Un uomo, un’immagine

 

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Le mezze verità di Brunetta

Se il nocciolo duro della campagna elettorale di Berlusconi sta in questo scritto di Brunetta direi che la sua rediviva compagnia di giro è messa piuttosto male.

Ho seguito, su questo blog, tutta quella crisi, da maggio 2011 in poi. E mi torna, anche per le fonti allora disponibili, che fu Deutsche Bank ad avviare le ondate di vendite di titoli di stato deboli, greci, spagnoli e italiani. Per aggiustare il suo bilancio gravato da titoli tossici. Indiscutibile.

Brunetta ne deriva, generalizzando, che fu la Germania a scaricarci addosso la crisi finanziaria. Può anche darsi.

Di sicuro la scaricà su una serie di “paperi seduti”, paesi estremamente fragili. In primis l’Italia del 2011, ben diversa da quella faticosamente (e parzialmente) riparata da Tommaso Padoa Schioppa fino al 2008.

Ma come mai poi fu subito l’intero sistema finanziario mondiale a sfiduciare l’Italia di Berlusconi. Come mai l’eccelso premier si trovò ai vertici europei sistematicamente isolato?

Come mai dopo che per mesi le copertine europee traboccavano di bunga bunga?

Il punto vero, caro Brunetta, non stava invece in dovute dimissioni che il tuo capo avrebbe dovuto già dare nel 2009, ai tempi della dolce Noemi?

Avremmo avuto uno come Monti tre anni prima. Sarebbe successo tutto egualmente?

L’Italia non aveva colpe nel 2011? L’Italia di un debito pubblico cresciuto in sei anni dal 100 al 120% del pil, con una evasione fiscale imponente, in piena deindustrializzazione, con un tasso di corruzione ai record mondiali? Sei sicuro che il governo italiano, di cui eri parte, fosse innocente di un paese sempre più simile a una repubblica delle banane?

La tua analisi è quindi sbagliata e monca, caro Brunetta. Tu argomenti solo su quanto sia o sia stata forte la Germania.

Ma quanto sei stato e sei debole tu. E il tuo leader-padrone?

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Monti contro Berlusconi, Ambrosoli contro Maroni

Se si candiderà, e si candiderà bene, Monti forse ha fatto ieri il suo capolavoro politico.Ha generato, in un giorno, un fronte moderato, e esteso alla sinistra, in grado di sconfiggere il rigurgito berlusconiano.

E ha messo la sua faccia a garanzia per l’Europa, e forse dei mercati.

Un fronte moderato simboleggiato da due nomi, il suo e quello di Ambrosoli, estremamente competitivi sull’elettorato di ceto medio. Considerando poi l’effetto positivo delle primarie del Pd sulla sua base popolare, le chanches complessive di una coalizione di centrosinistra sono da ieri nettamente salite.

A questo punto Berlusconi e Maroni dovranno per forza cercarsi i voti nella terra di nessuno battuta da Grillo. Il mondo emotivo dell’astensione, il sottobosco dei furbi, gli estremizzati. Quelli che non sanno nemmeno cosa è successo e non successo nei dieci anni in cui Berlusconi portò dal 100% del Pil al 120% il nostro debito pubblico. E non sanno che l’attuale recessione segue, nella sua intensità, la sua decisione di accettare l’anticipo al 2013 del pareggio di bilancio. Una decisione che gli fu imposta in quanto, anche, soggetto inviso e impresentabile, dopo le ripetute e note vicende a sfondo sessuale.

Sarà dura anche per Maroni, dove il ricordo delle gesta del Trota, e i diamanti di Rosy Mauro, sono ancora vivi nell’immaginario del popolo lombardo.

Ambedue vogliono a ogni costo sopravvivere a sè stessi. Sarà interessante vedere cosa si inventeranno, in un campagna elettorale corta (per fortuna) con minore possibilità di martellamenti mediatici e pubblicitari.

Se quindi davvero si candiderà Monti credo che per loro sarà davvero dura. E per l’Italia si sarà attenuato il rischio di un avvitamento finanziario e economico (ricordiamoci, più spread più tasse, è matematico).

