Attento Ambrosoli

Comunione e Liberazione, la setta fondamentalista che ha occupato la Regione Lombardia e il sistema sanitario regionale, è entrata anche nel seguito elettorale di Mario Monti, tramite Mario Mauro, europarlamentare Pdl.

Ora per chi vorrà tentare la “discontinuità” con le pratiche di occupazione di posti e di potere proprie di Cl in Regione lombardia, rischia di essere bersagliato dall’alto. Proprio dall’entourage del  futuro presidente del Consiglio.

Bravi ciellini, non solo puntate sul  “derivato” Albertini, ma anche sul Governo. Bella manovra di accerchiamento. Bella cintura di sicurezza per proteggere il gran lavoro di  potere di Formigoni.

 

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Monti, fai sparire l’Udc

Caro Professore,

Questo è un post di sostegno, se è vero che sta combattendo la sua battaglia elettorale decisiva.

Ricordi a Pierferdinando Casini cosa fu trovato nel covo del capomafia Provenzano: volantini elettorali dell’Udc. E questo colpì milioni di italiani. Più dell’arresto di Totò Cuffaro.

Certo Lei anche ricorderà, da economista, chi fu uno dei due grandi responsabili del mostruoso debito pubblico che da decenni ci schiaccia. Tal Giulio Andreotti, capo riconosciuto, palese e occulto della Dc (l’altro si chiamava Bettino Craxi).

Sono solo un paio di esempi. Lei ne ricorda certamente altri, e anch’io. Milioni di italiani li ricordano. E’ il motivo perchè quel piccolo residuato chiamato Udc non ha mai superato il 10%. Gli italiani hanno persino preferito affidarsi a Berlusconi che a qualcosa che puzzasse ancora di Dc.

Provi, da economista matematico, a fare la sommatoria delle indagini per corruzione su esponenti Udc e correrarla al trend generale della casta.  Vedrà che è sopra la media.

E come possono pretendere che il 50% degli eletti di una sua lista vada a loro? Non le sembra strano, eccessivo?

Per cui, dato che Lei è una persona seria e ha una visione in gran parte decisiva per i prossimi anni, non inquini tutto con l’Udc.

Dia un taglio al passato.

Anche se tre liste di centro a lei collegate, come spiega bene Ricolfi oggi sulla Stampa, le frutterebbero un po’ di voti in più, non si lasci incantare.

Meglio due punti in meno ma una proposta politica completamente nuova, e all’altezza anche dei giovani.

Lasci che l’Udc si sciolga in questa lista (ma in modo controllato). E magari con lei si perda nell’oblio (così come è stato per il partito socialista) quella Dc che ci ha portato l’Italia al fallimento e alla corruzione generalizzata.

In fede (un suo ex studente)

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La visione (malscritta) di Monti

Ho letto con una certa attenzione “cambiare l’Italia, riformare l’Europa” , alias Agenda Monti.

Mi ha colpito, più che ciò che vi è scritto (ampiamente conosciuto dagli scorsi mesi nell’azione del governo e da vari documenti) ciò che non vi è scritto. Ovvero il senso di obbligatorietà europea che traspare da ogni riga dell’agenda. E la mancanza di un’agenda sociale, in un’Italia allo stremo.

L’agenda è un sistema di politiche  coerenti con il Fiscal Compact, sottoscritto dall’Italia, che impone dal 2014 in avanti un obbiettivo di riduzione del debito pubblico al ritmo di 2 punti di Pil annuo, fino al target finale del 60% del Pil.

L’agenda è il biglietto di ingresso, il solo secondo l’autore (o gli autori) per partecipare alla riforma dell’Europa in posizione non subalterna.

Perchè questo avvenga l’Italia deve sviluppare un’autentica metamorfosi. Da paese ingessato, stagnante, infestato da furbi, burocrati e sudditi a paese altamente dinamico, resilient, ma allo stesso tempo civico, rispettoso delle regole comuni. Con uno stato alleggerito e mercati aperti e concorrenziali. Un paese capace di crescere almeno al 2% all’anno e non in nero. E quindi di centrare gli obbiettivi (altrimenti pesantissimi) del Fiscal Compact, senza esplodere socialmente.

