Programmi? Tra tutti vince Di Stefano

Che barba questa campagna elettorale. Tutta di nomi (all’80% i soliti), di calciomercato, di liste e di liti. Non un idea credibile, in giro, per far uscire l’Italia dalla depressione, in cui è stata cacciata dal 2011.

Fanfaluche varie. Berlusconi che pretende che la Bce garantisse il debito pubblico italiano (con conseguente pernacchia dell’80% europeo). Grillo che ciancia di uscita dall’euro (e conseguente fragoroso fallimento del paese). Bersani che sommessamente si limita al bricolage di tanti provvedimenti possibili (e forse è il più onesto). Monti che lancia messaggi di solo rigore, lasciando la crescita alle magiche virtù dei mercati. E il peggiore di tutti: Maroni che si rinchiude nel 75% di tasse appropriate in Lombardia e nella prospettiva di una “repubblica del nord” (Lombardia, Piemonte, Veneto), ovviamente a guida leghista. Come dire, un altro modo per spaccare e poi far fallire (al rallentatore) l’Italia. Poi c’è chi vagheggia il ritorno all’industria di stato e persino a monete parallele all’euro.

Chi salvo di tutta questa congrega? Bè, Renzi qualche idea ce l’aveva, ma ha perso le primarie. Ma salvo soprattutto Di Stefano, il giornalista in corsa in Lombardia con il suo progetto di sviluppo basato sulla green economy e l’agricoltura biologica. Con fondi tratti dalle prebende accordate da Formigoni nella sanità ai suoi pervasivi accoliti di Comunione e liberazione.

Il modello Di Stefano è replicabile non solo in Lombardia. E mi pare l’unico realistico (e un po’ entusiamante) nella attuali condizioni. Piuttosto buie.

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Perchè la sinistra non potrà fare a meno di Monti

Basta leggere qui.

Si preannuncia uno scenario di governabilità per alcuni aspetti simile a quello del 2006, quando Prodi dovette governare per due anni e mezzo con una maggioranza di tre senatori. Oltre all’apporto, un po’ spurio, dei senatori a vita.

Chi dobbiamo ringraziare perchè un forza di coalizione socialdemocratica non potrà governare in autonomia l’Italia, stante l’attuale e folle legge elettorale? Grillo, Berlusconi?

No. Un coacervo di politicanti professionisti di estrema sinistra, il solito Di Pietro (ormai con mezzo partito), De Magistris e a seguire…tutti sotto la tinta arancione e la faccia nuova di Ingroia.

 

La Campania è la vera sorpresa di questo sondaggio. Di Lombardia e Sicilia si sapeva. Ma la Campania sembrava una regione sicura per il centrosinistra. Poi però è arrivata sulla scena la formazione arancione sponsorizzata dal sindaco di Napoli De Magistris e guidata da Ingroia e le cose sembrano cambiate.

La stima Ipsos delle intenzioni di voto per gli “arancioni” è all’11,2 per cento. Un ottimo risultato che consentirebbe di ottenere seggi anche al Senato, visto che in questa arena la soglia è dell’8 per cento. Si deve alla forza di questa lista la debolezza relativa della coalizione di Bersani. Il suo 30,5% non la mette al riparo dalla concorrenza del centrodestra che qui, a differenza per esempio del Lazio, dimostra di raccogliere una quota significativa di consensi, pari al 28,5 per cento.

Nella lotteria del Senato la Campania pesa molto. Dopo la Lombardia è quella che pesa di più con 29 seggi totali di cui 16 vanno al vincente e 13 ai perdenti che qui saranno relativamente tanti visto il numero di liste in grado di superare la soglia di sbarramento.

