Bigino di una mega legislatura

Che si intenda votare per Berlusconi, per Bersani, per Monti, per Grillo, per Maroni, per Giannino o per Ingroia un dato credo possa essere utile e interessante.

Una mega-legislatura, una fase storica della vita politica e sociale italiana, è ormai agli sgoccioli.  Lunga ben 33 anni. L’Europa, e il Fiscal Compact ne hanno decretato la fine.

La fase si aprì nel 1980 quando Bettino Craxi, per conquistare a sè e al Psi un ruolo preminente,  lanciò lo slogan della “governabilità” della “grande riforma”, del “decisionismo” (suo) ma anche, dietro le quinte, della spesa e del debito pubblico a ruota libera, ai fini di consenso sui territori. E quindi di crescenti quote di mercato politico sulla Dc e soprattutto sul Pci.

Non ci riuscì, ma invece riuscì a indebitare esponenzialmente l’Italia.

Dopo una breve pausa dovuta al quasi fallimento del paese nel 1992 (insieme e a catena avvenne  mani pulite, l’omicidio, probabilmente di Stato, di Falcone e Borsellino e tanti altri fatterelli marginali)  la neonata Forza Italia (con dovuto appoggio di vari potenti palermitani) riprese nella sostanza la linea craxiana (opportunamente corretta da un grande venditore dotato di massicce risorse personali, dovute guarda caso proprio al craxismo).

Il punto di saldatura tra la megalegislatura Craxi (dal 1980 al 1992) e poi Berlusconi (1994-2011)  è sotto gli occhi di tutti. Alle identità politiche ideologiche sostituire quelle per interessi (ben finanziate).

L’uso dello Stato, poi, a fini di consenso politico personale. Craxi distribuiva quattrini (a debito), prebende, centralizzava e poi elargiva tangenti. Rese in pochi anni l’Italia un paese a debito al 110% del Pil. Nel giugno 1992 vicinissima al default.

Berlusconi, dati i tempi post 1992, non ha agito (e agisce) tanto sulla spesa (ormai dilatatasi oltre ogni equilibrio) quanto sul fisco. Togliendo e mettendo tasse per guadagnarsi consensi televisivi. E ponendosi di fatto sempre dalla parte di chi le tasse, in un modo o in un altro, non le paga o non vuole pagarle.

Da 33 anni abbiamo sostanzialmente dei leader (salvo i brevi intermezzi di Prodi, Ciampi e Padoa Schioppa) che usano, e mai che si mettono al servizio dell’Italia e del suo Stato.  Che plasmano società e Stato secondo i loro modelli e fini. Questi i valori irradiati nella nostra società dal vertice. Su cui è cresciuta buona parte di una generazione. Subendoli o facendoli propri.

Questa filosofia politica, questi messaggi reali (divenuti pratica quotidiana)  trasmessi dai leader per 33 anni filati, hanno piagato la società italiana. Hanno distorto menti e vite, hanno ingigantito perversioni.

Un modo evidente di usare lo Stato a propri fini è evadere il fisco. Un altro è di generare lavoro nero. Di corrompere politici e funzionari. Di truccare una pensione di invalidità. Di usare paradisi fiscali…..

La megalegislatura ha generato un buco, per noi cittadini, di circa il 10-20% del pil. Ci ha portato a nuove tasse (quando Monti è stato costretto a prendere atto della realtà), ha fatto morire tante imprese oneste scalzate da aziende in nero o affiliate ai network criminali. Ha relegato alla marginalità tante persone competenti e oneste che non hanno voluto aderire alle lobby di potere dominanti. Ha sospinto la società italiana a “affiliarsi” per poter giocare nel sistema. Di qui il boom di Comunione e Liberazione (con connessa Compagnia delle Opere), di Opus Dei, delle Cooperative Rosse e connessa lobby dominante diessina nel Pd,  della Lega (di potere), e di altre decine e decine di gruppi e gruppetti di interesse, nel mondo Craxian-Berlusconiano.

Italiani liberi? Ai margini. Il diritto? Di fatto negato, dalla magistratura avversata e paralizzata fino alle regole del gioco nelle carriere, nei concorsi, negli affari, nelle organizzazioni pubbliche (basti pensare allo schieramento di primari ciellini negli ospedali pubblici lombardi).

Per fortuna, dal 1998 in avanti è arrivata internet. E un parziale contropotere si è gradualmente sviluppato. Ma l’Italia della megalegislatura è e resta un’Italia di mafie e mafiette  (per dirla in chiaro).

Un giovane, quale futuro? Quale mafia a cui aderire, e a 90 gradi?

Estremizzo, ovviamente. Ma diffidate dei sedicenti “liberali”. O di quelli che parlano di “meriti”.

Ora siamo alla frutta di questa lunga e perniciosa megalegislatura. Quale prospettiva reale vogliamo darci?

