Supplemento di pena (per l’Italia)?

La cosa che più mi fa arrabbiare del cicaleccio italiota in corso è la mancanza, quasi assoluta, di una ricostruzione storica di quello che abbiamo dovuto subire dal 2009 ad oggi.

In un paese normale, con un regime etico normale per gli uomini politici, Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi già quell’anno, nel 2009, dopo lo scandalo Noemi e poi delle altre call girls pugliesi. Invece articoli, foto discinte e titoli percorsero i media internazionali associate alla sua faccia irridente.

500 mila ragazzi, autoconvocati su internet, scesero invece in piazza con bandiere viola per il No Berlusconi Day ma poi tutto finì lì. L’opposizione, alla D’Alema e Bersani, non salì nemmeno sui palchi.

Lui restava graniticamente sulla poltrona, mentre all’estero coniavano salaci barzellette su di lui e sull’Italia. E non furono solo barzellette.

Non accennò nemmeno di striscio all’ipotesi di dimissioni. Ma l’anno dopo fu la volta della seconda ondata: Ruby, le Olgettine, la Minetti. E ancora big bang sui media e sulla rete. Tanto per conferma globale.

Nel 2011 l’Italia e il governo italiano erano pertanto totalmente screditati. Berlusconi si ostinava nella poltrona. E intrallazzava con Putin. Nessun altro governante, europeo o occidentale, voleva riceverlo. Invece alla prima occasione, all’estero (e soprattutto in Europa), erano pronti a presentargli il conto.

Per questo la speculazione finanziaria, appena potè, colpì più duramente che potè l’Italia, economicamente anche solida, ma eticamente e politicamente screditata. Nessuna pietà per quella gente indebitata al 120% del Pil che tollerava, o persino sosteneva, il Cavaliere.

L’esplosione avvenne nel settembre 2011, sull’onda della crisi greca e dei Pigs. L’Italia in poche settimane passò da spettatrice a epicentro degli attacchi speculativi. Più feroci che sulla Spagna. E si parlò anche di grandi banche tedesche e inglesi capofila. E fu per questo che la Merkel (e altri) riuscirono a ottenere dall’Europa l’imposizione all’Italia di una cura da cavallo di austerity. Un governo screditato ovunque, un leader screditato, meritavano infatti una mazzata storica. In buona sostanza non necessaria. Ma utile a cacciare lui, Silvio, toglierselo di torno dai vertici europei. A un prezzo anche astronomico per gli italiani. Ma sufficientemente alto per essere efficace. E assicurare la fine di un regime in Italia (non solo di centro-destra) che il popolo italiano non riusciva a scalfire.

Il prezzo:  l’anticipo di un anno nel pareggio di bilancio pubblico, al 2103. Una batosta che stiamo subendo anche ora. Una mazzata inferta, così, nemmeno alla disastrata Spagna.

Se la combiniamo alla recessione mondiale, alla perdita di competitività sui paesi emergenti, al calo di domanda interna, la drastica manovra sui conti pubblici (compresi non pagamenti alle imprese e strangolamento dei comuni) ci dà la misura dei fattori di spinta sinergici (in segno meno) su un paese che dal 2011 ad oggi è entrato in avvitamento.

L’Italia non meritava, dati i suoi fondamentali nel 2011, un simile colpo. Ma lo meritava Silvio, perchè mollasse. E ci riuscirono, a disarcionarlo, ottenendo in cambio Mario Monti. Finalmente Berlusconi fuori. E al suo posto un amico della tecnocrazia europea. Che mantenne puntualmente l’obbligo a eseguire l’inutile mazzata. Anche lui senza un plissè. Un esecutore, che manco aveva capito le ragioni di quel prezzo esorbitante da pagare. E che si barricò, pur avendo tranquillizzato i mercati, con quell’imprescindibile impegno preso poche settimane prima del suo insediamento.

Forse è questo il motivo per cui gli italiani non amano Monti. Perchè un economista, specie se decantato, dovrebbe essere in grado di prevedere le conseguenze e gli scenari di una politica economica.

Il prezzo quindi oggi lo sta pagando non Silvio ma l’Italia. Con la più tremenda recessione-depressione dal dopoguerra.

Stiamo pagando quindi anche la nostra incapacità a sceglierci i governanti e a mandarli via. Stiamo pagando la vigliaccheria di massa del 2009. Stiamo pagando il nostro lassismo in fatto di etica pubblica e privata, che invece altrove conta. Stiamo pagando anche il consociativismo e i compromessi del Pd. I suoi patti della crostata, di infelice memoria.

