Le conseguenze politiche di Monti

Se è vero quello che Monti sostiene e prevede (e non ho motivo al momento per dubitarne), ovvero che questo decreto liberalizzazioni produrrà un effetto a medio termine di crescita del Pil dell’11%, e a breve termine una più rapida uscita dalla recessione, le conseguenze di questa svolta andrebbero seriamente valutate.

Un’Italia aperta, concorrenziale e fluida. Un paese più innovativo e meno ingessato e costoso avrebbe bisogno, perchè questa svolta si radichi, di una diversa Pubblica Amministrazione e di una diversa classe politica.

Avrebbe bisogno di un’amministrazione più snella (per esempio con l’abolizione delle Province e il drastico ridimensionamento delle Regioni) e di una classe politica orientata ai cittadini e ai servizi, e non al populismo e/o agli affari da retrobottega.

I servizi, anche pubblici, non dovrebbero vivere di monopoli. E quantomeno dotarsi di sistemi di feedback dagli utenti (come ormai fanno tutte le aziende di qualità) usando l’enorme spazio digitale a disposizione. Ma feedback realmente utilizzati, non finti o di facciata.

Per esempio. Trenitalia ha realmente valutato la drastica chiusura dei treni notturni a lunga percorrenza sui giudizi degli utenti? E una nuova impresa concorrente non potrebbe riaprire queste linee “storiche”?

Una nuova classe politica, poi. Qui un saggio edito alla Bocconi, e anticipato in passi dalla Voce info, dice molto.

La svolta di Monti, se funzionerà (come credo), sarà di fatto la fine del Berlusconismo e del Leghismo. Ma anche di una certa sinistra con il bilancino dei piccoli privilegi e bilancini.

Quello che, faticosamente, si cerca di sostenere su questo blog. Una nuova generazione di classe dirigente allo stesso tempo modernamente colta e risorgimentale.

Posted in home | 1 Comment

Una flat per svegliare internet

Seconda misura per lo sviluppo (reale).

Premessa: oggi su Internet nessuno riesce a far fruttare i propri contenuti. Salvo le solite multinazionali.

L’Italia dovrebbe dichiarare la propria uscita unilaterale dagli accordi internazionali sul diritto d’autore. E ristabilire un diritto d’autore, come nella Costituzione Americana, non superiore a vent’anni, contro i settanta di oggi.

Non solo: dovrebbe istituire la licenza collettiva sui diritti d’autore. E implementare su internet un meccanismo, quale quello proposto dall’Eff anni fa, simile a quello vigente da quasi un secolo sulle radio.

Si paga una flat (una tassa sull’abbonamento, diciamo di dieci euro) e si fruisce di ogni contenuto. Poi i proventi delle flat vengono ripartite secondo le fruizioni certificate.

In questo modo qualsiasi autore sarebbe incentivato a produrre contenuti per la rete, con un ritorno atteso.

Non il regime proibizionista, o di pseudo-illegalità attuale.

(questo blog, in caso, avrebbe un reddito infinitesimamente approssimato a zero)

Posted in home | Comments Off

Perchè ho un po’ di fiducia

Il decreto che verrà emanato domani è piuttosto vasto.  Il Sole, come è suo solito, lo anticipa per quanto possibile integralmente.

Servizi, energia, semplificazione all’avvio d’imprese, più concorrenza anche nei servizi pubblici locali, difesa dei consumatori (assicurazioni e banche). Dietro ciascuno dei capitoli del decreto ci sono norme e regole che aspettavano da anni, se non decenni.  Spesso disattese da precise indicazioni dell’Unione Europea.

Come sempre però l’impressione positiva generale non deve  fuorviare da criticità su singoli punti. Ma immettere concorrenza in un sistema ingessato, in una fase di crisi che minaccia di avvitarsi su se stessa, è di sicuro cosa giusta.

Mancano però alcuni punti su cui andrebbe fatta una riflessione più approfondita. Le telecomunicazioni, per esempio, che appaiono fuori dal decreto perchè ritenute già completamente liberalizzate. Ed è in gran parte vero.

