Elezioni subito

Tra le tante cose che si leggono in questi ultimi tempi sui giornali, tra le tante opinioni, tra le tante chiacchiere a vanvera (tipo, siamo fuori dalla crisi, Monti ha fatto il miracolo…)  spicca in positivo l’intervista di oggi sulla Stampa a Enrico Morando. Putroppo non c’è una versione online, ma solo qualche riassunto.

Morando dice una cosa molto semplice, ma condivisibile. Monti non può fermarsi qui ma, per il suo tempo fino alla primavera 2013, impostare due grandi (e vere) riforme. Quella della spesa pubblica e quella fiscale.

Un paese che destina il 50% del pil alla spesa pubblica (e vi fa vivere quote non lontane della popolazione) e ne ottiene bassa crescita e elevata disuguaglianza (aggiungo anche alta corruzione, evasione, criminalità) deve necessariamente darsi una fortissima e strutturale regolata.

E’ noto che Piero Giarda sarebbe all’opera su una (supposta) gigantesca spending review della spesa pubblica italiana. Si dice anche che la sua titanica operazione di studio sia ostacolata, se non arenata dalle corporazioni e dai gruppi di interesse operanti dentro i partiti. Nessuno sa se, e come, ne verrà a capo.

La riforma strutturale della spesa pubblica, dalle miriadi di incentivazioni fino alle strutture amministrative sovrapposte, è peraltro la condizione vera per la riforma fiscale, ovvero per la riduzione di tasse che, balzello dopo balzello, oggi superano in media una pressione pari al 51% del Pil. In particolare su chi produce e potrebbe reggere la mitica crescita.

Rivedere la spesa pubblica significa per esempio riorganizzare con maggiori risorse (tolte per esempio a spese militari inutili o a incentivi arcaici) la giustizia, sia civile che penale. Mettere più forza  di accertamento nella lotta all’evasione, alla criminalità, alla corruzione. Autentici giacimenti di risorse occulte che anche Morando (come altri) indica cruciali per ridurre il peso fiscale su chi produce e fa realmente crescita. E infine per riavviare investimenti propulsivi, nelle infrastrutture e nei beni comuni (in gran parte invecchiati).

In pratica è, per dirla da economista, un problema di mix della spesa, delle risorse (anche umane) investite e dell’attenzione di governo e amministrativa. Spostarle da aree non prioritarie (in primis l’eccesso di assemblee elettive, di politici e portaborse ma anche apparati militari e voci di costo inutili) per metterle laddove si generano reali e tangibili benefici: legalità civile e penale e recupero di imposte evase. E investimenti sui beni comuni e le infrastrutture, molte ormai in fase di degrado, ma vitali.

Il problema è che questa manovra non si può fare oggi (se non a parole) con i partiti attuali. Con la Lega di Renzo Bossi, il Pdl di Cosentino, il Pd di Filippo Penati (tuttora consigliere profumatamente pagato alla Regione Lombardia) e tutto il resto del corteo.

Una manovra di questo genere sarebbe possibile solo se l’attuale 40-50% degli italiani rifugiatisi nell’astensionismo per disgusto divenissero di colpo e magicamente nuova maggioranza politica,  con un atto costituente di una forza politica nuova esclusivamente dedicata al sostegno, impermeabile a qualsiasi lobby, di questa storica manovra.

Sogno? Non tanto, soprattutto se si considera lo scenario europeo, che sta rapidamente tornando alla pericolosità dello scorso autunno. Sempre sulla Stampa oggi Enric Juliana, il vicedirettore della Vanguardia (quotidiano di Barcellona e uno dei più vivaci in Spagna) racconta la crisi del suo paese come “una caduta verticale dal sesto piano”. C’è poco da scherzare dalle parti di Madrid: famiglie indebitate al 90% del Pil e debito pubblico che a fine anno arriverà all’80%. E il sospetto, come in Grecia, che i conti pubblici siano stati manipolati da Zapatero (che sosteneva che il debito tendenziale 2012 fosse al 60% e il deficit al 6%, contro l’8,5% dichiarato pochi giorni fa dal suo successore Rajoy).

E cambiare le cifre fondamentali da dare ai mercati oggi, come Atene del 2008 insegna, è piuttosto pericoloso.

Morale: forse un nuovo, durissimo, piano di austerity, dopo tre manovre consecutive varate dal nuovo governo conservatore. Ma intanto il riacutizzarsi della crisi finanziaria europea. Con l’apertura, qui sì, di una “fase due” che potrebbe vedere la Spagna come la nuova Grecia.

