Quantitative bubbling

La prima esplosione, oggi, del mercato finanziario giapponese è un campanello d’allarme anche per noi, e per l’Europa.

L’inizio di una nuova crisi nella crisi? Quella dell’economia liquida (lettura consigliata). Del quantitative easing a oltranza. Molti lo temono. Nessuno ancora lo sa per certo. Ma il massiccio canale monetario di impulso alla ripresa dalla deflazione appare distorto in bolla speculativa, al punto da tramutarsi nel suo esatto contrario.

Infatti…

Il crollo di Tokio di oggi ci dice che pompare a tutto spiano liquidità nei sistemi bancari (come ha fatto la Boj da alcuni mesi a questa parte) genera solo bolle finanziarie, e pochissima ripresa reale. E poi le bolle, scoppiando, devastano proprio quest’ultima, come è avvenuto nel 2000, poi nel 2008 (ricordate le politiche accomodanti di Greenspan?). E siamo ancora qui a cercare di leccarci ferite sempre più profonde.

Se l’esplosione giapponese, dopo la valanga di Yen riversati dalla Banca centrale di Tokio, sarà seguita dalla pari esplosione di Wall Street, pronube la Fed con i suoi trilioni (migliaia di miliardi) immessi, sarà la crisi generale di sistema, peggiore di quella iniziata nel 2008. Gli Usa stessi arrancano al 2% contro il 3% e più delle passate performance reali, nonostante il diluvio di nuovi dollari. Ogni miliardo in più va in finanza. E aumenta il rischio di una bolla globale.

Mario Draghi, e la Bce, con il suo programma Ltro, prevede di immettere nelle banche europee somme altrettanto colossali  in estate. Ma queste banche beneficiate cosa ne faranno? Finanzieranno investimenti d’impresa, lavoro, budget familiari, domanda?

L’altra volta le banche italiane hanno preso i quattrini e li hanno messi sui Bot e Cct, nella sostanza. Ci assicura Draghi che stavolta andranno alle imprese e alle nuove attività reali? Ci assicura, per esempio, che andranno a finanziare cose semplici (non derivati), come le ristrutturazioni edilizie condominiali (tanto per dirne una che sto seguendo) di risparmio energetico  (un affare da 300 milioni di minor consumo di gasolio e gas solo a Milano). Ci assicura che le banche tornino a fare le banche, anche se il prestito è a 15 anni? (si riempiono la bocca con la ripresa dell’edilizia per l’occupazione, e con il consumo di suolo da fermare, ecco una prospettiva concreta, e non finanziaria). Le banche a luglio avranno un valanga di euro? Che ne faranno? L’argomento merita qualche convegno, qualche titolo di giornale?  Toc toc, governo….

No. Compreranno titoli di debito sui mercati finanziari, titoli di stato, corporate bond. Troppo rischioso finanziare questi italiani straccioni. Troppi faticosi immobilizzi a lungo. Meglio la finanza globale. Un click. Tanti, maledetti e subito.

Risultato: impatto zero sull’economia reale.

Però.  L’Italia ha bisogno urgente di una terapia d’urto. Di almeno 40 miliardi annui di liquidità per almeno tre anni. 20 per le imprese e 20 per le famiglie (più povere e a rischio).

Siamo sotto del 25% sul 2007. Sono cifre persino sottostimate.

Ci hanno sbandierato la previsione di inizio della ripresa globale prima (governo Monti)  per la prima metà del 2013, poi è slittata alla seconda metà. Ora si parla di un punto non precisato del 2014. La palla di cristallo non funziona. L’economia Usa va piano al 2% e non accelera, la Cina perde persino qualche colpo, il Giappone rischia la bolla speculativa, l’Eurozona mette in fila ormai sei trimestri a segno meno (9 su 17 paesi in rosso). Con la Francia appena entrata in recessione. E la Germania, a marzo, a un simbolico +0,1%.