Liberalizzate ma non terreno di crescita. Non si prevede uno spazio di innovazione, in questa manovra. Come potrebbe essere uno spazio pubblico, anche piccolo, nelle frequenze appena liberate dal digitale terrestre per la sperimentazione diffusa delle cosiddette “software defined radio”, una tecnologia di comunicazione digitale esistente da anni, ma finora bloccata, ovunque nel mondo, dall’assetto “ufficiale” delle frequenze.

Quanto costerebbe rendere pubblicamente aperto uno spazio dell’etere per questa innovazione e quanto potrebbe generare? Io non lo so, ma nell’inerzia attuale mi parebbe sensato provarci. In un paese dove è stata inventata, di fatto, la carta telefonica prepagata, che ha innescato l’autentico mercato di massa dei cellulari.

Vogliamo fare qualcosa di realmente avanzato, per una volta?

 

Posted in home | Comments Off

L’Europa è un tavolo da ping pong

Il 2012 segnerà il ritorno ai grandi numeri pre-crisi per gli hedge fund. Secondo gli analisti di Barclays quest’anno, a livello globale, ci sarà un’impennata di 80 miliardi di dollari nel flusso degli investimenti in fondi speculativi. Se queste cifre si confermeranno si assisterà all’incremento più sostenuto dal 2007, cioè da prima del crack della banca americana Lehman Brothers. Le aspettative per l’anno in corso da parte degli addetti ai lavori sono di un anno record nei fondi investiti.
*Hedge funds= Fondi speculativi
——————-

MILANO - Se persino l’ Osservatore Romano parla di «tempismo sospetto» e i cinesi dubitano della credibilità di Standard & Poor’ s quando declassa Italia, Francia e altri sette Paesi dell’ Europa, forse davvero qualcosa non va nel meccanismo dei rating. Il banchiere d’ affari Guido Roberto Vitale, 74 anni, crede alla teoria del complotto. Di più: parla di «terza guerra mondiale», giocata anche attraverso i rating. «Premessa: io in casa ho due vecchie gloriose bandiere americane al posto di due quadri. Ciò detto, è sorprendente o quantomeno singolare il tempismo delle agenzie nell’ occuparsi d’ Europa». Anche lei ha dubbi sulle agenzie? «L’ Italia sta facendo uno sforzo enorme per rimettere in sesto i conti, Germania e Francia cominciano a riconoscerci il merito dei sacrifici, il mercato pure; e le agenzie di rating improvvisamente ci sparano addosso. Credo che non sia solo frutto di una rigorosa coscienza professionale ma sia anche ispirato da certi ambienti americani, conservatori in politica estera e interna, che continuano ad avere una concezione imperiale degli Usa e che malvolentieri – ma secondo me in maniera molto miope – vedono la nascita di una moneta forte in Europa».

Praticamente la terza guerra mondiale. «Stiamo in qualche modo vivendo una terza guerra mondiale che per ora per fortuna non ha fatto morti né distruzioni fisiche. Poi per ragioni di opportunità si può dire che non è vero, che è solo la poca buona volontà dell’ Europa di darsi istituzioni comuni. Ma in realtà questa è la terza guerra mondiale». L’ Europa che cosa dovrebbe fare? «Accelerare l’ unificazione politica, economica, fiscale e finanziaria, avere una banca centrale prestatrice di ultima istanza e creare un’ agenzia di rating per valutare aziende e istituzioni del Nord America e dei Paesi nei quali vuole investire.

—————-

Ho messo queste tre citazioni in sequenza per chiarire a me stesso un punto.

Ho ben chiaro che gli Usa, dalla follia del 2007 e 2008, sarebbero usciti falliti se non fossero stati detentori di moneta di riserva mondiale. Ho anche ben chiaro che gli Usa sono, a differenza dell’Europa (Gran Bretagna esclusa) gli unici che stanno continuando a godersi un certo bengodi.

Quindi Vitale coglie, a mio avviso, elementi di verità. Aggiungo che il dollaro fallito fa gioco ai cinesi, che vi devono esportare. E aggiungo che le piazze finanziarie speculative sono quanto resta a Gran Bretagna e in parte Usa (fatta eccezione per il militare) come motore delle loro economie.