Ma soprattutto stiamo pagando un gesto elementare che andava fatto e non fu fatto. Da parte di un vecchio politico incontinente, colto con le ragazzine, che non si ritira.  E invece sfida il mondo con protervia.

Oggi probabilmente avremo un’altra crisi politica. Un governo cadrà malamente perchè costui non accetta il principio elementare di ritrarsi da cariche pubbliche in quanto riconosciuto, in via definitiva, colpevole di reato. Il governo cadrà e avremo di nuovo una crisi finanziaria. In condizioni ancora peggiori di quelle del 2011.

Dopo la grande stangata del 2011 (propongo di chiamare l’attuale crisi economica italiana”Noemi-Ruby”,  ora c’è anche il supplemento di pena per l’Italia. Ma a lui, ovviamente, di noi non gliene potrebbe fregar de meno.

Avremo una crisi economica aggiuntiva, un’altra mazzata? E questa nuova ondata speculativa la chiameremo  “decadenza”?

Mò basta.

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La tenaglia

A cinquanta giorni dall’ultimo post la situazione italiana mi pare identica. Da un lato questo povero paese resta incatenato alla vicenda personale di Silvio Berlusconi. Che sta tentando in ogni modo di annullare o ritardare la sua obbligatoria uscita da ruoli politici pubblici.

Esercita pressioni di ogni tipo sul Pd, facendo conto su non pochi compiacenti, e soprattutto sulla forza dei numeri parlamentari, ovvero sulla inesistenza di una maggioranza di governo alternativa.

In presenza di una crisi finanziaria sempre pronta a scattare in caso di elezioni anticipate “emotive”.

Il termine, l’altro termine, dell’equazione maledetta, che ci sta trascinado a fondo, ha due protagonisti: Grillo e Casaleggio. Sipragli a una collaborazione di governo con il Pd? Nessuno. Possibili trattative anche su riforme molto radicali? Niet. Solo un movimento oppositivo di duri e puri che, mese dopo mese, di sta rivelando sostanzialmente inutile.

In questo Grillo e Casaleggio stanno facendo un enorme favore a Berlusconi. E un pessimo servizio anche a gran parte dei propri elettori, che hanno votato cinque stelle perchè molto, o almeno qualcosa facesse.

Niente, siamo nella tenaglia. Che potrà essere spezzata solo da un opportuno, e a tempo debito, ricorso alle urne. Ma prima è essenziale che la legge sia rispettata. E Berlusconi cessi di essere un parlamentare.

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L’angolo di Berlusconi

Dopo anni e anni di giochetti giudiziari, ora Silvio Berlusconi pare proprio in un angolo. L’interdizione ai pubblici uffici verrà con ogni probabilità confermata tra venti giorni dalla Cassazione. E diverrà pienamente esecutiva.

Certo. Potrà far saltare il governo dopo quella sentenza. Ma a che pro? Sarebbero disastrose elezioni anticipate da tutti vissute come “ad personam” (ancora una volta), regalerebbe in pratica un Italia allo stremo al Pd e al 5stelle (anche perchè il Pdl ormai non ha piu’ un programma, dopo il veto dell’Fmi e di Standard & Poors sulla demagogia fiscale in tema Imu).

E’ proprio all’angolo, il povero Silvio. “Addomesticarsi” i giudici della Cassazione non è pensabile. Far saltare il sistema anche (e non ne avrebbe più la forza). Gli conviene solo una mossa. Andarsene dall’Italia,  da grande vittima, espatriare. E da lontano tentare di organizzare una riscossa, mediatica e politica. A Craxi non riuscì, a lui forse….chissà.

(ricordiamoci che è comunque l’uomo più ricco d’Italia).

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Forse è utile ricordare qualche considerazione elementare.

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L’uscita di scena di Berlusconi, di questo ammorbante personaggio che ha guidato la degenerazione e la stagnazione dell’Italia dal 1994, sarà (e dovrà essere) un evento epocale. Di un ordine di grandezza più incisivo e positivo di quanto fu l’esilio di Craxi nel 92.

Lo ha capito persino Grillo, che sta cambiando linea.

Putroppo Craxi fuori gioco creò un vuoto raccolto solo dal vecchio Pci-Pds, un partito a sua volta bolso, ancora ideologico e di appartenenze di affari e conservatrici. Non funzionò. Ci volle l’Ulivo di Prodì, dopo il primo sconclusionato governo Berlusconi, per capire la possibile risposta.