La nuova moneta immessa nei sistemi bancari e finanziari non si trasmette all’economia reale. Le banche non prestano ad aziende a rischio fallimento. Le aziende non investono se non c’è domanda. Le famiglie non consumano. Il circolo vizioso è ancora in atto, non toccato.

Ecco come l’Economist fotografa l’Eurozona di oggi:

The euro-zone economy has just endured a sixth successive quarter of shrinking GDP. The malaise is spreading to core countries including Finland and the Netherlands, which both contracted in the first quarter. Retail sales are falling. Unemployment, above 12%, is a record—with more than one in four Spaniards out of work (see article). In spite of savage spending cuts, government deficits are persistent and high. The sum of government, household and company debt is still excessive. Banks are undercapitalised and international lenders worry about their as-yet-unrecognised losses. Although official interest rates are low, firms in southern Europe are suffering a cruel credit crunch. All this is causing economic hardship today and eating away at the prospects for growth tomorrow. The euro zone may not be about to collapse, but the calm in Brussels is not so much a sign of convalescence as of decay.

Solo investimenti pubblici diretti, e sostegni di welfare possono spezzare il circolo vizioso. Politiche fiscali espansive, oggi precluse dall’ossessione al rigore. Moneta reale. Detassazioni europee sul lavoro (giovanile in primis), sull’impresa (nuova in primis), tanto per cominciare.

L’Italia è al centro di questo dilemma. L’attuale governo Letta è in grado di ricavare questi 40 miliardi dal bilancio pubblico italiano in pochi mesi? Non credo proprio. Scelte drastiche? Abbassare gli stipendi di parlamentari e burocrati dell’80%? Vendere patrimonio statale in pochi mesi e a prezzi accettabili? Sfoltire radicalmente le agevolazioni fiscali? Imbastire una nuova offensiva anti-evasione? (con Berlusconi nel governo….ma andiamo).

Tutte azioni, sulla carta (e nei programmi elettorali) auspicate. Nei fatti improponibili. Resta quindi solo lo status quo e l’attesa di un millimetrico spostamento nell’asse politico europeo. Cioè nulla.

Ci sarebbe, ovviamente, un modo classico per creare e investire queste risorse: uscire dall’euro e stampare moneta. Tornare a una moneta e a una Banca Centrale italiane.

Con un quarto secco di italiani alla povertà abbiamo raggiunto il limite della follia repressiva tedesca (alias rigore a tutti i costi). O si ragiona a Berlino, Bruxelles e Francoforte o si esce. Se la tengano loro questa Europa da campo di prigionia. Un referendum sull’Euro, e su questa Bce, mi pare quindi nelle cose, andando avanti così.

Draghi, Merkel, Letta. Loro oggi hanno in mano un filo italiano che potrebbe spezzarsi.

La ripresa via moneta finanziaria (illusoria)  finora non sta funzionando. O l’Europa si decide a passare alla moneta reale oppure è giustificato, per italiani, spagnoli, portoghesi e greci pensare di uscirne. Costerà salato uscirne, ma il prezzo sociale di restarci in questo modo sta diventando astronomico. A meno di una vera politica reflattiva.

E inviare un segnale chiaro ai sonnambuli mi pare quantomeno appropriato. Fa bene Grillo a parlare di referendum. Un po’ di pepe nel….

Quindi, stimato presidente del Consiglio Enrico Letta, la invito a riferire al suo superiore (o ai suoi superiori) questa semplice domanda:

moneta fittizia o moneta reale?

In queste cinque semplici parole c’è in gioco il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

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Non sai quanto hai ragione, Beppe

BOLOGNA – «C’è un nesso tra trivellazioni e terremoto». Lo dice Beppe Grillo. «A Berna è in corso un processo dopo che una scossa di magnitudo 3.7 si è verificata in seguito a una trivellazione fino a 7.000 metri di profondità per la grande centrale geotermica». Così il leader del Movimento Cinque stelle, a Mirandola per consegnare i 420.000 euro raccolti per le zone colpite dal sisma.