Rajoy procederà sulla linea di manovre violente su pensioni, pubblico impiego e welfare? Bruxelles e la Bce premono e….sarà appunto come la Grecia. Un avvitamento di impoverimento e recessivo, automoltiplicante anche sul deficit e sul debito pubblico. Senza parlare delle banche spagnole, cariche di mutui verso famiglie incapaci di onorarli. Ed è proprio il rischi ravvicinato di questa spirale recessiva che contribuisce alla fuga degli investitori dai Bonos e dalle azioni bancarie spagnole.

E l’Italia, di fronte a questo “secondo round”? Risponderà con una “fase due” tipo quella ipotizzata da Morando? Oppure con un altro carico di tasse e di tagli sul welfare?

La “fase due” italiana implica una rivoluzione politica. Ma la sua necessità è estremamente ravvicinata.  Non c’è molto tempo. L’unica soluzione, quindi è di procedere rapidamente, il più rapidamente possibile, a elezioni anticipate. Mettendo in campo soggetti politici nuovi, come per esempio questo.

Elezioni politiche subito, quindi. Ovviamente vengono alla mente due problemi. Il rischio che ne deriverebbe con una condizione italiana sui mercati tanto instabile. E, secondo, l’infinito problema dell’attuale, indecente, legge elettorale.

Proviamo però a fare qualche semplice considerazione sulla storia recente della crisi finanziaria europea, a mò di scenario.

Supponiamo che la Spagna, che ha un’economia dieci volte più grossa, entri in una spirale greca “cadendo dal sesto piano”. Ovvero manovre “dure” (già quattro da 40 miliardi da parte di Mariano Rajoy), rifiuto tedesco (e quindi europeo) di aiuto diretto, amministrazione controllata del paese da parte di Bce e Ue, quindi ulteriori tagli, tensioni finanziarie e sociali acute, instabilità, caduta del Pil e ancora tagli.

Di cosa stiamo parlando? Di un paese, la Spagna, in cui tutti sono pieni di debiti, in particolare esteri (Stato, famiglie, imprese). La bellezza di 2900 miliardi di euro complessivi su 1400 miliardi di Pil. Il 200% secco. Una bella bomba. Da maneggiare con estrema cura.

In questo scenario negativo l’Italia si troverebbe comunque coinvolta. E la proclamazione di elezioni a breve (ferma restando la presenza di Napolitano e Monti al timone, come garanti) non aggiungerebbe, con ogni probabilità, molta instabilità aggiuntiva. Specie se indette e attuate velocemente. E con Monti comunque in sella. Potrebbero invece essere viste come il passo necessario a più incisive riforme.

Nel caso di una crisi spagnola più rallentata, o frenata da opportuni interventi europei, le necessarie elezioni italiane potrebbero prendere il loro tempo (compatibili con la necessità immediata interna di una robusta fase due). E, in presenza di effettivi disegni di riforma “reale” sulla spesa pubblica e il fisco sviluppati dall’attuale governo, tenersi anche come una sorta di referendum su ambedue i temi.

Problema legge elettorale: al limite, chissenefrega. Se i partiti non riusciranno a varare il loro supposto schema proporzionale alla tedesca, giocando sulla nostra pelle il balletto “niente nuova legge elettorale-niente elezioni” meglio procedere anche con lo schifo attuale, per far nascere comunque soggetti politici nuovi e una maggioranza inedita in grado di  fare la manovra reale e cambiare realmente la legge elettorale. E quidi procedere, di nuovo a elezioni decenti. Una eventuale logica di ricatto va spezzata.

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Oggi sul Fatto Quotidiano  ci si domanda se Monti abbia ancora la fiducia dei mercati. I fatti degli ultimi giorni ci dicono che di sicuro gli investitori (o speculatori) non hanno fatto molta distinzione nei giorni scorsi tra Spagna e Italia. E non a caso Morando, vicino a Napolitano e primo proponente dell’esecutivo Monti, se ne esce, proprio oggi, con l’intervista citata sulla fase due (che sollecita Monti a darsi una seria mossa) .

Giusti moniti e giusti scenari. Di fatto irrealizzabili data l’attuale geografia partitica e parlamentare. Con un esecutivo Monti che non potè fare la patrimoniale per il niet di Berlusconi, nè abolire le Province per i niet bipartisan degli amministratori locali. Salvo ridursi oggi a un’abolizione per decreto dei consigli provinciali già contestata in sede giudiziaria dalla connessa lobby.

