La santa alleanza (mancata) degli eurobond

L’Italia è nella palta. E continua, lentamente ma  inesorabilmente, ad affondare. Senza alcuna possibilità di risollevarsi con le proprie forze. Le cifre sono eloquenti, giorno dopo giorno. E’ come un nuotatore un tempo robusto ma ora stanco e invecchiato che si è legato una cintura di pesi anno dopo anno sempre più pesante. E il piombo ormai è ben oltre la soglia di galleggiamento.

Si dicono e si scrivono tante stupidaggini sul debito pubblico italiano. Si cita spesso quel 130% di rapporto tra debito e Pil. Non vuol dire niente. I giapponesi hanno il debito pubblico al 220% del  Pil e riescono a campare. Tutto il debito giapponese è in mano ai  risparmiatori giapponesi, e gli interessi da pagare sono pilotati dallo Stato e Bank of Japan e bassi.

Noi invece lo abbiamo messo sul mercato della finanza globale, grazie anche a Mario Draghi. Il prezzo ora lo fanno loro. E paghiamo, ogni anno, una tassa spropositata al moloch del nostro debito pubblico: il 5-6% del Pil. Questo è il numero che conta. Nove volte quanto Renzi sta cercando di estrarre dall’erario per sgravare il lavoro dipendente. Nove volte. 90 miliardi di euro che vanno per il 30% alla finanza internazionale (che detta i prezzi), per il 45% alle nostre banche e solo per il 25% ai risparmiatori italiani.

In pratica noi “regaliamo” all’estero 27 miliardi di nostro lavoro e tasse ogni anno. E oltre 40 miliardi vanno nei portafogli delle banche, una rendita facile che copre le loro tante operazioni clientelari e sconclusionate.

Questa cintura di pesi si è formata grazie ai maggiori criminali politici intervenuti dal dopoguerra nella storia d’Italia: Giulio Andreotti e Bettino Craxi in primis. Nel 1992 ci consegnarono un paese sull’orlo del crack, al 120% di debito/pil. Da allora è stata austerità continua, ma lo stato italiano non è mai stato in grado di ripagare completamente gli interessi, che hanno generato altro debito, fino alla situazione attuale.

Soprattutto dal 1994, quando Berlusconi diede di fatto il via libera all’evasione fiscale di massa. Sottraendo quelle entrate decisive per superare il gap.

Lo spiega bene Francesco Gesualdi nelle “Catene del debito”, un saggio che vi consiglio.

Torniamo all’oggi. Gravato da questo folle peso, senza la capacità di trovare risorse aggiuntive (tuttora prosperano criminalità, corruzione e evasione) l’Italia non può aspettarsi alcuna politica di ripresa, di riduzione di una pressione fiscale record (sugli onesti) al 50%, di investimenti pubblici, di incentivi all’occupazione. Quello che servirebbe.

Non è pensabile che un paese che vede crescere dal 3%, poi al 4% nel 2011, poi al 5% nel 2012 e oggi al 6% la “tassa debito” da pagare possa farcela. Pur essendosi dissanguato per 22 anni con il maggiore avanzo primario d’Europa. Tanto più che dal 2008, con l’esplosione della grande crisi da finanza impazzita. siamo entrati in avvitamento, abbiamo perso il 10% del Pil, la povertà in Italia è schizzata al 30% delle famiglie. Decine di migliaia di imprese hanno chiuso  e la disoccupazione è esplosa al 26%.

Senza nessuna politica anticiclica da allora. Semplicemente perchè paralizzati dai vincoli di bilancio imposti dalla tecnocrazia di Bruxelles (e Berlino) e insieme dalla macina da mulino al collo, che ad ogni stormir di mercati ci ha imposto i suoi diktat. Monti e Fornero gli esempi preclari.

E veniamo a questi giorni elettorali, a questa kermesse mediatica ridicola e vergognosa.

Ancora una premessa. L’Italia che affonda, che non ce la fa a rimettersi in piedi da sola (per le ragioni esposte sopra) avrebbe disperato bisogno dell’Europa. Un’entità che abbiamo fondato, a cui destiniamo miliardi di euro togliendoli letteralmente dalla bocca dei nostri poveri e disoccupati, che onoriamo anche accollandoci 30 miliardi di euro di ulteriore debito pur di aiutare la Grecia. E che produce l’80% delle leggi che vigono anche da noi.

Noi però continuiamo a rimbalzare verso il fondo. Mentre per esempio la Spagna mostra, nelle ultime rilevazioni Eurostat, un segno positivo di crescita noi restiamo a segno meno. Il nuotatore affonda, continua ad affondare. Quando gli mancherà l’aria e comincerà a dibattersi?

Non una discussione, una, sulle proposte e i programmi.

Campagna elettorale per le europee a suon di cretinate e di insulti. Grillo contro Renzi, Berlusconi contro Grillo, e così via. Tralascio.

Invece, cosa ridicola che nessuno fa, dare uno sguardo proprio ai programmi.

Uno sguardo che non hanno dato i Formigli, i Flores, i Paragone. Con le loro trasmissioni che assomigliano, sempre più, a esternazioni senza domande, a lunghi comunicati stampa vocali. Forse i conduttori non sanno in quale paese vivono.

E non sanno nemmeno chiedere ai politici le cose elementari da loro stessi scritte.

Si scopre (segreto di Pulcinella)  che sulla cruciale questione del debito pubblico, della cintura di pesi o se volete della macina da mulino, Pd, Cinque Stelle, Forza Italia, Ncd-Alfano, Lista Tsipras hanno tutti la stessa identica parola d’ordine: Eurobond. Ovvero un debito pubblico europeo.

Si scopre anche che tutti costoro propongono di tenere fuori dal tetto al 3% di deficit gli investimenti pubblici. La regola aurea che un tempo propugnava persino il professor Monti.

Per inciso. Scorrendo i programmi risaltano i “dieci punti” di Alexis Tsipras. La sintesi keynesiana più completa e coerente, che aggiunge agli eurobond, alla riforma della Bce anche una conferenza europea sul debito e un piano Marshall (di investimenti) per il sud-Europa.