AUTORIZZAZIONI SOSPESE – Proprio di trivellazioni si è tornato a parlare negli ultimi giorni, con il presidente della Regione Vasco Errani che ha deciso la sospensione di «ogni decisione su tutti i nuovi progetti di ricerca idrocarburi nei territori colpiti dal sisma del 2012» . Si attende l’esito della Commissione tecnico-scientifica istituita proprio per far luce su un eventuale rapporto tra terremoto e fracking.

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Finalmente se ne parla, di questa follia. Che ci è costata tante vite umane.

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Dopo Barca, Boeri e Soru per salvare il Pd

 

Pubblico qui un articolo appena scritto per Z3Xmi, la rivista di citizen journalism di zona a cui collaboro fin dall’inizio:

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E’ la corsa, ora, alla partecipazione deliberativa online. Fino a poche settimane fa snobbata dai grandi partiti. Effetto cinque stelle, di sicuro. Ma anche genuino desiderio, per politici anomali come Renato Soru, Stefano Boeri (e Fabrizio Barca) di avviare, usando appropriatamente la rete, una rivoluzione copernicana nel gran corpo del Pd, ringiovanendolo. E ribaltando proposte e decisioni dal vertice alla base. Prima che si realizzi l’ultima profezia di Beppe Grillo: “alle prossime elezioni ci sarà Berlusconi e avrà contro solo noi del 5 stelle. Saremo noi a rappresentare la sinistra”.

Già, perché il Pd nel frattempo rischia l’emarginazione (o l’auto emarginazione) dopo la sconfitta elettorale di febbraio e poi il disastro istituzionale sfociato nella scelta obbligata del governo di larghe intese.

“Mentre il vertice Pd, a gennaio, credeva di avere la vittoria in tasca e faceva la sua tradizionale campagna elettorale, i militanti 5 stelle in rete convincevano la gente ad andare in massa ai comizi di Grillo – spiega Soru – e risultati sono stati eloquenti”.

Una lezione chiara e dura. Per Soru e Boeri questo del Pd emarginato non è né deve essere un destino annunciato.

Nell’antica sala da ballo dell’Arci Bellezza, affollata di iscritti al Pd alla ricerca di aria nuova, hanno illustrato i loro progetti (congiunti) di e-democracy. Si chiamano Sardegna Democratica, rispettivamente, e Milano Democratica. Primo propulsore è Renato Soru, imprenditore con il dna nell’informatica e nella rete, che vuole arrivare, “per vincerle” alle prossime elezioni regionali sarde con una nuova piattaforma partecipativa online in campo, e possibilmente praticata da migliaia di attivisti. E, a ruota, Milano democratica promossa da Boeri.

In pratica? Un sistema di forum di discussione, di selezione delle idee e proposte, di “fact checking” (verifica sui fatti), di sviluppo cooperativo di documenti (alla Wikipedia), oltre a strumenti facili per il video streaming e altro. Soru ha annunciato una prossima due giorni aperta a tutti i giovani informatici che vorranno imbarcarsi nell’avventura. “Una specie di startup – ha detto – di Sardegna e Milano democratica”.

Funzionerà? Il progetto è indubbiamente generoso, lungimirante. Ma, come è chiaramente emerso nella serata all’Arci Bellezza, ancora agli inizi. Il trapianto dentro il Pd di una sorta di ambiente tecnologico a 5 Stelle (senza Casaleggio ovviamente) non basta. Sardegna Democratica e Milano democratica si pongono come due (incoraggianti) iniziative locali. Ma il livello superiore (qui una disamina tecnica più approfondita) è rimasto sullo sfondo, inespresso. Ovvero la piattaforma politica e di regole capace di abilitare la tecnologia. Un semplice esempio: “Vogliamo un partito di militanti che possano deliberare e non solo ratificare scelte già prese dal vertice – dice Boeri – e qui gli ambienti cooperativi di rete sono essenziali, anche se opportunamente combinati con gli incontri fisici”.

