Reti civiche dei beni comuni

Ci ho lavorato una decina di giorni, insieme ad altri negli ultimi tre, per costruire una prospettiva sulle “smart communities”.

Ne ho tratto una presentazione. Questa. Sull’idea e la proposta di Rete Civica dei beni comuni. Una comunità urbana online-fisica non solo di discussione ma capace di creare welfare, lavoro, qualità della vita.

Mi pare utile discuterne, anche come antidoto di speranza in un momento buio qual è questo. Buona lettura e, se vi stimola, commentatela qui.

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Ora sta a noi

«Queste esperienze locali devono diventare nazionali. L’Italia stava annegando, quindi serviva un salvagente, cioè il governo Monti. Noi lo ringrazieremo sempre. Ma a un certo punto la parola dev’essere restituita agli elettori. Ci vuole un altro passo. Anche perché, attenti, Berlusconi non è sparito, sta lavorando».

In queste parole di Giuliano Pisapia sta il nocciolo, quantomeno per il movimento arancione, della svolta impressa lunedì 13 marzo al teatro Smeraldo da Libertà e Giustizia al quadro politico italiano.

Il suo manifesto, stilato dal costituzionalista Gustavo Zagrebelski e firmato in rete da 40mila persone, afferma un concetto molto semplice e quindi rompe un tabù. Il governo Monti, dei tecnici, è necessariamente a termine, pena l’autodistruzione della democrazia in Italia. Ad aprile-maggio dell’anno prossimo si dovrà tornare a votare. Ma, con i grandi partiti scossi da continui scandali di corruzione e in calo verticale di consensi e di fiducia (gli ultimi sondaggi li danno al 6%, persino sotto le banche, dato unico in Europa), è urgente una profonda riforma della politica, alias nuovi progetti politici e nuove leadership.

Volutamente, ha spiegato Sandra Bonsanti coordinatrice di L&G, Milano è stata scelta come assise del convegno. La città che nell’estate scorsa ha per prima battuto il berlusconismo, e avviato un nuovo corso politico. Con la partecipazione e l’equità. La cifra dell’intervento di Pisapia che, di fronte ai duemila convenuti nel teatro milanese, ha ricordato episodi anche di oggi, dalle segnalazioni spontanee per salvare i clochard dal grande freddo ai biglietti del tram gratuiti per i disoccupati. Ma è anche una cifra nazionale, che si estende oggi alla corsa di Doria a Genova. E domani?

Si sta facendo un po’ di dietrologia dietro il manifesto di L&G e la serata dello Smeraldo. C’è chi sostiene che Carlo De Benedetti, patron dell’associazione, abbia spaccato il “partito di Repubblica”  in contrasto con Scalfari (che sostiene un governo Monti “lungo”, per almeno un legislatura di risanamento) con un progetto innovativo, forse una “lista civica nazionale” in cui i nomi di spicco sarebbero proprio le due star della serata, Giuliano Pisapia e Roberto Saviano. Possibile? Forse. Probabile, no (difficile pensare che Pisapia lasci il suo impegno da sindaco per correre nel 2013). Politicamente sensato? Sì.

Per capirlo restiamo sui messaggi dello Smeraldo. Che, se letti con attenzione, formano un progetto.

In un’Italia in crisi profonda, con impoverimento diffuso, evasione, corruzione e criminalità dilagante la tesi di Roberto Saviano è che una reale politica di contrasto alla corruzione (su cui il governo attuale, condizionato dal Pdl, tituba)  i capitali criminali poterebbero essere colpiti e recuperati. Si tratta di ben 160 miliardi all’anno, frutto di spaccio di morte, estorsioni, distorsioni della concorrenza…160 miliardi, pari all’8% del pil italiano. E se vi aggiungiamo altri 60 di corruzione e 150-200 di evasione ecco che un futuro governo della legalità, di cui Saviano è un simbolo, potrebbe attaccare circa il 25% del Pil , oggi rubato a noi o evaso. Risorse per investimenti, politiche sociali, reale ripresa.

L’altro messaggio credibile, quello di Pisapia, è che legalità e partecipazione possono andare in sinergia. Fino a propagarsi da Milano a Genova, dallo spazio locale allo spazio nazionale.

Sogno? Beh, si. Ma era appunto questo lo scopo della serata di L&G dello Smeraldo. Mettere in moto un sogno, una prospettiva positiva. E pare riuscito. Compresa la sibillina frase in chiusura della Bonsanti sulla discussione dentro L&G  sul tema di <un partito nuovo, ma completamente diverso da quelli di oggi>. Un partito arancione nazionale? Chissà.

Un fatto è però certo. Chi ha lavorato e lavora all’esperimento milanese, dopo ieri, ha qualche serio segnale per non mollare, anzi per costruire ancora di più. E’ nelle cose.

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Transizione

Perchè è interessante questo momento? Non per il governo di tecnici in sè ma per la transizione. Quando un popolo comincia ad accorgersi che può esistere un’alternativa a questa banda di marci e incapaci, la transizione può alternativamente avere un esito “basso” o “alto”. Essere un mero periodo di aggiustamento ciclico, dai danni precedenti o divenire un cambiamento delle reali regole del gioco.

Ecco quindi perchè provo interesse non al governo dei tecnici ma al partito dei tecnici. E a uno stile, una proposta politica complessiva e europea.

