Il Presidente che vorrei

Romano Prodi

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Charlies


 
La più grande manifestazione di sempre nella storia di Francia

Uno stupendo popolo francese. Una giornata di speranza. Niente odio nè vendetta. Ma la coscienza condivisa dei rischi nella grande crisi. E il rifiuto della paura.

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P.s Adieu, Madame Le Pen…

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Non tutto il male….

La strage di Parigi, di Charlie Hebdo, è stato senza dubbio un evento spaventoso. Per il fatto in sè, su cui non mi dilungo, ma anche per il senso di paura, di angoscia che ha irradiato di colpo in tutta Europa.

Non è solo questione di terrorismo. Il 7 gennaio, e le vicende parallele dei giorni successivi, si collocano in una Francia (come noi) in crisi economica, in deflazione, in cui la componente più debole è data dalla grande comunità interna di mussulmani, oltre 6 milioni, circa il 10% della popolazione totale.

La maggiore comunità di origine non-europea in Europa. Caratterizzata da una forte pratica relisgiosa, da un gran numero di giovani di seconda e terza generazione, insediati nelle periferie e banlieues, e da profili professionali bassi. I più sensibili alla crisi, ai licenziamenti, alla chiusura delle aziende, alla disoccupazione.

La Francia è seduta su un vulcano? Non amo queste forzature, oggi ampiamente correnti. Però c’è un fondo di verità. La crisi, prolungandosi nel tempo, crea disperazione nelle banlieues, spinge i giovani di origine maghrebina nelle braccia dei predicatori fondamentalisti…..

Lo abbiamo visto con i due fratelli Kouachi e con Coulibaly. Biografie eloquenti.

La Francia, ancora immersa in un’Europa in deflazione, corre quindi il massimo rischio tra i paesi europei. Di una brutta, brutta crisi di ordine pubblico. Amplificata, molto amplificata dalla possibile emergenza del Front National, che predica la linea dura proprio contro la minoranza mussulmana. E allo stesso tempo, vuole staccare la Francia dall’Europa e dall’Euro.

Il Front National, se tra due anni dovesse prendere l’Eliseo, sarebbe un’autobotte di benzina sul fuoco. Non solo per la Francia ma anche per l’Europa.

Lo scenario politico, prima del 7 gennaio, era al proposito davvero preoccupante. Hollande e i socialisti al 16% nei sondaggi (in calo), Martine Le Pen al 28% (in crescita).

Il rischio politico Francia è aumentato mese dopo mese, e da più di due anni.

Dopo il 7 gennaio però molto sembra cambiato (ripeto sembra). Lo shock, per i francesi, è stato enorme.

La minaccia terrorista da latente ora appare permanente. In un paese a massimo tasso di immigrazione e in crisi economica.

La percezione istintiva di massa è ora quella di dover difendere non solo la libertà di espressione, ma anche la Repubblica e le proprie vite.

Il Front National,  dal 7 gennaio, ha perso il monopolio della sicurezza pubblica.

Il governo Vals-Hollande non sembra più percepito come un esecutivo di deboli, incapaci di affrontare la crisi. Ma ora come il punto di riferimento, la leadership di fronte a una minaccia di guerra. E i sondaggi hanno già testimoniato questa risalita nei consensi. Per i francesi una sorta di riflesso automatico profondo. Fare quadrato intorno alla bandiera. Si pensi alla liberazione contro i nazisti e poi alla crisi algerina degli anni 50  e all’insediamento di Charles De Gaulle.

Questo shock si sta quindi incanalando verso l’unità dei democratici, la difesa dello Stato e del Governo. Grazie anche a una tempestiva regia. Domani alla marcia  indetta dai socialisti e centristi ci sarà forse un milione di francesi. Ma non ci sarà il Front National. Portatore di un’idea di Francia ben diversa. Da Repubblica di Vichy. Fatta di solo stato autoritario, senza quella componente di tolleranza e libertà incarnata proprio da Charlie Hebdo, il suo più irriducibile avversario.