Già, ma questa capacità deliberativa dal basso con quali regole può essere istituita, e con quale linea politica? Quale gruppo dirigente può sostenerla e non avversarla? Sufficiente la gestione “illuminata” locale di un Soru o di un Boeri? E’ una questione a cui oggi fornisce una risposta solo un altro, il neo-candidato alla segreteria Pd Fabrizio Barca, con il suo corposo documento sulla “democrazia sperimentale” che delinea una forma partito completamente nuova (quantomeno per il Pd) basata sul lavoro cognitivo (online e misto) dei militanti (non diverso dall’accezione Soru-Boeri) ma privilegiato rispetto alle operazioni di vertice e di potere.

Un partito separato dalle carriere statali e dai giochi di potere dei singoli e delle lobbies. Capace di incalzare e rinnovare lo Stato usando proprio “l’intelligenza collettiva” che nasce dalla partecipazione strutturata. Un sogno che oggi affascina molti.

Soru e Boeri, così, si iscrivono “localmente” dentro questa linea nascente di profondo rinnovamento della politica. Chiaramente con l’occhio ben puntato sul prossimo congresso dei democratici a ottobre. Dove, come si vede, si sta formando un nascente aggregato di innovatori. Ma è ancora da vedere se dotato di sufficiente forza politica interna.

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Democrazia sperimentale (ovvero Fabrizio Barca)

Sandro Gozi, deputato prodiano, delinea un quadro piuttosto desolante: «Il Pd oggi è come un’azienda che accaparra posti e prebende, non può che essere considerata una bad company; tutto quindi si giocherà al congresso, dove dovremo tutti impegnarci e metterci in gioco per costruire il vero Pd (perché questo è finito) e convincere Prodi e tanti iscritti ed elettori a rimanere con noi. Se non facciamo un Pd solido, aperto e con-vincente rischiamo di perdere i migliori e di ritrovarci con gente interessata solo a occupare poltrone».

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Mi piace davvero la proposta che Fabrizio Barca ha sviluppato nel suo documento, ormai noto e piuttosto famoso.  Mi piace perchè è l’unico progetto politico che leggo in chiaro da tanto tempo, dall’avvio dell’Ulivo. E perchè pone, in chiaro, almeno due questioni chiave. La riforma dello Stato e la riforma della politica (dei partiti). Cercando di ipotizzare un gioco a guadagno condiviso tra i due, a favore dei cittadini.

Oggi i partiti di governo, e non solo il Pd, sono sostanzialmente bad-companies (come nell’eloquente citazione riportata sopra). Sono luoghi di carriera politica, amministrativa o aziendal-pubblica e chi tenta di esserci per spirito civico o passione di fatto è emarginato.

Un tempo esistevano partiti autofinanziati, grandi, con centri studi, convegni, riviste culturali, persino reti di convivialità famose. Certo, erano ideologici, ma non erano certo soggetti di degrado.

Non solo. Il profilo della politica, in Italia, quantomeno dal 1994 ad oggi è profondamente cambiato. Il modello Berlusconi, centrato sul leader mediatico, con il suo staff unico depositario di programmi e progetti, e connesso partito (se così si può definire) di prescelti e di clientes del capo indiscusso ha purtroppo fatto scuola.

E questo nonostante la breve stagione dell’Ulivo, e di un tentativo debole di organizzazione a rete e produzione politica e cognitiva (per usare il termine di Barca) che all’inizio entusiasmò tanti (tra cui me) ma già nel 1998 venne brutalmente sostituito, con un colpo di mano parlamentare (ricordo un tizio protagonista, tal Marini) dal corrispettivo di Berlusconi a sinistra. Quel tal Massimo d’Alema che vi importò con arrogante lungimiranza (purtroppo) tecniche e strutture simili. Rapporto stretto con i media, staff centralizzato, azione di governo (e sottogoverno) personalistica. E soprattutto uso a piene mani della peggiore finanza.

