Nessuno ci salverà

I fatti delle ultime settimane nella pianura padana sono evidenti. E’ bastata, per un evento climatico, che una calma piatta di vento e siccità su posasse per giorni sulla “camera a gas” italiana per renderla irrespirabile, nel solito inverno fatto di riscaldamenti e trasporti a combustibili fossili.

Che Milano, al centro di questa grande area chiusa, fosse a rischio lo sappiamo da decenni. Che si sia fatto qualcosa di significativo, lo sappiamo anche: in pratica nulla.

Lo Stato italiano è fallito dal 1992, grazie a un enorme debito pubblico creato fin dal 1981 per ragioni “disciplinari”. Oggi sono 2400 miliardi, pari al 132% del Pil, ce lo siamo ripagati (con le nostre tasse) una volta e mezza e continua ancora a crescere.

Dal 1992 quel debito paralizza lo stato italiano, non è stato mai significativamente ridotto, ha indirettamente generato evasione fiscale e corruzione. Quel debito oggi significa l’assoluta obbedienza alla disciplina europea, l’imposizione a non sforare di mezzo punto di Pil sul pareggio di bilancio.

In queste condizioni come possiamo pensare a grandi investimenti sul trasporto ferroviario elettrico e sull’efficienza energetica degli edifici in Padania? Come possiamo pensare a un piano che ci salvi dalla grande camera a gas?

No. E’ fuori discussione. Lo stato italiano non ci salverà. Ma possiamo salvarci noi. L’Italia infatti è più patrimonializzata della Germania. Le famiglie italiane, nel corso dei decenni, hanno accumulato risorse e risparmi per 8mila miliardi e, escludendo quelle immobiliari, per 4mila miliardi, pari al doppio del debito pubblico.

Un tempo lo chiamavano “popolo dei bot”, ora si è evoluto a popolo dei patrimoni.

Sono le famiglie del ceto medio e medio alto. Sono patrimoni per mettere al sicuro la vita di figli e nipoti. Ma quale vita se poi saranno condannati a un tumore ai polmoni o a una malattia cardiaca dentro un’esistenza nella camera a gas?

Si partecipa alla cosa pubblica, per quei pochi che ancora lo fanno, cercando di proporre idee, informazioni puntuali, discutendo alternative. Ma questa partecipazione è stata regolarmente disattesa dai nostri politici “paralizzati”. Parole, ma poi ai fatti ecco i vincoli di bilancio, ecco i tagli imposti da Roma, ecco lo stato fallito. Berlusconi, Renzi, persino i cinque stelle non fanno eccezione. Questo modello di interazione tra cittadini, rappresentanti e istituzioni politiche semplicemente non funziona più.

Loro non hanno il coraggio di dichiararsi falliti (ci ripetono però il loro mantra “non ci sono i soldi”), noi ci illudiamo su di loro.

Un altro rapporto, completamente diverso, è possibile. Discutiamo e sviluppiamo idee, progetti, soluzione e poi…ci investiamo, con i nostri soldi. Con le istituzioni che ci aiutano. Ma se investiamo abbiamo il diritto (e il dovere) di controllare, di avere voce in capitolo, alla lunga anche di rientrare sull’investimento fatto.

Se diecimila famiglie milanesi investiranno sul completamento della circle line, e altre centomila sul secondo passante ferroviario questo potrà portare, con un coraggioso decreto che vieti l’ingresso alla metropoli se non su mezzi elettrici o  ibridi, a un primo colpo di areatore nella camera a gas. E ambedue le iniziative, public companies ad azionariato diffuso, possono ben divenire profittevoli, persino inseribili in fondi di investimento italiani. Nel fare le cose giuste, con lungimiranza, non è poi detto che ci si debba perdere.

Moltiplicate per cento, in tutta la Padania, questo modello virale dal basso. Attaccate anche l’efficienza energetica delle case, con soluzioni ai condomini che facciano guadagnare loro sul risparmio in bolletta, l’investitore che finanzia i progetti, le aziende edili qualificate nei cappotti e nelle coibentazioni.

Possiamo salvarci dalla grande camera a gas. Abbiamo bisogno di rappresentanti che ci aiutino e insieme e soprattutto, di un sistema reticolare di iniziative partecipate. Non tanto diverso da quelle che, due secoli fa, con cooperative, società operaie e contadine di mutuo aiuto, casse di risparmio, banche popolari, ci salvarono dalla fame.

Anche allora lo sapevamo. Nessuno ci salverà. Solo noi.

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Bilancio partecipativo di Milano? Un flop

Il bilancio partecipativo del Comune di Milano, indetto  in primavera, si è concluso pochi giorni fa. Con un sonoro e indiscutibile flop. Che non fa onore a un giunta Pisapia che della partecipazione aveva fatto la sua bandiera. E non fa onore nemmeno a Milano, città dalle profonde tradizioni partecipative.

Guardiamo le cifre. E alcuni preliminari confronti.

A Milano, alla chiusura delle urne online (su piattaforma Eligo) risultano 23835 voti contro un totale di voti di 30172.