Caro Morando, facciamo la rivoluzione politica, quindi. Quella che davvero serve alla fase due. Elezioni subito e soggetti politici nuovi capaci di rimettere in gioco il 40% dei cittadini italiani autoesclusisi. Perchè delusi da voi.

 

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Legittimazioni

Finalmente la Lega sarà costretta a scegliersi un segretario. Non so se lo farà democraticamente, con votazioni corrette tra almeno due concorrenti.

In ogni caso la Lega, per la prima volta nella sua storia, dovrà avere un capo in qualche modo formalmente eletto da un congresso. In qualche modo legittimato da un’assemblea consapevole. E il prossimo segretario della Lega si aggiungerà a Bersani come leader di partito non carismatico-monocratico. Un novero oggi striminzito.

Dall’altro lato dello schieramento democratico italiano resteranno gli uomini-partito: Berlusconi, Di Pietro, Grillo, Vendola.

L’ultimo probabilmente si ritirerà, per dare a Sel la possibilità di modernizzarsi, forse in contatto con il nascente movimento per i beni comuni di Lucarelli.

Grillo è in difficoltà, di fronte a un movimento che già rivendica, dal basso, regole di selezione dei candidati e di linea politica fuori dalla contraffazione mediatica.

Di Pietro continua a recitare il suo ruolo. Prima o poi dovrà fare i conti anche lui con una realtà che sta cambiando.

L’era dei Berlusconi, Bossi e altri, dei partiti monocratico-mediatici sta infatti rapidamente finendo. L’Italia è stanca di sogni e chiacchiere (inutili e fallimentari)  e apprezza quel tanto possibile di azione politica reale. Impersonata oggi, piaccia o meno, dal Governo Monti.

Monti potrebbe essere, da Capo dello Stato, l’artefice di questa enorme transizione. La conquista, faticosa e dura (dopo due quasi-fallimenti consecutivi della Repubblica) di una democrazia adulta, responsabile verso se stessa, bilanciata nei poteri, capace di selezionare, realmente alternante. E aperta.

E’ questo il vero sogno. Preclusoci da quasi un secolo di truffe, appartenenze e ipocrisie. La negazione di fatto di ogni possibilità di scegliere, e  di operare scelte che hanno reale possibilità di incidere, ci ha portati al fallimento.

La non democrazia ha congelato un terzo degli italiani in un gigantesco partito non democratico: il Pci. La non democrazia ha progressivamente trasformato la Dc in un sistema di potere, di corruzione e di appartenenza.

La non democrazia ha indotto Craxi a snaturare il paprtito socialista in una sorta di mostro di cordate facenti capo a lui. Basate sulla corrutela e concordi nell’assalto alla diligenza dello stato per l’acquisto di consenso, fino al gigantesco debito pubblico che da oltre vent’anni ci schiaccia.

La non democrazia, è la mia tesi, ha ammazzato prima e seconda Repubblica. E ci sta ammazzando.

Risanare il debito di oggi richiederà una generazione, realisticamente. Ma se allo stesso tempo regaleremo all’Italia la democrazia, chi verrà dopo avrà finalmente un paese come fu, provvisoriamente, dal 1945 al 1961.

Quando non c’era nulla da rubare. Ma solo da costruire.

 

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L’ego di Bossi

Non è mai stato un democratico. Ma un individualista monocratico, metà condottiero e metà padroncino.

Ha avuto un’idea rivoluzionaria e vincente: il localismo attivo, esploso dopo il fallimento dell’Italia nel 1992. Ma la Lega è stata la sua creatura proprietaria.

Una volta disabile ha quindi accettato (e forse architettato) un sistema autonominato e chiuso attorno a lui. Per lui, in difficoltà, protettivo. Regista probabilmente la moglie.

E questo sistema familiar-amicale ha degradato la sua creatura e infine ha affondato lui stesso.

Non sarebbe stato meglio, dal 2004, una  transizione verso normali congressi con normali elezioni aperte? E tu da allora presidente onorario?

Già, ma la democrazia non è di casa, nè alla Lega del “capo”, nè nel Pdl, nè all’Idv o al Pd. E persino nel Cinque Stelle. Non è di moda nei partiti. Non è più di casa nel palazzo italiano.

Negli scorsi 50 anni si ha avuto successo, in politica, con le cordate, il danaro (nostro), l’immagine e il marketing del proprio ego assoluto.

Politica tossica dal 1962 ad oggi, salvo trascurabili intermezzi.