Creando persino un’Italia in inversione di tendenza dall’attuale progressivo suicidio demografico. Quindi probabilmente meno infelice.

Credo che sia questa, riassunta malamente (ma poi non tanto) la visione di Monti. Di sicuro è il segno dell’agenda Monti.

Di sicuro questo documento, se questo è il sogno (ed è un sogno di grande portata storica), lo comunica malamente.

L’agenda Monti è scritta in un terso, freddo linguaggio da economista, e a tratti da alto funzionario di Stato. E’ un documento programmatico professionale, ma non è un manifesto politico, capace di muovere animi e menti.

Questa, da uomo della strada che si informa, l’interpretazione della sostanza di quel documento.

Monti, e il network di economisti, ex-ministri, ex-colleghi e autorità europee, ha però un problema politico.

Sta proponendo all’Italia, nei fatti, un salto storico. Una sorta di decostruzione e ricostruzione del tessuto di regole e di istituzioni del Paese. Alla conferenza di fine anno l’ex premier non a caso  ha citato De Gasperi. Quello che propone ha precedenti simili solo con il 1946 di fuoriuscita dal ventennio fascista, e poi dalla guerra.

Altri, da allora, hanno lanciato programmi di rilancio. Come il roboante miracolo italiano di Berlusconi (finito in nulla, in condoni e evasione dilagante) oppure i programmi all’acqua di rose di D’Alema (vedi poi scalate private  a Telecom e Bnl). O infine il primo programma di Prodi, l’Italia che vogliamo, realizzato per un centesimo.

Quest’agenda è qualcosa invece di serio. Al suo centri c’è una visione (mal comunicata) di portata storica. La metamorfosi del paese da spazio di appartenenze, di gerontocrazie, di leggine, di lobbies, di caste, di congreghe di affari, di accordi sottobanco, di nero, di evasori, di elusori in un paese aperto dove si può ricominciare (e persino in meglio), dove dottorarsi non è l’anticamera dell’emigrazione….un paese aperto, dinamico. Dove è interessante vivere e rischiare, con un safety net per togliere paura al gioco sociale.

Questa visione andrebbe comunicata ai veri elettori di chi si riconosce nell’agenda: le giovani generazioni. Ma il documento non lo fa. E contiene anche qualche marchiano, macroscopico errore.

Perchè manca questo sforzo comunicativo, nonostante l’annuncio di Monti di voler parlare a tanti riformismi sparsi nello spazio politico italiano?

Perchè l’agenda non esplicita la visione e non contiene espliciti correttivi in termini di equità sociale (il suo principale punto debole)?

Credo per un, quasi inconscio, senso di monopolio e di obbligatorietà forzata. In altri termini: o vi mangiate questa minestra o saltate tutti dalla finestra.

Se l’Italia non seguirà l’agenda, la penalità non sarà quella di tenere Monti fuori dal governo, ma di ritornare in conflitto con la comunità, i governi, le istituzioni europee. E di conseguenza i mercati.

Il vero partito, diciamolo chiaro, che oggi sostiene Mario Monti.

E sarà il disastro.

E’ quindi una congiura contro l’Italia, l’agenda? Non credo. La necessità di una svolta è evidente ovunque. Specie per l’apertura di spazi nuovi. Per i giovani e forse le donne. Le forze oggi inutilizzate del cambiamento.

Ma il punto resta. Il salto storico è un salto storico. Richiede, come fu per De Gasperi e De Gaulle un blocco storico a sostegno del progetto e della visione.

E questo blocco storico può essere Pierferdinando Casini, e un partito, come è l’Udc brillante per indagati, amici di mafiosi e altro?

Non facciamo ridere, per favore.