La sua esclusione è significativa. E’ il vero obbiettivo di domani. Emarginare i Le Pen dalla crisi repubblicana. Invertire il trend.

La prima conseguenza del 7 gennaio sarà quindi il ridimensionamento del rischio e dell’ascesa del Front National? Io me lo auguro vivamente, date le possibili, e pericolosissime conseguenze di una sua eventuale vittoria politica nel cuore dell’Europa.

La seconda conseguenza (potenziale per ora) riguarda la Germania. E la sua leadership europea conservatrice e neoliberista. A Berlino, Bruxelles, Francoforte.

Verte sulla seguente semplice domanda. Quanto ancora l’Europa potrà permettersi, nella fase apertasi il 7 gennaio, una deflazione prolungata?

Il rigore di bilancio, portato all’eccesso, rischia di far esplodere assetti sociali ormai  con evidenza logorati. Di spingere il “proletariato non europeo” alla disperazione, al fondamentalismo. Di rafforzare a dismisura un’estrema destra xenofoba e antieuropea sempre più attrattiiva, e quindi pericolosa. Rischi che sollo una reflazione decisa può ridurre.

Hollande e Vals hanno quindi ora un potere negoziale su Berlino, Bruxelles e Francoforte indubbiamente superiore rispetto solo a poche settimane fa. Se ne serviranno? Credo di si.  E l’avvio concreto del quantitative easing da parte della Bce farà parte di questo mutamento di scenario.

Se ambedue queste possibili conseguenze del 7 gennaio si tradurranno in svolte politiche positive (ovvero saranno gestite da leader responsabili)  avremo in qualche modo una  consolazione, un fiore da  mettere sulle tombe dei morti innocenti. E per noi un barlume di speranza.

Post dedicato agli innocenti assassinati.

 

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Lettera aperta a Alexis Tsipras sul debito pubblico in Europa

 

Lettera aperta inviata a Alexis Tsipras, nel momento in cui comincia la sua trattativa sul debito pubblico greco verso l’Unione Europea, la Bce e la Germania.

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E’ chiaro l’asse su cui si appoggia il programma di  sinistra greco-spagnolo.

Mantenimento di una presenza nell’area euro, evitando incontrollabili e pericolosi avventurismi di secessione monetaria, però a fronte di una solidale rinegoziazione del debito tra Nord e Sud Europa.

Sposata la tesi della “rinegoziazione del debito” è necessario individuare una “idea forza” che sia:

a)      Un capovolgimento netto della subordinazione dell’economia reale alle pratiche speculative finanziarie.

b)      Facilmente comprensibile a livello di massa, in modo da diventare un chiaro obiettivo elettorale.

c)      Fattibile tecnicamente già ora, senza che si debba ottenere improbabili modifiche dei trattati europei.  Apparentemente moderata, ma in realtà poco resistibile, in quanto logicamente attuabile.

All’interno del più generale obiettivo della riduzione del debito pubblico questa “idea forza” può essere rappresentata dall’assunzione in capo alla BCE del 60% del debito pubblico di tutti i paesi UE.

 

Punto c. Quando si lancia l’obiettivo di rinegoziare il debito pubblico a livello d’opinione pubblica ci si immagina un qualcosa di complicatissimo e altamente improbabile. Anche perché non si dà ai media un obiettivo per semplificare il concetto. L’assunzione del 60% dei debiti nazionali in capo alla BCE è di chiara e facile comprensione. E’ un obiettivo esageratamente radicale? NO. E’ moderato in quanto rispetta i parametri attuali e non “danneggia” alcun paese.  E’ tecnicamente fattibile? SI. La BCE può già fare queste operazioni, è sufficiente che la UE autorizzi un’azione su vasta scala. Che sarà comunque più accettabile del rischio della rottura della comunità europea.