Ma a questo a dire che vi sia un complotto no. No, c’è solo un sistema robotico software planetario. Ed è pure peggio di un complotto tra umani. Almeno l’ultimo lo blocchi con quattro accuse e arresti. Una rete di algoritmi, puntati sul massimo profitto a breve, no.

Certo, quelli dei ratings sono un po’ conservatori. Specie dopo l’ultima tremenda figura che hanno fatto nel 2008. Hanno qualche vizietto. Fanno generalmente il tifo per Wall Street e la City, casa loro. E in Europa, nonostante la sua economia faccia pena, tendono a salvare la Gran Bretagna. E a picchiare duro su quei comunisti di francesi e italiani.

Nessun complotto, solo noi che non sappiamo difenderci.

 

Posted in home | Comments Off

Il fascino segreto degli anni 90

In tempi tanto bui mi tornano alla memoria gli anni 90. Pieni di difetti anche loro, per carità, ma almeno caratterizzati da un fenomeno esponenziale: la creazione partecipata della rete.

Un sistema planetario di giochi a guadagno condiviso che ha mosso una generazione, industrie consolidate, migliaia di nuove imprese.

La rete, con il suo spazio aperto e in costante espansione, è stato concretamente vissuto come un enorme dominio di opportunità, di ritorni positivi da tutti i partecipanti. Imprenditori, manager, tecnici, innovatori, utenti professionali e singoli.

E’ l’anima di un gioco win-win come mai si è visto. Che è andato e che va oltre il ritorno materiale. Basti pensare alle community open-source. E ai servizi e beni pubblici instauratisi sulla rete. Se usate Firefox o Linux-Android, tanto per citarne un paio, lo sapete bene.

Ho tentato più volte sulla precedente edizione di questo blog di stimolare ricercatori e economisti a studiare questo fenomeno. Quello che ne è uscito (poco)  al massimo ha messo in evidenza alcune suggestività culturali del fenomeno rete, ma non è riuscito a definire un paradigma economico e di sviluppo concreto basato sulle interazioni win-win in un ambiente aperto e innovativo.

Ho il sospetto che, consolidatasi la rete (al 2008 o giù di lì) l’economia globale sia tornata al suo modello capitalistico classico: mercati proprietari (massima esponente l’Apple, ma anche lo spazio dei gestori digitali mobili), brevetti,  proprietà intellettuale, costi del lavoro più bassi in produzione, trasferimenti di industrie, finanza a più non posso….

Gli spazi sulla rete si sono rarefatti, chiusi. Pochi giganti la dominano. Guardate Facebook come ha annullato in pochi anni ogni altra alternativa nei social network. Quello che era un mondo scintillante e pluralista di opportunità oggi è uno spazio di soliti noti. Un po’ appassito.

La rete dava il tono a un decennio. Ora, in quello successivo, siamo tornati indietro. Al vecchio valore aggiunto. Una volta finita una stagione (la rete) inizialmente imprevista (dai soliti poteri), mal compresa, non aiutata da politiche intelligenti, e poi non riproducibile. Eppure un tarlo mi resta nella testa. Se quel modello aperto, partecipato e innovativo esiste perchè non studiarlo e esplicitarlo? E metterlo di nuovo al centro della ripresa occidentale?

Nelle condizioni in cui siamo cosa ci costa, per esempio, rendere lo spazio digitale mobile un bene più pubblico e un terreno di innovazione?

 

Posted in home | Tagged , | 1 Comment

La catena infernale

 

A questo punto sarebbe utile sapere che cosa ha messo sul piatto Cosentino in privato a Berlusconi.

E che cosa Berlusconi ha messo sul piatto a Bossi.

Se vi è stata una “fruttuosa” catena di “condizionamenti” sui due principali protagonisti del centro-destra, questo significa che l’attuale assetto politico italiano, per oltre metà, non è compatibile con la lotta alla criminalità organizzata.

Anche in situazione di estrema crisi del paese.

Posted in home | Comments Off

Dodici anni senza democrazia?