I miei migliori auguri quindi (e non solo di buone feste) a questa coalizione estesa di governo. Perchè il 2013 segni con il pareggio dei conti anche la riduzione reale dell’evasione fiscale. E quindi risorse per investimenti e lavoro, da quel 25% del Pil sottratto e nascosto. A tutti noi.

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Il bivio

Il partito reazionario italiano si sta formando. Non conta più soltanto sui guerriglieri di Grillo, e le acciaccate truppe di montagna della lega. No, la bandiera con le tre e cancellate (e da cancellare), ovvero Europa, Euro e Equitalia sventolerà sul pennone dell’ammiraglia Mediaset, che irradierà in tutto il paese il verbo della rivolta. Per bocca del suo massimo venditore, Silvio Berlusconi.

Più breve sarà questa campagna elettorale meglio sarà per l’Italia. Votare subito, prima che comincino queste grancasse. E  la corsa avvelenata contro lo spread. Ha fatto bene Monti ad annunciare subito le dimissioni.

La destra gioca la carta della rivolta contro Monti? Contro il “grand vilain”che ha torchiato il paese, gettandolo nella depressione più cupa, agli ordini di Bruxelles e della Bce. Prima lo portava in palma di mano e ora, a un cenno del capo, lo rigetta. Davvero credibile.

Una terribile disciplina, quella montiana, che l’Italia dei furbi e furbastri (se non peggio) ben abituata e pasciuta nel ventennio berlusconiano, non può tollerare. Una pancia italiana che Berlusconi conosce fin troppo bene.

Il problema, gravissimo, è che questa rivolta, tecnicamente definibile come reazionaria, ha elevate chanches di successo. In Italia c’è tanta gente sull’orlo della disperazione.

Arriva uno  a dire: guardate che l’Euro ci sta ammazzando, torniamo alla vecchia lira, svalutiamola, riprendiamo a produrre e lavorare (anche se con salari, redditi e risparmi decurtati) e freghiamocene degli eurocrati di Bruxelles che fanno solo gli interessi dei tedeschi.

Se qualcuno proponesse questo programma quanti italiani si metterebbero a riflettere sui vantaggi ponderati dell’Europa, sulla necessità a medio o lungo termine di un fisco in ordine e realmente equo, sui benefici di un paese sempre meno corrotto e pervaso di criminalità?

Robe da economisti, intellettuali e anime belle. Mentre la pancia è vuota e non è alle viste nessun progetto altrettanto percepibile (e pubblicitario) di lavoro e sviluppo dal lato di chi oggi appoggia Monti.

Il Pd, purtroppo, in prima fila. Ha solo il buon senso dalla sua. Ma quest’ultimo non è commestibile a breve.

A mano a mano che la campagna elettorale progredirà, nei suoi toni virulenti,  nei suoi sondaggi sempre più preoccupanti, avremo crisi finanziarie da spread, forse (spero di no) simili a quelle dell’autunno di un anno fa. E l’Italia, declassata, probabilmente sarà costretta a ricorrere all’ombrello della Bce.

Risultato: impegni vincolanti di rigore anche per la legislatura in apertura. Quindi chiunque vincerà le elezioni sarà tenuto a rispettarli. A meno di non dichiarare il default “duro” del paese e l’uscita secca dall’Europa.

Insomma, il disastro. L’estremismo controrivoluzionario rischia di suscitare un mostro uguale e contrario. Invece del promesso e sbandierato ritorno allo sviluppo l’avvitamento in una situazione greca.

Sarà questo bivio? E l’Italia prenderà la direzione sbagliata?

Conviene a tutti ragionare. Al di là di un Berlusconi di nuovo in corsa per la sua ossessiva immunità. Conviene partire da una constatazione che fanno tutti, da una parte e dall’altra (salvo Casini, ideologicamente accecato): il 2012 di Monti è stato un anno eccezionale, in cui il professore ha calcato la mano, forse troppo. Bisogna cambiare, avere un 2013 diverso, di investimenti.

Nel 2013 l’Italia sarà in pareggio. E potrà chiedere e ottenere risorse dai mercati (e dall’Europa) per investire. Non solo: l’Italia potrà fare fronte comune con la Francia e la Spagna perchè si avvii finalmente una politica reflattiva nel continente, a partire dal suo sud devastato.