E poi ancora, tal Veltroni. Stesso profilo marketing, anzi, fino a teorizzare il “partito liquido”, in apparenza aderente alle dinamiche “veloci” della società in mutamento. In pratica un “non partito”, in cui aderenti e militanti servivano al più (come ora) per applaudire ai comizi e a ratificare scelte già prese dal centro. Un partito non partecipato, non influente, vuoto. Pubblicitario. Di manichini in mostra, dice giustamente Barca

Il danaro pubblico, il fiume dei rimborsi elettorali (malamente giustificati con l’idea di dover controbilanciare le massicce risorse di Berlusconi) hanno rapidamente distorto ogni rapporto interno ai partiti. I militanti, con i loro piccoli sudati contributi individuali (che tanti anni fa nel Pci contavano) oggi non contano più nulla. Conta chi è nello Stato, chi è parlamentare, assessore, funzionario delle Coop o delle aziende “vicine” o similia. La base può solo distribuire volantini, parlare a vuoto, eventualmente protestare. Non ha potere contrattuale sulla struttura.

Emerge potente la “bad company”, l’intreccio perverso tra partito delle carriere e dei posti e uno stato arcaico, che nessuno più ha la forza culturale e pratica di controllare e innovare. Il motivo per cui non siamo riusciti a ridurre la spesa pubblica e il debito dal 1992 ad oggi.

Un esempio? Sesto S.Giovanni era una città comunista “forte”. Poi si tramutò nel “sistema Sesto”, il suo opposto. Ovvero amministratori e manager di aziende edilizie “rosse”. Il paradigma di una bad company tuttora in atto (si veda l’operazione Città della Salute, ai danni dei contribuenti lombardi, sulle aree Falck insieme a Compagnia delle opere e Comunione e Liberazione). Bad Company rossa alleata alla Compagnia delle opere. E così altrove in Italia.

Bad company, poteri occulti e berlusconismo: uguale Italia dei suicidi.

Il motivo principale dell’attuale disastro italiano.

Che fare? Barca propone, all’essenziale, due grandi azioni.  L’instaurazione nei partiti di quella che chiama “democrazia sperimentale”. E la separazione netta tra partiti e Stato.

La democrazia sperimentale è una forma organizzata che combina discussione e elaborazione politica attraverso i classici ambiti fisici e insieme la rete. In uno schema altamente partecipativo (per alcuni aspetti simile a quello sviluppato nel movimento 5 stelle).

Personalmente dal 1994 ci opero, dalla prima rete civica italiana fino ad oggi con PartecipaMi, Z3xmi, e il comitato per Milano di zona tre. Esperienze fuori dai partiti, ma che mi dicono che il fisico-virtuale, per produrre politica partecipata e concreta, funziona. Arriveremo, per dirne una, ai bilanci partecipativi nelle zone di Milano. Niente partiti a interessarsi. Ma noi a furia di spingere.

Il punto, per Barca,  è: con la democrazia sperimentale ci si iscriverà al nuovo Pd per fare politica e non per cercare posti o carriere. Il partito indipendente invece avrà un rapporto critico, dialettico con lo Stato. Dovrà incalzarlo e innovarlo. Come, decenni fa, alcuni think tank di grandi partiti (in primis il Pci) proponevano e incalzavano.

Ok.  Mi vergogno di andare oltre con questo malandato bignami del documento Barca. Ora passo ai miei dubbi.

Questa epocale “muraglia cinese” tra stato e partiti, questa riforma profonda della politica in Italia come può realmente essere creata? E soprattutto come, in un partito come il Pd, con migliaia di eletti, amministratori, manager pubblici e di aziende connesse allo stesso partito?

Chi e come produrrà le regole di separazione e di indipendenza. E chi e come le farà valere?

Saranno credibili? Dureranno nel tempo?

Barca sostiene, a mio avviso illuministicamente, che l’adozione stessa dentro il Pd della “democrazia sperimentale” genererà o rafforzerà questa separazione.  Ovviamente lo spero, spero che una sorta di “sistema di meetup” attrarrà giovani per “fare” politica e non “servirsi” della politica. Ma è ragionevole sperarlo? Il Pd è riformabile dal suo interno?