Sarà per questo che le televisioni hanno di fatto chiuso la bocca alla lista Tsipras? Per impedirle di spiegare (non sono cose semplici) il suo progetto, competitivo con gli altri?

Restano fuori solo la lega del geniale Salvini e Fratelli d’Italia che puntano all’uscita dall’Euro. E gli ultralibersti di scelta europea che vorrebbero privatizzare anche strade, canili e spiagge.

Il dato paradossale è che, dietro gli insulti da stadio reciproci, l’80% dello schieramento politico italiano va quindi alle europe con idee (sulla carta) quasi identiche. Non solo gli eurobond (mutualizzazione del debito) ma una riforma della Banca centrale europea tale da finanziare gli stessi eurobond, prestare a tassi minimi agli stati, emettere liquidità per la ripresa  (Pd, Forza Italia, Ncd, Lista Tsipras). In pratica, sembra un blocco keynesiano.

Si badi, Eurobond e riforma Bce sarebbero due bombe atomiche, due nuovi pilastri secolari per un Europa finora conservatrice e neoliberista. Una rivoluzione. Mica bruscolini. Sulla carta.

Incredibile, no, questa convergenza e, insieme, questo silenzio? La lettura incrociata di questi programmi ci dice implicitamente qualcosa di più di tutte le fregnacce che corrono sui talk show televisivi. Ci dice che l’80% dell’offerta politica italiana ritiene il debito pubblico il problema numero uno, che l’Italia da sola non ce la fa (come è avvenuto dal 1992 ad oggi) e che è vitale vincere la battaglia con la destra tedesca (Merkel) per ottenere quella “chanche” quantomeno per risollevare il paese.

Floris, toc toc. Formigli?

Se questo è vero ha senso che chi verrà eletto domenica sera vada in ordine sparso ad annullarsi nell’europarlamento di Strasburgo? O non sarebbe meglio dichiarare (e soprattutto perseguire) un’alleanza bipartisan per gli eurobond,  per la vera riforma dell’Europa? E aggregarvi altri soggetti europei, magari senza distinzioni ideologiche?

European Keynesian Group? (Ekg) da proporre come nuova formazione a Strasburgo?

Mettiamo quindi da parte, a urne chiuse, puttanate, insulti e altro rumore. L’Italia sta male. E ha bisogno dell’Europa. Concentriamoci sul problema vitale. O diamo una svolta (vera) stavolta o siamo fottuti.

O meglio, siete fottuti. E parlo anche a Beppe Grillo.

Che condurrà i suoi 25 europarlamentati alla più assoluta irrilevanza.

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C’è un progetto,una speranza per gli italiani, dopo questo 25 maggio?

 

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Il 5 stelle alleato con la Lega in Europa?

 

…..given their growing Euroscepticism, M5S from Italy is more likely to join Nigel Farage in EFD than sit with the more pro-European Greens/EFA. The politically cohesive Greens/EFA group may also not welcome such a large maverick contingent among their ranks, and as the largest delegation, M5S would oust the German Greens from their leading role.

La previsione di Electio 2014 è interessante. La grossa delegazione del 5 stelle, troppo ingombrante per i verdi, finirà per entrare nel gruppo Efd, fatto di partiti di destra, tra cui la Lega italiana.

Divertente. Da un lato Grillo e Casaleggio hanno scopiazzato il programma di sinistra di Tsipras sul debito, gli eurobond, e la fine dell’austerità. Dall’altro finiranno per allearsi con formazioni di destra e nazionaliste.

E’ questo quello che vogliono gli elettori del M5s? Non sarebbe meglio che questo movimento prendesse chiaramente un indirizzo verso chi davvero vuol cambiare le cose in Europa?

Già, ma questa non è una campagna elettorale seria. Non ci sono impegni politici poi verificabili, Solo parole, paroloni, slogan. E questo vale anche per Renzi e il Pd, che pagherà il prezzo di questa tornata disastrosa.

Ma, ripeto, Grillo e Casaleggio, a Strasburgo che cosa farete davvero?

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Sedici gradi di separazione

E’ interessante, ed è possibile, costruire uno scenario dell’Europa dopo le prossime elezioni del Parlamento europeo del 25 maggio.

Il primo passo è quello di andare su Electio2014 per fare un po’ di conti sui migliori sondaggi aggregati oggi disponibili.

Emerge che socialdemocratici (208 seggi) più sinistra (51) e verdi (42)  raggiungono i 301 seggi.  Contro i 317 di popolari (213) più liberali (62) più conservatori (42).

N.b. Lascio fuori l’Efd, connotato da partiti antieuropei come la Lega e gli indipendentisti inglesi.

Sedici seggi di differenza tra le due coalizioni non sono molti.  Se i liberali, per esempio, si spostassero nel campo socialdemocratico. Oppure i conservatori non aderissero a una coalizione (troppo “europeista”, per esempio) con i popolari l’asse politico del Parlamento europeo, e forse anche della Commissione ne uscirebbe ribaltato.

Avremmo, dopo decenni di egemonia democristiana, un’Europa a guida socialdemocratica.

Ma è altresì interessante osservare non solo i numeri assoluti, ma anche gli andamenti rilevati nei sondaggi. Soprattutto per i popolari, che partono da una scorsa legislatura a 275 seggi ora sono a 213. Dove vanno i 62 seggi perduti?  Quasi esattamente nella fetta all’estrema destra, i partiti e movimenti antieuropeisti non aderenti ad alcun gruppo: da 32 passano a 97 seggi, triplicati, e sottraggono seggi anche ai liberali e ai conservatori.

La carica degli antieuropeisti (dal 5 stelle al Front National,  agli indipendentisti inglesi fino ad Alba Dorata greca) è abbastanza evidente. Dal primo sondaggio di gennaio guadagnano cinque punti secchi, poll dopo poll.

E’ quindi lecito pensare, seguendo il trend, che al 25 maggio l’onda della protesta crescerà ancora. Onda che finora non ha toccato nè i social democratici nè la sinistra. Anzi, in qualche misura (salvo i verdi) li ha rafforzati.