Il blocco storico dell’agenda Monti (e soprattutto della sua visione) può avere al suo centro solo le nuove generazioni. La metamorfosi dell’Italia in sistema aperto non si fa in pochi anni, e nemmeno in poche legislature. La lezione appunto dai tempi di de Gasperi fino al centrosinistra del 62 è stata evidente: l’italia povera del dopoguerra si è aperta ai mercati mondiali, si è sviluppata in modo straordinario. Ma già dal 1968 in avanti ha cominciato a richiudersi su se stessa. Ogni shock successivo non ha fatto che accelerare questo ingessamento, queste trincee sociali. Sia nella classe dirigente politica, che nell’impreditoria pubblica e privata, nelle regole sindacali, nelle corporazioni.

L’Italia si apre se è con le spalle al muro. Raggiunto un minimo di status tende a richiudersi. Quindi la visione contenuta nell’agenda Monti è di lungo, lunghissimo periodo. E’ una strategia permanente di innovazione nel sistema.  Fatta da soggetti che da questa strategia ci guadagnano.

Sottoponiamo a un giovane laureato precario l’agenda Monti, così come è scritta. Leggerà tante belle cosette, anche ben condivisibili, ma resterà freddo.

Certo, la prospettiva di far valere la sua laurea in medicina, la sua sudata pratica ospedaliera in un concorso in cui già si sa che verrà scelto un suo collega, mediocre, ma di Comunione e Liberazione gli piace. Ma vede anche che nel campo montiano già si muovono i politici di Cl (Mario Mauro) . E allora?

Perchè nell’agenda non è esplicitato il no alla selezione per consorterie, oggi imperante?

Ma soprattutto. Il nostro giovane precario chiederà. Posso anche battermi per un’Italia più competitiva e mono protetta, ma con quale prospettiva di stabilità sociale (e non solo economica o finanziaria)?

Negli scorsi vent’anni, in tutto il mondo e in Italia, il liberismo ha prodotto una forte polarizzazione dei redditi e delle ricchezze. Combatto, alla fin fine, per perpetuarla e persino accrescerla?

A queste due domande Monti deve rispondere.

Se vuole un’Italia aperta ci deve spiegare quale strategia ha di  contrasto reale alle consorterie, siano essere Opus Dei, Comunione e Liberazione, massonerie varie, coop rosse e altre affiliazioni di potere minori…

E insieme quale “seconda faccia” (di stabilità sociale) dovrà avere la sua visione. Quale riequilibratore. Quale “agenda sociale” La presenza di questa potrebbe, a mio avviso, attenuare di molto l’attuale opposizione anche della Cgil.

Altrimenti la sua agenda è solo una ricetta obbligata europea. Una ricetta nella sostanza di tipo  liberista, utile, necessaria, ma monca e un po’ miope.

Non tale da coagulare intorno a un progetto una generazione. Non tale da formare un blocco storico stabile di governo. Non tale da generare autentico entusiasmo e speranza.

Non sono poi molte le correzioni da apportare all’Agenda. Se credibili e ben fatte (così come sono credibili quasi tutte le misure contenute nello scritto) potrebbero portare davvero a un “manifesto per la metamorfosi italiana”.

Ma se Monti vuole insistere solo sul riferimento politico a un centro conservatore, lasciando l’agenda sociale di pertinenza del Pd, liberissimo di farlo.

Monti governerà con Bersani? Ok. La sua agenda, quella di oggi, non invade il campo elettorale e di consensi del Pd? Bersani si occuperà di gestire l’opposizione di Cgil e di Sel? Ok.

Un gioco delle parti. Insomma.

Forse necessario. Ma è un peccato che l’agenda Monti, chiaramente dimezzata, non appaia in termini di progetto compiuto e ben comunicato. Avrebbe potuto risollevare tanti, giovani e non, dalla rabbia o dalla depressione.

P.s. Caro professor Monti, oggi si insegna con la partecipazione attiva degli studenti. Pertanto le consiglio che la prossima versione della sua agenda se la faccia scrivere non da un attempato ordinario ma magari, da uno come Matteo Renzi. Vedrà la differenza.

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Il ritorno della Dc

Gli animi antichi, le fondazioni bancarie, la Cassa depositi e prestiti, il salvataggio del salotto buono Generali, i patrimoni di Santa Romana Chiesa. In una parola: la finanza cattolica, l’unico pilastro ancora rimasto saldo, sta liberando il suo personale politico, vecchio e nuovo. Verso il nuovo leader, Mario Monti.