La differenza è di  6.337 voti  “fisici”  (il 21%)  che viene dallo spoglio delle schede delle votazioni nelle scuole, dove hanno votato alunni sotto i 14 anni con controfirma di almeno un genitore.

I cittadini adulti hanno tutti votato online, mentre i voti fisici sono tutti a titolo di alunni minori.

Condiderando solo i voti online otteniamo una media di voti per zona di 2648.
Considerando il totale dei voti la media sale a 3352.

Che significa? Che la metropoli milanese, con il suo milione 343mila817 abitanti, e 149 mila abitanti medi per ciascuna delle sue nove zone ha visto una percentuale di votanti al processo partecipativo del 2,2%, che scende all’1,77% se si considerano solo i votanti adulti online.

Tanti? Pochi?

Vediamo un confronto con una città vicina, Monza. Che ha appena concluso la sua prima edizione (come Milano) di un bilancio partecipativo (ma basato su progetti sviluppati, selezionati e votati dai cittadini).

Monza è una città da 120mila abitanti (assimilabile a una zona di Milano per dimensione). Ha avuto 3619 votanti adulti (Tutti e solo oltre i 16 anni), di cui 1450 online.

Quindi una percentuale del 3% di votanti adulti sugli abitanti, quasi doppia di quella media milanese.

E’ la prima volta, ha argomentato quasi a scusarsi di questi numeri, la vicesindaco Francesca Balzani (una delle promotrici del bilancio partecipativo milanese). Ma anche per Monza era la prima volta, con risultati nettamente più alti.

Un’altra conferma?  Viene da Torino, dove lo schema adottato (da parte di Avventura Urbana) è stato identico. E dove si è concluso, pochi mesi fa, un bilancio partecipativo (sempre blindato dentro ristrette commissioni elaborative dei progetti) che però ha funzionato un po’ meglio di quello milanese.

Infatti: nella circoscrizione di Torino, su 90mila residenti, i voti sono stati 1810, di cui 1712 online . Quindi voti totali  sulla popolazione:  2.01 %. E voti online su popolazione  1.90%

Due bilanci partecipativi simili, Milano e Torino, a confronto. Ma ancora ne esce meglio Torino, perchè forse comunque offriva un pochino di spazio in più alla creatività sociale.

Il comunicato stampa del Comune di Milano, per giustificare numeri tanto deludenti, cita l’esempio di Parigi, che ha avuto percentuali più basse.  Ma a spropostito.

Perchè quello di Parigi non è stato un bilancio partecipativo, ma un voto (anche se multiplo) su progetti del Comune già definiti. 51mila parigini sono andati a votare per mettere un paio di crocette, su un totale di 8,4 milioni di abitanti. Lo 0,6>% per qualcosa che non è assimilabile a quanto si è fatto e si fa da Monza a Puerto Alegre.

Quali infatti i motivi di questo flop milanese? Alcuni hanno addotto un deficit di comunicazione da parte del Comune e dei gestori del processo. Forse è anche in parte così. Personalmente però ritengo che il vero motivo del flop sia stato nell’impianto stesso del processo. Superficiale, chiuso, elitario, alla fin fine non attrattivo e triste.

Certo, mettere in lizza un milione per zona sembra tanto, un record persino internazionale. Ma questo milione viene strettamente vincolato a opere pubbliche: muri, marcipaiedi, aiole, tetti.  E già qui si parte maluccio, su temi su cui si “scaldano”, in ogni zona poche migliaia di cervelli.

Poi si nega che questi progetti siano sviluppati da gruppi di cittadini. Le assemblee servono solo a registrare esigenze, si decide (autocraticamente)  che solo una trentina di cittadini per zona (scelti più o meno a sorteggio) possano definire i progetti. Non c’è disputa, scelta aperta, contaminazione, propagazione di idee, idee che contagiano altre idee e energie. Tutto nel chiuso di un paio di riunioni degli eletti-sorteggiati e poi il voto, calato dall’alto.

C’è da stupirsi quindi che Milano abbia registrato il minimo storico, dell’1,7% di partecipanti, Per un siffatto sedicente bilancio partecipativo?

Per favore, se vi sarà una prossima volta, cari amministratori di Palazzo Marino, cambiate radicalmente registro, please.

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Verso la giunta del Nazareno

Ormai ho forse capito il prossimo copione della commedia elettorale milanese.

Primo passo. Primarie del centrosinistra.  Si presentano Sala, la Balzani e Majorino. La seconda sulla continuità sulla giunta arancione (e i suoi enormi successi), il terzo sull’arancione in quanto tale, il primo sul grande successo (enormemente presunto ma altrettanto divulgato) dell’expo.

Sala viene votato in massa dagli aderenti del Pd (renziano, al netto dei fuoriusciti, tipo Possibile), la Balzani dai Comitati per Milano (alias Limonta), Majorino dalla sinistra più o meno radicale. Sel si divide (o persino si spacca) tra Sala (ala Tajani) e Majorino (candidato originario).

Alle primarie arrivano quatte quatte le truppe di Comunione e Liberazione, con Lupi in silenzioso ma fattivo monitoraggio. E quel che c’è di Ncd a Milano. Votano con le idee oltremodo chiare.