Da 194 seggi della scorsa legislatura il Pse passa infatti a 208. E la sinistra da 35 a 51.

Questo significa che l’elettorato europeo sta pesantemente punendo le politiche liberiste e di austerità, sta pesantemente punendo l’attuale governo dell’Europa e esprime una non fortissima ma ben visibile preferenza per una svolta di centro-sinistra.

Peccato che questa svolta di centrosinistra sia tenuta un po’ sottotono da Martin Schultz, navigato politico che comunque deve fare i conti, in casa sua, con la sua grande alleata di governo, Angela Merkel.

Sia come sia, dalle urne del 25 maggio potrebbe uscire la svolta. Una coalizione socialista-riformista capace persino di prendere la presidenza della Commissione. E avviare un fase nuova.

La probabilità è non nulla. Così come è non nullo l’esito, all’opposto, di una sorta di “larghe intese” a Strasburgo. Corredato da un tecnocrate (un altro) alla Commissione, come la candidata in pectore Cristine Lagarde.

In sostanza. Un esito per lo status quo, mentre vi è un bel pezzo d’Europa che soffre per la crisi. E si aspetta risposte.

Qualcosa mi dice che non sarà così. Che lo status quo non reggerà.  Il diaframma di 16 seggi tra uno schieramento socialdemocratico che comunque cresce e l’altro che perde posizioni sotto la spinta della protesta e del non voto, è davvero piccolo.

Supponiamo quindi che le prossime tre settimane vedano una spinta seria da parte dei riformisti europei. Che, per esempio, in Italia la lista Tsipras riesca a superare la barriera del 4%, conquistando 5 seggi aggiuntivi alla sinistra e alla potenziale nuova coalizione di governo. E altrettanto avvenga in altri paesi europei.

Martin Schultz diverrebbe presidente della Commissione, e con una maggioranza di centrosinistra a Strasburgo?

Il lancio di un “piano Marshall” per il Sud Europa in crisi? L’avvio di una conferenza europea sul debito pubblico (non solo propugnata da Tsipras)? Un negoziato su quell’European Redempion Pact* dei cinque economisti del governo tedesco bocciato dalla Merkel nel 2011 ma accettato dai socialdemocatici tedeschi?

Non potrei che augurarmelo. Per l’Italia sarebbe davvero una svolta, scrollarsi di dosso almeno una parte di quel carico di interessi sul debito pubblico che ci schiaccia fin dal 1992.

Stiamo parlando, però, di ipotesi. Se invece vogliamo stare ai fatti dobbiamo dare uno sguardo alla Grecia. Qui Syriza, il partito di sinistra guidato da Tsipras, viene accreditato oggi della maggioranza assoluta. E il 25 maggio, insieme alle europee, vi saranno le amministrative elleniche.

Se il test delle due votazioni mostrerà con eloquenza lo spostamento dell’asse politico greco, sarà quantomai probabile l’anticipo delle elezioni politiche. E se Syriza conquisterà il governo dovrà tener fede al suo impegno, da mesi dichiarato. Di battersi, e anche duramente, contro le politiche di austerità e sopratutto di chiedere con forza una ristrutturazione del debito pubblico greco. Lo slogan di Tsipras è di ottenere una riduzione del debito greco del 60%.

Avremo quindi verso la fine di quest’anno o nella prossima primavera una riedizione della crisi finanziaria del 2011, innescata da un braccio di ferro greco?

A differenza di allora, oggi però tutti i maggiori player sono informati. La Grecia non potrà reggere all’infinito con il debito al 170% del Pil, nemmeno se tornerà a crescere al 2%. Prima del braccio di ferro va trovato un percorso regionevole.

Ecco quindi che, quando Tsipras lancerà la sua offensiva sul debito greco si troverà di fronte non un parlamento di liberisti o conservatori, ma di socialdemocratici. E come controparte diretta non Barroso (un alias della Merkel) ma Schultz, che a Berlino tratta alla pari con il governo.

Ecco allora che (a meno non sia fuori di senno) anche l’italiano Renzi  il francese Hollande e lo spagnolo Rajoy vorranno partecipare direttamente a questa grande trattativa, su un possibile fondo comune dei debiti pubblici e forse su una modifica dello statuto della Bce.

Tutto sarebbe conseguente. L’abbattimento degli interessi sul debito dei paesi europei in crisi crerebbe appunto il contesto di un “piano Marshall”, con un’ondata di investimenti pubblici e politiche industriali (per esempio sulle rinnovabili) tali da risvegliare il Sud Europa.

Alla fine del suo mandato Martin Schultz (insieme a Tsipras) potrebbero guadagnarsi il Nobel per la Pace. Di sicuro passerebbero alla storia come statisti, e non certo politicanti.

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Nb. L’ipotesi che stava circolando a Bruxells dell’European Redempion Fund è stata di fatto seppellita dallo stesso comitato di esperti che l’ha studiata per un anno. Ma dopo le elezioni si aprirà lo stesso la vera trattativa.

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Il macigno che ci schiaccia

Se non vuole ripetere il disastro dell’altra volta, la sinistra italiana, su queste europee critiche, ha una grossa, grossa carta da giocare. Sta venendo al pettine un nodo gigantesco, ormai insopportabile per molti paesi in difficoltà. Il debito pubblico. In Italia ci opprime da 20 anni, creato (e poi mai ridotto o gestito) da una lunga serie di politicanti inetti o peggio che tali, e che ci costringe oggi all’emergenza ad ogni stormir di mercati, a un carico fiscale violento (per gli onesti ovviamente), alla progressiva distruzione del nostro stato sociale, della nostra sanità pubblica, di un minimo di rete di sicurezza dentro e fuori il lavoro. Insomma, siamo in 50 milioni e giriamo tutti ogni giorno con appeso al collo il peso di 36mila euro cadauno, vecchietti e lattanti, perchè gli eccelsi leader che si sono susseguiti dai tempi di Andreotti e Craxi ci hanno messo addosso, e mai levato, questo mostro. Che ogni anno ci costa in tasse 80 miliardi di euro di interessi, che regaliamo alle banche (45%), alla finanza internazionale (30%) e solo per il 25% alle famiglie italiane abbienti.