E’ un bene, è un male? In termini relativi, su questa destra belusconiana e leghista fallita, è un bene. In termii assoluti questo denuncia la debolezza del Pd, partito condizionato di interessi interni pericolanti, dal Monte dei Paschi in coma alle grandi cooperative edilizie rosse con l’acqua alla gola di un comparto del mattone crollato.

Certo, sarebbe stato meglio un Pd rivoluzionato. Ma non so se nemmeno Renzi sarebbe riuscito a sottrarsi a questi condizionamenti.

Quindi la nuova Dc (di sinistra) è in termini relativi, e purtroppo per la vetustà della proposta politica, un bene.

E’ una sorta di commissario fallimentare collettivo, che deve operare per conto di Bruxelles (e della sicurezza patrimoniale italiana) fino a sufficienti “aggiustamenti”.

 

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Il migliore (alias il fuoridallepalle)

All’inizio, nel 2005, molti blogger (tra cui il sottoscritto) lo salutammo con entusiasmo, e persino affetto. Beppe Grillo apriva il suo blog vicino a noi, partiti chi tre o cinque anni prima, ma ancora in pochi.

Un blog bello, strutturato, piacevole da leggere e di contenuti che condividevamo. Poi però ci accorgemmo, già in pochi mesi, che Beppe Grillo non voleva essere un blogger. Non faceva conversazione nè comunità con nessuno. Non linkava altri blog. Non rispondeva nemmeno ai commenti dei suoi lettori, tantissimi e quasi sempre entusiastici.

Il suo blog non era nella cosiddetta blogosfera. Era qualcos’altro. Riprendeva a piene mani i contenuti elaborati da altri blogger, ma quasi mai li citava. Da post a post c’erano stili diversi, come se venissero scritti da più persone. Era un blog strano, diverso.

Certo, cresceva alla grande. Andava in sinergia con gli spettacoli di Grillo. Sfornava libri, cd e esibiva statistiche di accessi imponenti.

Ma…..quel blog era un’operazione costruita. Lo si cominciò a capire quando in rete circolarono messaggi e dossier telematici su moderatori occulti che eliminavano commenti e finivano per cacciare dissidenti e disturbatori.

Esattamente quello che è successo oggi. Lo stile di Beppe Grillo e di Casaleggio, che cominciammo a capire nel 2006, non è cambiato.

 

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Un uomo, un’immagine

 

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Le mezze verità di Brunetta

Se il nocciolo duro della campagna elettorale di Berlusconi sta in questo scritto di Brunetta direi che la sua rediviva compagnia di giro è messa piuttosto male.

Ho seguito, su questo blog, tutta quella crisi, da maggio 2011 in poi. E mi torna, anche per le fonti allora disponibili, che fu Deutsche Bank ad avviare le ondate di vendite di titoli di stato deboli, greci, spagnoli e italiani. Per aggiustare il suo bilancio gravato da titoli tossici. Indiscutibile.

Brunetta ne deriva, generalizzando, che fu la Germania a scaricarci addosso la crisi finanziaria. Può anche darsi.

Di sicuro la scaricà su una serie di “paperi seduti”, paesi estremamente fragili. In primis l’Italia del 2011, ben diversa da quella faticosamente (e parzialmente) riparata da Tommaso Padoa Schioppa fino al 2008.

Ma come mai poi fu subito l’intero sistema finanziario mondiale a sfiduciare l’Italia di Berlusconi. Come mai l’eccelso premier si trovò ai vertici europei sistematicamente isolato?

Come mai dopo che per mesi le copertine europee traboccavano di bunga bunga?

Il punto vero, caro Brunetta, non stava invece in dovute dimissioni che il tuo capo avrebbe dovuto già dare nel 2009, ai tempi della dolce Noemi?

Avremmo avuto uno come Monti tre anni prima. Sarebbe successo tutto egualmente?