Come curare i mali che ci hanno instillato negli scorsi 33 anni?

E’ la vera, grande e profonda domanda di queste elezioni.

Se siete anche voi sulla stessa lunghezza d’onda, in ogni schieramento discriminate chi e chi non è un “appartenente”. Chi non propone un proseguimento della megalegislatura.

Ch non è portatore di interessi di una lobby organizzata, non dichiarata e occulta.

Non è difficile. Ci sono ancora italiani liberi. Vendola, Fini, Renzi, Ingroia, Giannino, Ambrosoli.

Su Monti non lo so ancora. I suoi contatti con Cl non mi permettono di inserirlo nella lista.

Grillo è un dipendente di Casaleggio, che ha dato ampiamente prova di essere un portatore mentale e gestore autocratico di affiliazioni (anche se nuove, telematiche e sexy).

Il concetto è: l’Italia ha bisogno di liberarsi. Ha bisogno di leader che siano liberi davvero, tramettano rispetto delle regole, opportunità e libertà. E non ci riportino nel sistema della megalegislatura. L’Italia ha bisogno di avere un punto di riferimento al servizio dello Stato (esclusivo) e non di interessi personali o di lobby. Ha bisogno di rimettere in gioco le sue generazioni presenti e future.

Questo è il vero liberismo, la vera politica liberale, che ci serve. Il resto è conseguenza. Il resto può essere contemporaneamente riduzione della spesa pubblica e mantenimento del welfare. Può essere sgravio fiscale, quando possibile. E persino nuova impresa pubblica, per trainare la crescita.

Ma il punto chiave è uscire dalla megalegislatura mafiosa. Pensateci, anche per i vostri figli, prima di scegliere il candidato.

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Giannino vince sulle idee

Forse le cose cominciano ad andare un po’ meglio. Ieri sera ho potuto vedere sulla Sette il ritorno in scena di Renzi. Una faccia importante per il Pd e la coalizione di centrosinistra. Invisa a molta della sua nomenklatura ma immagine di un futuro.

Oggi Bersani ha lanciato un messaggio di verità. Di una coalizione di governo con Monti. immediatamente si sono levate proteste, in primis di Vendola. Ma gli italiani vogliono una prospettiva credibile. E così i mercati che hanno subito interrotto il crollo dello spread.

Personalmente ora non sono più angosciato come nei giorni scorsi. I sondaggi ultimi segnalano un vantaggio del centrosinistra ancora consistente: dai sei ai nove punti.

Rimane la mancanza di idee forti nel centrosinistra. E anche nell’area Monti. Ma è questione secondaria. Se le può permettere Oscar Giannino che a mio avviso vince il miopremio personale per tutto il programma di Fare, eccettuata la parte (un po’ troppo ideologica) sull’abolizione dei firitti dei lavoratori.

La proposta di una grande dismissione del patrimonio immobiliare statale è a mio avviso centrale. Se non si vuol uscire dall’Europa e ripudiare il Fiscal compact un piano di dismissioni è obbligato. E così una decisa azione di riduzione della spesa pubblica non welfare.

Di qui le detassazioni mirate sulle imprese e i nuovi posti di lavoro. Un progetto realistico, che spero Bersani-Monti (e persino Vendola) terranno a mente e attueranno. Oggi nessuno di loro può parlare come parla Giannino perchè urterebbero enormi bacini di voti, in primis il pubblico impiego.

Ma è comunque una strada obbligata. E’ dal 1992 che ci dobbimo sgravare di dosso questo mcigno del debito. E la strada di Fare-Fermare il declino mi pare l’unica credibile.

 

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Co-leaders

Io non capisco perchè Bersani non annunci oggi stesso la nomina di Matteo Renzi a co-segretario del Pd.

(Berlusconi è ora a soli due punti percentuali di distanza)

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Il meno peggio

I prevedibili fuochi d’artificio del Cavaliere,  in particolare la roboante promessa di rimborsare l’Imu sulla prima casa in contanti, erano nel copione annunciato.  Il venditore di fumo è all’attacco. Sente l’opportunità e si gioca le sue carte, anche se sa essere logore.

L’impressione è ancora una volta di caduta di credibilità di questa campagna elettorale.  Fisco e scandali. Scandali e fisco. E nessuno, se non forse il Giannino, che ci spieghi come tornare a crescere, come ringiovanirci un po’, come sperare di nuovo. Invece fisco e scandali, questo passa il convento, insieme all’immancabile rigore.

Siamo al punto che,  probabilmente preso dalla paura, anche il Presidente Napolitano è intervenuto nel gioco con un clamoroso errore. Esortando i giornalisti a non fare “scoop” con la magistratura in questi giorni cruciali. Evidente il riferimento all’inchiesta, temuta, sul Monte Paschi, che ha cominciato gli interrogatori, in primis Mussari, il dalemiano di ferro che forse sa molto di eventuali coinvolgimenti politici. E insieme il vertice della Fondazione Montepaschi, tramite tra la banca e l’ambiente esterno.