In sintesi: è il risanamento credibile, anche oltre Monti, che porterà in Italia capitali, fondi, risparmi e imprese internazionali. La ricetta furba e controrivoluzionaria, guidata da Silvio Berlusconi, sarà solo il terribile suggello della sua malaugurata parabola politica.

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Allacciate le cinture, è tornato

Ovviamente Berlusconi. Sempre più rinserrrato nella sua impalcatura corporea (che ormai mostra qualche cedimento). Sempre più ossessionato dalle sue paure giudiziare e dalla sua addiction per il potere.

Senza nessuno che sia in grado di fermarlo intorno a sè. La maledizione dell’Italia ricomincia. Ora Berlusconi comincerà una bella campagna elettorale tutta emotiva, tutta da salvatore della patria, tutta antieuropa. Dopo che lui, ripeto lui, accettò l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013 da un muro di leader europei disgustati dal suo bunga bunga.

Quell’anticipo, quell’impegno irrevocabile è oggi la causa principale della fortissima recessione che stiamo vivendo (si veda qui).

Ma lui non dirà mai una parola di autocritica sull’abisso in cui ci ha spinti. No, se la prenderà con Monti, che invece non poteva non confermare, in piena emergenza, le decisioni prese dal suo predecessore.

Il principale responsabile dell’attuale disastro è quindi lui. Ma i suoi staff di marketing sapranno come girare le frittate.

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Renzi, Grillo e la tenaglia italiana

Il desiderio che più avverto è aiutare un’evoluzione di cui si parla poco. L’affermazione politica di una nuova generazione italiana, per quanto piccola e compressa nel disastro demografico e negli squilibrii di questo paese.

Una nuova classe dirigente, al posto della gerontocrazia castale che ancora impera a destra e sinistra.

Questa generazione, ovvero i figli di noi baby boomers, porta con sè, dentro di sè, un dono straordinario: oltre mezzo secolo di pace, mezzo secolo senza enormi traumi, quali quelli seguiti al macello insensato della prima guerra mondiale dei nostri nonni. E della seconda, delle nostre madri e padri.

Questa seconda generazione di un’Italia (e Europa) di pace ha percorso una fase storica inedita per la penisola: relativa stabilità, relativa prosperità familiare, accesso all’istruzione, fino ai gradi universitari, e tutti a costo contenuto. E infine, ora, accesso a una rete internet che ha aperto un’epoca nell’informazione personalizzata, nella comunicazione, nelle possibilità di espressione e di cooperazione.

Questa generazione ha cultura e scienza, come mai in questo paese. E ha anche sofferenza, accumulata nella jungla del precariato.

Oggi questa generazione è al 36% disoccupata. Sta pagando, più di ogni altro gruppo sociale, questa recessione intensificata dall’ossessione, europea e montiana, del pareggio di bilancio accelerato per l’anno prossimo*.

Questa generazione ha così appreso e sta apprendendo, anche sulla propria pelle, le principali lezioni di questa Repubblica italiana. Gli errori della Democrazia cristiana, l’impazzimento del 68, le follie a debito di Bettino Craxi, il quasi-fallimento del 92, il conservatorisimo del Pci-Pds, l’esplosione Berlusconiana, l’omicidio in fasce dell’Ulivo, l’Unione con determinante Mastella, il secondo tardo Berlusconi Bunga Bunga, il razzismo leghista…. E poi le appartenenze, le caste, l’iperburocazia, gli sperperi, le svendite di imprese chiave,  gli accordi sottobanco, persino con la Mafia.

I nostri figli sanno tutto. E molti sono vaccinati.

In questi ultimi 20 anni,a causa della crisi, l’informazione critica ha fatto passi da gigante. C’è una generazione cosciente, che avverte concretamente la crisi e si è fatta un’idea, anche piuttosto precisa, sulle sue cause.

Certo, ci sono anche difetti. Come sempre. Dalle accuse di essere bamboccioni, alla supposta scarsa capacità di iniziativa, all’edonismo fine a se stesso. Ma sono peccati veniali se si pensa a quei ventenni portati dagli eventi a marciare in camicia nera, inquadrati da altri trentenni impazziti sulle trincee-mattatoio del Carso.