L’Italia non aveva colpe nel 2011? L’Italia di un debito pubblico cresciuto in sei anni dal 100 al 120% del pil, con una evasione fiscale imponente, in piena deindustrializzazione, con un tasso di corruzione ai record mondiali? Sei sicuro che il governo italiano, di cui eri parte, fosse innocente di un paese sempre più simile a una repubblica delle banane?

La tua analisi è quindi sbagliata e monca, caro Brunetta. Tu argomenti solo su quanto sia o sia stata forte la Germania.

Ma quanto sei stato e sei debole tu. E il tuo leader-padrone?

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Monti contro Berlusconi, Ambrosoli contro Maroni

Se si candiderà, e si candiderà bene, Monti forse ha fatto ieri il suo capolavoro politico.Ha generato, in un giorno, un fronte moderato, e esteso alla sinistra, in grado di sconfiggere il rigurgito berlusconiano.

E ha messo la sua faccia a garanzia per l’Europa, e forse dei mercati.

Un fronte moderato simboleggiato da due nomi, il suo e quello di Ambrosoli, estremamente competitivi sull’elettorato di ceto medio. Considerando poi l’effetto positivo delle primarie del Pd sulla sua base popolare, le chanches complessive di una coalizione di centrosinistra sono da ieri nettamente salite.

A questo punto Berlusconi e Maroni dovranno per forza cercarsi i voti nella terra di nessuno battuta da Grillo. Il mondo emotivo dell’astensione, il sottobosco dei furbi, gli estremizzati. Quelli che non sanno nemmeno cosa è successo e non successo nei dieci anni in cui Berlusconi portò dal 100% del Pil al 120% il nostro debito pubblico. E non sanno che l’attuale recessione segue, nella sua intensità, la sua decisione di accettare l’anticipo al 2013 del pareggio di bilancio. Una decisione che gli fu imposta in quanto, anche, soggetto inviso e impresentabile, dopo le ripetute e note vicende a sfondo sessuale.

Sarà dura anche per Maroni, dove il ricordo delle gesta del Trota, e i diamanti di Rosy Mauro, sono ancora vivi nell’immaginario del popolo lombardo.

Ambedue vogliono a ogni costo sopravvivere a sè stessi. Sarà interessante vedere cosa si inventeranno, in un campagna elettorale corta (per fortuna) con minore possibilità di martellamenti mediatici e pubblicitari.

Se quindi davvero si candiderà Monti credo che per loro sarà davvero dura. E per l’Italia si sarà attenuato il rischio di un avvitamento finanziario e economico (ricordiamoci, più spread più tasse, è matematico).

I miei migliori auguri quindi (e non solo di buone feste) a questa coalizione estesa di governo. Perchè il 2013 segni con il pareggio dei conti anche la riduzione reale dell’evasione fiscale. E quindi risorse per investimenti e lavoro, da quel 25% del Pil sottratto e nascosto. A tutti noi.

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Il bivio

Il partito reazionario italiano si sta formando. Non conta più soltanto sui guerriglieri di Grillo, e le acciaccate truppe di montagna della lega. No, la bandiera con le tre e cancellate (e da cancellare), ovvero Europa, Euro e Equitalia sventolerà sul pennone dell’ammiraglia Mediaset, che irradierà in tutto il paese il verbo della rivolta. Per bocca del suo massimo venditore, Silvio Berlusconi.

Più breve sarà questa campagna elettorale meglio sarà per l’Italia. Votare subito, prima che comincino queste grancasse. E  la corsa avvelenata contro lo spread. Ha fatto bene Monti ad annunciare subito le dimissioni.

La destra gioca la carta della rivolta contro Monti? Contro il “grand vilain”che ha torchiato il paese, gettandolo nella depressione più cupa, agli ordini di Bruxelles e della Bce. Prima lo portava in palma di mano e ora, a un cenno del capo, lo rigetta. Davvero credibile.

Una terribile disciplina, quella montiana, che l’Italia dei furbi e furbastri (se non peggio) ben abituata e pasciuta nel ventennio berlusconiano, non può tollerare. Una pancia italiana che Berlusconi conosce fin troppo bene.