Così la sinistra massimalista potrebbe favorire a Napoli la vittoria di Berlusconi e impedire al centrosinistra di governare da solo a Roma. Anche nel 2006 si andò vicino ad un esito simile in Campania. Il partito marxista-leninista si presentò contro l’Unione. Prodi vinse, ma per soli 25.000 voti. Chissà se nel 2013 il voto utile darà una mano a Bersani ?
La “rivoluzione civile” avrà un solo risultato: far vincere Monti. Che così, con il suo 8-10% diverrà l’ago della bilancia, forse governerà, di sicuro applicherà la sua visione del necessario risanamento italiano. Molto moderata, all’80% liberista,  quindi forse un po’ troppo moderata, non molto attenta all’equità, specie con un paese in caduta libera nell’impoverimento.

E’ un paradosso. La sinistra massimalista, concentrata in una sola regione, può far saltare forse la prima occasione, da molti decenni, di una maggioranza politica definita e stabile di sinistra in Italia. Sarà invece come sempre il gioco delle mediazioni politiche tra borghesia e tecnocrazia di centro e sinistra più o meno popolare.

Peccato che stavolta vi sia poco da mediare. Con un mostriciattolo come il Fiscal Compact europeo (60 punti di pil di debito da toglierci di dosso in 14 anni) ci vogliono spalle larghe, idee chiare, anzi chiarissime e non è consentito guardare in faccia nessuno.

Ci vogliono risultati, altrimenti sarà l’esplosione. E per produrli ci vuole un governo solido.

 

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Perchè potremmo fare a meno di Monti

Qualcuno mi spiega quali fattori realmente governano l’andamento dello spread? Fino a ieri la vulgata diceva che lo spread alto era, almeno fino al novembre 2011, causato dalla sfiducia dei mercati e dei partner europei per Silvio Berlusconi. Evabbè. Credibile.

Subito dopo si disse che l’arrivo al Governo di Mario Monti lo avrebbe datto scendere.  Non avvenne subito, ci volle un robusto intervento della Bce (1000 miliardi di credito alle banche, in due aste, a gennaio e poi marzo 2012).  Poi a luglio le grandi paure sulla Grecia,  seguite da una forte attivazione della Bce, con connesso annuncio rete di sicurezza per i paesi sotto attacco, e quindi la discesa dello spread.

Ora Monti si è dimesso, l’Italia affronta una prova elettorale importante e incerta. Uno direbbe che lo spread dovrebbe di nuovo esplodere a 500 e passa punti. Invece oggi ha toccato il minimo dalla primavera 2011: 275 punti.

Lo spread è semplicemente crollato per il riflesso sui mercati della soluzione politica negli Usa al rischio di precipizio fiscale.

Nulla a che fare quindi con le dimissioni di Monti. Comincio a pensare anche che Mario Monti non sia tanto indispensabile. Nè siano tanto indispensabili le sue terapie, tutte giocate su un rigore a tutti i costi che ci ha portato in profonda recessione.

Monti non ha il monopolio del consenso dei mercati. Ma questo ultimi potrebbero persino preferire, valutando le prospettive italiane, su mix diversi di politiche per il rigore, l’equità fiscale, e l’effettivo stimolo alla ripresa e al lavoro.

 

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Buon 2013 (anno interessante)

Mi sarebbe piaciuto farvi gli aguri di buon anno con almeno due buone notizie.  Di un 2013 che chiude una fase disastrosa e, insieme, un nuovo inizio. Purtroppo però, per realismo minimo, devo limitarmi alla prima. E considerare la seconda tristemente, e prematuramente, sfumata. Poteva essere un partito del futuro vicino a Monti. E’ invece la solita pappa, una mezza Dc.

La buona notizia è che comunque il 2013 vedrà finalmente, con ogni probabilità, la chiusura dell’era Berlusconi. Certo, il Cavaliere di Arcore resterà sulla scena politica all’opposizione. Ma non sarà più in grado di creare un suo sistema di potere, quale quello che abbiamo dovuto subire nel corso degli ultimi venti anni.

Avremo, con buona probabilità, un centrosinistra forse anche con maggioranza parlamentare stabile.  Il miglior regalo che il 2013, a febbraio, potrà portarci sarà una coalizione di governo in grado di governare il paese per tutta una legislatura che si annuncia durissima. E persino, almeno sulla carta, in grado di approfittare di tempi migliori.