Forse potrebbeo dare dei lumi su quei 2 miliardi che ci dicono in eccesso della faraonica acquisizione di Antonveneta. Un errore contabile_ Oppure una mostruosa plusvalenza tangentizia?

Implicitamente Napolitano dà l’impressione che nel calderone Mps bollano, o possano bollire, coinvolgimenti altolocati con il Pd. E il suo timore potrebbe putroppo auto-avverarsi. Intanto questa impressione allontanerà altri elettori, in particolare giovani, dal partito guidato da Bersani.

Berlusconi all’attacco, Grillo pure. Come iene a spolpare la preda. E un Pd che pare paralizzato, come dicono negli Usa un “papero seduto”.

Un Pd capace persino di lasciar passare ulteriori messaggi orrendi, autodistruttivi. Come la probabile candidatura, spiegata oggi dalla Stampa, di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri di un futuro governo del suo vicino Bersani.

Ma dico: con 4 miliardi pagati con le tasse di noi cittadini per salvare la banca guidata da un dalemiano, avete pure il coraggio di promettere un ministero di rango a quel capofazione (di Mussari e altri) che vi ha procurato danni su danni?

Sembra quasi che siano facendo di tutto per autodistruggersi quel margine faticosamente conquistato un mese fa con le primarie.

Sveglia gente del Pd! Vi state autoaffondando e con voi state facendo perdere l’Italia. Sarebbe il momento dei messaggi forti: fuori d’Alema dal partito e tutti i suoi intrallazzatori e acrobati.

Un Pd con una muraglia cinese dallo storico sistema di aziende e di potere che lo circonda.

Invece da dieci giorni è tutto un sostanziale sinistro silenzio. Paura di far danni in campagna elettorale? Posso capirlo. Ma nemmenop un voce dalla base, chessò?

Date finalmente il segnale atteso da 12 anni, dai tempi della mazzetta presa da Massimino da un mafioso sanitario pugliese,  dai tempi del fedelissimo acrobata delle banche telematiche di De Bustis , del mistero della morte dei genitori della Forleo, e così via.

Ma non lo farete, perchè siete deboli. Perchè siete comandati dietro le quinte da lui e dai suoi. Alla faccia dello spettacolo primarie.

E allora, testa sotto la sabbia, come sempre.

Spero vivamente che di questa disastrosa situazione non se ne avvantaggi il clown sparapromesse, ma Monti. L’unico a questo punto con titoli per governare l’Italia, piaccia o meno.

Spero che comunque alla Camera Pd-Sel riesca a conquistare il premio di maggioranza. E spero in un accordo di legilatura. Anche se mi ripugna D’Alema di nuovo nel governo.

Ma la democrazia è scegliere il meno peggio. Anche se questo oggi puzza di marcio lontano un miglio.

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La doppia ristrutturazione dei prossimi anni

E’ eloquente la scheda che oggi presenta la Repubblica sui programmi comparati dei vari partiti.  Basta darle una scorsa per osservare gli enormi spazi vuoti del programma Pd (e Sel) , ovvero della carta di intenti di ambedue.

A confronto il programma del Pdl sembra la stele di Hammurabi. E soprattutto, spicca la meticolosità dell’agenda Monti. Piaccia o no un progetto riformista-liberista.

Anche il 5 stelle è dettagliato, ma a volta su proposte un po’ fantasiose.

Il non programma del Pd-Sel ha un significato abbastanza chiaro. E’ una carta di intenti che sembra fatta apposta per tenersi le mani libere un po’ su tutto (salvo la patrimoniale, l’incentivo all’industria verde e alcune misure sui diritti individuali).

E queste mani libere significano una cosa. Raggiungere in parlamento una quasi maggioranza (sempre più risicata, con l’effetto Monte Paschi) per poi trattare l’effettiva agenda di governo con….Monti.

Per questo Bersani, all’avvio della campagna elettorale, disse che il Pd “non avrebbe fatto promesse”. E infatti non ce ne sono di rilevanti nella carta di intenti. C’è solo la patrimoniale (tutta da modulare, considerando l’Imu) , c’è un generico intento, con i suoi proventi, di ridurre le tasse sul lavoro e l’impresa. Ma niente altro. Certo non ci sono i fuochi d’artificio fiscali (ben conosciuti) di Silvio Berlusconi.

Il messaggio, per chi sa capire, è che nulla può essere promesso perchè c’è una gigantesca ristrutturazione da fare. Ridisegnare il patrimonio statale e il settore pubblico, le regole del lavoro, rivedere la spesa. Possibilmente dare sostegno a chi oggi è in grave affanno.