Punto b.  In considerazione del fatto che tutti i maggiori   paesi UE (85,4% è la media UE a 27 ) , hanno un indebitamento superiore al 60%, un tale obiettivo non dovrebbe trovare ostacoli sociali nel Nord Europa. Infatti non si tratta di un trasferimento di risorse dal Nord al Sud Europa, in quanto tutti i paesi ne sarebbero beneficiati. Non c’è bisogno di trasformare alcun parametro di equilibrio europeo in quanto assumerebbe l’indebitamento consentito da Maastricht, ma ponendolo in capo a un unico ente unitario. Tecnicamente l’operazione è fattibile già ora, in quanto la BCE può emettere titoli di credito europei in sostituzione di quelli nazionali. La CE potrebbe emettere la famosa Tobin Tax, sulle transazioni finanziarie speculative, finalizzata al pagamento di tassi bassi, allineati a quelli USA. Ma questo è tema aggiuntivo.

Punto a. Essendo l’Italia uno dei paesi con il più alto avanzo primario, che poi viene mangiato dagli interessi passivi sul debito, è del tutto conseguente che l’eliminazione del 60% del debito porterà lo Stato ad avere un avanzo primario sufficiente per rientrare nella parte residua del debito stesso.

Dal momento che, dati del 2013, lo Stato Italiano paga 90 miliardi di interessi, si ha la concreta dimensione dell’effetto della riduzione attorno ai 40 miliardi. Una cifra enorme che attualmente prosciuga l’economia italiana e che verrebbe sottratta alla speculazione nazionale e internazionale.

Si consideri, inoltre, che una tale operazione sulla prima quota del 60% avrà un effetto benefico rispetto ai tassi passivi della parte residuale.

Per concludere un’operazione di tale consistenza crea i presupposti per rinegoziare una diversa politica di rientro sulla parte residua, liberando risorse per una politica espansiva anche degli stati più indebitati.

Aggiungiamo che gli stati meno indebitati o con un indebitamento inferiore al 60% (i paesi dell’Est, più Svezia e Danimarca) saranno spinti ad investimenti strutturali, tali da incentivare la ripresa dell’intera economia europea.

Come sappiamo il vero ostacolo alla rinegoziazione del debito è la situazione interna della Germania, sociale ed elettorale. La Germania ha un indebitamento in ascesa del 81,9% sul PIL.

Una riduzione anche per la Germania del suo indebitamento del 60% sarebbe una proposta difficilmente contestabile, assumibile in una filosofia tipo: “se lo fanno tutti, perché no”.

Si sta proponendo un obiettivo non velleitario, credibile, fattibile, ma, al tempo stesso, capace di capovolgere l’intero percorso liberista dell’economia europea e pertanto italiana.

Il trasferimento di 40 miliardi all’anno, dalla politica speculativa a quella reale e sociale, può solo far immaginare enormi risvolti.

Quale economista liberista potrà sminuire tale effetto ?

Un tale obiettivo, comprensibile, del quale, man mano, si intravvede la sua credibile attuabilità, non può non diventare un potente raccoglitore di consensi.

 

Milano, 30.12.2014

 

Renato Sacristani (Presidente della zona 3 di Milano)

Beppe Caravita

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I miei auguri

Certo, non è facile, nella situazione attuale, fare degli auguri credibili. Ai pochi che ogni tanto leggono queste righe, ma anche a tutti gli altri, che stanno vivendo anni davvero duri.

Eppure continuo a pensare che stiamo girando dentro un gigantesco paradosso. La più grande massa di risparmi d’Europa e la minore capacità al mondo di tradurli in investimenti domestici, in nuove e redditizie imprese, in lavoro, in capitale produttivo. E di qui in minor debito pubblico, nella fine del macigno che dal 1981 ci ha schiacciati, e poi ci ha degradati, impoveriti, corrotti.