Sono ottimista. Il 2013 sarà un anno in cui la crisi toccherà il suo punto di massimo. Ma già a settembre avverrà qualcosa di importante, forse di decisivo: le elezioni in Germania. Forse qualcosa cambierà in Europa. Forse qualcuno capirà che dopo il 1934 successe qualcosa.

Dopo quella boa di settembre , anche il governo di Berlino (probabilmente ancora guidato dalla signora Merkel)  non dovrà calibrare ogni dichiarazione, ogni mossa, ogni provvedimento sul metro dei sondaggi di opinione e elettorali. Forse anche qualche grande consiglio di amministrazione bancario discuterà di Europa, Europa reale.

Se è ancora il caso, politici della Cdu e banchieri, di fare ad ogni piè sospinto la faccia arcigna di chi sta difendendo i “soldi dei tedeschi”.

Soprattutto se, a fine 2013,  come anche molti commentatori ripetono (tra cui il non sospetto Economist) tutta la “periferia europea”, dopo due anni e passa di crisi durissima, entrerà in forte instabilità sociale, qualcosa probabilmente succederà anche ai piani alti tedeschi.

Le molotov hanno un bagliore indimenticabile.

L’Euro sarà, infatti, di nuovo a rischio. E non solo per l’eccesso di debito dei paesi periferici (deindustrializzati), quanto per la loro destabilizzazione sociale collettiva. E un Euro a rischio non piace molto a Francoforte. Pubblica e privata che sia.

Cento milioni di europei senza lavoro e impoveriti non sono il massimo nemmeno per la più conservatrice eurostruttura. Che ora non portà più lavarsi la coscienza elargendo le piccole brioches dei programmi comunitari.

Assisteremo, a fine anno prossimo, ai primi segnali di una inedita situazione prerivoluzionaria in Grecia, Spagna, Portogallo? Me lo auguro, sarà un bene per l’Europa, per una futura Federazione. Me lo auguro a patto, ovviamente, che restino solo segnali. Subito spenti da appropriate politiche di rilancio.

Ciascuno di questi paesi ha infatti già oggi tassi di disoccupazione pazzeschi, (un giovane su due e un quarto dei lavoratori in Spagna e Grecia) e crescite dei senza lavoro di questo tipo si cominciano a vedere anche in Italia con qualche segnale persino in Francia.

Contemporaneamente, con il Fiscal Compact, vengono meno gli ammortizzatori sociali del welfare state. In Grecia manco a parlarne, in Spagna idem, in Italia si vedrà, forse.

Italia. Cito l’ultimo rapporto di “Sbilanciamoci”, con la sua efficace sintesi:

quest’anno il Pil diminuisce del 2%, un terzo dei giovani non ha lavoro, la spesa sociale si è di fatto dimezzata provocando uno smantellamento del welfare, abbiamo oltre centosessanta crisi industriali in atto con il rischio di perdere altri trecentomila posti di lavoro, più di un miliardo di ore di cassa integrazione nel 2012, più di un milione di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, il potere d’acquisto tornato ai valori di dieci anni fa, oltre cinquanta comuni di media grandezza che il prossimo anno rischiano il dissesto finanziario e di non poter pagare più gli stipendi ai propri dipendenti. È una crisi tremenda, drammatica.

Risultato netto. Una recessione che, per larga parte d’Europa, sta sconfinando in depressione. Senza redditi e senza investimenti. Con chiari sintomi virali, sistemici, automoltiplicativi.

Ci salverà la ripresa dagli Usa? Molto dubbio, dato lo stato estremamente precario delle finanze pubbliche statunitensi, e la stretta fiscale, le maggiori tasse necessarie per fermare il fiscal cliff.  Saranno i ricchi a pagarle? Benissimo, ma comunque sarà un bel colpo di retromarcia su un’economia appena in moto.