Renzi sta facendo una fatica bestiale a trovare 10 miliardi per il suo bonus ai lavoratori dipendenti. Non mi sorprende.

Quegli 80 miliardi ci stanno ammazzando il futuro, e ogni reale possibilità di tornare a svilupparci, dare lavoro a metà dei nostri figli disoccupati e spesso in depressione, ritornare a essere un paese produttivo, con delle idee, con un’arte. Tornare a essere Italia.

Quegli 80 miliardi buttati nel gabinetto della finanza e dell’ignavia e disonestà di una generazione di politici sono la misura esatta dell’attuale ritmo di emigrazione dei nostri migliori giovani.  Vedono che l’Italia non ne uscirà, che le università e la ricerca è ridotta al lumicino, che le imprese chiudono o delocalizzano. Sono fatti, purtroppo, al di là delle chiacchiere. Un milione e più di giovani al meglio del paese, fuoriusciti.

Quegli 80 miliardi sono la misura, semplice, del fatto che l’Italia è ormai un’economia e un paese insostenibile.

Il bello è che questo debito italiano è vecchio, quasi archeologico. Sono 2mila miliardi di euro, attualmente, che abbiamo già pagato una volta e mezza, erogando di tasca nostra dal 1980 ad oggi oltre 3mila miliardi di interessi. Abbiamo già pagato questa montagna di merda e ne siamo tuttora schiavi. Grazie a Dc, Psi, Pds, Forza Italia, Lega, Pd e tutto il corteo.

Qui è il punto, per le europee. Non è rinnegare l’Euro, ma chiudere, insieme agli altri, il nostro debito archeologico. Non pagarlo più. Nè alle banche, ne agli squali, nè alle famiglie italiane (tra cui la mia).

Abbiamo bisogno di quegli 80 miliardi per far ripartire sul serio l’Italia. Basta con i debiti  di una generazione passata. Basta, pagati con stra-interessi, finito, chiuso. Niente più Bot, Cct, Btp. Dichiariamo l’insolvenza politica. E con noi Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro. Tutto il Mediterraneo riparte su basi nuove, certo serie e controllate, anche dentro Maastricht e il controllo di mafie, corruzione e evasione. Ma Cristo, riparte. E non nella depressione attuale.

Questa è la base negoziale per cominciare a sviluppare un serio ripensamento dell’Unione, dopo la terribile lezione degli ultimi sette anni. Qui è il nocciolo della “conferenza sul debito” (e sull’Eurosistema) per cui si batte la sinistra continentale.

Questa è la battaglia dura e chiara che io vorrei sentire dalla sinistra italiana e anche da Grillo. Tsipras è il solo, con sulla pelle la sua tragedia greca, che propone una conferenza europea del debito, con un riferimento chiaro a quella tenutasi nei primi anni 50, subito dopo la seconda guerra mondiale, e che cancellò i debiti di guerra tedeschi.

Questa è la posta in gioco stavolta. Non è l’abolizione dell’Euro ma il suo esatto contrario. Il nostro sistema pseudo-federale, qual è ora l’Europa, ha una banca centrale dimezzata. La Fed americana, fin dagli inizi degli Stati Uniti, stampa dollari e gestisce il debito della grande nazione federale. Noi invece abbiamo le martellate di Bruxelles se sforiamo Maastricht ma intanto dobbiamo pagare al centesimo la soma del nostro archeologico e monumentale debito pubblico.

Nel lontano 1981 denunciai il disastro che avebbero compiuto quei deficienti mettendo sul mercato il debito pubblico italiano, in presenza di lupi famelici come Craxi.  Ora sono francamente stufo di aspettare. Basta pagare quello schifo, se ne occupi un vero Eurosistema.

L’obbiettivo di queste elezioni: che in 24 mesi la Bce ci dimezzi la soma di almeno 40 miliardi annui di interessi. Poi noi ripuliamo il resto, con tassi di crescita al 3%. Fattibile, replicabile, scalabile in tutta Europa. E Win-win. Non solo per spagnoli e greci. Ma anche per tedeschi e finlandesi.

In 10 anni quello che la Bce ha anticipato potrebbe anche essere ridato indietro (ma non con gli interessi, per carità).

Tsipras, li metti intorno a un tavolo e li fai ragionare? Grazie.

 

 

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Il catalizzatore

C’è qualcosa di credibile in questa campagna elettorale per le europee? Qualcosa per cui valga la pena di andare al seggio e votare? E per cosa in cambio? Chiacchiere? Promesse? Oppure una prospettiva minimamente concreta di investire in un voto per poi ottenerne una situazione diversa, non solo nella lontana Europa, ma qui in Italia, nella nostra città, nel nostro lavoro e futuro.

Secondo me questa prospettiva c’è. E, potrà sembrare paradossale a molti, si chiama lista Tsipras.

Vediamo perchè. La Lista è, de facto, una sorta di federazione di forze di sinistra europee. Un quasi-partito di sinistra continentale. European Left. Questa forza, guidata dal greco Alexis Tsipras, arricchita in Italia da una coalizione anche di società civile (la lista per cui votiamo), si propone un programma conciso e chiaro. Contro l’austerità e per la rinegoziazione degli opprimenti debiti pubblici dei paesi europei. In pratica: alleggerire tutti, anche l’Italia che paga 80 miliardi di interessi sul suo maledetto debito, che ci trasciniamo dietro dal 1992. (Anzi, per la precisione, dal 1981 quando Andreatta e Ciampi decisero di mettere sul mercato i titoli di stato. E poi Craxi e Andreotti se ne approfittarono, fino a portare il debito al 120% del Pil nel 92. Da allora l’Italia è entrata in austerità permanente, di fatto).