Dopo De Nicola e De Gasperi non abbiamo avuto un leader politico autenticamente democratico, costruttore di democrazia aperta, seria, bilanciata. Artefice e soggetto alle regole comuni. E infatti oggi, a furia di condottieri di sventura, di centralisti, di furbi, e peggio, ci ritroviamo mezzi falliti con un debito enorme (craxiano in origine ma poi  ben manutenuto dal duo Bossi-Berlusconi) e il 25% del pil bruciato in illegalità e corruzione.

Al punto che quasiasi riforma, federalismo compreso, è oggi quasi impossibile. Le priorità emergenziali sono altre.

Bossi ha quindi dato il suo bravo contributo, con la sua antidemocraticità interna, a rendere impossibile tale sbandierato federalismo.

Intanto, addio Bossi, vittima del tuo paradosso, del tuo ego troppo italiota. E addio, spero, anche Calderoli e cerchio connesso.

Con il primo e altri, almeno, fui sotto il Palazzo di Giustizia nel 1992. Ai tempi del primo fallimento dell’Italia.

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Vi propongo un gioco….

Vi propongo un gioco. Premetto che sono solo un giornalista tecnico, senza nessuna pretesa di titoli di esperto in questo o quello, che sia ambiente, informatica, economia, sociologia o politica.

Sono solo un cittadino informato che si è posto la seguente domanda. Come possono e potranno le comunità aiutarsi vicendevolmente, nei prossimi anni, a sviluppare sostenibilità ambientale, economica, di sostegno (welfare), di futuro, e infine umana?

La sostenibilità ha infatti più facce a mio avviso. Dove c’è miseria e depressione anche l’ambiente viene spoliato di necessità bruciante. Dove c’è degrado e malaffare si crea malessere e desertificazione. Dove non c’è innovazione e futuro tutto ingrigisce e i giovani fuggono. Dove si vive isolati, e da sudditi, la vita intorno a noi, e dentro di noi, avvizisce.

Al contrario se tutte queste variabili sono in positivo (ambiente, economia, welfare, futuro, partecipazione attiva) allora sì che sentiamo di nuovo la bellezza di vivere la nostra città o area. Allora sì che sentiamo che un vento nuovo sta spirando, innanzitutto in noi stessi.

Vi propongo quindi un gioco. Senza pretesa di soluzioni ma solo offrendovi ipotesi. Per indurre in Voi altre ipotesi, altri scenari. Un gioco di immaginazione.

Prendiamo la mappa della nostra città, o zona e disponiamoci sopra sei carte:

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la sostenibilità ambientale in senso stretto

i servizi di welfare

i redditi e le attività economiche

le innovazioni

la qualità della vita (anche psicologica)

le politiche locali, in particolare comunali

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Vi possono sembrare tante ma sono solo una rozza approssimazione delle varie facce di un territorio.

Ora, sulla mappa proviamo a disegnare una ragnatela. Che arrivi a toccare quelle sei carte, come un esagono.

La ragnatela raffigura una rete, che connette i soggetti che vivono nello spazio descritto dalla mappa. Una rete civica in cui circolano non solo messaggi ma anche altro. Una rete civica per mettere a frutto, con benefici e guadagno reciproco (la grande e vera forza di tutta l’internet), i beni comuni che coltiviamo assieme.

Il gioco è immaginare, a partire dalle sei carte e dalla ragnatela, come possiamo costruire un passo successivo rispetto anche a PartecipaMi (o altre forme di comunità di discussione) verso reti anche per fare, produrre, riequilibrare, partecipare.

Ipotesi 1. Il tempo come bene comune

Il primo bene comune può essere il tempo. I cittadini disoccupati, sotto-occupati o pensionati possono usare la rete per scambiarsi servizi, gratuiti o a pagamento. E il Comune può chiedere o offrire servizi allo stesso modo. In maniera trasparente, soggetta a precisi indicatori di reputazione sviluppati dalla rete stessa.

Non solo quindi una semplice banca del tempo, ma un sistema (meglio se incentivato) di mobilitazione  delle professionalità, di qualunque tipo o età esse siano, in relazione ai bisogni.

Perché questo possa funzionare la comunità deve avere, al suo interno, un meccanismo di autenticazione semplice ma sicuro, e esteso ai telefonini. Dobbiamo essere certi di chi agisce nella comunità, di chi offre o ci chiede una cosa.

Questa autenticazione consente da un lato lo sviluppo di sistemi di reputazione (capire con chi abbiamo a che fare) e dall’altro di effettuare nella comunità microtransazioni, anche monetarie, sicure.

Sulla base di questa certezza possiamo usare, a guadagno condiviso, la nostra principale risorsa: il tempo.