A giugno i nostri ineffabili eurocrati cercheranno di elargire, come possono, un pò di fondi anticrisi agli stati più esposti. In cambio, ovviamente, delle mitiche riforme strutturali (ma che impatto può avere, mi chiedo,  liberalizzare un mercato del lavoro per metà di licenziati e disoccupati?).

Pannicelli caldi. Ideologia. Di un’Unione Europea che gioca a governare con un bilancio pari all’1% del Pil continentale.

Scrive Barbara Spinelli, su Repubblica, in un commento all’Agenda di Monti:

L’idea alternativa a quella di Monti è di suddividere i compiti, visto che gli Stati, impoveriti, non possono stimolare sviluppo e uguaglianza. Se a questi tocca stringere la cinghia, che sia l’Unione a assumersi il compito di riavviare la crescita, di predisporre il New Deal concepito da Roosevelt per fronteggiare la crisi degli anni ’30, o la Great Society proposta negli anni ’60 da Johnson “per eliminare povertà e ingiustizia razziale”. L’idea di un New Deal europeo circola dall’inizio della crisi greca, ma non sembra attrarre Monti. È un progetto preciso: aumentare le risorse del bilancio dell’Unione a sostegno di piani europei nella ricerca, nelle infrastrutture, nell’energia, nella tutela ambientale, nelle spese militari. Non mancano i calcoli, accurati, dei vasti risparmi ottenibili se le spese dei singoli Stati verranno accomunate.

Per tale svolta occorre tuttavia che il bilancio dell’Unione non sia striminzito come oggi (l’1% del pil. Nel bilancio Usa la quota è del 23). Che aumenti alla grande, grazie all’istituzione di due tasse, trasferite direttamente dal contribuente alle casse dell’Unione: la tassa sulle transazioni finanziarie e quella sull’emissione di diossido di carbonio. La carbon tax (gettito previsto: 50 miliardi di euro) segnalerebbe finalmente la volontà di far fronte a un disastro climatico già in corso, non ipotetico. Cosa ne pensa Monti? Sappiamo che vuol tassare le transazioni finanziarie, ma gli eventuali introiti già sono accaparrati dal Tesoro nazionale.

Eccoci al punto. Noi stiamo per votare un’Agenda Monti che non ci dirà che cosa c’è “insieme” e “dopo” il Fiscal compaq.
Unici impegni concreti sono il pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico in Italia.

Monti probabilmente guiderà una coalizione che non ha una chiara percezione del 2013 e poi del 2014  e del 2015. Che ha acceso un cero alla Madonna, come l’intera Europa, sperando che le difese finanziarie da un lato tengano, dall’altro che i tedeschi comincino a ragionare, e che i giovani greci e spagnoli non diano fuoco, a fine anno, ai rispettivi parlamenti. E che magari l’onnipotente dio mercato serva in tavola la ripresa globale anche sui piatti europei più impoveriti. Impoveriti ovviamente dall’imperativo categorico assoluto di aver assolto i propri “compiti a casa”.

Ma se poi questi “compiti a casa” generano il mostro della depressione e quindi della destabilizzazione sociale? Se questi “compiti a casa” per salvare l’Euro finiscono per destabilizzarlo peggio dei debiti pubblici?

Risposta dall’Agenda Monti: boh.

Tutto questo, mi rendo conto, è un po’ crudo, poco elettorale. E non lo troverete nell’osannata Agenda Monti.  Troverete tante nobili frasi, specie all’inizio, sull’Europa. Sul prossimo parlamento costituente, eccetera. Come se a un pensionato greco, spagnolo o italiano che si muore di fame basta un, seppur altolocato, pezzo di carta.

Troverete un vuoto, evidente, sulle politiche reali per la ripresa. Un buco che forse verrà riempito solo dopo settembre.

Buon 2013, primo di una serie di anni interessanti.

P.s. L’Economist dice:

The fate of the euro will depend as much on the choices of creditor states, above all Germany. Its approaching election in the autumn of 2013 will make Mrs Merkel increasingly cautious about staking more German money.