Secondo. Questa forza continentale di sinistra non vuole un ruolo di opposizione permanente. Tsipras, che punta al governo in Grecia non può permetterselo. Andrà quindi a offrire una coalizione alla federazione socialista di Schultz. A patto che i punti cruciali del suo programma vengano accettati. Stiamo parlando del 30-35% del parlamento europeo secondo gli ultimi sondaggi (il Pse, incluso il Pd italiano). Con un buon successo di Tsipras (5% o più) arriviamo intorno al 40%. Intanto le destre estreme e gli antieuropeisti, accreditati anche del 25% avranno pesantemente eroso i popolari. Quindi giungiamo alla possibile maggioranza relativa tra i 700 di Strasburgo. Quindi uno storico cambiamento di rotta. Il parlamento europeo per la prima volta sarebbe guidato dal centrosinistra, dopo anni e anni di supremazia della destra, democristiana e poi liberista. E Schultz  sarebbe presidente della commissione, del governo di Bruxelles. Con la lista Tsipras in posizione di catalizzatore.

Schultz vince, guida la commissione, ma deve quindi onorare il suo patto con Tsipras. Si apre quindi la conferenza europea sul debito. Simile a quella tenutasi dopo la seconda guerra mondiale (e una guerra l’abbiamo vissuta e la stiamo soffrendo, dopo il grande crollo del neoliberismo speculativo del 2007).

Dai dieci punti della Lista Tsipras:

8.Una Conferenza del Debito Europeo. La nostra proposta è ispirata ad uno dei più lungimiranti momenti nella storia politica Europea. Questo è l’Accordo di Londra sul Debito del 1953, che alleviò il peso economico della Germania, aiutando a ricostruire la nazione dopo la guerra aprendo la strada per il suo successo economico. L’Accordo richiedeva il pagamento di, al massimo, la metà dei debiti, sia privati che intergovernativi. Legava i tempi del pagamento all’abilità del Paese di ripagare, diluendoli su un periodo di 30 anni. Collegava il debito allo sviluppo economico, seguendo una implicita clausola di crescita: nel periodo tra il 1953 e 1959 gli unici pagamenti dovuti erano gli interessi del debito.  Questo ritardo nei pagamenti aveva lo scopo di concedere alla Germania il tempo di recuperare. A partire dal 1958, l’Accordo prevedeva pagamenti annuali che diventarono sempre meno significativi con la crescita dell’economia. L’accordo prevedeva che la riduzione dei consumi della Germania, quello che oggi chiamiamo “devalutazione interna”, non era un metodo accettabile di assicurare il pagamento dei debiti. I pagamenti erano condizuionati dalla possibilità di pagare. L’Accordo di Londra è in diretto contrasto con l’erronea logica dei pagamenti richiesti dal trattato di Versailles, che ostacolava la ricostruzione dell’economia tedesca e creava dubbi sulle intenzioni degli Alleati. L’Accordo di Londra rimane un piano d’azione utilizzabile anche oggi. Non vogliamo una Conferenza del Debito Europeo per il Sud dell’Europa. Vogliamo una Conferenza del Debito Europeo per l’Europa. In questo contesto, si dovrebbero usare tutti gli strumenti politici disponibili, inclusi i prestiti dalla Banca Europea come ultima risorsa  oltre alla istituzione di un debito sociale europeo, come gli Eurobond, per sostituire i debiti nazionali.

Oggi non solo Italia e Grecia sono oberate da debiti pubblici insostenibili. La crisi finanziaria ha scavato voragini nei conti degli stati un po’ ovunque. Il debito pubblico francese si avvicina al 95% del Pil, quello spagnolo è oltre il 90%, anche l’integerrima Germania accusa un 83% (una cifra sottodimensionata dai debiti dei Lander e della loro banca pubblica), Portogallo al 120%, Belgio 99%, Gran Bretagna 88%. Tutta l’Europa (salbo Olanda e Finlandia) è ben oltre il limite di Maastricht del 60%, la media nell’eurozona è di venti punti sopra. Tutti hanno enormi difficoltà a reflazionare le loro economie. Una soluzione comune è d’obbligo. E comincia a muoversi in questa direzione non solo la sinistra di Tsipras.

Si decide, per esempio, che i debiti pubblici oltre il 60% del Pil vengono messi in comune, su titoli di debito europei gestiti dalla Bce (cito una proposta di cinque economisti tedeschi). In cambio i paesi si impegnano in un’azione di reflazione e insieme di abbattimento programmato del debito residuo.

Il debito italiano è al 130% del Pil, con 70-80 miliardi di lavoro nostro e tasse che ci sono prelevati ogni anno per pagare gli interessi (per metà regalati alla finanza internazionale), Togliercene la metà significa disporre di circa 30 miliardi per abbassare le tasse, fare investimenti pubblici, finanziare nuove imprese e istruzione, ricerca e servizi sociali essenziali. Significa tornare a respirare, e non chiedendo l’elemosina anno per anno. Ma respirare strutturalmente.

In queste condizioni meno folli, con un ripresa vera, possiamo gradualmente ridurre il debito, cedendo con attenzione pezzi di patrimonio pubblico. Ora, nella depressione vigente, è impossibile.

Queste, direbbe Keynes, le possibili conseguenze di Tsipras. Quali quelle di Grillo? Grillo si appropria, confusamente, di molte delle parole d’ordine di Tsipras, ma non ha alcun progetto politico. Avete capito con chi si vuole alleare Grillo con il suo manipolo di 25 parlamentari europei (migliore dei casi) in un’assemblea di 700? Boh. Frasi vaghe e monche su qualche guppetto eventuale di verdi….

Morale, si vota Grillo per buttare via il voto, nel buco nero delle sue chiacchiere e distintivo. Con Grillo non cambierà nulla, perchè non ha un’idea seria, salvo corbellerie come l’euro a due velocità.

Renzi? Il Pd come al solito è troppo fifone per dire le cose serie. Tace sul fatto che questa sia un’occasione storica, evidentissima, per chiudere il lungo ciclo della crisi italiana cominciata con il delinquente Bettino Craxi (e compare Andreotti), proseguita con il fallimento del 1992 e da allora la lunga stagione folle del berlusconismo e di una austerità sotto debito durata ben oltre vent’anni. Oggi la crisi dura, durissima dell’intera Europa esige una risposta autentica comune. E di fronte alla prossima depressione (deflazione) anche la Bce sta armandosi. Il progetto di Tsipras (condiviso anche da economisti tedeschi) sulla rinegoziazione del debito e su una vera banca centrale europea è il progetto di tutte le persone di buon senso del continente. Schultz e Renzi lo sanno benissimo.