Il problema, gravissimo, è che questa rivolta, tecnicamente definibile come reazionaria, ha elevate chanches di successo. In Italia c’è tanta gente sull’orlo della disperazione.

Arriva uno  a dire: guardate che l’Euro ci sta ammazzando, torniamo alla vecchia lira, svalutiamola, riprendiamo a produrre e lavorare (anche se con salari, redditi e risparmi decurtati) e freghiamocene degli eurocrati di Bruxelles che fanno solo gli interessi dei tedeschi.

Se qualcuno proponesse questo programma quanti italiani si metterebbero a riflettere sui vantaggi ponderati dell’Europa, sulla necessità a medio o lungo termine di un fisco in ordine e realmente equo, sui benefici di un paese sempre meno corrotto e pervaso di criminalità?

Robe da economisti, intellettuali e anime belle. Mentre la pancia è vuota e non è alle viste nessun progetto altrettanto percepibile (e pubblicitario) di lavoro e sviluppo dal lato di chi oggi appoggia Monti.

Il Pd, purtroppo, in prima fila. Ha solo il buon senso dalla sua. Ma quest’ultimo non è commestibile a breve.

A mano a mano che la campagna elettorale progredirà, nei suoi toni virulenti,  nei suoi sondaggi sempre più preoccupanti, avremo crisi finanziarie da spread, forse (spero di no) simili a quelle dell’autunno di un anno fa. E l’Italia, declassata, probabilmente sarà costretta a ricorrere all’ombrello della Bce.

Risultato: impegni vincolanti di rigore anche per la legislatura in apertura. Quindi chiunque vincerà le elezioni sarà tenuto a rispettarli. A meno di non dichiarare il default “duro” del paese e l’uscita secca dall’Europa.

Insomma, il disastro. L’estremismo controrivoluzionario rischia di suscitare un mostro uguale e contrario. Invece del promesso e sbandierato ritorno allo sviluppo l’avvitamento in una situazione greca.

Sarà questo bivio? E l’Italia prenderà la direzione sbagliata?

Conviene a tutti ragionare. Al di là di un Berlusconi di nuovo in corsa per la sua ossessiva immunità. Conviene partire da una constatazione che fanno tutti, da una parte e dall’altra (salvo Casini, ideologicamente accecato): il 2012 di Monti è stato un anno eccezionale, in cui il professore ha calcato la mano, forse troppo. Bisogna cambiare, avere un 2013 diverso, di investimenti.

Nel 2013 l’Italia sarà in pareggio. E potrà chiedere e ottenere risorse dai mercati (e dall’Europa) per investire. Non solo: l’Italia potrà fare fronte comune con la Francia e la Spagna perchè si avvii finalmente una politica reflattiva nel continente, a partire dal suo sud devastato.

In sintesi: è il risanamento credibile, anche oltre Monti, che porterà in Italia capitali, fondi, risparmi e imprese internazionali. La ricetta furba e controrivoluzionaria, guidata da Silvio Berlusconi, sarà solo il terribile suggello della sua malaugurata parabola politica.

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Allacciate le cinture, è tornato

Ovviamente Berlusconi. Sempre più rinserrrato nella sua impalcatura corporea (che ormai mostra qualche cedimento). Sempre più ossessionato dalle sue paure giudiziare e dalla sua addiction per il potere.

Senza nessuno che sia in grado di fermarlo intorno a sè. La maledizione dell’Italia ricomincia. Ora Berlusconi comincerà una bella campagna elettorale tutta emotiva, tutta da salvatore della patria, tutta antieuropa. Dopo che lui, ripeto lui, accettò l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013 da un muro di leader europei disgustati dal suo bunga bunga.

Quell’anticipo, quell’impegno irrevocabile è oggi la causa principale della fortissima recessione che stiamo vivendo (si veda qui).

Ma lui non dirà mai una parola di autocritica sull’abisso in cui ci ha spinti. No, se la prenderà con Monti, che invece non poteva non confermare, in piena emergenza, le decisioni prese dal suo predecessore.

Il principale responsabile dell’attuale disastro è quindi lui. Ma i suoi staff di marketing sapranno come girare le frittate.

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