Esempi (ipotesi):

La cura dei bambini, rivitalizzando il ruolo sociale degli anziani.

La cura degli anziani, in casa e fuori casa.

L’organizzazione di eventi ricreativi e culturali.

La prestazione di ore di lavoro manageriali negli incubatori di nuove imprese.

L’aiuto e formazione sull’e-government e l’uso della rete per chi non sa usare il computer.

Ipotesi 2. Il territorio “misurato” dai cittadini

Il territorio può essere misurato e “commentato” dai cittadini (per esempio qui su PartecipaMi) strada per strada, servizio per servizio, discarica per discarica, mercato per mercato, prezzo per prezzo.

La sensorialità è diffusa e a basso costo. Basti pensare alle fotocamere nei telefonini. E a quanti ce ne sono in giro. E le mappe dettagliate e arricchite dalle segnalazioni dei cittadini (come avviene qui su Sicurezza Stradale) possono essere un potente stimolo a chi amministra e uno strumento per chi vive nelle città.

3. Il riuso partecipato delle risorse

Entriamo propriamente nel tema sostenibilità.

Tutti noi, abitanti della città, produciamo una particolare classe di  risorse. Frettolosamente definite come rifiuti.

Recentemente, vicino Parma, ho visitato un’azienda che ha avviato un efficiente sistema di raccolta di legno di rifiuto da un buon numero di città italiane che, con un impianto mastodontico, trasforma in trucioli puliti per poi produrre, su vasta scala, truciolato che va a un contiguo impianto dove si producono mobili di vario tipo per l’Ikea. Morale: il mobilio vecchio e rotto in discarica così “ritorna” in mobilio nuovo, con gradimento del cliente.

Pensiamo al vetro, alla plastica e al più umile dei rifiuti, il residuo organico. Ovvero da un lato fertilizzante per i campi e persino insieme, biogas (metano) per gli autobus, o per le automobili a basso impatto ambientale (senza le micro polveri tipiche dei diesel).

Ogni rifiuto è in realtà una risorsa nostra. Supponiamo che una rete di cittadini  faccia un’accurata  raccolta differenziata dell’umido per la produzione controllata di compost e biogas su base locale. Ambedue i prodotti finali avranno un valore, per aziende agricole e per i trasporti, pubblici o provati che siano.

Poi, pensiamo a una rete di scambio (tipo e-bay) degli apparecchi elettrici o elettronici dismessi ma funzionanti. Allo scambio di mobili (e eventualmente ore di lavoro prestate per ripristino e restauro degli stessi). E così via.

4. Gruppi di acquisto (il consumo come bene comune)

Il consumo consapevole può trovare nella rete civica dei beni comuni una propria piattaforma operativa. In grado di incentivare alla diffusione di agricoltura di qualità.

I produttori biologici accreditati, soprattutto a chilometro zero, possono usare la piattaforma per relazionarsi con i propri gas (gruppi di acquisto solidale).

Si possono sviluppare forme di e-commerce  di prodotti alimentari certificati anche al di fuori dei gas.

Ogni produttore partecipante è soggetto a un sistema di reputazione pubblico

5. Educazione

Di solito la rete serve per togliere rapporti umani diretti. Un’ipotesi è proprio quella di lavorare al contrario, aiutati dalla dimensione locale (fisica). Usare la rete civica per favorirli e organizzarli.

La risorsa anziani può per esempio essere mobilitata, con un effetto di felicità sociale per loro e per i bambini. Al motto di: Uccidiamo ore di televisione e di cartoni animati tossici. Riusiamo le favole!

Usiamo le conoscenze e le storie di lavoro presenti in decine di migliaia di menti

Ridiamo spessore storico raccontando le generazioni della nostra zona. E così via.

Ipotesi 6. La comunità come incubatore di nuove imprese

Una comunità attiva, disponibile a impegnarsi e a vivere consapevolmente la città è uno straordinario terreno di incubazione, test e raffinamento per chi vuole sviluppare innovazioni di rete a guadagno condiviso nel contesto territoriale. Questi incubatori possono dar luogo a nuove imprese, per esempio di giovani, capaci di avviare imprese anche di rilievo globale

7. Politica e amministrazione

Problemi e proposte. La zona produce politica attraverso “bandi per idee” sui temi caldi sul tappeto I dati prodotti dalla zona e dal Comune sono messi in “open data” per il riutilizzo creativo da parte delle comunità.Il forum di zona, ben strutturato e moderato, vede la sistematica presenza degli eletti e amministratori

8. Imprenditoria

La rete ospita e favorisce nuove micro-imprese avviate nell’area.