Carta di intenti e Agenda Monti, si badi, sono state ambedue scritte prima della campagna elettorale.  Segno che il cammino era stato già delineato. Anche in caso di grande affermazione, al 38-40% della coalizione Pd-Sel. Ma oggi siamo al 32%.

Il motivo è semplice. Anche in caso di vittoria su tutta la linea la coalizione non avrebbe mai avuto la forza politica interna per affrontare la grande ristrutturazione italiana. Questo significa scontenare poteri grossi, come per esempio il pubblico impiego. Questo almeno si desume dai due documenti chiave.

In ogni caso la vittora di Pd-Sel  avrebbe dovuto comunque appoggiarsi sull’area di Monti, dei grandi tecnocrati e imprenditori. Per gestire una ristrutturazione di sistema fortemente critica anche per aree tradizionalmente orientate a sinistra.

Oggi però si è aggiunto un elemento nuovo, che rafforza questa prospettiva (obbligata, ormai) e crea (o meglio fa emergere) un grande, strategico, problema al Pd.

Si tratta del crollo del Monte Dei Paschi, una brutta e lunga storia, una storia tutta Pd. Un quasi crack bancario tamponato con un prestito statale.

Qualcuno, in qualche trasmisssione televisiva, ha osservato che i 4 miliardi di Monti-Bond dati a Mps equivalgono a tutto il gettito dell’Imu sulla prima casa.  E’ stato un autentico pugno nello stomaco per i cittadini elettori. I nostri sacrifici destinati a una banca di affaristi, capeggiati da un dalemiano di ferro,  un certo Mussari. A pensarci viene voglia di votare Grillo.

Tanto è bastato perchè i peggiori ricordi della sinistra al potere negli scorsi anni tornassero a galla. Le epiche gesta dalemiane dello spolpamento di Telecom, di “abbiamo una banca” di Gianni Consorte, di Penati e del Sistema Sesto. Ma anche di De Bustis, il sodale pugliese di D’Alema, che rifilò la sua banca fallita proprio al Monte dei Paschi. Un lungo filo non rosso ma sporco, per chi ricorda.

In dieci giorni il Pd ha perso l’1,6%, il centrodestra ha guadagnato l’1,3% e il M5s ha guadagnato l’1%, fino al 18% (ora si posiziona come il terzo partito italiano). Quando Grillo ha chiesto a gran voce le dimissioni di Bersani (ex compagno di affari di Penati, ricordiamolo) ha fatto centro nell’immaginario di migliaia di italiani.

Se lo smottamento continuerà (magari con altre notizie clamorose da Siena) e il margine residuo di cinque punti tra centrosinistra e centrodestra si assottiglierà ancora la situazione di governabilità potrebbe risultare realmente compromessa. E Berlusconi tornare al comando.

Ma non è realistico, per fortuna. Quello che invece è ormai realistico è la necessità di un profondo cambiamento nel gruppo dirigente “reale” del Pd.  Bersani arriverà a fine elezioni, con un esito delle urne che sostanzialmente dice: per quanti sforzi tu abbia fatto (e con te centinaia di migliaia di militanti e attivisti, molti dei quali giovani) con le primarie per cambiare l’immagine del Pd, questo patrimonio di nuovi consensi si è in gran parte squagliato con la riapparizione sulla scena del “convitato di pietra”, ovvero il vecchio e inamovibile “sistema di potere” diessino, dalemiano, portatore dei suoi immancabili fallimenti riversati sul partito e sulla sinistra italiana. Di cui tu facevi purtroppo parte.

La lezione del Monte dei Paschi, di questo gennaio 2013, spero sia quella definitiva per il Pd. Spero che quei militanti che si sono fatti i gazebo e le notti per le primarie esigano la rottura con gli affaristi, e in generale l’indipendenza da ogni entità parallela, del passato Pci.

Domani un nuovo Montepaschi potrebbe erompere tra le Coop, o su altri satelliti. Chi lo sa?

Bersani non potrà atteggiarsi quindi a grande vincitore, dopo gli scorsi dieci giorni. E il Pd dovrà programmare un grande cambio al vertice (e nel suo corpo di aziende, cooperative…). Molti avranno l’amaro in bocca il 25 febbraio, di questo passo.

Bersani ne uscirà ridimensionato, e con minore potere contrattuale verso Monti.

Due grandi ristrutturazioni in parallelo si annunciano, quindi. Quella dell’Italia, che verrà guidata da Monti (e solo “temperata” dalla coalizione di centro-sinistra, e da suoi leader, sperabilmente credibili…). E quella dentro il Pd, per trasformarlo in un partito libero da appartenenze economiche o di influenti lobbies (Cgil compresa).

