così non si può andare avanti. Il capitalismo va profondamente cambiato. Va invertita la sua polarità, da predatoria a ricostruttiva.

Una strada c’è. Ed è evidente da anni. La svolta verso la sostenibilità globale.

Premetto che non sono un vero credente del climate change. Me ne sono occupato molto nella precedente versione di questo blog e ho potuto riscontrare come spesso alcuni climatologi hanno spacciato simulazioni (terrorizzanti) per dati reali, hanno gonfiato le cifre, hanno fatto di tutto per comunicare ansia e pericolo imminente.

Però alcuni dati sono risultati incontrovertibili. Gli oceani che si acidificano (assorbono la grande massa di C02), i ghiacci che si sciolgono, l’inaridimento di vaste aree (tra cui la California). E tanti altri fatti.

Ma, mi perdonerete, metto questo scenario climatico in sottofondo. Quello che porto in primo piano è il fatto, molto elementare, che ci stiamo mangiando il pianeta. Le sue risorse, i suoi equilibrii, le nostre vite (sempre più precarie, schizzate, isolate).

Clima, risorse, vite. Tutto a rischio.

Ce n’è abbastanza per voltare pagina, prima di una grande esplosione. Ce n’è abbastanza per agire subito sui veri punti di blocco. Le grandi lobbies industriali che impediscono ogni cambiamento (e qui l’attacco Usa alla Wolkswagen è emblematico), la Cina, ormai fabbrica del mondo, che deve cominciare a fare i conti con il clima e l’inquinamento (700 mila morti di tumori al polmone da particolato ogni anno), la prossima conferenza di Parigi sul clima che stavolta deve essere un successo, non come le insulse edizioni precedenti.

E come mai il presidente cinese Xi Jinping viene a Washington ad annunciare l’accordo con Obama sul cambiamento climatico? Con un sistema di riduzione delle emissioni di C02 che nel 2017 partirà in tutta la Cina? La Cina era uno strenuo oppositore, fino a qualche anno fa, di ogni misura di sostenibilità….oggi però finanzia la diffusione del fotovoltaico.

Tutto questo sembra far parte di un disegno politico molto, molto generale. Che accomuna Obama (che ormai non ha più nulla da perdere) al più avanzato capitalismo industriale Usa (Apple, Google…). Una rivoluzione nell’energia (fotovoltaico, smart grid), nei trasporti (auto elettriche e anche automatiche), internet delle cose, smart cities sono la faccia tecnologica della sostenibilità. Applicazioni per milioni e milioni di unità sul territorio.

Ha solo da guadagnarci, nel nuovo ciclo, quel capitalismo Usa. Hanno solo da guadagnarci le imprese cinesi subfornitrici della silicon valley.  Un’industria che non consuma petrolio, meno risorse, ed è meno predatoria sulle vite di chi impega.

E noi? Noi stiamo a piangere sui subfornitori veneti e lombardi del maggior produttore mondiale (wolkswagen) di un dinosauro,  il vecchio e sporco motore diesel a combusione interna di gasolio? Nemmeno sappiamo che cosa c’è dietro l’angolo? Nessuno ce lo dice?

Sta emergendo che questa storia delle centraline truccate, tra i tecnici e addetti ai lavori, la si sapeva da anni. Perchè salta fuori proprio ora alla viglilia della conferenza di Parigi? E perchè Papa Francesco fa riferimento a questa conferenza come a un evento importante, che non va mancato?

Prima c’era solo necessità. Ma ora c’è voglia politica di svoltare. Questo capitalismo, questo pianeta e questa umanità non vanno più bene.  Il neoliberismo squilibrato li ha massacrati. E’ vitale una prospettiva umana.

 

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