 

Alla luce dell’analisi sviluppata sotto mi chiedo:

Esiste una strada democratica per i prossimi dodici anni un po’ meno minimalista di quella abbozzata nel post precedente?

Posted in home | Comments Off

La stabilità degradata

Può sembrare un’ovvietà. Ma ieri le istituzioni, Consulta e Parlamento, hanno votato, anche controintuitivamente, per una certa nozione di stabilità.

L’arresto di Cosentino, accusato (da più magistrati in più processi) di essere il referente di una delle maggiori organizzazioni economico-criminali d’Europa (come ben sa Saviano) avrebbe, con ogni probabilità, destabilizzato il Pdl, fino a difficoltà personali per il suo leader. Mantenerlo a piede libero (ma toglierli ogni incarico nel partito di Berlusconi) appare un tentativo di disinnescarlo, e di consentire a quel partito, il Pdl, di attraversare senza ulteriori eplosioni (quanti scheletri nell’armadio ha Cosentino?) questa difficile fase emergenziale, che probabilmente si estenderà ben oltre i prossimi dodici mesi.

Anche se mitigato, infatti è indirittura di arrivo il “fiscal compact“, il trattato europeo per il pareggio di bilancio costituzionale e per ridurre il debito pubblico anno dopo anno a medio termine. Un esercizio per l’Italia, dal 2013, di almeno 12 anni, estremamente impegnativo. Anche se mitigato da alcune clausole di flessibilità ottenute da Monti.

—————

Article 4
When the ratio of their government debt to gross domestic product exceeds the 60 % reference value mentioned under Article 1 of Protocol No 12, the Contracting Parties undertake to reduce it at an average rate of one twentieth per year as a benchmark.

———————

Il fiscal compact, anche con le correzioni “flessibili”, comunque ci dice, e in chiaro: niente repubblica parlamentare, per almeno 20 anni, niente leggine di spesa, niente lobbies o microlobbies. Decisioni solo di vertice.

Di qui il Porcellum. Questa legge elettorale antidemocratica, da dittatura delle segreterie di partito nelle nomine, diciamolo chiaro, è molto, fin troppo compatibile con lo scenario del “fiscal compact”. In pratica il porcellum è una centralizzazione del potere decisionale sul governo. Il parlamento diviene un fantasma politico (ben remunerato)  che deve solo ratificare i decreti emergenziali dell’esecutivo e del premier, eventualmente con emendamenti marginali. Tutti controllati a palazzo Madama o Chigi. Niente rompiscatole di turno,  compravendite, coalizioni strette e governate da pochi leader.

Idem nelle regioni, inutili copie di Roma.

Impensabile quindi l’apertura, sull’onda del referendum (che avrebbe passato il quorum e vinto al 90% di probabilità) di una vociante, ma partecipata, stagione di ripensamento della Repubblica. Il debito, e il fallimento della Repubblica, ce lo preclude. La legge elettorale, l’altra metà della Costituzione (reale) finora ha seguito (all’italiana) la grande centralizzazione. Impensabile un ribaltamento di un trend che dura dal primo fallimento della Repubblica nel 1992.

Meglio forse un aggiustamento concordato, dentro il palazzo, del porcellum. Forse sulle preferenze elettorali, forse sulla limatura di qualche premio di maggioranza. Forse, ma con calma. Si vedrà.

La centralizzazione del sistema politico italiano deve poi tenersi dentro tutti, ci dice il caso Cosentino, per mediare. Il popolo dei furbi (evasori e imprenditori in nero) e persino i referenti dei maggiori network economico-criminali. Ieri un’ennesima, brutta, prova.

Questo è il messaggio, almeno nella mia decodifica, della triste giornata di ieri.

Il problema però è capire come si possa fare un risanamento del paese in questa situazione di occulto centralismo degradato. Tirandosi dietro persino gli interessi del popolo dei furbi e peggio.

Chi pagherà, in queste condizioni, il lungo risanamento? Semplice, chi ha minore potere contrattuale. Cosentino e i suoi hanno dimostrato di averlo piuttosto robusto. E questo con buona pace dei pensionati leghisti, carne da cannone.