Oggi è meglio prepararsi in anticipo, con le lezioni del passato bene in mente.

Primo: cacciare D’Alema e tutta la sua congrega. Perchè non facciano di nuovo il giochetto del 1998, quando accoltellarono Prodi, per prendersi il comando.

Secondo: costruire un partito aperto, e possibilmente internamente contendibile. Un partito attrattivo, in gran misura secondo le idee di Barca, con strumenti moderni di intelligenza collettiva di seconda generazione. Un partito per cui valga la pena esserci, senza illusioni di carriera o di collusione con lo Stato. Un partito aperto di idee e di politica.

Terzo: favorire a destra la rinascita di forze politiche interessanti e serie. Come “fare-fermare il declino” con i loro programmi economici fondati non sulla demagogia ma su precise necessità. E non l’inutile (e poco trasparente, vedi ciellini e Udc) Scelta civica di Mario Monti.

Quarto: dare battaglia aperta alle congreghe, come Comunione e Liberazione, cresciute parassitariamente all’ombra di Berlusconi e ora transitate con Monti.

Quinto: dare battaglia alle parallele congreghe interne al Pd. In primis le Cooperative. Esternalizzarle fuori dal partito, nel loro spazio naturale di mercato, alla parti con quelle di Cl e altro.

Sono solo alcuni punti di una risorgenza forte e necessaria. Altri possono essere aggiunti.

La vera ripresa italiana.

All’appuntamento del dopo Berlusconi stavolta è necessario un Ulivo al quadrato. E senza killer nascosti e scheletri interni.

 

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La crisi e la seconda intelligenza collettiva

Tutti lo sanno, ma nessuno nelle alte sfere vuole ammetterlo pubblicamente. Il capitalismo, e in particolare il capitalismo libero globale nato negli anni 90, è in crisi, Nessuno sa e riesce a prevedere quanto profonda sarà questa crisi, e se reversibile o meno.

Di fatto, con lo scoppio della prima bolla (internet e tlc) del 2000 il sistema è divenuto instabile. Gli Usa si sono deindustrializzati (a favore della meno cara Asia) e l’Europa ha cominciato a ridurre e perdere il suo famoso sistema di protezione sociale  e di welfare. Il ceto medio deindustrializzato Usa si è buttato sulla speculazione immobiliare di massa, Bush ha tentato di accaparrarsi il petrolio irakeno, e nel 2008 è esplosa la seconda bolla immobiliare-finanziaria, che ha coinvolto anche molte banche  europee.

La crescita industriale asiatica ha cominciato a mordere anche l’Europa, amplificando la crisi nei singoli paesi (Italia in primis). Ma poi anche con un feedback globale, e sugli stessi produttori asiatici che oggi vedono uno dei principali mercati mondiali rarefarsi.

Nel frattempo la stabilità finanziaria Usa, grazie allo storico ruolo “imperiale” del dollaro, è stata mantenuta tramite una terza bolla. Quella degli enormi finanziamenti che la Fed ha nei fatti canalizzato su Wall Street. Ufficialmente per indurre e sostenere la ripresa Usa, nei fatti per mantenere in piedi lo strategico complesso bancario-finanziario statunitense.

Oggi tutti scrutano, settimana dopo settimana i dati macro americani. Forse la ripresa finalmente c’è. Forse no.

In realtà un’era d’oro si sta chiudendo. La Cina, sempre più autocentrata, non è più un affare per i capitali occidentali, e soffre di una crescente crisi bancaria interna (banche di partito, decotte). L’India è in frenata rapida, come se avesse toccato il tetto saturando la sua esportazione di ingegneria software senza riuscire a inserirsi nell’industria hard globale.

Da soli questi due giganti danno il tono, nel bene o nel male, della globalizzazione.

Se quindi guardiamo con attenzione a questa catena di eventi possiamo capire che questi sono i grandi, enormi sbandamenti a cui è stato sottoposto (e viene sottoposto) il sistema dei popoli in nome della globalizzazione, ovvero dell’allargamento rapido del capitalismo oltre ogni limite e confine.

Finanza senza briglie, industria in migrazione. Stati in  fase di taglio e di ritirata. Tutto in presenza di  reti elettroniche globali. E quindi succede che, e da vari anni ormai, anche le rivolte alla crisi presentano le stesse caratteristiche.