Quindi tra Pd e Tsipras si aiuta meglio  il Pd, Renzi e Schultz votando Tsipras.

Poi si possono fare nuvole di chiacchiere, si possono suonare gli oboe per incantare i serpenti, si possono urlare minchiate per abolire l’euro, dimezzare di conseguenza la ricchezza nazionale, tornare alle case chiuse, scappare dall’Italia e quant’altro.

Il punto concreto è e resta in quegli 80 miliardi che paghiamo, ogni dodici santi mesi, di interessi. Dentro ci sono le nostre (maggiori o minori) tasse, la nostra sudditanza (o indipendenza) dagli squali della finanza,  il nostro lavoro, il nostro futuro. E chi ha preso un impegno qui è solo la lista Tsipras. Il catalizzatore di una autentica svolta.

P.s. Anche se non sei di sinistra pensaci, ragiona, metti il cuore sugli interessi dei tuoi figli e del tuo futuro. Gli altri sparano fregnacce a caso, qui c’è un progetto per arrivare a 30-40 miliardi annui disponibili per minori tasse, servizi e investimenti. Vota questo progetto preciso, per una svolta storica dell’Italia e della tua vita.

Non farti fregare, ancora una volta.

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Tsipras o Grillo? Non è affatto la stessa cosa

Grillo dice: votate per me e non per Tsipras. Abbiamo le stesse idee, ma qui in Italia contiamo noi. E’ vero?.

Sono convinto, e da tanti anni, che il vero macigno che grava sulle spalle dell’Italia sia il suo debito pubblico. Con un carico di interessi da pagare (80 miliardi nel 2013), anno dopo anno, che erode lo stato sociale, amplifica la pressione fiscale e finisce per autoalimentare il debito stesso. Un autentico circolo infernale.  Opprimente soprattutto oggi, in un’Italia impoverita dalla più grande recessione dal dopoguerra.

Oggi, alle elezioni europee, si presentano due forze che, nei loro programmi e dichiarazioni, dicono di voler affrontare la questione debito pubblico. Il movimento Cinque stelle e la lista Tsipras. Va dato merito ad ambedue di aver messo al centro del loro programma europeo lo smantellamento del “macigno” che ci sta schiacciando.

Beppe Grillo, di sicuro portavoce autorevole del 5 stelle, nel corso della sua intevista alla 7 con Mentana, ha spiegato cosa il movimento propone per le europee.  Primo, ottenere una netta e eloquente vittoria elettorale, con almeno 25 europarlamentari eletti. Secondo: su questa base di forza andare a un trattativa “forte” con i poteri che contano in Europa (non solo la Commissione, ma presumo la Bce e soprattutto la Merkel) . E in questa sede ottenere un drastico alleggerimento del debito, in termini di cancellazione, ripudio unilaterale o quant’altro, di una quota del debito stesso. Mettiamo: un dimezzamento. Il debito fino al 60% sul pil (paramentro massimo del trattato di Maastricht)  resta, il restante 70% viene cancellato. E insieme la cancellazione del fiscal compact, il trattato che ci obbliga a un rovinoso rientro dal debito pubblico in 20 anni.

Se questa richiesta non verrà accolta, il 5 stelle indirà il referendum sulla permanenza dell’Italia nell’Euro. E in caso di vittoria dei no sarà l’uscita unilaterale del paese.

Ho riassunto in modo sintetico quello che Grillo ha detto nell’intervista. Aggiungendo che la lista Tsipras ha “idee molto simili” sulla questione debito. Ma che è inutile votare la lista Tsipras italiana, perchè tanto “ci siamo già noi”.

Non è vero. I dieci punti elencati da Tsipras raccontano un progetto un po’ diverso da quello di Grillo.

Spiccano: un piano Marshall europeo per i paesi del Sud Europa, il superamento del fiscal Compact, e soprattutto una conferenza europea sul debito, in cui si trovi tutti assieme una soluzione concordata.

Tsipras ha ampiamente dichiarato che cercherà un’alleanza, su questi punti, con il Partito socialista europeo di Schultz. In modo da raggiungere una maggioranza relativa in grado di attuare le riforme e la grande manovra di rilancio.

Punta alla creazione di un fronte ampio di alleanze, ben oltre le sinistre del sud-Europa. Grillo invece parla di “eventuali” convergenze punto a punto, citando per esempio i verdi tedeschi.

Grillo punta soprattutto sull’aut aut. O ci cancellate il debito o usciamo dall’Euro. Operazione quest’ultima da diversi economisti stimata in un dimezzamento della ricchezza nazionale italiana (con crisi finanziaria e di risparmi distruttiva).

Si tratta di approcci ben diversi. Il primo è un disegno politico strutturato socialista-socialdemocratico, il secondo una sorta di gioco d’azzardo, un  proposito emotivo.

Il primo, in un conferenza europea sul debito, potrebbe puntare su un Erp (european redemption pact) una proposta avanzata da un gruppo di economisti tedeschi già nel 2011 per una manovra di mutualizzazione di grandi quote del debito pubblico dei paesi europei eccedenti il 60% del Pil. In cambio gli stessi si impegnerebbero a ridurre il debito residuo, più o meno secondo lo schema del Fiscal Compact.

Per l’Italia un simile schema significherebbe trasferire alla Bce oltre metà del debito, e quindi liberare 30-40 miliardi di spesa di interessi sul bilancio pubblico. Fondi mai visti in Italia dall’infausto 1981 (l’avvio del debito sul mercato), quindi ben sufficienti alla ripresa e anche alla riduzione graduale del debito stesso.

Non solo. Tsipras parla anche  di prestiti Bce a tasso minimo per finanziare i debiti, in alternativa. Trovate qui uno scenario di cosa vorrebbe dire per l’Italia.