La municipalità si dota di un fondo di microcredito per aiutarne la partenza

Le nuove attività vanno dall’ospitalità ai servizi (sportivi, educativi, per la salute, ricreativi, culturali, scientifici….) fino a vere e proprie startup da incubatore

L’obbiettivo è di generare prosperità diffusa e senso di speranza, oltre la crisi

9. Salute

La partecipazione genera felicità sociale (decine di ricerche di sociologi e psicologi lo documentano)

L’altruismo attivo produce benessere in chi lo attua e in chi lo riceve

Gli italiani oggi hanno un disperato bisogno di felicità sociale (il paese più infelice d’Europa, Uni Cambridge) Le reti dei beni comuni sono quindi ecosistemi sociali attivi che producono felicità.

E questa è la massima chiave anche per la salute di ciascuno di noi.

10. Il fertilizzante

Come in ogni motore che si rispetti vi può essere un turbo. In questo caso un sistema di incentivi che spinga i cittadini a attuare azioni o comportamento “virtuosi”.

Ovvero una semplice carta urbana a punti(anche in versione virtuale, sul telefonino), simile a quella dei supermercati.

L’investimento di danaro pubblico potrebbe essere molto limitato (o persino a costo zero). conpossibilità di alleanze e sponsorship con soggetti privati (banche, catene distributive….).

In una prima fase potrebbe essere semplice (es.  per i trasporti pubblici, con punti verdi per chi li usa). Poi via via più ricca (punti verdi alla raccolta differenziata avanzata, per esempio) Oppure punti verdi a chi presta ore per assistenza agli anziani…

E infine, a regime, persino bidirezionale (con punti verdi e rossi), per esempio destinandovi un piccola parte delle accise sui carburanti. Chi fa il pieno paga punti rossi, che vanno ad annullare anche i precedenti punti verdi accumulati.

Si può arrivare, nell’ipotesi, a un sistema di premialità e de-premialità su multiple funzioni di cura dei beni pubblici, ambiente, segnalazione e condivisione di informazioni, attività volontarie di welfare….Fino a un diffuso effetto sociale di spinta sul welfare partecipato

11.Il giardiniere

Quale potrebbe essere l’architetto e il gestore di una rete civica dei beni comuni? L’amministrazione pubblica (Comune), a mio avviso, strettamente alleata ai soggetti che fanno le comunità.

I vantaggi per le amministrazioni comunali di una rete di questo tipo sarebbero evidenti:

Il welfare partecipato produce servizi di migliore qualità e minor costo.

La sostenibilità diviene cultura diffusa

L’integrità (rispetto delle regole,non evasione, non corruzione, legalità) cresce in una comunità a fiducia reciproca e guadagno condiviso.

12. La ricerca

La tecnologia c’è. PartecipaMi lo testimona.

Ciò che manca è una esatta visione del giochi a guadagno condiviso su cui costruire le comunità.

Alcuni sono stati sperimentati, visibili, (ne ho ipotizzati alcuni)altri solo potenziali, altri ancora tutti da scoprire

Ma la creazione delle reti civiche dei beni comuni è già possibile. E a basso costo.

Conclusione del gioco: La miglior politica possibile oggi

Per quelle poche persone che hanno avuto lo stomaco di seguirmi fin qui dico: senza una mobilitazione dal basso l’Italia è destinata a una crisi senza fine, sempre più profonda

La mobilitazione dal basso avviene su base locale ma…. Oggi si scontra con Amministrazioni pubbliche dai vincoli di bilancio ferrei, e una cultura profondamente meccanicista.

Ci si aspetta che le amministrazioni ci aiutino nella crisi. Poi ci viene detto che non ci sono soldi ma solo tasse in più. Le speranze crollano, si torna a casella zero, magari al conflitto permamente. E la crisi si avvita ancora di più. Le amministrazioni e lo stato devono invece contrapporvi ambienti abilitanti al Welfare partecipato Lo sviluppo di comunità (di mutuo aiuto) a costo quasi zero consente di canalizzare positivamente un potenziale partecipativo altrimenti destinato all’auto-distruzione.

Non  è quindi solo questione di sostenibilità ambientale o di innovazione tecnologica. In gioco, sulle reti civiche dei beni comuni è la strategia per fare uscire l’Italia da questa lunga, lunga crisi.