Contemporaneamente oggi, sono giovani egiziani, brasiliani, turchi a “imbracciare” lo smartphone. Organizzandosi su Facebook e postando foto delle brutalità subite.Ieri fu la primavera araba, poi Occupy Wall Street, gli emarginati in Svezia, i giovani iraniani….

La globalizzazione, nella sua forma tecnologica, rende di un ordine di grandezza più facile insorgere e propagare l’insorgenza. Soprattutto se, sotto, vi sono generazioni di giovani senza futuro, pronti a scattare anche per un parco cittadino violentato.

Questi sono i risultati di una globalizzazione economica velocissima (in meno di dieci anni ha cambiato la faccia del pianeta) totalmente asimmetrica rispetto a una pari globalizzazione politica. Di fatto immobile.

Per esempio. Alla fine della seconda guerra mondiale Keynes propose un banca mondiale capace di emettere moneta di riserva globale (il Bancor). E quindi di coordinare tutte le banche centrali del pianeta. Gli americani risposero ovviamente di no, a favore del loro dollaro imperiale.

Keynes sognava il governo mondiale dell’economia e della ricostruzione del mondo. Ebbe in cambio l’Fmi, un ibrido controllato dai grandi stati (Usa in testa).

Oggi una banca centrale mondiale è con assoluta evidenza necessaria (di fatto le grandi banche centrali mondiali cercano di coordinarsi in un network che in qualche modo l’approssima, quando arrivano le tempeste). E così un sistema per controllare  e limitare alcuni movimenti di capitale (in particolare l’abnorme massa di derivati, ma anche i paradisi fiscali, ancora a piede libero).

Manca però il Bancor. Ovvero la moneta di riserva e la politica monetaria coordinata su tutto lo spazio globale.

E così un centro di guida delle politiche economiche che sia in grado di usare questa moneta dell’umanità. In grado di indurre investimenti di riequilibrio nei paesi “deboli” , dall’Egitto all’Italia, alla Nigeria al Brasile.

Il tutto può forse avvenire anche per coordinamento degli stati esistenti? Questo processo si sta rivelando inaccettabilmente lento. l’Fmi, per esempio, è solo un’ambulanza (costosa) per malati quasi terminali.

Se chiediamo a un giovane egiziano, italiano, spagnolo che vive sui social network che ne pensa di un governo globale, per lui questo linguaggio è immediatamente comprensibile, persino scontato.  Un governo democratico globale, in un’era in cui si lavora e si vive in un ambiente multirazziale, è il riequilibratore simmetrico all’instabilità del sistema.

Se poi questo si combina a una forma di democrazia più avanzata dal basso ecco che comincia a profilarsi un futuro. Per democrazia più avanzata intendo dire: intelligenza collettiva di seconda generazione.

Mi spiego. Per anni su internet (dai primi anni 90) abbiamo avuto (e vissuto) forme di communità di discussione, di scambio reciproco, di informazione. Queste communities hanno però sempre avuto una limitazione di fondo. Chiunque poteva parlare, parlare, parlare. Ma era difficilissismo trovare una sintesi. E una deliberazione operativa.

A meno di non affidarsi a leader mediatici (competenti e ben costruiti, certo) come Beppe Grillo. Al massimo lo si poteva  e si può solo commentare sul suo blog.

Oggi però sono disponibili (e già in uso in Italia) delle piattaforme deliberative evolute. In cui l’intelligenza collettiva “grezza” viene auto-filtrata e raffinata, da un processo di emendamenti, discussioni, adesioni e infine votazioni tra i partecipanti alla comunità stessa.

L’intelligenza collettiva di seconda generazione che ne scaturisce è di un ordine di grandezza superiore per qualità alla prima. Focalizzata, precisa, concreta e comunicabile. Non a caso il partito pirata tedesco ha stupito, con il suo uso massiccio di Liquid Feedback per la qualità dei suoi programmi politici.

Liquid Feedback è, nè più ne meno,  un “Parlamento” in software e in rete. Con le sue regole rigorose ma anche con la sua accessibilità aperta. E con le sue deliberazioni finali ponderate.

Credo quindi che una democrazia partecipata efficace, capace di usare appieno di questo potente strumento, associata a una banca centrale mondiale e da un ministero dell’economia possano formare il tris d’assi necessario per superare questa fase caotica e instabile. E di dare una prospettiva a una generazione.