Un conto quindi è minacciare senza contropartite il tutto e subito e un conto è lavorare con in testa una strategia realizzabile, con alleanze possibili,  maggioranze praticabili e soluzioni alternative.

Con interlocutori anche tedeschi e francesi (e ricordiamoci che, dopo i grandi salvataggi bancari del 2009, il debito pubblico in Germania e Francia è oltre l’80% del Pil). Il passaggio controllato a un debito europeo sarebbe quindi nell’interesse di tutti. E molti se ne sono accorti.

Votare Tsipras o Grillo non è quindi affatto la stessa cosa.

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Grillo, che ne farai degli euro-voti?

Abolizione del Fiscal Compact, il trattato europeo-capestro per l’Italia, messa in comune dei debiti pubblici (quanto e come non si sa), Eurobond per finanziare la ripresa. Beppe Grillo ha cominciato il suo tour per le europee con in tasca, a quanto sembra, i dieci punti  di Alexis Tsipras, il candidato della coalizione europea di sinistra.

Lo dico in modo positivo. Fa piacere che le idee giuste si diffondano. Fine dell’austerità, riduzione netta nel costo del debito pubblico (un macigno che ci portiamo sulle spalle da trent’anni), progetti di investimento pan europei. Questa è la ricetta condivisa e condivisibile, la strada maestra per riequilibrare le sorti dell’Europa.

Grillo mette nel suo megafono queste proposte. E così la lista Tsipras. Non c’è differenza? Vediamo.

Supponiamo che il Movimento cinque stelle riesca a mandare anche 20 rappresentanti all’Europarlamento. Una grande vittoria ma…..questi eletti, un bel pattuglione, se ne starebbero ben isolati da tutte le altre forze politiche presenti. Non vi sono infatti segnali di sorta per cui il 5 stelle cambierebbe a Strasburgo-Bruxelles la strategia di stare fuori da ogni coalizione, da ogni alleanza, salvo il voto caso per caso.

Tsipras invece ha dichiarato fin dall’inizio che lui aprirà un dialogo con Schultz e la coalizione socialdemocratica. Se i suoi punti programmatici troveranno un riscontro concreto sarà pronto a aderire.

Questo è fondamentale. Fare approvare riforme epocali e complesse, dopo più di venti anni di neoliberismo dominante in Europa, come un accordo sui debiti pubblici e una Bce finalmente in grado di aiutare i paesi in difficoltà, richiede una larga e coesa maggioranza europea. Il caso per caso fa ridere. Sarà solo lo sterile grido di un gruppo isolato. E piccolo per una grande assemblea continentale come è quella di Bruxelles-Strasburgo.

I sondaggi elettorali ci dicono che i socialdemocratici avranno forse un terzo di questo europarlamento. La sinistra forse il 5% e le formazioni antieuropeiste (destra e estrema destra) potrebbero arrivare al 25%.

Un cinque stelle nello schieramento “keynesiano” potrebbe quindi persino fare la differenza.

Basterebbero in pratica solo dieci punti perchè un programma riformatore (come è quello di Tsipras e in parte di Schultz) acquistasse la maggioranza relativa, e il controllo della Commissione di Bruxelles. Un compito non impossibile, a patto di non disperdere i voti.

In questo caso avremmo, per l’Italia, l’apertura di un esito grandioso. La riduzione del costo del debito pubblico di 10-20 miliardi, risorse non più bruciate in pagamento, con il nostro lavoro, di rendite finanziarie. Ma disponibili per investimenti pubblici, per detassazioni,  per un sistema di protezione sociale decente.

A patto di non disperdere i voti, ripeto. E allora che Grillo e Casaleggio, dopo gli altisonanti buoni propositi nei comizi, ci spieghino come intendono non bruciare i voti che riceveranno. E se a Bruxelles metteranno in scena la replica di quanto è avvenuto e avviene al Parlamento italiano.

Tsipras ci ha detto, linearmente, come intende muoversi. Loro no.

 

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La luce in fondo al nostro tunnel

Ieri sera, quando un amico mi ha passato questo link leggendolo sulle prime non ci credevo. Che la Bce potesse prestare euri a bassissimo tasso di interesse a una banca pubblica italiana (per esempio il Bancoposta) perchè quest’ultima acquistasse in tutto o in parte il debito pubblico italiano. Incredibile. Eppure gli autori dell’articolo,  Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni, documentano i loro scambi di email con la Bce (affermativi) e il connesso l’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che prevede questa possibilità.

Per l’Italia reintermediare il debito pubblico sarebbe ovviamente un’operazione decisiva. Risparmiare 70-80 miliardi all’anno di interessi, per metà pagati alle famiglie italiane e per metà agli investitori internazionali, significherebbe avere i fondi, davvero, per ridurre il carico fiscale sul lavoro e le imprese, per avviare programmi di investimenti pubblici, persino per rimettere in piedi la disastrata Pompei. E ripulire quel terreno di genocidio chiamato terra dei fuochi.

Con i soldi, e soldi tuoi, puoi davvero rimettere in moto la crescita, ridare speranza alle imprese e ai giovani, sbloccare il credito,  fare tutte le riforme necessarie senza laceranti tensioni sociali. Puoi disporre dei margini temporali anche per ridurre gradualmente la massa del debito (senza che si accumuli con i massicci interessi aggiuntivi) vendendo in modo controllato e oculato i pezzi superflui di patrimonio pubblico immobiliare. Senza svendere.

E di più. Oggi le famiglie italiane detengono circa metà del debito pubblico nazionale. Quindi oltre 1200 miliardi in Bot e Cct. E lucrano interessi generati dalle entrate pubbliche. Una sorta di partita di giro, a favore dei più abbienti e a detrimento delle imprese e lavoratori, sotto il cuneo o macigno fiscale. Se però questo debito fosse finanziato diversamente i 1200 miliardi verrebbero necessariamente investiti in altri titoli, azioni, fondi, obbligazioni italiane e estere. Ne verrebbe una crescita massiccia di introiti finanziari dall’estero e di maggiore liquidità per le imprese. Un effetto potentemente benefico per un’economia sottocapitalizzata qual è quella italiana.