Inizio del gioco

Se vi ho minimamente stimolato con la mia teoria e ipotesi sui giochi a guadagno condiviso su base locale vi prego di indicarmi altri esempi. Possiamo, insieme, costruire quantomeno un mosaico di idee, sogni, esperienze. E, quando si crede a un progetto positivo, la probabilità di realizzarlo, con un pizzico di ottimismo e di energia, è più alta.

(intervento su PartecipaMi nella sua nuova sezione ambiente)

 

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Reti civiche dei beni comuni

Ci ho lavorato una decina di giorni, insieme ad altri negli ultimi tre, per costruire una prospettiva sulle “smart communities”.

Ne ho tratto una presentazione. Questa. Sull’idea e la proposta di Rete Civica dei beni comuni. Una comunità urbana online-fisica non solo di discussione ma capace di creare welfare, lavoro, qualità della vita.

Mi pare utile discuterne, anche come antidoto di speranza in un momento buio qual è questo. Buona lettura e, se vi stimola, commentatela qui.

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Ora sta a noi

«Queste esperienze locali devono diventare nazionali. L’Italia stava annegando, quindi serviva un salvagente, cioè il governo Monti. Noi lo ringrazieremo sempre. Ma a un certo punto la parola dev’essere restituita agli elettori. Ci vuole un altro passo. Anche perché, attenti, Berlusconi non è sparito, sta lavorando».

In queste parole di Giuliano Pisapia sta il nocciolo, quantomeno per il movimento arancione, della svolta impressa lunedì 13 marzo al teatro Smeraldo da Libertà e Giustizia al quadro politico italiano.

Il suo manifesto, stilato dal costituzionalista Gustavo Zagrebelski e firmato in rete da 40mila persone, afferma un concetto molto semplice e quindi rompe un tabù. Il governo Monti, dei tecnici, è necessariamente a termine, pena l’autodistruzione della democrazia in Italia. Ad aprile-maggio dell’anno prossimo si dovrà tornare a votare. Ma, con i grandi partiti scossi da continui scandali di corruzione e in calo verticale di consensi e di fiducia (gli ultimi sondaggi li danno al 6%, persino sotto le banche, dato unico in Europa), è urgente una profonda riforma della politica, alias nuovi progetti politici e nuove leadership.

Volutamente, ha spiegato Sandra Bonsanti coordinatrice di L&G, Milano è stata scelta come assise del convegno. La città che nell’estate scorsa ha per prima battuto il berlusconismo, e avviato un nuovo corso politico. Con la partecipazione e l’equità. La cifra dell’intervento di Pisapia che, di fronte ai duemila convenuti nel teatro milanese, ha ricordato episodi anche di oggi, dalle segnalazioni spontanee per salvare i clochard dal grande freddo ai biglietti del tram gratuiti per i disoccupati. Ma è anche una cifra nazionale, che si estende oggi alla corsa di Doria a Genova. E domani?

Si sta facendo un po’ di dietrologia dietro il manifesto di L&G e la serata dello Smeraldo. C’è chi sostiene che Carlo De Benedetti, patron dell’associazione, abbia spaccato il “partito di Repubblica”  in contrasto con Scalfari (che sostiene un governo Monti “lungo”, per almeno un legislatura di risanamento) con un progetto innovativo, forse una “lista civica nazionale” in cui i nomi di spicco sarebbero proprio le due star della serata, Giuliano Pisapia e Roberto Saviano. Possibile? Forse. Probabile, no (difficile pensare che Pisapia lasci il suo impegno da sindaco per correre nel 2013). Politicamente sensato? Sì.

Per capirlo restiamo sui messaggi dello Smeraldo. Che, se letti con attenzione, formano un progetto.

In un’Italia in crisi profonda, con impoverimento diffuso, evasione, corruzione e criminalità dilagante la tesi di Roberto Saviano è che una reale politica di contrasto alla corruzione (su cui il governo attuale, condizionato dal Pdl, tituba)  i capitali criminali poterebbero essere colpiti e recuperati. Si tratta di ben 160 miliardi all’anno, frutto di spaccio di morte, estorsioni, distorsioni della concorrenza…160 miliardi, pari all’8% del pil italiano. E se vi aggiungiamo altri 60 di corruzione e 150-200 di evasione ecco che un futuro governo della legalità, di cui Saviano è un simbolo, potrebbe attaccare circa il 25% del Pil , oggi rubato a noi o evaso. Risorse per investimenti, politiche sociali, reale ripresa.

L’altro messaggio credibile, quello di Pisapia, è che legalità e partecipazione possono andare in sinergia. Fino a propagarsi da Milano a Genova, dallo spazio locale allo spazio nazionale.