Io credo di no.  La forza delle lobbies è evidente, e va al di là dei 101 vigliacchi che hanno affossato Prodi. Il muro di separazione andrebbe eretto innanzitutto dentro il Pd. Sapendo che la moneta cattiva scaccia quella buona, anche in un mondo di democrazia sperimentale (inquinabile).

Eppure la prospettiva generale di Barca è affascinante. Dopo più di vent’anni di dileggio e deprecazione dei partiti (dopo i disastri compiuti dalla Dc e dal Psi) una voce con una storia (ricordiamoci Luciano Barca) e con una cultura moderna ci indica di nuovo quel nodo, e in positivo. Ci dice che, se non lo risolviamo, la crisi perenne dello Stato e degli italiani non si risolverà.

La nuova generazione lo sa.

La prova l’abbiamo sotto gli occhi. Un terzo dei voti degli italiani è andato al  5 Stelle. Un partito (pur con tutti i suoi difetti di leaderismo) che non pratica la ricerca di posti o di prebende. Che non vuole il facile e abbondante danaro dei rimborsi elettorali. Che al suo interno discute via rete, su programmi interessanti (ma anche sballati). Ma dove chi partecipa pare avere un ruolo (superiore al normale membro di un circolo Pd).

Se il Pd riuscisse a mutarsi in una sorta 5 stelle senza leaderismo, più equilibrato,  efficace, intergenerazionale, aperto e concreto (ma altrettanto attrattivo) sarebbe la trasformazione. Che via successi elettorali costringerebbe anche gli altri partiti al nuovo modello.

E allora? Barca con il suo documento  si candida alla segreteria del Pd. Sta facendo un tour nazionale per discutere le sue idee con iscritti e simpatizzanti. Io spero che raccolga numerosissimi seguaci, tanti, il più possibile. Che formi un continuum, che sia segretario o no, con altri come Civati, Boeri, Soru e i tanti nomi che cercano un Pd diverso.

Spero anche che al congresso Pd questa iniziativa perda. Spero persino in una congiura di potere contro. Al punto da spaccare finalmente l’irriformabile Pd (in primis la sua inamovibile nomenklatura di potere, di affari, di carriere ).

Spero che i numerosissimi aderenti all’iniziativa non si riducano a una ennesima corrente, ma escano e formino (butto lì) il Partito comunitario italiano (Pci) con le regole e lo schema più o meno indicato da Barca (ma senza la zavorra).

Spero poi che il Pci, la good company, vinca alla grande le elezioni, su una prospettiva di vera riforma del Paese e di intelligenza collettiva al lavoro. E releghi progressivamente la bad company un guscio vuoto. E alla fine la costringa a sparire.

E così ridimensioni Berlusconi e riattragga i tanti voti di delusi dalla sinistra finiti a Grillo.

Altrimenti: good company assieme a bad company presto diverrà ancora una volta la seconda. A partire dalla prossima tornata elettorale, in cui dovrà sopportare (senza colpa) l’attuale discredito dovuto al fallimentare percorso Bersani (per me anche truffaldino).

Insomma. A Barca e altri in un partito pulito, aperto, completamente nuovo (operazione entusiasmante a cui parteciperei) ci credo. E così ai tanti Barca che lo abitano.

Dentro l’attuale Pd, perdonatemi e non sono il solo,  francamente no.

 

 

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Eletto Epifani dall’85% del vertice Pd.

Non infierisco.

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OccupyPd, picchia duro!

Ma è possibile che questa casta vergognosa abbia il coraggio di proporre al Pd un altro “uomo di ieri” come Epifani? Un altro per trattare a fare giochi con le correnti con lobbies incorporate, con le coop rosse, con i cementificatori sostenibili, con i sindacati del pubblico impiego, con i finanzieri semi-falliti delle banche rosse, con il partito degli assessori, dei politici e dei funzionari a vita? Mai un partito socialdemocratico,  indipendente e al di sopra del sistema consociativo, dei cittadini?