Scrivo ai due milioni di italiani che per disperazione se ne sono dovuti andare all’estero. Chi a Londra, chi negli Usa, in Francia, Germania e oltre. Vittime del blocco di un’accumulazione di capitale, ma anche d’impresa e di beni pubblici che ha progressivamente paralizzato, e poi degradato, lo stato italiano. E sta distruggendo l’industria. E larghi pezzi di società civile.

Ma non solo. In Italia non esistono più le banche. Sono diventati istituti di gestione patrimonale standard. Onorevole mestiere, per carità. Ma la paura, ormai la cifra della nazione, rende ancora più impossibile e negato ciò che è stato impossibile da trent’anni. Il capitale di rischio, la dotazione di fondi sulla fiducia ai nuovi imprenditori, o persino agli operai che non vogliono essere trascinati nel crollo del proprio imprenditore.

Tanti anni fa, e per una breve stagione felice, questi finanziatori lungimiranti c’erano. Le grandi imprese tessili fallite di Prato lasciarono il posto a unità piccole avviate dai loro operai. E fu la nascita di una straordinaria area-sistema. E così a Bergamo nella meccanica strumentale, e nel Veneto. Oggi  nelle banche comandano gli analisti e i loro modelli matematici di importazione, per ottimizzare la gran massa patrimoniale detenuta dal 20% delle famiglie italiane abbienti. Solo il 30% del debito pubblico nazionale è in mano a queste famiglie. E gli asset propriamente italiani non superano il 10% dei 4mila miliardi.

Abbiamo alle spalle tre anni in cui il rubinetto dell’ossigeno per le imprese è stato chiuso, in nome di un affannoso risanamento di crediti dubbi e partite incagliate dell’immediato passato. Fino a presentarsi al giudizio supremo della Bce con i bilanci in ordine, ma con l’industria a pezzi.

Tralascio casi specifici. Il dato di fatto è che, dal 2008 ad oggi, il sistema bancario italiano non è più stato in grado di svolgere il suo ruolo primario. Il sostegno all’accumulazione sociale di capitale, finanziario e umano.

Nè lo Stato, messo sotto torchio dai sempre più stringenti poteri e obbiettivi europei. Abbiamo avuto gli anni di Monti, poi di Letta e quindi di Renzi. Tasse e tagli, tagli e tasse.

Soprattutto nelle aree più critiche. Le università immiserite, la ricerca tagliata, gli investimenti sforbiciati.

Salvo però lo sperpero di 10 miliardi in un bonus elettorale di 80 euro supposto detonatore dei consumi, in realtà usato dalle formiche italiane per sanare debiti o mettere da parte qualche altra scorta precauzionale.

Supponiamo invece che quei 10 miliardi fossero andati a ciò che davvero manca. A un soggetto pubblico finalizzato alla creazione di impresa (o alla rivitalizzazione di impresa), capace di rischiare, capace di riempire buchi storici del sistema Italia.

Seguo le vicende del venture capital dal 1985. Dai primi esperimenti di Elserino Piol all’Olivetti. Ebbene, salvo la piccola parentesi “drogata” della bolla internet del 1998-2000 in Italia il capitale di rischio è sempre stato affare per pochi intimi privati in Italia.

Ok fino a che si viaggiava a qualche decina di business plan all’anno. Ma da qualche anno siamo a 3mila. Una intera generazione, con le spalle al muro, ci prova. Dall’altro lato pochissimi intelocutori, e tra i pochisssimi ci metto anche gli sperperi regionali su improbabili incubatori d’impresa, spesso deserti. Il capitale di rischio in Italia è un lavoro per, al massimo, una ventina di soggetti.

C’è il capitale umano per costrure uno strumento pubblico di autentica creazione d’impresa? Certo che c’è, ed è spesso fuggito all’estero. Ci sono le idee? Si. C’è la voglia? Certo.

Da anni si parla di un “fondo di fondi” pubblico in grado di sostenere il venture capital italiano. Dai tempi del ministro Stanca, e poi della legge sulle startup di Passera-Monti (che semplificò molte cose ma, guarda caso, lasciò sulla carta il suo articolo istititutivo del fondo di fondi).