Vince Sala (ma guarda). Ma ha comunque bisogno dei voti di Pisapia. Garantisce quindi alla Balzani un ruolo da vicesindaco. E una giunta di (apparente) continuità. Ticket. De Jure o de facto.

La destra si incaponisce su Sallustri. Un candidato di pancia. Il che aiuta i Lupi.

Si vota alle urne. Sala vince e fa la giunta, secondo accordi (renziani): Balzani, Tajani, Rozza, Maran (ambedue ala penatiana Pd, immarcescibile) , forse anche Benelli (nonostante risultati molto deludenti) e al posto di Majorino sulle politiche sociali arriva un assessore nuovo, ma vicino a Cl.

Fin qui la mia ipotesi su una giunta del Nazareno.  Vi piace?

Cinque anni di rinnovamento di Milano buttati via.

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Pisapia, ma che stai facendo?

A questo punto l’unica cosa decente che può fare Pisapia, piuttosto che coccolarsi la sua genovese, (tanto diligente quanto improponibile sindaco), è annunciare la sua seconda candidatura a sindaco. Altrimenti avremo Sala che vince mentre Majorino e Balzani si disgregano tra loro i voti di sinistra. E Pisapia in felice volo alla Corte Costituzionale. Alla faccia di Milano.
Poteva andare liscia, alla grande, con un secondo mandato Pisapia. Ma costui ha incasinato tutto, fino al suicidio arancione. Perché?
E perchè poi spingere la genovese Balzani avendo a disposizione persone come la De Cesaris, la Castellano, la Tajani, lo stesso Majorino. Mah..
odii maturati nei quattro anni di lavoro?
Perchè Balzani, la meno credibile tra tutti per la candidatura?
Boh, tira proprio aria pesante di suicidio arancione. Generata dal suo ineffabile capo.
Lo stoccafisso genovese lo amo immensamente, Tutte le volte lo compro a Bogliasco. Me lo cucino con aglio, prezzemolo e patate. Ma a Milano preferisco un buon classico risotto.

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Il cancro dentro la Chiesa

Questo articolo, poche righe, fa capire tutto sulla guerra in corso oggi dentro il Vaticano.

Non aggiungo parola.

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Il declino di Isis

Se ci riflettete un attimo la motivazione data da Isis della carneficina di Parigi non ha molto senso. Vendicarsi dell’intervento aereo francese in Siria, fare pressione con il sangue  perchè cessi non ha alcuna probabilità di successo.

La strage di Parigi, così come l’attentato all’aereo russo partito da Sharm el Sheik, appaiono invece come segnali mediatici rivolti innanzitutto all’interno del network Isis in un momento in cui il sedicente califfato è in difficoltà. In Siria e in Irak perde territorio, accusa forti perdite sul campo, vacilla sotto i colpi di tre tra le più avanzate forze aeree del pianeta.

Se dovesse entrare in crisi anche la rete dei “foreign fighters” per l’ Isis sarebbe veramente l’inizio del declino, se non della disgregazione. I suoi giovani combattenti perderebbero la loro (presunta) aura di invincibilità, la loro fanatica motivazione. E le file del califfato si svuoterebbero, magari tra lotte fratricide (come è già avvenuto, dopo la sconfitta di Kobane).

Per questo motivo un evento così terribilmente gigantesco, così simbolico, è stato perpetrato e organizzato. Ma servirà ad arrestare la crisi di Isis, il cui “core business” sta nella creazione di uno Stato Islamico (medioevale) tra Siria e Irak? Oggi quell’obbiettivo gli sta sfuggendo di mano.

E uccidere innocenti in Europa non servirà. Anzi.

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Dedicato alle vittime di Parigi

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la svolta (necessaria)

I fatti delle ultime settimane, e non solo la vicenda Wolkswagen, ci insegnano molto, se visti in controluce, su una scala di almeno due decenni.

Posso in qualche modo provarci, avendo fatto il giornalista tecnico per trent’anni, e tante sensazioni accumulate in quel periodo oggi trovano conferma.

In sintesi: ho vissuto da vicino l’ascesa della microelettronica, poi del pc, quindi l’esplosione di internet. Poi, già nel 2000, ho cominciato a domandarmi: e dopo?

Dopo, sì, ci sono stati social network, la centralizzazione della rete su Google, e molte piccole applicazioni innovative. Roba però da migliaia di nuovi posti di lavoro, non da milioni come prima. Un ciclo si era, in realtà, rapidamente esaurito. E tuttora non dà segno di riprendersi (quantomeno su quelle basi).

Al suo posto la globalizzazione, ovvero il trasferimento in Asia delle produzioni, e il sopravvento della finanza, ovvero dei grandi patrimoni, alias l’aumento a dismisura della disuguaglianza.

Il capitalismo, dal 2000 ad oggi, ha perso la bussola. Dopo gli anni dell’umanità che diveniva connessa (internet e cellulari, poi unificatisi) non ha un progetto, una direzione reale, una vision, una speranza. Soltanto spremere i salari a più non posso, e fornire ai mitici “investitori” rendimenti sempre più alti.