 

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Regione Lombardia

Era, tanti anni fa, la prima di un progetto di rinnovamento. Oggi, dopo 15 anni e passa di regime ciellino,berlusconiano e penatiano, è quello che leggiamo sui giornali. L’ombra degradata di se stessa. Un bancomat di tangenti sulle aree fabbricabili. Poco da stupirsi se i lombardi (ancora in stato di on) desiderino un partito dei tecnici.

Comunque Boni è oggi il becchino del federalismo della Lega, divenuto federalismo della tangente.

P.s. Oggi, pur di fronte allo schifo nella Regione Lombardia, il vertice tra Monti e i partiti è saltato, oltre che sulla Rai anche….sulla nuova legge anticorruzione, che Berlusconi non vuole.

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Cvd

Divertente, plausibile e persino scontato questo sondaggio. Un quinto degli italiani, in parte usciti dai sarcofaghi dell’astensionismo, vorrebbe un cambiamento politico di fondo.

Il governo dei tecnici ha dato loro il profumo, la sensazione vaga di scelte e decisioni serie e razionali per ricostruire il Paese. Se questa sensazione comincerà ad ancorarsi sui fatti questo 20% potrebbe divenire 30%. E in un momento di scelta drammatizzata persino il 40%.

Ovvero l’inversione di un ciclo politico discendente avviatosi nel 1962.

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La tela di Monti

Forse mi sbaglierò (ma non credo). Ora, con la firma a 25 del fiscal compact di venerdì scorso, per Mario Monti si apre ora una fase più interessante, e forse  meno difficile di quella apertasi a dicembre 2011.

Venerdì si è parlato di “Europa 2020″, di project bonds entro giugno, di passi per rendere questi documenti appena abbozzati piani tangibili, in tempi certi.

A che servono i projetc bonds? Semplice: a costruire infrastrutture nuove, come la rete ferroviaria  europea ad alta velocità, finora a corto di fondi.

Ecco che arriviamo rapidamente al nodo della Val di Susa. Un’opera pubblica che dovrebbe far uso di questi bond, previsti peraltro nel decreto “Salva Italia”.

Ovvio, Monti vuole varare il progetto Torino-Lione come suo banco di prova di una politica di realizzazione di infrastrutture capace di coinvolgere i capitali privati, quantomeno su scala europea. Un segnale di politica attiva per la ripresa. Un altro fiore all’occhiello da esibire alla Merkel per arrivare ai più generali eurobond, ovvero (dopo l’unione fiscale e l’unione delle politiche economiche attive) al debito pubblico europeo.

Questi passaggi hanno senso, ma, quantomeno nel caso piemontese, con un grosso punto interrogativo. Supponiamo che alcuni miliardi di euro vengano raccolti tramite un Project Bond (garantito dall’Unione europea o persino dalla Bce) sulla Torino-Lione. Un ammontare di circa 3 miliardi comunque necessario anche nella versione low cost dell’opera.

Supponiamo però che i dieci anni necessari alla costruzione della grande galleria si allunghino e si dipanino in uno stillicidio di conflitti continui. Fino all’allungamento dei tempi del progetto. E la permanente militarizzazione della valle. Come potrebbe essere ripagato un Project Bond  decennale (o più), di mercato, senza generare un disastro?

Non sarebbe meglio che Monti avviasse project bond in Italia su terreni infrastrutturali meno rischiosi?

 

 

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Italia senza corruzione

Io ho firmato. Qui:

http://www.avaaz.org/it/italy_anticorruption_new//?vl

Siamo già oltre 50mila.

Passaparola

 

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Val di Susa e Val Sangone

Che follia questa storia della Tav. Due anni fa, organizzato da Luigi Bobbio, seguii a Torino un seminario di due giorni, basato sul metodo della democrazia deliberativa. Sulla questione. relazionarono esperti di tutte le opinioni, si discusse in tavoli aperti e civili. E, nella sostanza, vennero fuori due elementi chiave:

1) che la Val Di Susa è troppo stretta, congestionata e urbanizzata per accomodare un grande cantiere decennale di scavo della galleria senza, nei fatti, costringere gli abitanti della valle ad andarsene.

2) che la Val Sangone adiacente, molto meno abitata e più ampia, avrebbe potuto essere un’alternativa, anche se più costosa e con qualche curva in più.

Tutta la piramide di potere, da quella locale fino al governo Berlusconi, ignorò queste indicazioni. E così la Regione Piemonte e l’entourage di potere Ds.  Molto probabilmente sulla scorta di interessi aziendali di vario genere ( fino alla Cmc, la holding cooperativa delle costruzioni) . La scelta implicita evidentemente fu: massimo profitto sul budget dato dai fondi europei  e linea dura, disciplina di partito nonostante la conclamata resistenza dei valsusini alla galleria.

Oggi, di nuovo, la guerra è scoppiata. Nessuno parla più della Val Sangone. Perchè?

 

 

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Cogestione

Ho l’impressione che la cogestione abbia vinto, come modello di relazioni industriali, in Europa. Il sistema tedesco è nei fatti egemone nel continente in crisi. E l’alternativa è il far west. In atto in Italia.

Spero che la Camusso e Landini se ne facciano una ragione. E anche Bombassei. Prima che sia troppo tardi, per l’industria italiana.

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N’drangheta

Un dato è abbastanza chiaro: vincere la N’Drangheta e sequestrargli il patrimonio criminale (un gran pezzo di America Latina, tanto per capirci) significherebbe abbattere il debito pubblico italiano al 60% del Pil.

(fonte non divulgabile)

Eppure vi sono parlamentari che stanno pianificando rielezioni nel 2013 con i voti delle cosche.

Che ne dici Monti?

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