E allora? Dove il sistema fallisce è necessario un intervento. Un rivitalizzatore dell’accumulazione d’impresa. Un soggetto in grado di attingere, e proficuamente, sia ai prestiti primari della Bce che a quei 4mila miliardi di risparmi mobiliari italiani e di trasformarli in investimenti in Italia. Attraendo investimenti e non torchiando i risparmiatori con altre tasse.

Oggi gli italiani finanziano spontaneamente Telethon. Che sostiene al ricerca. Domani potranno, con la giusta comunicazione (anche in rete) sostenere nuove imprese che tolgono il loro territorio dalla depressione. Magari rinunciando a un punto percentuale di rendimento sui titoli, ma in condizioni di sicurezza, e per obbiettivi trasparenti e puliti.

Un nuovo modo di fare banca, capace di fondere crowdfunding, impatto sociale, solidarietà, banca etica, tutela del risparmio, ruolo dello Stato.

Guardiamo alle imprese che falliscono. E agli operai e ai dipendenti che cercano di fare continuare, magari in forma cooperativa. Chi ha il coraggio di sostenerli, di assisterli, di finanziarli? Di trovare manager che li aiutino, e di comunicare al territorio la nuova scommessa?

Guardiamo a quegli staordinari acceleratori di disponibilità liquide che sono le monete complementari, come il Sardex. E’ possibile pensare a una rete italiana, regione per regione, di queste “stanze di compensazione” per forzare i vincoli del credito e ridare fiato alle imprese, piccole e grandi che siano?

E’ possibile pensare a un soggetto finanziario pubblico, capace di prendere a prestito alla Bce allo 0,5% per produrre bond a lungo termine per la ristrutturazione energetica dei condomini (coibenzazione) in modo da far guadagnare tutti: inquilini, imprese qualificate e la stessa banca pubblica? E’ possibile, non facile ma possibile.

E’ possibile pensare allo stesso soggetto pubblico che interviene sulle piccole e medie imprese a rischio chiusra e poi ne produce titoli cartolarizzati che vengono comprati dalla Bce, secondo il suo programma di sostegno all’economia europea, a prezzi di favore? E’ del tutto possibile.

Venture capital, rinascita delle imprese in crisi, green economy, monete complementari, sostegno ai makers. E poi, con il procedere delle attività, destinazione degli utili di questa “public company” al sostegno alla ricerca, agli incubatori (veri), al matrimonio tra innovazione e beni culturali.

Questa entità a mio avviso non deve avere nulla a che fare con l’altra banca pubblica, la Cdp. Quest’ultima si occupa di altre cose, con logiche diverse. Questa deve essere una banca di giovani, e per i giovani. Una public company senza politici di torno, o pezzi da novanta dell’establishment bancario.

Su queste basi la scommessa è più credibile. Una dotazione di fondi iniziale da parte del Tesoro e poi l’emissione di bond garantiti, come rendimento minimo, dallo Stato. E da qui la capacità di camminare sulle sue gambe, facendo rendere la rinascita italiana.

E’ solo un’idea abbozzata. Ma è comunque utile se vi ho regalato un attimo di speranza. A questo servono gli auguri.

 

 

 

 

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Mettere al lavoro quei 4mila miliardi?

La sola chanche che ha l’Italia per uscire dal buco è che una quota di quei 4mila miliardi di cui sotto vada per attrattività a investirsi in lavoro produttivo e qualificato dei giovani italiani. Aiutando a nascere e crescere nuove imprese, e non senza un ritorno per chi mette i suoi soldi in un “fondo Italia”.

Scusate l’ovvietà.

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La lunga stagione della sfiducia italiana

Il punto della tragedia italiana sta qui, e solo qui. Il paese patrimonialmente più ricco d’Europa ma anche in più veloce impoverimento e disoccupazione.  Un paradosso percorso da una sfiducia profonda, abissale.