French calls for joint eurobonds were rejected months ago. An alternative French idea, to create a central euro-zone budget to help counter economic shocks, was killed off at the European summit on December 13th-14th. These and other proposals were part of the European Commission’s “blueprint” for long-term reforms (including treaty change) and a similar but more limited “road map” drawn up by Herman Van Rompuy, president of the European Council. At the height of the crisis, EU leaders felt it necessary to set out a long-term vision to reassure markets. Now that the pressure is off, the vision has gone as well.

“It’s not dead. It’s in hibernation,” says Alexander Stubb, Finland’s Europe minister. But he admits that the prospect of a big treaty change to re-engineer the euro is receding. For the foreseeable future, the euro zone will be based more on a modified Maastricht system, with tougher rules, more money in extremis and a more active central bank, than on true fiscal federalism.

This may be enough for the euro to survive, but not to thrive. At best, recovery in peripheral countries is likely to be slow, even if they have undergone deep reform. At worst, the lack of a long-term plan will invite markets to push the euro back down the rungs of financial hell.

(parola di un autorevole, stagionato e conservatore periodico britannico)

 

 

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Attento Ambrosoli

Comunione e Liberazione, la setta fondamentalista che ha occupato la Regione Lombardia e il sistema sanitario regionale, è entrata anche nel seguito elettorale di Mario Monti, tramite Mario Mauro, europarlamentare Pdl.

Ora per chi vorrà tentare la “discontinuità” con le pratiche di occupazione di posti e di potere proprie di Cl in Regione lombardia, rischia di essere bersagliato dall’alto. Proprio dall’entourage del  futuro presidente del Consiglio.

Bravi ciellini, non solo puntate sul  “derivato” Albertini, ma anche sul Governo. Bella manovra di accerchiamento. Bella cintura di sicurezza per proteggere il gran lavoro di  potere di Formigoni.

 

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Monti, fai sparire l’Udc

Caro Professore,

Questo è un post di sostegno, se è vero che sta combattendo la sua battaglia elettorale decisiva.

Ricordi a Pierferdinando Casini cosa fu trovato nel covo del capomafia Provenzano: volantini elettorali dell’Udc. E questo colpì milioni di italiani. Più dell’arresto di Totò Cuffaro.

Certo Lei anche ricorderà, da economista, chi fu uno dei due grandi responsabili del mostruoso debito pubblico che da decenni ci schiaccia. Tal Giulio Andreotti, capo riconosciuto, palese e occulto della Dc (l’altro si chiamava Bettino Craxi).

Sono solo un paio di esempi. Lei ne ricorda certamente altri, e anch’io. Milioni di italiani li ricordano. E’ il motivo perchè quel piccolo residuato chiamato Udc non ha mai superato il 10%. Gli italiani hanno persino preferito affidarsi a Berlusconi che a qualcosa che puzzasse ancora di Dc.

Provi, da economista matematico, a fare la sommatoria delle indagini per corruzione su esponenti Udc e correrarla al trend generale della casta.  Vedrà che è sopra la media.

E come possono pretendere che il 50% degli eletti di una sua lista vada a loro? Non le sembra strano, eccessivo?

Per cui, dato che Lei è una persona seria e ha una visione in gran parte decisiva per i prossimi anni, non inquini tutto con l’Udc.

Dia un taglio al passato.

Anche se tre liste di centro a lei collegate, come spiega bene Ricolfi oggi sulla Stampa, le frutterebbero un po’ di voti in più, non si lasci incantare.

Meglio due punti in meno ma una proposta politica completamente nuova, e all’altezza anche dei giovani.

Lasci che l’Udc si sciolga in questa lista (ma in modo controllato). E magari con lei si perda nell’oblio (così come è stato per il partito socialista) quella Dc che ci ha portato l’Italia al fallimento e alla corruzione generalizzata.

In fede (un suo ex studente)

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La visione (malscritta) di Monti

Ho letto con una certa attenzione “cambiare l’Italia, riformare l’Europa” , alias Agenda Monti.