Questo sistema cieco, automatico, ha cominciato a schiacciare il mondo. L’Africa, depredata da occidentali e cinesi, è in molti paesi nel caos. Il Medio Oriente, dopo aver conosciuto la fallita primavera araba siriana (nata dai social network) e la folle invasione del petrolifero Irak da parte dei Bush-Cheney è oggi il focolaio della terza guerra mondiale.

La guerra dell’Irak, si noti, fu la risposta predatoria del clan Bush (petrolio) al vuoto capitalistico spanlacatosi dopo lo scoppio della bolla internet nel 2000, e alla nascita della successiva (disoccupazione di massa nascosta) e bolla immobiliare.

Così non si può andare avanti. Il capitalismo va profondamente cambiato. Va invertita la sua polarità, da predatoria a ricostruttiva.

Una strada c’è. Ed è evidente da anni. La svolta verso la sostenibilità globale.

Premetto che non sono un vero credente del climate change. Me ne sono occupato molto nella precedente versione di questo blog e ho potuto riscontrare come spesso alcuni climatologi hanno spacciato simulazioni (terrorizzanti) per dati reali, hanno gonfiato le cifre, hanno fatto di tutto per comunicare ansia e pericolo imminente.

Però alcuni dati sono risultati incontrovertibili. Gli oceani che si acidificano (assorbono la grande massa di C02), i ghiacci che si sciolgono, l’inaridimento di vaste aree (tra cui la California). E tanti altri fatti.

Ma, mi perdonerete, metto questo scenario climatico in sottofondo. Quello che porto in primo piano è il fatto, molto elementare, che ci stiamo mangiando il pianeta. Le sue risorse, i suoi equilibrii, le nostre vite (sempre più precarie, schizzate, isolate).

Clima, risorse, vite. Tutto a rischio.

Ce n’è abbastanza per voltare pagina, prima di una grande esplosione. Ce n’è abbastanza per agire subito sui veri punti di blocco. Le grandi lobbies industriali che impediscono ogni cambiamento (e qui l’attacco Usa alla Wolkswagen è emblematico), la Cina, ormai fabbrica del mondo, che deve cominciare a fare i conti con il clima e l’inquinamento (700 mila morti di tumori al polmone da particolato ogni anno), la prossima conferenza di Parigi sul clima che stavolta deve essere un successo, non come le insulse edizioni precedenti.

E come mai il presidente cinese Xi Jinping viene a Washington ad annunciare l’accordo con Obama sul cambiamento climatico? Con un sistema di riduzione delle emissioni di C02 che nel 2017 partirà in tutta la Cina? La Cina era uno strenuo oppositore, fino a qualche anno fa, di ogni misura di sostenibilità….oggi però finanzia la diffusione del fotovoltaico.

Tutto questo sembra far parte di un disegno politico molto, molto generale. Che accomuna Obama (che ormai non ha più nulla da perdere) al più avanzato capitalismo industriale Usa (Apple, Google…). Una rivoluzione nell’energia (fotovoltaico, smart grid), nei trasporti (auto elettriche e anche automatiche), internet delle cose, smart cities sono la faccia tecnologica della sostenibilità. Applicazioni per milioni e milioni di unità sul territorio.

Ha solo da guadagnarci, nel nuovo ciclo, quel capitalismo Usa. Hanno solo da guadagnarci le imprese cinesi subfornitrici della silicon valley.  Un’industria che non consuma petrolio, meno risorse, ed è meno predatoria sulle vite di chi impega.

E noi? Noi stiamo a piangere sui subfornitori veneti e lombardi del maggior produttore mondiale (wolkswagen) di un dinosauro,  il vecchio e sporco motore diesel a combusione interna di gasolio? Nemmeno sappiamo che cosa c’è dietro l’angolo? Nessuno ce lo dice?

Sta emergendo che questa storia delle centraline truccate, tra i tecnici e addetti ai lavori, la si sapeva da anni. Perchè salta fuori proprio ora alla viglilia della conferenza di Parigi? E perchè Papa Francesco fa riferimento a questa conferenza come a un evento importante, che non va mancato?

Prima c’era solo necessità. Ma ora c’è voglia politica di svoltare. Questo capitalismo, questo pianeta e questa umanità non vanno più bene.  Il neoliberismo squilibrato li ha massacrati. E’ vitale una prospettiva umana.

 

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Un giubileo (in senso ebraico)?

“Gli organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza”.

Papa Francesco all’assemblea generale dell’Onu ieri. La frase è riferita ai Paesi poveri, certamente. Ma potrebbe perfettamente attagliarsi a paesi non poveri, come Grecia e Italia, gravati da debiti-pubblici macigno. E nel caso nostro fin dal 1981, su un debito sempre oltre il 100% del Pil che abbiamo ripagato in termini di interessi alla finanza italiana e internazionale e ai più ricchi, oltre l’intero ammontare. Non sarebbe ora di studiare una forma di giubileo internazionale, una drastica riduzione dei debiti pubblici, magari per sostenere un grande programma di investimenti sulla sostenibilità della civiltà umana?