Ma è possibile che non si capisca quale cloaca è oggi il Pd? E perchè non potrà che prendere in giro i suoi (e agli italiani)?

Possibile che non si capisca che oggi, e domani in questa assemblea Pd, deve essere nominato un uomo di rottura assoluta? Preferibilmente un giovane….

Epifani? Un altro suicidio?

Basta. Io non mi faccio più prendere in giro.

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Come hai ragione Boeri…

L’ex assessore Stefano Boeri, tra i presenti all’appuntamento, teorizza la necessità di rovesciare la piramide con un’opa degli elettori sul Pd: “Riportare in alto la base e gli iscritti e giù quel vertice che si è fatto beffa dell’intelligenza collettiva e della partecipazione”. A livello nazionale, spiega, è successo quello che è accaduto a Milano. “Usano le intelligenze che trovano per vincere le elezioni e poi le abbandonano a se stesse per fare quello che vogliono. Il partito dopo il voto ci ha mollato, i circoli non c’erano più, dei 170mila votanti di allora non è interessato più nulla”, dice l’assessore dimissionato da Pisapia perché disallineato. Ma più insopportabile e distruttivo ancora, a detta dell’archistar, è stato il maldestro tentativo di coprire tutto questo. “Bersani doveva dire chiaramente che abbiamo perso, sottoporre agli iscritti le scelte da compiere in una situazione di stallo e di difficoltà, se insistere coi Cinque Stelle, andare con Berlusconi o al voto. Il fatto di non aver ammesso la sconfitta con 3,5 milioni di voti persi per strada ha prodotto compromessi e risposte ancora peggiori che abbiamo tutti sotto gli occhi”.

(via il Fatto Quotidiano)

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Bersani non poteva dichiarare la sconfitta elettorale, dimettersi e aprire un dibattito nel Pd. Era infatti solo a metà dell’opera…..

La verità, grande come un grattacielo, andava dissimulata e taciuta. Nel più evidente atto di doppiezza politica della storia della sinistra italiana.

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La grande presa in giro firmata Bersani

Sono arrivato alla conclusione, concatenando semplici fatti, che Pierluigi Bersani ci abbia preso per i fondelli. A parole acerrimo oppositore di Berlusconi, nei fatti artefice, passo dopo passo, dell’attuale esito delle ” larghe intese”, alias esecutivo con l’integerrimo di Arcore.

Un esito deciso, fuori dalle sedi democratiche forse persino un anno fa.

Ma vediamo i fatti

Bersani, segretario del partito, è colui che indice le primarie Pd, nell’autunno scorso, e si oppone con ogni mezzo, incluse regole da Pcus (primarie chiuse), a un’autentica concorrenza con Matteo Renzi.

Renzi è infatti un politico giovane di primissimo piano (come Bersani non è) e pericolosamente alternativo a Berlusconi e soprattutto al vecchio apparato Pd (di cui Bersani fa storicamente parte, con colleghi stretti come Massimo D’alema a Filippo Penati e al blocco di potere interno delle Coop rosse…).

Bersani, anni fa, è il protagonista di accordi tra le Coop e la Compagnia delle Opere sulle infrastrutture pubbliche.

E tratta con Penati l’operazione Gavio per aggiungere un azionista alla scalata Bnl con Unipol, con quattrini sottratti, via acquisto dell’ autostrada Serravalle a prezzi gonfiati, alla Provincia di Milano.

Pochi mesi fa, poi,  Bersani dà il suo benestare per far passare in un decreto Monti eufemisticamente etichettato come “anticorruzione” un codicillo che abbrevia la prescrizione proprio per Penati , il boss del “sistema Sesto” e dell’operazione Serravalle e dei suoi compagni inquisiti delle Coop edilizie Rosse.

Come mai l’antiberlusconiano Bersani si spende per il maggiore polo di malaffare accertato esistente nell’universo Pd? Forse perchè ne ha fatto parte, e dirigente?

Bersani vince le primarie. Ha ora,  per le elezioni, dalla sua sondaggi strabilianti, ha l’Italia che gli offre il governo, delusa da Berlusconi.