Giustificata da una classe politica e tecnocratica che ha fatto fallire il paese fin dal 1981. Senza poi mai riuscire a risollevarlo.

Quei 4mila miliardi in titoli ad accumulazione sono il frutto di anni e anni e di risparmi dettati dalla paura, da quella mandria di dementi di Roma, Montecitorio, Palazzo Chigi, da quel spendi e spandi di Bettino Craxi, del conseguente crack  del 92, del clamoroso errore della Banca d’Italia di Ciampi nel calcolare l’effetto dell’inflazione al 20% su Bot e Cct messi incautamente sul mercato. Generando un mostro di interessi su interessi, anatocismo. E poi Berlusconi, Tremonti con il loro sogno infausto di un nuovo miracolo italiano (e nessuna correzione nei conti). E infine la banca d’affari di D’Alema. E poi ancora Berlusconi, indifferente al cataclisma mondiale del 2007. Fino al secondo crack del 2011.

2 milioni di famiglie italiane abbienti hanno protetto i propri risparmi da questa gente. Punto. Ora continuano a farlo, anche se i tempi richiederebbero l’esatto contrario.

Tra le tante chiacchiere, consiglio la lettura del pezzo di Pavesi. E’ la grande risultante storica, la fotografia economica di un Italia divisa. Stretta nella paura da un lato e nella povertà dall’altro. E che, dentro questa frattura, sta affondando.

Berlusconi difende i privilegi dell’Italia ricca (Fininvest inclusa). Renzi, con il suo sciagurato Nazareno, non osa toccarla.

Non vi sono risorse oltre queste, ma sono anche, sulla carta, abbondanti. Ma Renzi è inerte, ha paura di politiche vere, e perde consensi.

Una semplice proposta.

La rivoluzione italiana (auspicabile) sarà patrimoniale (e non necessariamente punitiva) o non sarà.

- Renzi enumeri la crescita delle sentenze di processi civili completate in 15 giorni.

- Renzi esibisca tangibili risultati  in tema di evasione fiscale.

- Renzi metta in moto una visibile dismissione di patrimonio pubblico inutilizzato.

- Renzi tolga gli sprechi dagli appalti pubblici, con numeri alla mano.

- Renzi mostri almeno 50 casi di corruzione pubblica puniti.

Fatto ciò (quindi guadagnatosi un po’ di fiducia coi fatti)….

Un prestito forzoso per la ripresa, sui 2 milioni di grandi risparmiatori, diviene argomento di cui parlarne.

 

 

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Quantitative easing intermediato?

Finalmente leggo una proposta intelligente a ridosso del Qe che si appresta a varare la Bce. Un eurobond privato, che però si appoggia su tutti i debiti pubblici europei, via banche. Un modo per aggirare i divieti politico-ideologici di Bundesbank e affini.

In mancanza di un processo esplicito e controllato di formazione di un (parziale) debito pubblico europeo, di un fiscal compact al contrario (ma formalmente in linea con i trattati), l’idea della Luiss mi va bene.

E’ comunque un passo “intermediato” per riattivare qualche politica economica (in primis, per abbassare la folle pressione fiscale di oggi) e poi, passo dopo passo,  per toglierci di dosso questa spaventosa maledizione del debito cominciata nel 1981. E ricostruire un’Italia e un’Europa degna di essere consegnata ai nostri figli e nipoti.

 

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Smontiamo Monti

 

 

Ho aderito, e parteciperò attivamente. Mi pare l’unica cosa sensata, ovvero un primo passo, da fare oggi.