Abbiamo il dovere di affidare a questa generazione la responsabilità di ricostruire l’Italia. Abbiamo il dovere di aiutarli a  partecipare, e da protagonisti, alla trasformazione di questo Paese. Prima che sia troppo tardi, prima che la tenaglia infernale si chiuda su tutti noi. Giovani e vecchi.

La tenaglia. Demografia a rapido invecchiamento di massa da un lato e vincoli di bilancio, e storico debito pubblico dall’altro. E un circolo vizioso in accelerazione: la nuova generazione può permettersi sempre meno figli. L’invecchiamento si automoltiplica, riducendo ulteriormente le risorse nette create.

Lo scenario dei prossimi 10-15 anni è evidente. L’Italia invecchiata diverrà un paese sempre più rigido, e sempre meno produttivo, con tutte le sue risorse impegnate nella sopravvivenza di una parte crescente della popolazione. E un clima culturale deprimente, conservativo, senza speranze.

A decrescente accumulazione di capitale umano, e a decrescente umanità.

Un tempo l’Italia fioriva di arte e di musica. Oggi?

Tutto ciò sta semplicemente nella proiezione dei grandi numeri. Nascite, morti, speranza di vita, formazione di famiglie, nati. E quindi pensioni, sanità, ammortizzatori sociali (quando ci sono)….Statisticamente un futuro annunciato.

Mi sono accorto, seguendo questa riflessione, di un elemento che prima non avevo notato. Chi sa davvero come è messa l’Italia è già da tempo, spontaneamente,  su questa lunghezza d’onda depressiva. Lo è Berlusconi che alla fine della sua parabola ha cercato di mascherarla (a lui stesso) con i sollazzi del Bunga Bunga. Ma il suo percorso dalle roboanti promesse ai silenzi depressi del 2009-2011 è evidente.

Lo è Monti, sotto la ferrea razionalità del suo eloquio e delle sue visioni e scelte politiche. Monti non ha mai comunicato nè comunica un messaggio empatico di futuro, che non sia il rigore, il doloroso pareggio e poi …. la ripresa. Una costellazione tutta tecnica, tutta formale, ancorchè fondata sulla scienza economica.

Monti non è un leader, da questo punto di vista.

Bersani. Sotto l’apparente bonomia fa capolino anche qui la depressione italiana. Nella forma di minimalismo concreto, certo accettabile, ma non tale da svegliare gli animi.

Bersani sa che la prossima legislatura sarà durissima. E non sa come motivare gli animi, per primo il suo.

Il suo minimalismo è davvero troppo poco per sottrarre l’Italia a un destino annunciato. Quando la tenaglia si chiuderà ancora, e poi ancora, sarà proprio la seconda generazione di pace, quella cruciale, a fuggire in massa da un paese che sentono estraneo, ostile, invivibile.

Accentuando un processo chiaramente in corso oggi.

Certo, perchè da almeno dieci anni l’Italia sta facendo pagare a loro, i cosiddetti giovani, il prezzo della sua crisi strutturale, una specie di cipolla a più strati in cui al centro c’è la questione demografica, poi il malfunzionamento dello Stato, il peso del debito, la criminalità e l’evasione, la distruzione della grande industria, l’alterazione delle regole di merito, la precarietà….. E infine la buccia: il circolo vizioso di coppie giovani che non mettono più al mondo figli. Rinforzando il suicidio d’Italia.

L’unico modo, a mio avviso, perchè la tenaglia non distrugga la società italiana è che la generazione, altrimenti perduta, sia protagonista attiva, carica, rappresentata, organizzata e legittimata ad allargarne le fauci.

E soprattutto con un progetto condiviso in testa. Un progetto positivo di nuovo stato, di nuove regole. Una credibile alternativa alla tenaglia.

Un progetto d’azione riformista, anche radicale, su più settori e più livelli. E soprattutto con un messaggio: la vecchia casta, quella dei debiti, delle promesse mirabolanti, delle appartenenze e della stagnanzione, se ne va via. Nel passato.

Si fa un’Italia nuova, a misura dell’aggressione al grande problema.