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Berlusconi, ti consiglio l’esilio anticipato

Scontato, prevedibile il comportamento presente e prossimo del puttaniere nazionale. Lo condannano, sotto il peso di evidenze indiscutibili e lui va a far saltare il banco. A meno di un illegale salvacondotto. Un’altra ennesima legge ad personam (per annullare l’interdizione perpetua ai pubblici uffici) ma stavolta firmata anche Pd. Con conseguente ulteriore autodistruzione suicida del Pd stesso.

Il ricatto di sempre, da venti e passa anni sulla scena di un’Italia sempre più degradata, e da lui. Il mio potere politico è superiore alla legge: risultato, il 25% del prodotto del paese, per imitazione, fuggito nell’illegalità. E l’autodistruzione dell’Italia.

O mi date quello che (illegalmente) mi serve per sfuggire alla giustizia, o metto in crisi il Paese. Se me lo date producete una vergogna illegale e quindi vi fotto, se non me lo date ho risorse superiori alle vostre per imbonire gli italiani. Vinco sempre io.

Non funziona più, caro Silvio. Le ultime tornate elettorali hanno mostrato, con estrema evidenza, che non convinci più nessuno con le tue panzane. Persino la balla dell’abolizione dell’Imu è servita a poco. Gli italiani sanno (salvo i tuoi complici) che tu sei stato il protagonista primo dei loro attuali guai.

Quindi noi andiamo a votare, ti spazziamo via. E tu vai in  esilio in una delle tue troppe ville offshore.

La prossima tornata elettorale, credo imminente, sarà quindi all’insegna virale: togliamocelo una volta per tutte dai coglioni. Ha avvelenato e fatto abbastanza danni.

Non sarà un’elezione a norma di un Grillo ormai spompato, o di un Pd che si arrabatta a governare all’europea (il minore dei mali). No. Sarà il capitolo finale di Silvio Berlusconi, come soggetto politico.

Attento Cavaliere, stavolta se scegli di votare potresti finire in un fosso. Tu e il tuo ronzino Pdl.

Non ti conviene. Meglio l’esilio anticipato.

 

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Sarà la rete a giudicare Grillo

Il movimento Cinque Stelle è costituito, per il 70 % da Beppe Grillo. E’ un dato di fatto. Senza la sua arte oratoria, senza la sua teatralità precisa, senza i testi di Casaleggio e Associati, lo Tsunami tour non sarebbe mai esisitito. E così il blog, che vidi nascere prima con entusiasmo (e poi con crescente apprensione), dal 2005. E poi le altre tournee, e così via.

I militanti del movimento 5 stelle sono solo una parte minore, non marginale ma neanche decisiva, dell’operazione. E nemmeno lo sono fasce di elettorato inattese, di persone un po’ disperate che hanno creduto che Grillo servisse a qualcosa, per loro.

No. Grillo è un’operazione mediatica importante e ben costruita. Il fatto che abbia chiuso il 5 stelle nella scatola dell’opposizione, il fatto che accetti di rinunciare alle speranze (ingenue e disperate) di milioni di italiani non importa. Importa continuare nel gioco mediatico.

Che oggi si debba tagliare una ventina tra deputati e senatori cinque stelle, rei di pensare con la propria testa, è un altro passo obbligato. Meglio un partitino docile che un movimento ampio, persino interclassista, ma orientato a governare il necessario cambiamento.

Ok. Questa è la scelta politica di Grillo e Gasaleggio. E dei suoi fedeli. A mio avviso (ma vale per me) suicida.

Ma la cosa più antipatica è che si spacci questa scelta stalinista come “giudizio della rete”.

Personalmente faccio parte di internet dal 1992, e non tollero queste minchiate. La rete è una cosa seria, non quella finta e manipolata dei soli iscritti M5s , di Crimi, Casaleggio e Grillo.

Quanto ci scommettimo che sarà le rete a giudicare,  non  la Gambaro o la Pinna, ma proprio Grillo? E non è ovvio, dati gli ultimi e penultimi segnali elettorali, che già lo sta facendo?

E non è chiaro,infine, che tutte le volte che Grillo e Casaleggio fanno i pccoli Stalin, come avvenne per Favia e la Salsi  i consensi per il M5s crollano?

Vogliono continuare sulla strada della loro autodistruzione?

 

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Cazzeggiamenti grillini

Se la mia interpretazione del disastro alle comunali dell’M5s (post sotto) è corretta (e credo che lo sia) allora le ultime esternazioni di Grillo si spiegano molto bene, e mostrano la sua debolezza politica.