La persona oggi (sulla scena) più indicata a guidare questa doppia ristrutturazione è chiaramente, a mio avviso, Matteo Renzi.

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Munchau

Solo una maggioranza politica estremamente forte e coesa può ottenere quello che chiede Munchau sul Financial Times.

E’ il centro vero, reale per la prossima legislatura, di tutto questo ridicolo circo elettorale. Battere la Merkel. Altrimenti per noi sarà l’inferno del fiscal compact, l’austerità infinita. O, all’altro corno della demenza, l’apocalittica uscita dall’euro.

Tutto si gioca quindi su un governo forte, una maggioranza omogenea e determinata, e NON su una instabile coalizione anche guidata da Monti. Che così, dalla sua discesa in politica, parte matematicamente già sconfitto.

Monti ha aggregato intorno a sè un network di forze e di persone incompatibili alla lunga con il Pd, Un rassemblement, che punta a essere ago della bilancia, foriero di solita instabilità e di guai per l’Italia. Prima ce la si poteva permettere. Ora no.

Questo è il peso morto e la vera minaccia sul nostro futuro. Il solo aiuto, realisticamente, ci potrà venire da un Pd al 51-55%. Da una legislatura laburista italiana.

Non parliamo poi di Berlusconi, ormai l’ombra di se stesso.

O Grillo, un demagogo, un guitto sulla scala reale europea.

Tutto si gioca, gira e rigira, sulla forza elettorale e di governo stabile del Pd per la legislatura, cruciale. Piaccia o meno, anche a quelli di destra.

Che avrebbero in realtà ogni interesse, quindi, a votare Pd, per salvare aziende, patrimoni, futuro.

I numeri  sono molto precisi. Ci vuole un partito in maggioranza assoluta, Camera e Senato, per reggere la partita con la Germania, a capo dei paesi del sud europa. Per politiche economiche simmetriche. Compreso il finanziamento della crescita in Italia con fondi europei.

E il rischio di un’Italia progressivamente devastata è altrettanto matematicamente preciso. Sta nei 40 miliardi necessari ogni anno per venti anni per arrivare al 60% di debito su pil.

Una follia ratificata da un parlamento italiano di zombies sotto ricatto. Gli stessi in lista oggi.

Che buffonata!

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Programmi? Tra tutti vince Di Stefano

Che barba questa campagna elettorale. Tutta di nomi (all’80% i soliti), di calciomercato, di liste e di liti. Non un idea credibile, in giro, per far uscire l’Italia dalla depressione, in cui è stata cacciata dal 2011.

Fanfaluche varie. Berlusconi che pretende che la Bce garantisse il debito pubblico italiano (con conseguente pernacchia dell’80% europeo). Grillo che ciancia di uscita dall’euro (e conseguente fragoroso fallimento del paese). Bersani che sommessamente si limita al bricolage di tanti provvedimenti possibili (e forse è il più onesto). Monti che lancia messaggi di solo rigore, lasciando la crescita alle magiche virtù dei mercati. E il peggiore di tutti: Maroni che si rinchiude nel 75% di tasse appropriate in Lombardia e nella prospettiva di una “repubblica del nord” (Lombardia, Piemonte, Veneto), ovviamente a guida leghista. Come dire, un altro modo per spaccare e poi far fallire (al rallentatore) l’Italia. Poi c’è chi vagheggia il ritorno all’industria di stato e persino a monete parallele all’euro.

Chi salvo di tutta questa congrega? Bè, Renzi qualche idea ce l’aveva, ma ha perso le primarie. Ma salvo soprattutto Di Stefano, il giornalista in corsa in Lombardia con il suo progetto di sviluppo basato sulla green economy e l’agricoltura biologica. Con fondi tratti dalle prebende accordate da Formigoni nella sanità ai suoi pervasivi accoliti di Comunione e liberazione.

Il modello Di Stefano è replicabile non solo in Lombardia. E mi pare l’unico realistico (e un po’ entusiamante) nella attuali condizioni. Piuttosto buie.

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Perchè la sinistra non potrà fare a meno di Monti

Basta leggere qui.

Si preannuncia uno scenario di governabilità per alcuni aspetti simile a quello del 2006, quando Prodi dovette governare per due anni e mezzo con una maggioranza di tre senatori. Oltre all’apporto, un po’ spurio, dei senatori a vita.

Chi dobbiamo ringraziare perchè un forza di coalizione socialdemocratica non potrà governare in autonomia l’Italia, stante l’attuale e folle legge elettorale? Grillo, Berlusconi?

No. Un coacervo di politicanti professionisti di estrema sinistra, il solito Di Pietro (ormai con mezzo partito), De Magistris e a seguire…tutti sotto la tinta arancione e la faccia nuova di Ingroia.