Sogno? Beh, si. Ma era appunto questo lo scopo della serata di L&G dello Smeraldo. Mettere in moto un sogno, una prospettiva positiva. E pare riuscito. Compresa la sibillina frase in chiusura della Bonsanti sulla discussione dentro L&G  sul tema di <un partito nuovo, ma completamente diverso da quelli di oggi>. Un partito arancione nazionale? Chissà.

Un fatto è però certo. Chi ha lavorato e lavora all’esperimento milanese, dopo ieri, ha qualche serio segnale per non mollare, anzi per costruire ancora di più. E’ nelle cose.

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Transizione

Perchè è interessante questo momento? Non per il governo di tecnici in sè ma per la transizione. Quando un popolo comincia ad accorgersi che può esistere un’alternativa a questa banda di marci e incapaci, la transizione può alternativamente avere un esito “basso” o “alto”. Essere un mero periodo di aggiustamento ciclico, dai danni precedenti o divenire un cambiamento delle reali regole del gioco.

Ecco quindi perchè provo interesse non al governo dei tecnici ma al partito dei tecnici. E a uno stile, una proposta politica complessiva e europea.

 

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Regione Lombardia

Era, tanti anni fa, la prima di un progetto di rinnovamento. Oggi, dopo 15 anni e passa di regime ciellino,berlusconiano e penatiano, è quello che leggiamo sui giornali. L’ombra degradata di se stessa. Un bancomat di tangenti sulle aree fabbricabili. Poco da stupirsi se i lombardi (ancora in stato di on) desiderino un partito dei tecnici.

Comunque Boni è oggi il becchino del federalismo della Lega, divenuto federalismo della tangente.

P.s. Oggi, pur di fronte allo schifo nella Regione Lombardia, il vertice tra Monti e i partiti è saltato, oltre che sulla Rai anche….sulla nuova legge anticorruzione, che Berlusconi non vuole.

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Cvd

Divertente, plausibile e persino scontato questo sondaggio. Un quinto degli italiani, in parte usciti dai sarcofaghi dell’astensionismo, vorrebbe un cambiamento politico di fondo.

Il governo dei tecnici ha dato loro il profumo, la sensazione vaga di scelte e decisioni serie e razionali per ricostruire il Paese. Se questa sensazione comincerà ad ancorarsi sui fatti questo 20% potrebbe divenire 30%. E in un momento di scelta drammatizzata persino il 40%.

Ovvero l’inversione di un ciclo politico discendente avviatosi nel 1962.

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La tela di Monti

Forse mi sbaglierò (ma non credo). Ora, con la firma a 25 del fiscal compact di venerdì scorso, per Mario Monti si apre ora una fase più interessante, e forse  meno difficile di quella apertasi a dicembre 2011.

Venerdì si è parlato di “Europa 2020″, di project bonds entro giugno, di passi per rendere questi documenti appena abbozzati piani tangibili, in tempi certi.

A che servono i projetc bonds? Semplice: a costruire infrastrutture nuove, come la rete ferroviaria  europea ad alta velocità, finora a corto di fondi.

Ecco che arriviamo rapidamente al nodo della Val di Susa. Un’opera pubblica che dovrebbe far uso di questi bond, previsti peraltro nel decreto “Salva Italia”.

Ovvio, Monti vuole varare il progetto Torino-Lione come suo banco di prova di una politica di realizzazione di infrastrutture capace di coinvolgere i capitali privati, quantomeno su scala europea. Un segnale di politica attiva per la ripresa. Un altro fiore all’occhiello da esibire alla Merkel per arrivare ai più generali eurobond, ovvero (dopo l’unione fiscale e l’unione delle politiche economiche attive) al debito pubblico europeo.

Questi passaggi hanno senso, ma, quantomeno nel caso piemontese, con un grosso punto interrogativo. Supponiamo che alcuni miliardi di euro vengano raccolti tramite un Project Bond (garantito dall’Unione europea o persino dalla Bce) sulla Torino-Lione. Un ammontare di circa 3 miliardi comunque necessario anche nella versione low cost dell’opera.

Supponiamo però che i dieci anni necessari alla costruzione della grande galleria si allunghino e si dipanino in uno stillicidio di conflitti continui. Fino all’allungamento dei tempi del progetto. E la permanente militarizzazione della valle. Come potrebbe essere ripagato un Project Bond  decennale (o più), di mercato, senza generare un disastro?

Non sarebbe meglio che Monti avviasse project bond in Italia su terreni infrastrutturali meno rischiosi?

 

 

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