Mi ha colpito, più che ciò che vi è scritto (ampiamente conosciuto dagli scorsi mesi nell’azione del governo e da vari documenti) ciò che non vi è scritto. Ovvero il senso di obbligatorietà europea che traspare da ogni riga dell’agenda. E la mancanza di un’agenda sociale, in un’Italia allo stremo.

L’agenda è un sistema di politiche  coerenti con il Fiscal Compact, sottoscritto dall’Italia, che impone dal 2014 in avanti un obbiettivo di riduzione del debito pubblico al ritmo di 2 punti di Pil annuo, fino al target finale del 60% del Pil.

L’agenda è il biglietto di ingresso, il solo secondo l’autore (o gli autori) per partecipare alla riforma dell’Europa in posizione non subalterna.

Perchè questo avvenga l’Italia deve sviluppare un’autentica metamorfosi. Da paese ingessato, stagnante, infestato da furbi, burocrati e sudditi a paese altamente dinamico, resilient, ma allo stesso tempo civico, rispettoso delle regole comuni. Con uno stato alleggerito e mercati aperti e concorrenziali. Un paese capace di crescere almeno al 2% all’anno e non in nero. E quindi di centrare gli obbiettivi (altrimenti pesantissimi) del Fiscal Compact, senza esplodere socialmente.

Creando persino un’Italia in inversione di tendenza dall’attuale progressivo suicidio demografico. Quindi probabilmente meno infelice.

Credo che sia questa, riassunta malamente (ma poi non tanto) la visione di Monti. Di sicuro è il segno dell’agenda Monti.

Di sicuro questo documento, se questo è il sogno (ed è un sogno di grande portata storica), lo comunica malamente.

L’agenda Monti è scritta in un terso, freddo linguaggio da economista, e a tratti da alto funzionario di Stato. E’ un documento programmatico professionale, ma non è un manifesto politico, capace di muovere animi e menti.

Questa, da uomo della strada che si informa, l’interpretazione della sostanza di quel documento.

Monti, e il network di economisti, ex-ministri, ex-colleghi e autorità europee, ha però un problema politico.

Sta proponendo all’Italia, nei fatti, un salto storico. Una sorta di decostruzione e ricostruzione del tessuto di regole e di istituzioni del Paese. Alla conferenza di fine anno l’ex premier non a caso  ha citato De Gasperi. Quello che propone ha precedenti simili solo con il 1946 di fuoriuscita dal ventennio fascista, e poi dalla guerra.

Altri, da allora, hanno lanciato programmi di rilancio. Come il roboante miracolo italiano di Berlusconi (finito in nulla, in condoni e evasione dilagante) oppure i programmi all’acqua di rose di D’Alema (vedi poi scalate private  a Telecom e Bnl). O infine il primo programma di Prodi, l’Italia che vogliamo, realizzato per un centesimo.

Quest’agenda è qualcosa invece di serio. Al suo centri c’è una visione (mal comunicata) di portata storica. La metamorfosi del paese da spazio di appartenenze, di gerontocrazie, di leggine, di lobbies, di caste, di congreghe di affari, di accordi sottobanco, di nero, di evasori, di elusori in un paese aperto dove si può ricominciare (e persino in meglio), dove dottorarsi non è l’anticamera dell’emigrazione….un paese aperto, dinamico. Dove è interessante vivere e rischiare, con un safety net per togliere paura al gioco sociale.

Questa visione andrebbe comunicata ai veri elettori di chi si riconosce nell’agenda: le giovani generazioni. Ma il documento non lo fa. E contiene anche qualche marchiano, macroscopico errore.

Perchè manca questo sforzo comunicativo, nonostante l’annuncio di Monti di voler parlare a tanti riformismi sparsi nello spazio politico italiano?

Perchè l’agenda non esplicita la visione e non contiene espliciti correttivi in termini di equità sociale (il suo principale punto debole)?