In fondo ci sono in Italia in questo momento oltre otto milioni di cittadini da 20 a 34 anni. Una forza d’urto più che sufficente se armata di idee chiare, possibilità di intervenire sui processi, semplificare, usare le tecnologie, trovare spazi e supporti per inventare, smantellare lobbies, controllare transazioni, eliminare contanti, promuovere agricoltura biologica, energie rinnovabili e distribuite, cooperazione e partecipazione sociale, non profit, comunità di aiuto, cultura e arte,  senso del sacro, senso della natura, accoglienza turistica e educativa. In pratica: ricostruire giorno dopo giorno un’Italia qual è quella che ci aspettiamo, e ci si aspetta in ogni angolo dell’umanità. Non è poi così difficile. Basta crederci. Basta uscire dalla depressione artificialmente cucitaci addosso.

Oggi ci sono due soggetti ad aver capito questo punto politico cruciale della nuova generazione come soggetto strategico. Casaleggio (Grillo) e Matteo Renzi.

Il primo però, controllandola e manipolandola fin dal 2005, gestisce all’80% una rete di rabbia e protesta (per carità, quasi sempre sacrosanta) ma a tutt’oggi non dà segnali, questo 5stelle, di un proprio progetto.

Che invece è urgente.

Il secondo, Renzi, ha proposte riformiste ben visibili. Ben comunicate in oltre cento comizi per l’Italia.

Ambedue aspirano alla rappresentanza innovativa di questa generazione. Il primo non mi ha convinto nel 2005 e non mi convince oggi. E poi Casaleggio e Grillo sono leader spurii, anziani, della mia generazione. Il secondo invece potrebbe convincermi al 70%. Nonostante i sospetti di vicinanza a Opus Dei o a Comunione e Liberazione (tramite Marco Carrai, uno dei suoi principali collaboratori).

Niente paura. In realtà Renzi è un uomo del cattolicesimo riformista italiano. Scout, Agesci, quindi Cei e Bagnasco. E quante volte il Cardinale Bagnasco ha lanciato veementi invettive sulla necessità di un ritorno alla politica, alta, dei cattolici italiani?

E’ soddisfatto forse Bagnasco del ruolo marginale e statico della Bindi, Franceschini e Fioroni in quello che si annuncia come il principale partito di governo in Italia nei prossimi anni? E’ forse soddisfatto di questa nullità politica?

Ecco quindi l’operazione Renzi, assolutamente legittima (anche se un po’ poco trasparente). In fin dei conti un peccato veniale. E i sospetti di vicinanza a Cl sono forse più gravi dei ben documentati “contatti”  che Bersani intratteneva (ai tempi del suo fedelissimo Penati) con la compagnia delle Opere per conto delle Coop rosse?

Rimettere in gioco i cattolici, e con energia e insieme la nuova generazione. Con una faccia nuova e un network provato nella selezione scout dell’Agesci.

Di fatto costruire una reazione a catena, portando una parte di qugli 8 milioni di giovani potenzialmente attivi dentro un partito organizzato, il maggiore d’Italia, per trasformarlo in un soggetto riformista potente e dinamico. Se è questo il sogno di Renzi (e dell’Agesci) dico che è un bel sogno. Impossibile a tetri catafalchi come D’Alema o all’ultimo Berlusconi.

Dico che un rinnovamento del Pd di questo tipo e di questa portata dovrebbe essere salutato da qualunque ulivista della prima ora con gioia. E spero che Renzi e i suoi, dopo la fase delle primarie (in realtà il lancio di questa grande operazione) puntino sul partito, sulla sua grande riforma (di qui l’incubo di D’Alema).

Renzi, di fatto,  sta quindi operando nel punto nodale della politica italiana. Come Casaleggio, lui e la sua rete hanno intuito dov’è il nocciolo della questione.

Ambedue puntano a inserirsi nello spazio della generazione. E il secondo è la risposta, altrettanto (e più) costruita, al primo.

Spero vivamente che questa dinamica segni  l’inizio dell’allargamento della tenaglia.

In fondo mi piace. Aiuterò quindi l’Agesci.

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*Per chi volesse capire qualcosa della vera storia dietro l’abisso in cui è stata cacciata l’Italia consiglio quest’analisi, molto semplice e chiara, di Marco Fortis.