 

La Campania è la vera sorpresa di questo sondaggio. Di Lombardia e Sicilia si sapeva. Ma la Campania sembrava una regione sicura per il centrosinistra. Poi però è arrivata sulla scena la formazione arancione sponsorizzata dal sindaco di Napoli De Magistris e guidata da Ingroia e le cose sembrano cambiate.

La stima Ipsos delle intenzioni di voto per gli “arancioni” è all’11,2 per cento. Un ottimo risultato che consentirebbe di ottenere seggi anche al Senato, visto che in questa arena la soglia è dell’8 per cento. Si deve alla forza di questa lista la debolezza relativa della coalizione di Bersani. Il suo 30,5% non la mette al riparo dalla concorrenza del centrodestra che qui, a differenza per esempio del Lazio, dimostra di raccogliere una quota significativa di consensi, pari al 28,5 per cento.

Nella lotteria del Senato la Campania pesa molto. Dopo la Lombardia è quella che pesa di più con 29 seggi totali di cui 16 vanno al vincente e 13 ai perdenti che qui saranno relativamente tanti visto il numero di liste in grado di superare la soglia di sbarramento.

Così la sinistra massimalista potrebbe favorire a Napoli la vittoria di Berlusconi e impedire al centrosinistra di governare da solo a Roma. Anche nel 2006 si andò vicino ad un esito simile in Campania. Il partito marxista-leninista si presentò contro l’Unione. Prodi vinse, ma per soli 25.000 voti. Chissà se nel 2013 il voto utile darà una mano a Bersani ?
La “rivoluzione civile” avrà un solo risultato: far vincere Monti. Che così, con il suo 8-10% diverrà l’ago della bilancia, forse governerà, di sicuro applicherà la sua visione del necessario risanamento italiano. Molto moderata, all’80% liberista,  quindi forse un po’ troppo moderata, non molto attenta all’equità, specie con un paese in caduta libera nell’impoverimento.

E’ un paradosso. La sinistra massimalista, concentrata in una sola regione, può far saltare forse la prima occasione, da molti decenni, di una maggioranza politica definita e stabile di sinistra in Italia. Sarà invece come sempre il gioco delle mediazioni politiche tra borghesia e tecnocrazia di centro e sinistra più o meno popolare.

Peccato che stavolta vi sia poco da mediare. Con un mostriciattolo come il Fiscal Compact europeo (60 punti di pil di debito da toglierci di dosso in 14 anni) ci vogliono spalle larghe, idee chiare, anzi chiarissime e non è consentito guardare in faccia nessuno.

Ci vogliono risultati, altrimenti sarà l’esplosione. E per produrli ci vuole un governo solido.

 

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Perchè potremmo fare a meno di Monti

Qualcuno mi spiega quali fattori realmente governano l’andamento dello spread? Fino a ieri la vulgata diceva che lo spread alto era, almeno fino al novembre 2011, causato dalla sfiducia dei mercati e dei partner europei per Silvio Berlusconi. Evabbè. Credibile.

Subito dopo si disse che l’arrivo al Governo di Mario Monti lo avrebbe datto scendere.  Non avvenne subito, ci volle un robusto intervento della Bce (1000 miliardi di credito alle banche, in due aste, a gennaio e poi marzo 2012).  Poi a luglio le grandi paure sulla Grecia,  seguite da una forte attivazione della Bce, con connesso annuncio rete di sicurezza per i paesi sotto attacco, e quindi la discesa dello spread.

Ora Monti si è dimesso, l’Italia affronta una prova elettorale importante e incerta. Uno direbbe che lo spread dovrebbe di nuovo esplodere a 500 e passa punti. Invece oggi ha toccato il minimo dalla primavera 2011: 275 punti.

Lo spread è semplicemente crollato per il riflesso sui mercati della soluzione politica negli Usa al rischio di precipizio fiscale.

Nulla a che fare quindi con le dimissioni di Monti. Comincio a pensare anche che Mario Monti non sia tanto indispensabile. Nè siano tanto indispensabili le sue terapie, tutte giocate su un rigore a tutti i costi che ci ha portato in profonda recessione.

Monti non ha il monopolio del consenso dei mercati. Ma questo ultimi potrebbero persino preferire, valutando le prospettive italiane, su mix diversi di politiche per il rigore, l’equità fiscale, e l’effettivo stimolo alla ripresa e al lavoro.

 

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Buon 2013 (anno interessante)

Mi sarebbe piaciuto farvi gli aguri di buon anno con almeno due buone notizie.  Di un 2013 che chiude una fase disastrosa e, insieme, un nuovo inizio. Purtroppo però, per realismo minimo, devo limitarmi alla prima. E considerare la seconda tristemente, e prematuramente, sfumata. Poteva essere un partito del futuro vicino a Monti. E’ invece la solita pappa, una mezza Dc.