Già il 16 settembre, pochi giorni prima, di fronte ai ministri dell’ambiente europei. Francesco si è espresso sulla prossima Conferenza Onu di Parigi sul clima.  Obama, sul tema, è in movimento, la Cina anche (ha appena annunciato un suo sistema di cap and trade delle emissioni) e le industrie più inquinanti (come l’auto) anche. Tutti eventi che paiono convergere: questa volta l’appuntamento non deve fallire. Sul piatto c’è di più del solo cambiamento climatico a lungo termine. C’è un modello di civiltà in grado di fermare la terza guerra mondiale dovuta agli squilibrii, alle cecità, alle disuguaglianze.

Il pontefice ha richiamato l’enciclica ‘Laudato si’ pubblicata in estate, dove parlava di ‘debito ecologico’ in relazione “a squilibri commerciali” con ricadute ambientali e “all’uso sproporzionato delle risorse naturali” da parte di alcuni Paesi.

“Dobbiamo onorare questo debito”, ha ammonito Francesco, “limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile, adottando sistemi di gestione adeguata delle foreste, del trasporto, dei rifiuti, affrontando seriamente il grave problema dello spreco del cibo, favorendo un modello circolare dell’economia, incoraggiando nuovi atteggiamenti e stili di vita”.

E’ tempo di sbarazzarsi del passato e aprire una fase nuova.

E’ tempo di capire e attuare quel “rimetti a noi i nostri debiti così come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

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Europa, terra promessa?

Ieri 12mila persone, in massima parte immigrati siriani, sono entrati in Germania dalla stazione di Monaco di Baviera. Un evento mai visto per la sua dimensione. E va dato merito alla Merkel di questa svolta di apertura, in un’Europa in cui i segnali politici vanno spesso in repellente direzione opposta.

Migliaia e migliaia di famiglie siriane stanno puntando sulla Germania. Molte di ceto medio, terrorizzate dall’Isis e da una guerra senza fine. Molte composte di laureati e tecnici, adatti all’industria tedesca e europea.

Non fa una grinza l’argomento aperturista, e “lavorista” della Merkel. Ma è sicura che il suo paese sarà capace di generare nuovo lavoro sufficiente a reggere questa massiccia immigrazione? In un’Europa che continua a strisciare nella recessione (eloquenti le valutazioni pessimistiche della stessa Bce, esposte giovedì scorso da Mario Draghi).

Come si può reggere questa fase straordinaria nella storia d’Europa senza una politica di rilancio finalmente all’altezza dei tempi?

Il Qe (quantitative easing) della Bce sta rivelandosi chiaramente insufficiente. E’ quindi necessaria un’azione straordinaria sul lato dei bilanci pubblici, degli investimenti, del consolidamento continentale del debito.

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Rito ambrosiano (al contrario)

C’era una volta a Milano, tanto tempo fa, Aurelius Ambrosius, oggi detto Ambrogio, quasi certamente santo. La sua grande innovazione dottrinale, di cui tuttora è ricordato, fu una sola. Ambrosius fu nominato vescovo di Milano in una notte. Sapeva poco di teologia, non era un prete, ma amava Cristo, il Vangelo e la Bibbia. Ed era un uomo della classe dirigente, ma non corrotto. Si inventò, con molta umiltà, il suo ruolo. Fece le messe semplicemente leggendo le scritture con il cuore. E fece partecipare i fedeli, in chiesa, al rito. Non più soltanto messa, e sue letture dal podio delle scritture, ma anche e soprattutto il suo canto. E canto corale aperto alle donne, ai bambini, al popolo milanese. Diede gioia ai milanesi in tempi bui, secoli prima dei gospel di altri cristiani immersi in tempi bui.

L’operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella chiesa occidentale molti elementi tratti dalle liturgie orientali,in particolare canti e inni. Si attribuisce ad Ambrogio l’inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito ambrosiano, sopravvissuto all’uniformazione dei riti e alla costituzione dell’unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di Trento.

Battè così i rivali eretici ariani di S.Lorenzo (la vecchia basilica imperiale), la invase pacificamente con la sua gente, e divenne prossimo al Papa per influenza sull’imperatore, e sulla sua corte ariana. Di fatto li sconfisse e governò fino alla morte le genti di Milano.

I suoi cori, e le sue antiche canzoni, che lui stesso componeva, se li scaricate e li udite, hanno un qualcosa di mediorientale. Forse a causa del suo assistente, Agostino di Ippona, un giovane avvocato immigrato tunisino. Uno che fece compiere un salto di un paio di ordini di grandezza in su alla visione cristiana e umana.

Con il termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia. Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è caratterizzato dal canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi, che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito.

A differenza di quanto avveniva per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un gruppo di coristi, essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli è Sant’Agostino, che fu discepolo di Sant’Ambrogio.

A Milano Ambrosius da Treviri, questo mezzo tedesco aristocratico romano (Germania, Milano, Tunisia…. una costellazione molto attuale…), inventò quindi  la partecipazione. E il suo rito, riconosciuto a denti stretti da Roma, si trasferì nel dna del più potente comune d’Europa,  fece la forza dei milanesi dopo la distruzione della città da parte del Barbarossa, bilanciò le crudeltà dei Visconti, le follie degli Sforza, fece sopportare le grandi epidemie degli anni terribili dei due cardinali Borromeo, e il lungo dominio spagnolo. Questo senso di comunità, di solidarietà reciproca e evangelica fece Milano grande dentro.