In pratica dice:  nell’estate del 2011  fu lo screditato Berlusconi…. a farsi imporre l’obiettivo del pareggio di bilancio anticipato al 2013 anziché al 2014. Per mantenersi a galla, salvo poi affondare.

Oggi l’Italia sta pagando il prezzo dell’ultimo colpo di coda del Cavaliere.

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Il miglior sponsor di Renzi

Piazzapulita ha testè trasmesso una non intervista a Massimo D’Alema. Faccia torva, rifiuto ostinato di rispondere anche alle più innocenti domande sulle primarie e su Renzi.

L’impressione, dalla sua rabbia sorda, che queste primarie non siano di facciata. E che in gioco ci sia proprio lui, il grande boss degli inciuci e delle crostate, e il suo sistema di potere. Da Bari fino a Sesto S.Giovanni.

La sua faccia, la sua faccia pesante, ha fatto pendere per me di nuovo l’ago della bilancia. Domenica so per chi voterò.

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Vincere in velocità

Se fossi in Formigoni, dopo l’esordio delle primarie civiche lombarde di ieri sera, esulterei. Oggettivamente il candidato migliore, per passione, chiarezza di idee, programma si è dimostrato Di Stefano.

Di questo passo, se è davvero bravo ( come credo sia),  se sa parlare non solo ai giri della sinistra radicale, se sa convincere di una prospettiva anti-crisi, anti-povertà davvero nuova, potrebbe vincere le primarie, persino trionfando nel popolo della sinistra lombarda. E sarebbe il disastro. Di fronte al corpo elettorale moderato della regione.

Un altro uomo “sbagliato” come Di Stefano è  peraltro già stato Giuliano Pisapia. Nessuno credeva alle sue chances (manco io) nell’estate del 2010. Poi, passo dopo passo, ha invertito tutti i trend, costruito alleanze e consenso. Battuto gli avversari. E infine ha vinto, persino con l’appoggio di Bassetti e altri centristi. Ma soprattutto di decine di migliaia di giovani milanesi.

Di Stefano non ha però a sua disposizione dodici lunghi mesi, ma solo una sessantina di giorni utili, dalla (ipotetica) vittoria alle primarie al voto a metà febbraio. Un ordine di grandezza in meno. Difficile per lui un’ascesa (a razzo) alla Pisapia. Difficile anche perchè il suo programma è davvero radicale (ancorchè giustificato dalla crisi), la sua è “roba forte”che tocca interessi consolidati. Può quindi risultare indigeribile ai moderati, anche di sinistra.

Pur avendo il cuore con Di Stefano, pur facendo parte come lui di un gas (gruppo di acquisto solidale), pur essendo come lui un volontario e cittadino attivo dal 1994, dico che l’asse di queste regionali in Lombardia, forse storiche, si chiama, gira e rigira, Umberto Ambrosoli.

Piaccia o meno. A meno che si voglia lasciare la Lombardia a Maroni.

Non ritengo gli altri candidati dei possibili leader . Qui non voglio argomentare oltre, sperando infatti di sbagliarmi per tutta la stima che ho per ambedue.

Ottime persone, per carità. Ma non mi hanno dato l’impressione di poter divenire motori di una trasformazione “forte”, qual è quella necessaria in questa regione in rapido declino.

Ed eccoci quindi al paradosso. Di Stefano è forte sulle primarie ma debole sulla corsa finale, Ambrosoli è debole sul popolo della sinistra ma forte sulle elezioni finali. Il primo può bloccare il secondo nella candidatura, il secondo, se non corre pienamente da candidato di coalizione, può bruciare le speranze di un’alternanza, stranecessaria, dopo 17 anni di monopolio di Formigoni, Cl , Lega e Pdl.

Bella asimmetria speculare. Come se ne esce?

Quindi la partita è tra due quarantenni: Ambrosoli e Di Stefano. Se vince il secondo il centrosinistra si frega la Lombardia e la riconsegna ai soggetti e agli interessi del passato.

Se di converso Ambrosoli vince innaturalmente o forzatamente queste primarie, con un progetto di centro-destra, rischia di far ingrossare a sinistra il popolo delle astensioni, o di fornire consensi al cinque stelle. E potrebbe alla fine perdere di fronte a un Maroni aggressivo (Albertini astengasi).