Se centralismo vi ha da essere, di fronte alla lunga emergenza che abbiamo davanti, preferirei però fosse almeno esplicito e trasparente. E con qualche minima garanzia per la rappresentanza dei cittadini in Parlamento. Il che non mi pare impossibile.

Se vogliamo salvare un po’ di democrazia in questo paese, quindi dobbiamo realizzare che le figure chiave dei prossimi vent’anni saranno:

1) Il presidente della Repubblica

2) Il presidente del Consiglio

3) I quattro o cinque leader di partito

4) I Sindaci

gli altri conteranno niente.

Quindi:

1) Stiamo attentissimi a chi verrà proposto l’anno prossimo a presidente della Repubblica. Una candidatura Berlusconi potrebbe ingenerare, in molti, il ricordo della lotta armata.

2) Un governo tecnico, tipo Monti, è in casi come questi (12 anni di risanamento duro) preferibile a un governo politico di furbacchioni, corrotti e mezze tacche.

3) Roma blindata per 12 anni, in questo modo, significa che quel po’ di democrazia che possiamo si può tenere viva solo localmente, nelle città e persino nelle zone.

————

Qui invece un esempio di quello che potremmo fare, per mantenere viva un po’ di democrazia,  in questi 12 anni, partendo dal nostro territorio. Da casa nostra.

 

 

Posted in home | Tagged , , , , , , | Comments Off

Dio salvi la City

Abbastanza eloquente il numero dell’Economist di questa settimana. Tutto in difesa della City di Londra, dagli attacchi dell’Unione europea e anche di alcuni politici inglesi.

Riporta l’Economist (con sdegno): lo stesso primo ministro inglese, David Cameron, promette di farla finita con i suoi “eccessi”. E i suoi ministri discutono di “ribilanciamento” dell’economia inglese dalla finanza all’industria. E non parlano solo alla piazza indignata di Occupy London. Forse qualcosa di più serio c’è.

Cameron, per difendere la City, si noti, ha pagato il prezzo di emarginare la Gran Bretagna dal nuovo trattato europeo. La fonte quindi non è sospetta.

Dall’analisi dell’Economist si scopre, per chi non lo sapesse, che la City of London dagli anni 70 è di gran lunga la prima piazza speculativa sui cambi (più grande per volumi transati di New York e Tokio sommate assieme), e da alcuni anni la prima piazza finanziaria del pianeta.

La City fa da sola (annessi e connessi) il 7% del Pil inglese, ed è la maggiore industria del paese per attrattività (anche internazionale) di capitale umano qualificato. Relativamente specializzata sull’Europa soffre però – spiega l’Economist -  della recessione e della crisi del continente, e del crollo dei mercati azionari industriali.

In pratica: la City, con il suo esercito di decine di migliaia di trader, è il vero pilastro della sesta economia mondiale, e oggi deve far fronte a una crisi che, per i servizi finanziari tradizionali (interni e internazionali), è di una derivata più negativa. Come se fosse una Fiat di due ordini di grandezza più grande in rapida caduta di vendite.

Basta quindi fare due conti, leggendo in controluce le informazioni che dà il settimanale britannico, per capire. Se la City è il leader mondiale nell’hedging (leggi speculazione), e nei derivati, e ha un fortissimo problema di profitti in crollo sui suoi mercati di riferimento (in primis gli azionari europei), come potrà dar da mangiare alle sue banche (la sola Deutsche Bank ha là una filiale da 8mila, diconsi 8mila addetti, una Mirafiori)? Ovvio, quel che non “estrae” dall’economia reale lo sta “estraendo” dall’hedging, dalla speculazione finalizzata a sè stessa, quindi dai risparmi degli europei, italiani in primis.

La Tobin tax, oggi propugnata dall’Europa continentale, sarà pure velleitaria (ovvio, dovrebbe essere una tassa globale), sarà pure radicale. Non si farà, forse mai. Ma almeno è un segnale. Difensivo, certo, ma un segnale chiaro. Il re è nudo. Chi fa speculazione ad ogni piè sospinto comprando e vendendo allo scoperto su vasta scala, millisecondo contro millisecondo, almeno paghi pegno. E rallenti.