Facciamo un semplice conto spannometrico . Dal 374 dopo Cristo sono passati 1641 anni, ovvero 85.556 domeniche.  Il suo rito ambrosiano,  officiato da almeno una ventina di chiese della città, ha quindi avuto all’incirca un milione e mezzo di repliche. Questo solo per dare un’idea grossolana della profondità dell’innovazione ambrosiana.

Questa abitudine, questa cultura di condivisione della Fede, ha dato l’imprintig della Città dove mi onoro di vivere. Primo grande Comune d’Italia, senza le sanguinose guerre civili medioevali di Firenze. Tanto per fare un esempio. E poi la strana assonanza di proverbi popolari come “Milan c’à l’coeur in man” e “Chi volta l’cu a Milan volta l’cu al pan”. Una cultura partecipativa-solidaristica che ha fatto la ricchezza di Milano. I Borromeo lo hanno mostrato al mondo. Città del dono popolare, ben più che ripagato. Città oggi della Stazione Centrale, e della sua silenziosa epica.

Milano ha quindi una piuttosto lunga relazione con la partecipazione. Non è quindi il caso che qualche politico la degradi proprio ora, sull’altare di una manciata di voti.

Qualcuno a Palazzo Marino, nella primavera scorsa, ha però pensato. Se c’è una cosa su cui siamo in ritardo è proprio questa, la partecipazione. L’abbiamo messa al centro del nostro programma elettorale arancione nella primavera 2011 e poi ce la siamo dimenticata. Che facciamo?

Certo, la giunta di Pisapia e Pisapia stesso se l’erano dimenticata. Appena insediati non hanno avuto tempo, hanno subito mazzate su mazzate, un buco di bilancio imprevisto, l’enorme grana dell’Expo, poi altri tagli pesanti di bilancio. Ben poco da co-decidere con i concittadini.

Vero. Ma nel 2015, a falle tamponate e di fronte a un popolo arancione insoddisfatto, è partita la ricerca sul santo graal. Dove e come fare un grande bilancio partecipativo, un evento che sanasse la mancanza. E portasse consenso e voti.

Provarci umilmente come nelle altre città d’Italia, che allocano piccole quote dei propri bilanci per metterle in palio su progetti ideati dai cittadini e poi definiti con l’amministrazione, quindi selezionati via voto sulla rete nei limiti delle disponibilità? Processi di partecipazioni limitate, locali, ma festose. Dove l’importante è esserci, creare relazioni, sentire come propria una parte della cosa pubblica.

Fare come Monza con oltre mille cittadini a creare progetti, piccoli, ma coinvolgenti?

Sperimentare con cautela all’inizio, sapendo che si tratta di macchinette complesse, che le grandi burocrazie non maneggiano facilmente?

Sperimentare in piccolo, ma su un gioco collettivo gioioso, per cominciare a crescere sulla partecipazione strutturata?

No, gli assessori Balzani e Rozza hanno deciso altrimenti. Servono subito i numeri grossi di  rilievo mediatico.

Della partecipazione inclusiva e gioiosa chissenefrega.

Milano è Milano. Deve essere la prima su tutto, figuriamoci sui bilanci partecipativi. Una iniziativa, anche sperimentale, deve fare immediatamente notizia. Dobbiamo essere i primi della classe.

Quindi, tanti soldi da mettere in pista. Cifre altisonanti, un milione di euro per ognuna delle 9 zone della città. Quindi nove milioni. Cifra mai vista, neanche a Parigi.

Quale assessorato può darceli, con i tagli e i chiari di luna attuali? La cultura? No. Il sociale? Manco, troppi immigrati in emergenza alla Centrale da gestire. La scuola? Non se ne parla. Il lavoro? Ha già i suoi progetti partecipativi in corso e, con i soldi disponibili, finanzia  startup e incubatori. La casa? E’ in ristrutturazione via dall’Aler verso Mm. Il decentramento? No perchè ai consigli di zona è stato negato ogni soldo reale, e da anni.

Ecco la soluzione. Le opere pubbliche, la manutezione della città che si basa su un fondo investimenti vincolato che procede lento come un bradipo da decenni. Mettiamo nove milioni di questo fondo sulle zone e inventiamoci la grande iniziativa.

Peccato però che questo settore sia in assoluto il peggiore per fare partecipazione. La manutenzione della città è un affare serio, complesso, noioso. Da bravi burocrati invisibili e non da cittadini creativi.

La manutenzione di marciapiedi, di tetti. Il massimo che si può offrire è una nuova pista ciclabile. O il rinnovo di uno spazio pubblico. Very exciting, coinvolgente, per un giovane milanese, come l’arrivo della cartella della Tarsu.

Ci sono almeno venti esperienze in Italia che dicono che la partecipazione deve essere libera, creativa, attrattiva. Possibile che Carmela Rozza e Francesca Balzani non si siano letto un articolo, scientifico e non, in proposito?

Niente. Si fa a ogni costo. E il risultato è  una specie di aborto.