E’ quindi necessario che si formi al più presto un “progetto civico condiviso”, che abbia dentro un mix equilibrato, e il più possibile sinergico, di “democrazia sociale di mercato”, incluso un forte impegno sul nuovo welfare, sul lavoro, sull’impulso alle frontiere industriali traenti.

E’ una campagna elettorale inedita, del resto. Formigoni l’ha voluta e imposta brevissima, sapendo che in tal modo tendeva una trappola mortale ai suoi avversari.

Non cadiamo nella trappola. Non c’è tempo per giocherellare con i conflitti ideologici e programmatici. Troviamo subito una mediazione chiara e progressiva su un programma di centrosinistra. E che quindi Ambrosoli si impegni a accettare Di Stefano nella sua squadra di governo e viceversa. Un livello di unità rapida (ma non frettolosa) ci consentirà di uscire da questo passaggio pericoloso.

E cerchiamo di vincere, stavolta.

 

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Primarie ragionate per la Lombardia

Volete farvi un’idea della prima uscita pubblica dei quattro candidati alle primarie civiche in Lombardia?

Quali idee, progetti, hanno in mente Kustermann, Ambrosoli, Biscardini, Di Stefano?

Possibile cominciare a capire per scegliere?

Qui potete scaricare e ascoltare i loro primi interventi in occasione del convegno tenutosi all’auditorium San Carlo ieri sera, in una sala strapiena.

Due tornate, per complessivi otto interventi. La prima seguita alla lettura (a più voci) del documento messo a punto dalle associazioni promotrici della serata.

Qui la prima tornata:

Ambrosoli

Biscardini

Kustermann

Di Stefano

E poi la seconda tornata:

Kustermann

Di Stefano

Biscardini

Ambrosoli.

Buon ascolto.

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Commento personale: ieri sera ho ascoltato quattro persone di qualità.

Biscardini, per esempio, ha mostrato una notevole competenza in termini di visione della storia recente della Regione Lombardia e dell’impatto che ha subito nei 17 anni di formigonismo. Di fatto la Regione, un tempo campione del welfare e delle politiche pubbliche avanzate, è diventata un sistema di erogazione, anche automatica, per soggetti privati (in particolare nella sanità) senza autorità su di loro, controlli, verifiche. E il welfare, compresa la formazione professionale, si è progressivamente prosciugato. La Regione è divenuta sempre più estranea alla vita dei suoi cittadini.

Di fronte alla crisi in atto, che in Lombardia è tanto più dolorosa quanto è l’epicentro della deindustrializzazione italiana, si è cominciato a manifestare il vero tema della serata. Il cambiamento di guida alla Regione Lombardia come progetto politico per rispondere, in modo vincente alla crisi. E la risposta di Biscardini, a questo grande interrogativo, è stata a mio avviso debole. E molto tradizionale, nei termini di un buongoverno progressista.

La grande rivelazione di ieri sera è stato a mio avviso Andrea Di Stefano. Lucido, appassionato, con un progetto preciso.

Potremmo definirlo di Keynesismo radicale. In pratica togliere i danari regalati dalla Regione a Comunione e Liberazione, e consorterie varie e mtterli nel welfare per i più impoveriti e nel sostegno al lavoro. In più riprendere il filo delle politiche industriali e di sviluppo puntando sui settori trainanti, come la green economy, la mobilità elettrica, l’agricoltura biologica e il consumo consapevole.

Una risposta alla crisi che Di Stefano declina come “reddito di cittadinanza” (versione Caritas) , la cifra di una sinistra radicale (a mio avviso discutibile) ma che ha comunque il pregio della chiarezza, e dell’idea forza.  Il messaggio è: ribaltiamo le politiche regionali dei 17 anni della destra e, con il cambiamento, diamo una risposta forte alla crisi, al milione tra disoccupati, precari, impoveriti.

Invito quindi ad ascoltare i due interventi di Di Stefano.

Kustermann si è presentata invece fondamentalmente come persona. Come storia anche personale, come vissuto di medico, come soggetto profondamente sensibile alla crisi.  E’ un candidato degno della massima stima. Ma, almeno ieri seri, non mi ha trasmesso un progetto politico.