Prendersela con i giornalisti è un classico di chi vuole girare la frittata. Di chi vuole farsi audience a buon mercato. Ed è anche un classico di chi, spargendo un cortina fumogena e inventandosi un nemico immaginario, vuole in realtà un M5s piccolo, coeso, da lui controllabile e….inutile per l’Italia.

Abbiamo visto Grillo gridare nelle piazze, chessò, di reddito di cittadinanza, di piccole imprese da salvare?

No. Sarebbe parlare di politica. Ma ormai troppo tardi. Senza quel 15% aggiuntivo all’M5s di gentaglia (come noi) che l’ha votato, che vuole cambiare davvero registro, spesso per disperazione.

Quel 15% evidentemente non interessa a Grillo. Meglio parlare d’altro.

Il nemico esterno: Bruno Vespa, Floris, Passigli, Gabanelli. Fosse vivo pure Montanelli.  Patetico. Ma solo in apparenza.

Grillo il conservatore (e il conservatore Casaleggio) hanno una loro bella baracca da portare avanti. Non hanno un programma di governo (i 20 punti sono all’80% scempiaggini o avventurismo), non hanno che una voce ben costruita nella rete (un blog-megafono, ben architettato e pesantemente moderato) e nel paese. Hanno parole, spesso insultanti. A ragione e non. Hanno parole, fin dal 2005. Due mesi fa avrebbero potuto avere anche politica. Decisione. Risultati. Responsabilità.

Il problema, infatti, è che il M5s di oggi non serve a niente. Non muove processi legislativi, non fa campagne mobilitanti, non amministra e fa evolvere punti nevralgici, non determina nuovi equilibri nei vari gangli del sistema.

Ha idee che noi sui blog esponevamo, discutevamo e ricercavamo nel 2002-2005, prima che arrivasse l’eccelso Casaleggio a farne man bassa, ovviamente senza citarci.

Ma oggi cosa resta di quelle idee? La green economy è morta con l’orgia di incentivi (sulle nostre bollette) dati a una tecnologia energetica inefficiente, il fotovoltaico. Oggi non abbiamo un ghello manco per coibentare le case.

La decrescita felice poi la stiamo provando sulla nostra pelle. E’ semplicemente una stronzata. Una stronzata molto  triste.

L’uscita dall’euro è un suicidio, specie se è la sola Italietta a perseguirla.

Resta solo un provvedimento elementare: il reddito di cittadinanza. Ma anche qui siamo sul costoso in un paese sotto tutela feroce dell’Europa e della finanza. Non passerà mai, purtroppo.

E allora? Grillo e Casaleggio, avete fallito. Dovevate andare al governo e costruire una “contro-massoneria” (a quella che ci governa) capace di attrarre spagnoli, greci, portoghesi e anche francesi in un “mega 5 stelle” in grado di misurarsi con le autentiche lobbies dominanti (non solo tedesche).

La vera battaglia.

E invece vi siete rinchiusi in un meschino purismo da movimentino italiota. Non siete evidentemente all’altezza della situazione. Siete inutili. E siete finti.

Presentatevi al prossimo round, quindi, meglio preparati, con idee vere e strategie vere. E non questa buffonata polemica sui giornalisti. Please.

Ma già, a voi non interessa governare e affrontare la realtà.

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Grillo e Bersani: due conservatori

A occhio la metterei così. Un terzo degli italiani, giovani precari, cassaintegrati, schiacciati dalla crisi, vota il 5 stelle. Perchè avvii finalmente una stagione di cambiamento, in un Paese che brucia un quarto del Pil in corruzione, evasione, burocrazia inutile, privilegi e caste.

Questa delega “forte” va in Parlamento. E il risultato? Ognuno di noi ce l’ha sotto gli occhi. Il risultato è un governo in cui i perdenti si alleano, l’assetto post-elezioni è totalmente tradizionale, le facce sono sempre praticamente le stesse, il cambiamento è rinviato, ancora una volta, a data da destinarsi.

Non solo: i 5 stelle eletti da quel 30% di italiani sono chiusi in un box. Una bella scatoletta con scritto sopra “opposizione ininfluente”, congelati, capaci al più di scrivere qualche disegno di legge per gli archivi parlamentari.

Ci si meraviglia che alle amministrative il 5 stelle sia crollato? E i voti del 30% in buona parte tornati nell’alveo dell’astensione? Il movimento di Grillo e Casaleggio (G&C) non ha prodotto quello che doveva dare: una prospettiva di (nuovo) governo. Di forza riformatrice.