Certo, alla City non piace la Tobin Tax, e nemmeno a Cameron, il suo Primo Ministro. Come farebbe altrimenti, la City a far fruttare i suoi multi miliardi di transazioni orarie? E quale futuro per la Gran Bretagna?

Aggiungo che la prima nazione che dovrebbe serissimamente considerare misure contro la speculazione incontrollata, e per rallentare un po’ la City, dovrebbe essere proprio la Gran Bretagna. Se vuol conservarsi una piazza leader finanziaria globale, ma in senso proprio, non dei casinò online. E ben interconnessa con gli altri attori.

Aggiungo ancora che la prima vittima di questo stato di cose è proprio l’Italia. E la realtà è sotto gli occhi di tutti. Con Monti si vara una “cura da cavallo” di maggiori tasse da 80 e rotti miliardi di euro in tre anni. Uno pensa: ora l’Italia è di nuovo credibile. Lo spread può ridursi, a rigor di logica. E invece no. Come mai? Quale insensibile demone è al lavoro?

Evidentemente la macchina della speculazione (leggi in primis City) magari ha modificato di qualche percento qualche parametro nei suoi modelli algoritmici, ma continua inperterrita a sparare transazioni su transazioni al ribasso. Basta niente, una frase di qualche big, un aumento di capitale troppo piccolo o troppo grosso di una banca, una cattiva digestione del capo, una lettera di licenziamento nel suo cassetto….

Vivere a Londra costa, lo so per esperienza. E molte giovani aspiranti star della finanza l’hanno provato, sulla loro pelle, nel 2008-2009, quando interi grattacieli si svuotarono di colpo.

Ma allora come forse oggi molti di loro erano dentro un ingranaggio infernale. O mi dai i risultati, a fine settimana, o te ne vai. E i tuoi risultati devono essere almeno uguali, se non superiori, a quelli del tuo vicino.

Forse qualche granellino di sabbia in questo ingranaggio faccia comodo pure a loro. E alle loro famiglie.

 

Posted in home | Tagged , , , , | 2 Comments

Vent’anni dopo

Vent’anni fa esatti, sotto i colpi del Psi craxiano e della Dc,  l’Italia stava per fallire. Oggi uguale. Nessuno celebra questo autentico anniversario, questo ciclo storico. Io sì.

L’Istat stima l’evasione fiscale in Italia più o meno al 17% del Pil. Una percentuale con lievi oscillazioni negli scorsi anni. Considerando che da circa 15 anni l’Italia ha un’economia stagnante, i circa 250 miliardi annui di evasione, sono moltiplicabili per 15.  Otteniamo 3.750 miliardi di euri, quasi due  volte (il 97% in più) del debito pubblico italiano, quello che ci sta portando vicino al fallimento.

Se avessimo avuto un governo Monti nel 1992-1994, quindi, molto probabilmente il debito pubblico di oggi non ci sarebbe, sia come ammontare che come pericolosità. E vivremmo in un paese diverso.

Invece gli italiani, in parte non piccola,  hanno dato credito a un imbonitore, che ha lasciato crescere il tumore sociale.

Quest’anno rileggeremo con estrema chiarezza, alla luce dei fatti che avverranno, quantomeno quei quindici-venti anni buttati nel gabinetto.

Pensate ,con 3mila miliardi cumulati, cosa si sarebbe potuto fare non solo per pagare i debiti, ma anche per abbassare le tasse, creare lavoro, consentire la creazione di famiglie, natalità, generare cultura e scienza,  dare forza alle aziende, irrobustire beni pubblici e comuni,  avere Giustizia, ripulire cosche e n’drine (anche quelle del nord), colpire la corruzione, ridimensionare parassiti e Casta, ridarci un po’ di orgoglio di vivere in Italia.

Un imbonitore, con il suo codazzo di furbi, ce lo ha rubato. Oggi, al quasi fallimento, torniamo a quel 1992-94.

Una lezione durata vent’anni. Semprechè la si voglia ascoltare e capire.

Posted in home | Tagged , , , , , , | Comments Off