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Quei tre giorni di novembre

9 novembre 1989, 10 novembre 2001, 4 novembre 2014. Pare, per un gioco sincronico della sorte (non vado oltre) che le date dei passaggi fondamentali della nostra storia recente siano avvenute molto vicine, come scandite da un grande metronomo. La prima: il crollo del muro di Berlino (testè festeggiato dalla Merkel), la seconda: la riunione di Doha dei 142 paesi del Wto in cui si invitò la Cina a unirsi al club del libero commercio mondiale, scatenando la grande globalizzazione. La terza, oggi: il risultato paradossale delle elezioni Usa di Mid Term, con la disfatta di Barak Obama.

Tre punti coincidenti della trasformazione del mondo.

Tutte e tre le tappe, a mio avviso, fanno parte di un percorso discernibile. Ovvero, la riforma del sistema ad opera dell’Occidente e della sua macchina capitalistica globale.

A Berlino fu chiuso il vecchio e insieme  avviato un nuovo assetto politico. Iniziò l’integrazione del blocco sovietico-alternativo. A Doha fu completato e decollò  un nuovo regime economico e industriale (chiamato globalizzazione). Oggi siamo alla retroazione, con la crisi degli stessi paesi che l’hanno promossa: Usa e soprattutto Europa, la “grande malata” odierna dell’economia mondiale, secondo l’Economist. Un occidente impoverito, deindustrializzato, senza equilibrio e futuro.

E questo rende necessaria la terza tappa.

Partiamo dal paradosso della sconfitta di Obama alle elezioni di medio termine. In apparenza aveva tutte le carte per vincere, anzi stravincere. Grazie al dollaro, moneta imperiale e di riserva, e grazie a una Fed libera di agire (a differenza della Bce), il secondo mandato di Obama vede una spettacolare fuoriuscita dalla crisi dell’economia statunitense, il mantenimento della sua cruciale industria finanziaria, il riveglio diffuso del comparto dei servizi, tassi di crescita al 4,5-4%, disoccupazione al 6,0%.

E, insieme, la prima entrata a regime della riforma sanitaria dei democratici, che in qualche misura creerà un rete di sicurezza anche per i più poveri.

Si potrebbe continuare con l’elenco. E ce ne sarebbe in abbondanza, stando a queste cifre, per un bollettino di consenso e vittoria.

Eppure, su una scala gigantesca, negli Usa ha dominato il pollo di Trilussa, l’illusione statistica.

Cinque anni di ripresa ma a favore dei soliti noti, dei soliti ricchi, del mondo finanziario che ha goduto della massima parte della moneta stampata dalla Fed, mentre per il ceto medio e operaio  la ripresa si è dipanata via lavoro precario a salario di sussistenza, debiti familiari ripagati con estrema fatica, redditi reali persino diminuiti dal 2008. Niente salari minimi, niente sussidi ai disoccupati, niente servizi pubblici aggiuntivi.

Risultato: il ceto medio Usa ha voltato le spalle a Obama. E la sua sconfitta ne è seguita.

Una ripresa altamente architettata, costosa, ma alla fine fragile, su una nazione indebolita da 15 anni di dilettantesca globalizzazione. Un’America che resta deindustrializzata, a bassi salari, con una ristretta elite di ricchi e super-ricchi.

Un grande paese, supposto guidare il mondo, che anche se è riuscito a rimettersi in qualche modo in piedi, denuncia evidenti caratteri di insostenibilità, specie se confrontato con gli Usa degli anni 70 e 80, a forte leadership innovativa, ad alti salari e welfare.

Gratta la ripresa finanziata dalla Fed e trovi l’America post Doha. Un sistema che ha mantenuto le controriforme impresse  dalla destra Usa (Reagan, Bush) e dalla destra democratica (Clinton). Un sistema che è e resta riplasmato dal suo grande capitalismo multinazionale.

Se questa è la fotografia degli Usa, a 15 anni da Doha, ancora peggiore è quella dell’Europa, e in particolare del Sud Europa.