Colpa di G&C? Colpa delle loro preclusioni nei confronti del Pd? Colpa di Bersani con le sue ambiguità? Non lo so.  So che se fin dall’inizio vi fosse stata una reale trattativa di governo tra 5 Stelle e Pd, magari su un premier diverso da Bersani, la storia sarebbe ora diversa.

So che se G&C avessero deciso di raccogliere la sfida dell’elettorato proponendosi di andare a cambiare l’Italia oggi saremmo in una situazione diversa. Secondo me nettamente più dinamica. E non avrebbero deluso così platealmente.

G&C hanno scelto invece la conservazione, e di non sporcarsi le mani con un’Italia in crisi gravissima e altrettanto complicata da cambiare. Stare nel box dell’opposizione è comodo,  comodo fare bei discorsi incazzati, però c’è un terzo incomodo: l’elettorato, con le sue aspettative reali.

Oggi Grillo si produce in un post in cui spara a zero su tutti i principali nomi (Rodotà, Vendola, Civati…) che da sinistra avevano avviato rapporti di dialogo e vicinanza con il 5 stelle.  Taglia i ponti, cerca evidentemente di chiudere un bel muro del box, di serrare i ranghi tra i duri e puri.

Molti, credo (anche parlamentari a 5 stelle) si stanno infatti domandando. Quale futuro può avere questo movimento dopo la mancata risposta e poi la plateale sconfessione da parte degli elettori?

Tra sei mesi il 5 stelle tornerà al 30%? Oppure si assesterà su dimensioni della metà o meno, dimensioni da classica forza di opposizione (un po’ marginale)?

Grillo oggi ha mandato un segnale chiaro. Taglio i ponti con la sinistra (anche migliore), sto nel box, mi va bene un movimento 5 stelle oppositivo anche da 10-15%.  Stabilmente ininfluente, ma comunque ricco (per me) di opportunità mediatiche.

E allora? riflette il parlamentare 5 Stelle. Mi sono fatto eleggere per fare politica, per partecipare e non stare chiuso in un box. Se io e tanti altri come me transitiamo nel Pd forse potremo creare le condizioni (anche con i numeri) per un partito diverso, un governo diverso, una prospettiva che non sia la collusione bilanciata tra le due caste che da decenni governano il paese.

E’ triste dover scrivere questo. Di qualcosa che assomiglia a un tradimento trasformista.  Però è la conseguenza logica della grande delusione. E il 5 stelle, al di là dell’enormità di voti presi e rappresentanti, è ancora un’alternativa? E lo sarà ancora in futuro, quando “l’effetto Grillo” comincerà mediaticamente (e matematicamente)  a scemare?

E allora che qualcuno, vicino a G&C, prenda il coraggio a due mani, per un tentativo estremo. E consigli ai due leader di avviare contatti riservati con il Pd per fare ora quello che gli elettori volevano facessero ambedue i soggetti: un governo in comune di forte cambiamento. C’è ancora uno spiraglio.

Il Pd ha già pagato il prezzo (e lo sta ancora pagando) del governo attuale con Berlusconi. Il 5 stelle specularmente idem. Destini negativi paralleli di fronte alla grande domanda disattesa dal basso.

Si vuole invertire il trend? Ora che un po’ di risorse paiono in arrivo dall’Europa sarebbe proprio utile un governo riformatore. Nuovo, coraggioso.

Ma sia il Pd che il 5stelle, purtroppo, sono guidati da elites conservatrici.

Il vero guaio della sinistra italiana

 

 

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Ma guarda….

I sonnambuli si stanno svegliando? All’Italia verrà risparmiato un supplemento di lunga, quanto inutile, agonia? Dietro il paravento formale dell’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo da parte dell’Unione ci sono quei 10-20 miliardi di cui abbiamo disperato bisogno per risollevarci.

Krugman ha avuto ragione: è tempo di allentare il cappio all’Europa del Sud. Prima che esploda il continente.

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L’infernale macchina europea

Apprendisti stregoni. Hanno messo in moto una distruzione economica senza precedenti, in un continente intero, senza avere nè le risorse finanziarie nè le istituzioni politiche per controllarla o fermarla. Questi irresponsabili che ci governano saranno puniti di conseguenza. E con loro L’Europa affonderà nelle urne elettorali. Portandoci indietro di un secolo.


Il termine macchina infernale, riferito all’Euro, non lo traggo da un comizio di Beppe Grillo o di Marine Le Pen. E’ invece dell’Economist di questa settimana, riferito da un analista di Berlino. I paesi europei ci sono dentro, intrappolati, ma nessuno, governante o istituzione ha la forza per cambiarla, questa macchina infernale, padrona del nostro presente e futuro .