Ma lui che fa? Una marcia trionfale alla Obama? No fa di tutto per perdere. Messaggi smozzicati, comparsate televisive ridicole. E soprattutto silenzio.

Il programma del Pd, alle elezioni, a leggerlo, ha un quarto delle idee e delle righe degli altri. Fa ridere tanto è generico e sciatto.

Fino agli ultimi giorni elettorali utili Bersani insiste nel suo eroico silenzio. Persino quando Berlusconi si prende il centro della scena con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa la sua replica è patetica.

Negli ultimi sette giorni al voto un milione di italiani, schifato, passa a votare per Grillo. Di fronte a questa mummia Pd.

Elezioni. E risultati. L’Italia unanime è stupita dal disastro ottenuto dal Pd. Persino Berlusconi e Grillo.

Bersani non fa un plissè. Forte di una maggioranza alla Camera ottenuta con il clamoroso 0,7% va dritto all’obbiettivo. Deve soddisfare il suo elettorato interno Pd, giustamente antiberlusconiano, e comincia il suo inconcludente balletto con il movimento 5 Stelle. Che non ne vuole sapere, a cominciare da Grillo e Casaleggio.

Propone, pro forma, il suo incarico a Napolitano che giustamente, in mancanza di numeri, glielo nega.

Elezioni presidenziali. Dopo un paio di giri a vuoto siamo al dunque. D’Alema gli chiede una votazione a scrutinio segreto, nel Pd, contro l’altro grande nome, Prodi.

Lui fa il colpo di mano improvviso, tenta l’acclamazione a Prodi e ovviamente i dalemiani gli si rivoltano contro in aula. Disastro.

Grillo gli offre, se vota Rodotà (un ex presidente Pds, si badi) un accordo di governo. Lui rifiuta, in totale controtendenza a poche settimane prima. Perchè? Boh.

Risultato: unica possibilità diviene il secondo mandato a Napolitano e, come già deciso, il governo di larghe intese (alias inciucio).

Il governo che consente di non alterare i rapporti di potere (per esempio gli affari tra Comunione e Liberazione e Cooperative) e di condividere il peso di politiche difficili anti crisi.

Il Pd di Bersani abdica, in sostanza, a guidare il Paese. E lo fa dopo un balletto, finemente mascherato, e durato sei mesi. Passando per una sconfitta elettorale voluta.

Chi va al governo?

Guarda caso Enrico Letta, il  vice di Bersani nel Pd. Che pubblicamente lo ringrazia nel suo discorso di insediamento.

E Bersani si commuove, dopo tutto il lavoraccio fatto.

Grazie Pierluigi, a non più rivederci.

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Cercasi leader

Provate a disegnare uno scenario probabile.  Questo governo (una sorta di Monti bis senza Monti) durerà il tempo necessario all’uscita dall’emergenza.  Poi, mettiamo tra due anni, a fase acuta della crisi superata, Napolitano (il vero deus ex machina) scioglierà le camere e annuncerà le sue dimissioni. A quel punto il Pd punterà su Renzi, l’unco cavallo di razza disponibile (in mancanza di uno pari della sinistra Pd) e Berlusconi punterà al ruolo di senatore a vita (previo Presidente amico), come suo definitivo salvacondotto.
Ciò a cui assistiamo oggi è solo l’onda lunga del fallimento di Bersani, uomo senza leadership (interna e esterna al Pd) e senza offerta politica convincente per gli italiani. Uomo che ha perso le elezioni platealmente.
E’ quindi essenziale ricostruire questa offerta, se si vuole il cambiamento,  in una sinistra inquinata da D’Alema, e costruire un nuovo leader. Vendola non può esserlo, anche se credo abbia perfettamente capito questa crisi.
Non c’è un Renzi  a sinistra. Il punto è questo.
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Grazie Lega

Per aver bloccato l’ennesima ascesa di Giuliano Amato.

(colui che con Bettino, Andreotti e Forlani, creò l’Italia indebitata e fallita).

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