Credo per un, quasi inconscio, senso di monopolio e di obbligatorietà forzata. In altri termini: o vi mangiate questa minestra o saltate tutti dalla finestra.

Se l’Italia non seguirà l’agenda, la penalità non sarà quella di tenere Monti fuori dal governo, ma di ritornare in conflitto con la comunità, i governi, le istituzioni europee. E di conseguenza i mercati.

Il vero partito, diciamolo chiaro, che oggi sostiene Mario Monti.

E sarà il disastro.

E’ quindi una congiura contro l’Italia, l’agenda? Non credo. La necessità di una svolta è evidente ovunque. Specie per l’apertura di spazi nuovi. Per i giovani e forse le donne. Le forze oggi inutilizzate del cambiamento.

Ma il punto resta. Il salto storico è un salto storico. Richiede, come fu per De Gasperi e De Gaulle un blocco storico a sostegno del progetto e della visione.

E questo blocco storico può essere Pierferdinando Casini, e un partito, come è l’Udc brillante per indagati, amici di mafiosi e altro?

Non facciamo ridere, per favore.

Il blocco storico dell’agenda Monti (e soprattutto della sua visione) può avere al suo centro solo le nuove generazioni. La metamorfosi dell’Italia in sistema aperto non si fa in pochi anni, e nemmeno in poche legislature. La lezione appunto dai tempi di de Gasperi fino al centrosinistra del 62 è stata evidente: l’italia povera del dopoguerra si è aperta ai mercati mondiali, si è sviluppata in modo straordinario. Ma già dal 1968 in avanti ha cominciato a richiudersi su se stessa. Ogni shock successivo non ha fatto che accelerare questo ingessamento, queste trincee sociali. Sia nella classe dirigente politica, che nell’impreditoria pubblica e privata, nelle regole sindacali, nelle corporazioni.

L’Italia si apre se è con le spalle al muro. Raggiunto un minimo di status tende a richiudersi. Quindi la visione contenuta nell’agenda Monti è di lungo, lunghissimo periodo. E’ una strategia permanente di innovazione nel sistema.  Fatta da soggetti che da questa strategia ci guadagnano.

Sottoponiamo a un giovane laureato precario l’agenda Monti, così come è scritta. Leggerà tante belle cosette, anche ben condivisibili, ma resterà freddo.

Certo, la prospettiva di far valere la sua laurea in medicina, la sua sudata pratica ospedaliera in un concorso in cui già si sa che verrà scelto un suo collega, mediocre, ma di Comunione e Liberazione gli piace. Ma vede anche che nel campo montiano già si muovono i politici di Cl (Mario Mauro) . E allora?

Perchè nell’agenda non è esplicitato il no alla selezione per consorterie, oggi imperante?

Ma soprattutto. Il nostro giovane precario chiederà. Posso anche battermi per un’Italia più competitiva e mono protetta, ma con quale prospettiva di stabilità sociale (e non solo economica o finanziaria)?

Negli scorsi vent’anni, in tutto il mondo e in Italia, il liberismo ha prodotto una forte polarizzazione dei redditi e delle ricchezze. Combatto, alla fin fine, per perpetuarla e persino accrescerla?

A queste due domande Monti deve rispondere.

Se vuole un’Italia aperta ci deve spiegare quale strategia ha di  contrasto reale alle consorterie, siano essere Opus Dei, Comunione e Liberazione, massonerie varie, coop rosse e altre affiliazioni di potere minori…

E insieme quale “seconda faccia” (di stabilità sociale) dovrà avere la sua visione. Quale riequilibratore. Quale “agenda sociale” La presenza di questa potrebbe, a mio avviso, attenuare di molto l’attuale opposizione anche della Cgil.

Altrimenti la sua agenda è solo una ricetta obbligata europea. Una ricetta nella sostanza di tipo  liberista, utile, necessaria, ma monca e un po’ miope.

Non tale da coagulare intorno a un progetto una generazione. Non tale da formare un blocco storico stabile di governo. Non tale da generare autentico entusiasmo e speranza.