Per inciso. Non sono affatto un oppositore della giunta Pisapia nel suo complesso. Anzi. Apprezzo il lavoro fatto da Pierfrancesco Majorino sul volontariato sociale, da Cristina Tajani sulle nuove imprese di giovani, anche dalla De Cesaris sull’urbanistica. Ho persino militato nei comitati per Milano.

Ma un errore è un errore. E l’uso improprio del termine “bilancio partecipativo” mi indigna un po’.

Perchè. Innanzitutto perchè si sceglie una società, Avventura Urbana, che viene da Torino e che per il suo primo esperimento di partecipazione ha scelto una metodologia  parteciptativa dimezzata, chiusa, tutta fisica, che rinchiude tutte le decisioni in ambiti ristretti e controllati (nove commissioni o laboratori), con pochi cittadini coinvolti (una trentina per commissione) selezionati non si sa bene come, nessuna inclusività sociale nella creazione di progetti, e ruolo solo informativo e di meccanico voto finale per il sito web e la rete.

Stiamo parlando di 270 milanesi nei laboratori, in tutto. Ovvero di una partecipazione attiva inferiore ai consiglieri di zona  esistenti (incomprensibilmente esclusi, pur essendo esperti volontari del territorio). Stiamo parlando dell’esclusione dei progetti dei cittadini, compressi in questi  piccoli e chiusi “laboratori”. Dove verranno martellati da un lato dai “facilitatori” di professione e dall’altro dai funzionari comunali con la lista di opere pronta. Alla fine, in poche sedute, dovranno decidere quali progetti mandare alla fase finale di voto. Sorge il sospetto, data la non trasparenza di questo schema, che alla fin della fiera adotteranno in massima parte la lista delle opere dell’assessorato Rozza.

Questa stravagante metodologia chiusa si basa su una sola giustificazione, a detta dei suoi architetti: evitare la formazione di lobbies di progetto durante il processo di formazione delle proposte. Fenomeno però che non mi risulta sia mai stato rilevato nella  letteratura scientifica sui bilanci partecipativi in Italia da nessuna parte.

Mentre invece questa metodologia prevede che possano votare un po’ tutti i progetti definitivi. Cittadini di varia collocazione, anche milanesi di altre zone o persino non milanesi. Strano, pericolo di lobbies nelle commissioni di progetto ma nessun pericolo di lobbies in un voto incontrollato, dove “truppe cammellate” potranno arrivare un po’ da ovunque. Boh.

Invito al proposito la dottoressa Jolanda Romano di Avventura Urbana e il professor Luigi Bobbio a documentare con dovizia ai milanesi e a me questo rischio fondamentale di lobbying. Su cui è costruita la loro metodologia chiusa. E di chiarire la contraddizione con il voto finale.

In realtà ciò che si nota  è l’esclusione della rete aperta dal processo (che ha solo funzioni ancillari) e la possibilità da parte dell’amministrazione di influire sui pochi decisori sorteggiati in questo percorso “controllato”.

Il contrasto è piuttosto stridente con il “crowdsourcing civico” lanciato dall’assessorato della Tajani. Qui i cittadini, via rete, possono proporre progetti che, se accettati il Comune finanzierà al 50%.

Come mai un metodo “pseudo-partecipativo” tanto chiuso? Va capita questa piccola industria della partecipazione “fisica”. Si tratta di aziende di terziario che offrono servizi di “facilitazione” a enti pubblici e imprese. Vivono del fatturato che fanno presso di loro. Se il committente non è soddisfatto smettono di lavorare.

Per cui. Se sono chiamati in una gara a fornire un sito web partecipativo vincono sulla qualità del software e degli algoritmi di voto. Ma, se devono operare su un processo fisico, spesso vincono sulla metodologia che più aggrada al committente. Quella che crea meno problemi. E promette i veri risultati sperati.

In questo caso si propone una sorta di consultazione più  o meno partecipata sulle opere pubbliche, tema su cui la creatività diffusa di proetto è quasi impossibile. Di qui la scelta del metdo più chiuso e controllato possibile.

Ci possiamo però fidare di questi “facilitatori”? Quali garanzie reali possono offrirci di essere “parte terza e indipendente” nel rapporto tra noi cittadini e il potere? Oppure sono dei “manipolatori”? Facciamo una lunga assemblea, come mi è successo, e poi loro scrivono il report finale come vogliono, ben diverso da ciò che si è detto e proposto. Invece, su un sito web, le regole sono chiare. Quel che si scrive, discute e propone è documentato fino all’ultima parola.

La rete è quindi ben più trasparente, terza e indipendente di questi esclusivi “facilitatori”.

Si badi. Io non ho nulla contro Torino. Ma quel comune è stato il primo ad adottare questo anomalo (ma facile) approccio centralistico l’anno scorso per un suo quartiere. Alla fine la commissione ha costruito e assemblato  tre “proposte” (generiche), verde, sport e scuole, e le ha messe in votazione tra i cittadini. E’ passata quella sul verde urbano. Ora sono alla ricerca dei progetti concreti da avviare.

Non era meglio, caro Fassino, far competere dieci o cento progetti spontanei dal basso e farli scegliere dai diretti interessati? Boh.

Partecipazione, quindi, o manipolazione del consenso?