La buona notizia è che comunque il 2013 vedrà finalmente, con ogni probabilità, la chiusura dell’era Berlusconi. Certo, il Cavaliere di Arcore resterà sulla scena politica all’opposizione. Ma non sarà più in grado di creare un suo sistema di potere, quale quello che abbiamo dovuto subire nel corso degli ultimi venti anni.

Avremo, con buona probabilità, un centrosinistra forse anche con maggioranza parlamentare stabile.  Il miglior regalo che il 2013, a febbraio, potrà portarci sarà una coalizione di governo in grado di governare il paese per tutta una legislatura che si annuncia durissima. E persino, almeno sulla carta, in grado di approfittare di tempi migliori.

Sono ottimista. Il 2013 sarà un anno in cui la crisi toccherà il suo punto di massimo. Ma già a settembre avverrà qualcosa di importante, forse di decisivo: le elezioni in Germania. Forse qualcosa cambierà in Europa. Forse qualcuno capirà che dopo il 1934 successe qualcosa.

Dopo quella boa di settembre , anche il governo di Berlino (probabilmente ancora guidato dalla signora Merkel)  non dovrà calibrare ogni dichiarazione, ogni mossa, ogni provvedimento sul metro dei sondaggi di opinione e elettorali. Forse anche qualche grande consiglio di amministrazione bancario discuterà di Europa, Europa reale.

Se è ancora il caso, politici della Cdu e banchieri, di fare ad ogni piè sospinto la faccia arcigna di chi sta difendendo i “soldi dei tedeschi”.

Soprattutto se, a fine 2013,  come anche molti commentatori ripetono (tra cui il non sospetto Economist) tutta la “periferia europea”, dopo due anni e passa di crisi durissima, entrerà in forte instabilità sociale, qualcosa probabilmente succederà anche ai piani alti tedeschi.

Le molotov hanno un bagliore indimenticabile.

L’Euro sarà, infatti, di nuovo a rischio. E non solo per l’eccesso di debito dei paesi periferici (deindustrializzati), quanto per la loro destabilizzazione sociale collettiva. E un Euro a rischio non piace molto a Francoforte. Pubblica e privata che sia.

Cento milioni di europei senza lavoro e impoveriti non sono il massimo nemmeno per la più conservatrice eurostruttura. Che ora non portà più lavarsi la coscienza elargendo le piccole brioches dei programmi comunitari.

Assisteremo, a fine anno prossimo, ai primi segnali di una inedita situazione prerivoluzionaria in Grecia, Spagna, Portogallo? Me lo auguro, sarà un bene per l’Europa, per una futura Federazione. Me lo auguro a patto, ovviamente, che restino solo segnali. Subito spenti da appropriate politiche di rilancio.

Ciascuno di questi paesi ha infatti già oggi tassi di disoccupazione pazzeschi, (un giovane su due e un quarto dei lavoratori in Spagna e Grecia) e crescite dei senza lavoro di questo tipo si cominciano a vedere anche in Italia con qualche segnale persino in Francia.

Contemporaneamente, con il Fiscal Compact, vengono meno gli ammortizzatori sociali del welfare state. In Grecia manco a parlarne, in Spagna idem, in Italia si vedrà, forse.

Italia. Cito l’ultimo rapporto di “Sbilanciamoci”, con la sua efficace sintesi:

quest’anno il Pil diminuisce del 2%, un terzo dei giovani non ha lavoro, la spesa sociale si è di fatto dimezzata provocando uno smantellamento del welfare, abbiamo oltre centosessanta crisi industriali in atto con il rischio di perdere altri trecentomila posti di lavoro, più di un miliardo di ore di cassa integrazione nel 2012, più di un milione di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, il potere d’acquisto tornato ai valori di dieci anni fa, oltre cinquanta comuni di media grandezza che il prossimo anno rischiano il dissesto finanziario e di non poter pagare più gli stipendi ai propri dipendenti. È una crisi tremenda, drammatica.

Risultato netto. Una recessione che, per larga parte d’Europa, sta sconfinando in depressione. Senza redditi e senza investimenti. Con chiari sintomi virali, sistemici, automoltiplicativi.

Ci salverà la ripresa dagli Usa? Molto dubbio, dato lo stato estremamente precario delle finanze pubbliche statunitensi, e la stretta fiscale, le maggiori tasse necessarie per fermare il fiscal cliff.  Saranno i ricchi a pagarle? Benissimo, ma comunque sarà un bel colpo di retromarcia su un’economia appena in moto.

A giugno i nostri ineffabili eurocrati cercheranno di elargire, come possono, un pò di fondi anticrisi agli stati più esposti. In cambio, ovviamente, delle mitiche riforme strutturali (ma che impatto può avere, mi chiedo,  liberalizzare un mercato del lavoro per metà di licenziati e disoccupati?).