Risultato. In cinque anni l’Italia che ritorna a crescere, senza macigni fiscali addosso, che resta comunque in pareggio di bilancio (avendo il più ampio avanzo primario d’Europa) e può finanziare lo snellimento dello Stato e la competitività del suo lavoro. Alla fine dei cinque o dieci anni un’Italia con un debito dimezzato sul Pil? Possibile, e senza l’automatismo infernale del Fiscal Compact.

Non è un sogno. Con formule diverse sia la Fed che la banca centrale giapponese stanno finanziando con nuova moneta i rispettivi debiti pubblici. Le banche inglesi sono tutte nazionalizzate.I margini di manovra in questi paesi sono completi.

E fino al 1981 l’Italia è stata ricostruita con un simile “matrimonio” tra Banca d’Italia e Tesoro. Quest’ultimo emetteva debito (in modo controllato) che veniva finanziato dalla prima a basso costo e messo nelle riserve obbligatorie del sistema bancario italiano.

Di fatto la banca pubblica che finanzia il debito con i fondi a bassissimi tassi della Bce sarebbe la stessa cosa. E nessuno sulla carta vieta questa soluzione, che i due autori dell’articolo. E citano due grandi banche pubbliche, la BpiFrance e la KfW. E la seconda finanzia con fondi Bce gli investimenti locali in Germania.

Perchè noi siamo tanto stupidi da non farlo? Forse perchè potenti forze sbarrano la strada.

Si tratta di battere la lobby bancaria italiana, che per decenni si è arricchita sull’intermediazione dei titoli del debito pubblico e i connessi investitori internazionali. A cui abbiamo regalato, in nome del dio mercato, dal 1981 a oggi più di mille miliardi di interessi, ovvero di nostre tasse e di nostro lavoro. Per mantenere sul mercato un costosissimo debito che si alimentava da solo via interessi cumulati. E che dal 1992 ci ha tenuto in costante austerità depressiva. Una follia, cominciata con Craxi nel 1981.

E’ necessario un cambiamento politico, quindi. Sia in Europa che in Italia.

Sto appoggiando, in questi giorni, la neonata lista Tsipras. Il giovane leader della sinistra greca ha messo al centro un programma contro la crisi di dieci punti, di chiaro taglio keynesiano.

Ebbene, è centrale in questo progetto appunto una Bce che possa essere messa in grado di finanziare non solo le banche ma anche gli stati. E una conferenza europea sul debito, per sbloccare il Sud-Europa  e trovare un modo per far decollare eurobond mirati sul nuovo ciclo di sviluppo delle produzioni sostenibili.

C’è una forte assonanza tra l’articolo di Zibordi e Bertoni e questo programma, nato dalla necessità di evitare l’esplosione dell’Eurozona e di dare una nuova speranza per uscire dalla crisi europea.

Uscire dall’Euro, come vorrebbero leghisti e 5stelle, ci costerebbe almeno la metà dei risparmi nazionali. Oltre alla beffa (abbiamo fin qui pagato oltre 1000 miliardi di interessi alla grande finanza globale, stimano gli autori dell’articolo) avremmo quindi un folle danno.

Personalmente, dalla lettura di ambedue i testi ne ricavo qualcosa anche di mio. Da neo-giornalista, ospitato sul Manifesto, criticai nel 1981 il cosiddetto “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro. Mostrando per primo i dati del debito (allora 375mila miliardi di vecchie lire, pari al 60% del Pil), mettere sul mercato una massa simile sarebbe divenuto “un macigno sul destino dell’Italia”. Valentino Parlato mi mise in prima pagina il pezzo con il titolo “Quando lo stato fa Bot”. Ne nacquero altri articoli e interrogazioni parlamentari. Formica, il craxiano, disse che erano tutte balle. Andreatta, ministro del Tesoro, si incazzò. Fu la nota “lite del pianerottolo”. E il governo Spadolini esplose.

In realtà si combatterono due fazioni. La craxiana che voleva mano libera sul deficit e il debito (per farsi sue clientele) contro la sinistra Dc di Andreatta e i repubblicani che volevano mantenere il controllo sulla spesa e il debito. Purtroppo vinse la prima, anche grazie alla feccia andreottiana.

Assurse quindi a palazzo Chigi, con grandi fanfare,  quel losco figuro chiamato Bettino Craxi. Che portò il debito, e i suoi crescenti interessi dal 60 al 120% del Pil. E l’Italia arrivò nel 1992 al fallimento. Da allora non abbiamo fatto altro che soffrire, grazie a questi delinquenti. E Berlusconi poi non fece nulla di nulla per affrontare il problema,  fino al bunga bunga e alla sua esplosione politica nel 2011, atterrato dalla Germania.

Oggi è davvero tempo di cambiare registro. Vivere in un paese condannato a un ergastolo finanziario nella cella di numeri sempre avversi non mi va proprio.

Una strategia praticabile per uscirne c’è. E il punto di svolta potrebbero essere proprio queste elezioni europee, su un modello diverso di governo dell’eurozona.

Leggetevi quindi l’articolo e i dieci punti. E riflettete da voi.

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Debito: fine di un lungo incubo?

Consiglio a tutti la lettura di questo articolo.

Non aggiungo alcun commento, per ora.

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Scusate, perchè non fate un sei stelle?

Dove la sesta stella significa il superamento di un padre padrone, e di un Casaleggio che vi controlla e vi espelle.

Il Sei stelle sarebbe solo la versione adulta dell’esperienza precedente, ma senza le sue storture. Un movimento in open source, e non proprietario, con consultazioni certificate da terze parti indipendenti (per esempio istituti universitari), con portavoce eletti e a rotazione, capace di identità programmatica (non diversa dal precedente cinque stelle) ma capace anche di fare politica, di dialogare con gli altri (e con gli italiani).

Provate a pensarci. Abbozzo solo qualche concetto. Avete già visto che un movimento può svilupparsi in rete, e crescere in Italia, a costi limitati. Anche con le cifre dei vostri stipendi parlamentari. E dei nostri magri redditi.

Secondo me è il momento di farlo. E, in caso. sono pronto a darvi una mano.

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