Un esempio?  Il famigerato Fiscal compact, lo scellerato patto di rigore europeo che Monti ha imposto a un parlamento italiano di zombies terrorizzati dalla crisi finanziaria. Quest’anno, e almeno per i prossimi dieci ci imporrà 50 miliardi di riduzione del debito pubblico ogni dodici mesi. Una follia, un suicidio di massa degli italiani, già boccheggianti, di cui gli irresponsabili rigoristi di Bruxelles e Berlino sono i primi protagonisti.

La trappola europea è infatti l’eccesso di austerità. Non compensata da politiche e risorse di riequilibrio (qui tre proposte del Nobel Krugman). Quando un paese, come l’Italia o la Spagna, viene mandato dritto in recessione profonda, quando viene generato un mercato del lavoro da America Latina degli anni 80, con il 30% di disoccupati tra i giovani, semplicemente le tanto agognate (da lorsignori) riforme strutturali (ovvero la liberalizzazione completa del mercato del lavoro) diviene economicamente e politicamente sempre più difficili. Le devi fare “a secco”, senza contrappesi, un detonatore di esplosione sociale.

Provate a immaginare ammortizzatori sociali zero, formazione per reinserimento zero, ma massicce ondate di licenziamenti di padri di famiglia nelle aziende italiane, oggi. Solo per abbassare i salari (già bassi). Uno scontro sociale nella depressione. Una follia.

Già oggi la recessione da austerità ci è costata 1,2 milioni di posti di lavoro perduti nelle imprese, innumerevoli fallimenti, un calo di domanda automoltiplicativo che ha tagliato il Pil negli ultimi tre anni del 10%.

L’Europa dell’austerità cieca, del fiscal compact, è la madre della macchina infernale. Genero recessione ma non ho nè le risorse nè la forza politica per controllarla, bilanciarla,  e darle un esito. In questo modo i paesi vittima crollano e, crollando, si irrigidiscono ancora di più. Gli acquirenti delle aziende pubbliche da privatizzare spariscono, e così del patrimonio statale in vendita (svendita). Tutto si paralizza, salvo la caduta libera.

E’ assurdo. l’Europa sta violando ogni principio di macroeconomia, e di buon senso. In nome di una teoria dell’austerità patentemente errata.

L’unico forse che sta proponendo (inascoltato dal blocco tedesco) una qualche strategia è Francois Hollande. Un’iniziativa per la costruzione rapida di un governo dell’economia europea, con un superministro stabile.

E nella logica. Un passo verso l’Europa politica (da questo minestrone ormai tossico), prima che l’Europa e l’Euro si disintegrino. Un segnale fatto di programmi di investimento, di sostegno all’occupazione giovanile e alle imprese. Finanziati dalla Bce.

Prima che sia troppo tardi. Prima che sia una lunga deflazione-depressione europea.

Parlano, a vanvera, di ripresa. Ma la recessione, in Europa, infatti non si sta riducendo ma allargando. Nel club a “segno meno” sono recentemente entrati Francia, Olanda e Finlandia. Il Portogallo e la Slovenia sono a rischio default.

Tutto viene coperto, in nome delle elezioni tedesche. Il manovratore, Merkel, non va disturbato con le cattive notizie.

In questo deserto si stanno muovendo vasti soggetti elettorali. In Gran Bretagna il partito antieuropeo (Ukip) ha preso il 25% dei voti alle ultime amministrative. In Italia il Movimento cinque stelle propugna il referendum sull’Euro forte del suo 30%. In Francia il tasso di gradimento di Hollande è al 24%, record negativo assoluto.

E in Germania, anche le elezioni  del prossimo 22 settembre riserverà sorprese evidenti. Il neonato Afd, nato sul tema dell’uscita e smantellamento dell’Euro, potrebbe arrivare al 20%. E la sua sola presenza in campagna elettorale condizionerà la Cdu della Merkel su posizioni via via più dure sull’austerità europea.

Non esiste quindi soltanto una macchina infernale economica in atto, ma anche una macchina infernale politica ad essa connessa. E dalla prima generata. Che tende a paralizzare ogni soluzione politica positiva. Più recessione, più delusione, più rivolta politica e elettorale.

Fino alla frantumazione dell’Europa?

Quindi, o vi sarà una svolta subito oppure, temo, il 2014 sarà il primo di una serie di “anni interessanti” per l’Europa.

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