Pannicelli caldi. Ideologia. Di un’Unione Europea che gioca a governare con un bilancio pari all’1% del Pil continentale.

Scrive Barbara Spinelli, su Repubblica, in un commento all’Agenda di Monti:

L’idea alternativa a quella di Monti è di suddividere i compiti, visto che gli Stati, impoveriti, non possono stimolare sviluppo e uguaglianza. Se a questi tocca stringere la cinghia, che sia l’Unione a assumersi il compito di riavviare la crescita, di predisporre il New Deal concepito da Roosevelt per fronteggiare la crisi degli anni ’30, o la Great Society proposta negli anni ’60 da Johnson “per eliminare povertà e ingiustizia razziale”. L’idea di un New Deal europeo circola dall’inizio della crisi greca, ma non sembra attrarre Monti. È un progetto preciso: aumentare le risorse del bilancio dell’Unione a sostegno di piani europei nella ricerca, nelle infrastrutture, nell’energia, nella tutela ambientale, nelle spese militari. Non mancano i calcoli, accurati, dei vasti risparmi ottenibili se le spese dei singoli Stati verranno accomunate.

Per tale svolta occorre tuttavia che il bilancio dell’Unione non sia striminzito come oggi (l’1% del pil. Nel bilancio Usa la quota è del 23). Che aumenti alla grande, grazie all’istituzione di due tasse, trasferite direttamente dal contribuente alle casse dell’Unione: la tassa sulle transazioni finanziarie e quella sull’emissione di diossido di carbonio. La carbon tax (gettito previsto: 50 miliardi di euro) segnalerebbe finalmente la volontà di far fronte a un disastro climatico già in corso, non ipotetico. Cosa ne pensa Monti? Sappiamo che vuol tassare le transazioni finanziarie, ma gli eventuali introiti già sono accaparrati dal Tesoro nazionale.

Eccoci al punto. Noi stiamo per votare un’Agenda Monti che non ci dirà che cosa c’è “insieme” e “dopo” il Fiscal compaq.
Unici impegni concreti sono il pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico in Italia.

Monti probabilmente guiderà una coalizione che non ha una chiara percezione del 2013 e poi del 2014  e del 2015. Che ha acceso un cero alla Madonna, come l’intera Europa, sperando che le difese finanziarie da un lato tengano, dall’altro che i tedeschi comincino a ragionare, e che i giovani greci e spagnoli non diano fuoco, a fine anno, ai rispettivi parlamenti. E che magari l’onnipotente dio mercato serva in tavola la ripresa globale anche sui piatti europei più impoveriti. Impoveriti ovviamente dall’imperativo categorico assoluto di aver assolto i propri “compiti a casa”.

Ma se poi questi “compiti a casa” generano il mostro della depressione e quindi della destabilizzazione sociale? Se questi “compiti a casa” per salvare l’Euro finiscono per destabilizzarlo peggio dei debiti pubblici?

Risposta dall’Agenda Monti: boh.

Tutto questo, mi rendo conto, è un po’ crudo, poco elettorale. E non lo troverete nell’osannata Agenda Monti.  Troverete tante nobili frasi, specie all’inizio, sull’Europa. Sul prossimo parlamento costituente, eccetera. Come se a un pensionato greco, spagnolo o italiano che si muore di fame basta un, seppur altolocato, pezzo di carta.

Troverete un vuoto, evidente, sulle politiche reali per la ripresa. Un buco che forse verrà riempito solo dopo settembre.

Buon 2013, primo di una serie di anni interessanti.

P.s. L’Economist dice:

The fate of the euro will depend as much on the choices of creditor states, above all Germany. Its approaching election in the autumn of 2013 will make Mrs Merkel increasingly cautious about staking more German money.

French calls for joint eurobonds were rejected months ago. An alternative French idea, to create a central euro-zone budget to help counter economic shocks, was killed off at the European summit on December 13th-14th. These and other proposals were part of the European Commission’s “blueprint” for long-term reforms (including treaty change) and a similar but more limited “road map” drawn up by Herman Van Rompuy, president of the European Council. At the height of the crisis, EU leaders felt it necessary to set out a long-term vision to reassure markets. Now that the pressure is off, the vision has gone as well.

“It’s not dead. It’s in hibernation,” says Alexander Stubb, Finland’s Europe minister. But he admits that the prospect of a big treaty change to re-engineer the euro is receding. For the foreseeable future, the euro zone will be based more on a modified Maastricht system, with tougher rules, more money in extremis and a more active central bank, than on true fiscal federalism.

This may be enough for the euro to survive, but not to thrive. At best, recovery in peripheral countries is likely to be slow, even if they have undergone deep reform. At worst, the lack of a long-term plan will invite markets to push the euro back down the rungs of financial hell.

(parola di un autorevole, stagionato e conservatore periodico britannico)

 

 

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