A 15 anni da Doha imprese e produzioni sono scappate dall’Occidente. E cinesi e asiatici si sono appropriati non solo di quote di mercato, ma anche di processi di apprendimento industriali, di ricerca e sviluppo, di capacità finanziarie. Difficile che la produzione di router torni in California, che gli smartphone riapprodino in Finlandia, o i piccoli elettrodomestici in Olanda.

Un occidente proprio messo male. E di sicuro qualcuno, dalle parti di Washington, si è chiesto: se siamo la superpotenza, se dobbiamo reggere un mondo sempre più conflittuale, possiamo farlo in queste condizioni? Con questa base economica tanto fragile? E quanto possiamo durare?

Per le grandi multinazionali occidentali, per il governo Usa e per alcuni centri di potere europei, a 15 anni dalla destabilizzazione di Doha, c’è (a modo loro) una risposta.  Si chiama Ttip, Transatlantic trade and investment partnership.

L’idea di un blocco economico unificato Usa-Europa, capace di contare (con il Canada) per il 51% del Pil mondiale, capace quindi di tornare a dettare (come prima di Doha) le regole dell’economia mondiale. Superiore, per quanto crescano, a Cina e India. E internamente a sufficiente massa critica per rigenerare industria, profitti, finanza.

Piccolo problema. Il Ttip (nato in segreto a Bruxelles, e dalle sue lobbies) implica lo snaturamento dell’Europa. Delle sue regole, delle sue tradizioni, dei suoi valori. Verso un mondo amorfo americano-liberista, dominato dai grandi poteri economici, dal disprezzo delle persone, dall’inquinamento e dal profitto globale d ogni costo.

Un grande spazio di mercato per i prodotti a basso costo delle multinazionali, e di lavoro a “costi competitivi”. Dal Texas fino alla Toscana. Addio Europa della qualità, dell’alto artigianato e delle piccole e medie imprese.  Addio Europa del welfare pubblico. Un mercato unico, di bassi salari, precarietà, prodotti tirati all’osso (ma markettati molto bene).

Il negoziato tra Usa e Ue, oggi in corso, punta  alla rimozione di tutte le barriere tariffarie e regolamentative tra le due aree. Niente dazi e “armonizzazione” delle regole di sicurezza alimentare, normative di lavoro, ambiente, energia,  reti, contenuti digitali, privacy, banche, appalti pubblici….In pratica tutto lo spettro degli scambi economici.

Il tutto regolato da un tribunale segreto e ancora più potente degli stati. Un ambito a cui una multinazionale può rivolgersi accusando un paese di attentare alle sue sacrosante aspettative di profitto. E ottenerne un congruo risarcimento. Come la Wattenfall che ha citato la Germania all’Icsid (il Centro internazionale per la regolazione delle controversie) per aver deciso l’abbandono dal nucleare. E ha chiesto al governo di Berlino un risarcimento di 4,7 miliardi di dollari.

Domani la Monsanto potrà denunciare l’Italia perchè non accetta i suoi organismi geneticamente modificati da impiantare, per esempio, nelle mucche perchè facciano più latte (agli ormoni). E il supremo trobunale del Ttip le darà ragione. E l’Italia, paese iper-indebitato, avrà una forza contrattuale, di fronte a minacce di multe miliardarie, pari a zero.

Con questo tribunale (Isds, investor state dispute settlement), fortemente voluto dagli Usa in tutti i trattati commerciali, di fatto si crea un’autorità suprema antidemocatica, che può avere l’ultima parola delle resistenze di quasiasi paese ai diktat delle multinazionali. Si veda al proposito come lo descrive il  conservatore Economist.

Di fatto, con questo meccanismo infernale avremo carne agli ormoni, ogm nei campi, controllo della privacy su internet, regimi di lavoro analoghi a quelli Usa e tante altre belle innovazioni frutto del Ttip.

Rusultato: un’enorme espansione dello spazio economico per i poteri forti che si stanno avvantaggiando dalla crisi.

Il terzo passo infatti ha un obbiettivo: punta proprio su di noi.

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Per saperne di più….

 

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