Non sono poi molte le correzioni da apportare all’Agenda. Se credibili e ben fatte (così come sono credibili quasi tutte le misure contenute nello scritto) potrebbero portare davvero a un “manifesto per la metamorfosi italiana”.

Ma se Monti vuole insistere solo sul riferimento politico a un centro conservatore, lasciando l’agenda sociale di pertinenza del Pd, liberissimo di farlo.

Monti governerà con Bersani? Ok. La sua agenda, quella di oggi, non invade il campo elettorale e di consensi del Pd? Bersani si occuperà di gestire l’opposizione di Cgil e di Sel? Ok.

Un gioco delle parti. Insomma.

Forse necessario. Ma è un peccato che l’agenda Monti, chiaramente dimezzata, non appaia in termini di progetto compiuto e ben comunicato. Avrebbe potuto risollevare tanti, giovani e non, dalla rabbia o dalla depressione.

P.s. Caro professor Monti, oggi si insegna con la partecipazione attiva degli studenti. Pertanto le consiglio che la prossima versione della sua agenda se la faccia scrivere non da un attempato ordinario ma magari, da uno come Matteo Renzi. Vedrà la differenza.

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Il ritorno della Dc

Gli animi antichi, le fondazioni bancarie, la Cassa depositi e prestiti, il salvataggio del salotto buono Generali, i patrimoni di Santa Romana Chiesa. In una parola: la finanza cattolica, l’unico pilastro ancora rimasto saldo, sta liberando il suo personale politico, vecchio e nuovo. Verso il nuovo leader, Mario Monti.

E’ un bene, è un male? In termini relativi, su questa destra belusconiana e leghista fallita, è un bene. In termii assoluti questo denuncia la debolezza del Pd, partito condizionato di interessi interni pericolanti, dal Monte dei Paschi in coma alle grandi cooperative edilizie rosse con l’acqua alla gola di un comparto del mattone crollato.

Certo, sarebbe stato meglio un Pd rivoluzionato. Ma non so se nemmeno Renzi sarebbe riuscito a sottrarsi a questi condizionamenti.

Quindi la nuova Dc (di sinistra) è in termini relativi, e purtroppo per la vetustà della proposta politica, un bene.

E’ una sorta di commissario fallimentare collettivo, che deve operare per conto di Bruxelles (e della sicurezza patrimoniale italiana) fino a sufficienti “aggiustamenti”.

 

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Il migliore (alias il fuoridallepalle)

All’inizio, nel 2005, molti blogger (tra cui il sottoscritto) lo salutammo con entusiasmo, e persino affetto. Beppe Grillo apriva il suo blog vicino a noi, partiti chi tre o cinque anni prima, ma ancora in pochi.

Un blog bello, strutturato, piacevole da leggere e di contenuti che condividevamo. Poi però ci accorgemmo, già in pochi mesi, che Beppe Grillo non voleva essere un blogger. Non faceva conversazione nè comunità con nessuno. Non linkava altri blog. Non rispondeva nemmeno ai commenti dei suoi lettori, tantissimi e quasi sempre entusiastici.

Il suo blog non era nella cosiddetta blogosfera. Era qualcos’altro. Riprendeva a piene mani i contenuti elaborati da altri blogger, ma quasi mai li citava. Da post a post c’erano stili diversi, come se venissero scritti da più persone. Era un blog strano, diverso.

Certo, cresceva alla grande. Andava in sinergia con gli spettacoli di Grillo. Sfornava libri, cd e esibiva statistiche di accessi imponenti.

Ma…..quel blog era un’operazione costruita. Lo si cominciò a capire quando in rete circolarono messaggi e dossier telematici su moderatori occulti che eliminavano commenti e finivano per cacciare dissidenti e disturbatori.

Esattamente quello che è successo oggi. Lo stile di Beppe Grillo e di Casaleggio, che cominciammo a capire nel 2006, non è cambiato.

 

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Un uomo, un’immagine

 

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