E infine Ambrosoli. Lungo tutta la serata ho decodificato di lui tre elementi.

Ha una scala di priorità in testa piuttosto precisa. Dove legalità, trasparenza e rispetto delle regole sono assi portanti del suo progetto di governo della Regione.

Nel suo secondo intervento, forse per rispondere a Di Stefano, ha esposto in due parole il suo progetto economico. Attrattività agli investimenti esteri in Lombardia (230 miliardi persi negli ultimi 10 anni) e competitività. In pratica attrattività e competitività sono le due parole chiave che identificano una sintonia con Monti, con il pensiero economico prevalente in Europa, con il mainstream persino dell’Economist.

Ambrosoli, non dimentichiamolo, è un centrista. Che ha già dichiarato che non vuole fare crociate contro il privato. E, probabilmente, è su lunghezze d’onda un bel po’ diverse da quelle di Di Stefano. Però con una variante, che lo rende interessante: è come se avvesse voluto dire in fine di serata che lui è disposto a mantenere molte liberalizzazioni a un patto. Che si rispettino davvero le regole. E questo lo avvicina a Di Stefano, quando sostiene che una revisione drastica degli accreditamenti sanitari (leggi aziende amiche della passata gestione) potrebbe generare quelle risorse necessarie a impattare sulla crisi.

Morale: le posizioni non mi paiono tanto distanti, tra tutti e quattro i candidati. Una manovra di ristrutturazione profonda della Regione è invocata da tutti, e un’offensiva anti crisi anche.

Spero che Ambrosoli capisca che il welfare distrutto da Formigoni (e Berlusconi) oggi è necessario ricostruirlo. Che un progetto su questo terreno è essenziale, e non solo per la sinistra. E spero anche che Di Stefano sostituisca “reddito di cittadinanza” con “rete di sicurezza”. Il primo infatti, di cui si discuteva nei primi anni 90, è un termine ormai un po’ logoro, e sa di automatismo statalista. La seconda invece evoca un sistema ben più ricco di misure e di interventi (inclusivo certamente di sostegni al reddito per i più poveri) ma esteso anche al lavoro, alla tenuta delle imprese, al terzo settore di cittadinanza attiva.

C’è quindi un mix possibile tra i due paradigmi emersi ieri sera.

E questo elemento mi ha fatto tornare a casa, dopo l’evento dell’auditorium San Carlo,  più allegro di quando vi sono entrato.

 

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Quantum leap?

Mi ha rincuorato  l’evento dei cinque candidati alle primarie del centrosinistra ieri sera su Sky. E’ stato un momento di civiltà politica in stridente contrasto con gli anni bui che abbiamo dovuto attraversare. E per anni bui mi riferisco quelli che vanno dall’uccisione dell’Ulivo, passando per D’Alema e poi il tardo Berlusconi fino ad oggi.

Ieri ho capito che questo passato possiamo lasciarcelo alle spalle. Non sarà facile nè garantito.  La condizione è di andare avanti.

Cominciammo queste primarie con una investitura regale (necessaria ma un po’ penosa) di Prodi. Ieri si è discusso di politica, a cinque, e in modo moderno. Sono passati sei anni.

Già, allora ad ammorbare (ci) c’era il gran finale di mister Bunga Bunga. E ora, specie sotto la sferza di una generale depressione, mi aspetto che si acceleri verso la verità.

Quindi mi aspetto, tra qualche anno, che un candidato di una primaria Pd, contestualmente alla legge sul conflitto di interessi, dichiari regole concrete di separazione interne,  una muraglia cinese tra il Pd e le cooperative rosse. Tanto per fare un esempio semplice semplice. E comprensibile a tanti cittadini e imprenditori.

Un problema di poteri estranei al Pd ( ma frutto del passato Pci) che Renzi ha in buona parte “creativamente interpretato” con il termine “rottamazione”.

Da “rottamare” infatti (e si veda il caso di Sesto S.Giovanni) non sono stanto le singole persone ma un assetto di potere. E di poteri. Ma confido che si arriverà anche a questo. Fino a un assetto politico, quantomeno a sinistra, decente.

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