Quello che ci viene oggi  presentato dal Comune di Milano e dall’Assessorato Lavori pubblici non è quindi un bilancio partecipativo. Ma un’altra cosa. Un bilancio partecipativo, come si fa in tutto il mondo e anche in molte città italiane (ultima Monza) è una messa a disposizione dei cittadini di una quota (per lo più piccola) del bilancio locale corrente. Su questa si stimolano i cittadini a generare idee, aggregarvi consenso, e con la collaborazione del Comune a tradurle in progetti esecutivi. I quali vengono votati in competizione tra di loro. Per esempio: un gruppo di studenti che progetta di ricolorare la scuola e la strada adiacente. E poi, ottenuti i fondi per gli strumenti, lo fanno. In una festa.

In questo caso invece, sugli investimenti in opere pubbliche, abbiamo una mera raccolta di “esigenze” dei cittadini zona per zona. Poi la delega a una commissione deliberante ristretta di zona formata non si sa come, forse sorteggiata, forse selezionata dall’alto. In cui cittadini prescelti (da chi?) operano con i facilitatori di Avventura Urbana di Torino e i funzionari dell’assessorato per definire la lista dei progetti da mandare in votazione.

Ovvio, i progetti già definiti dall’assessorato avranno il vantaggio di essere subito cantierizzabili, quelli più “creativi” no. per questi i temi sono stimati a dopo il 2016, dopo le prossime elezioni comunali. E quale membro dei laboratori avrà il coraggio di spingere progetti a così alto tasso di incertezza?

Si va infine al voto (senza controllo di residenza) e alcuni progetti verranno approvati. Nei limiti del milione per zona.

Questo l’iter di una che chiamerei più propriamente come “consultazione-deliberazione popolare controllata sulle opere pubbliche comunali“. Termine del tutto dignitoso, per carità. Ma lascerei perdere il più nobile “bilancio partecipativo“, dato che proprio non è tale la cosa.

In sè l’operazione è comunque geniale. Il comune e l’assessorato non rischiano nulla. Nelle commissioni chiuse i cittadini saranno faccia a faccia con i facilitatori professionali, e probabilmente indirizzati alle scelte “giuste”. In tal modo opere pubbliche a rischio che altrimenti avrebbero visto comitati di opposizione spontanei (vedi caso Pratone-M4) avranno l’imprimatur “partecipativo”. E nessuno potrà opporsi di fronte a cotanta prova di democrazia.

Questo è, quindi, un bilancio partecipativo solo di facciata. I cittadini infatti non avranno la possibilità di proporre progetti ma solo “esigenze” che verranno poi inglobate in commissioni scelte dall’alto (moderatori di Avventura Urbana e Comune) con il compito di formulare i veri progetti che andranno al voto finale. E con un privilegio per quello che è già in itinere nell’assessorato di Carmela Rozza.

E l’aspetto più deludente della faccenda sta un una cifra:  lo 0,0000002% di milanesi (270 su 1,2 milioni)  realmente coinvolti in questo processo (supposto partecipativo) come progettisti e deliberanti. Il peggiore bilancio partecipativo mai concepito in termini di coinvolgimento attivo.

Non solo. Per la scelta dei 30 cittadini che in ogni zona formeranno i progetti i facilitatori di Avventura Urbana ci dicono che si sceglierà il metodo del….pallottoliere. Estratti a sorte ma con eventuali correzioni delle commissioni decise dall’alto.

Il pallottoliere per selezionare i cittadini attivi di Milano? Il pallottoliere nella città che ha inventato la partecipazione, delle Cinque Giornate, del Cnl Alta Italia? Stiamo scherzando?

Un bilancio partecipato senza creatività sociale, senza inclusione e entusiasmo, senza giovani che progettano i colori della loro scuola, famiglie che ripensano aree verdi, strutture sportive, iniziative culturali. Niente. Marciapiedi, qualche pista ciclabile, qualche tetto da rifare il tutto deciso dentro commissioni chiuse, di cittadini non si sa come nominati, con i funzionari comunali pronti con la lista dei progetti possibili. E “facilitatori” al lavoro per mediare….E infine il voto sulla lista della spesa fatta da altri. Ma vi pare una roba decente? Che fine farà il termine partecipazione alla fine di questa tristezza? Diverrà la barzelletta preferita dei milanesi?

E infine la cicliegina sulla torta. Il bando del Comune recita che “se il bilancio partecipativo avrà successo verrà replicato ogni anno confermando con  affidamento diretto (senza gara) l’assegnatario del primo bando“.

Che significa “successo” per gli architetti dell’iniziativa? Grande risposta dai cittadini? Oppure opere pubbliche che filano lisce come l’olio?

Che la misura del successo sia propria o impropria il punto è che a Milano verrà propinato questo tipo di “partecipazione” anno dopo anno, in automatico. A mio avviso una vera jattura. Anche per l’immagine della città.

E il rischio che questa grigia “consultazione chiusa” milanese possa divenire lo standard per la partecipazione nei grandi centri urbani italiani. Fino a distorcere l’intero mondo nascente della democrazia partecipata.

Mi spiace, questa roba proprio non la bevo. E non bevetevela nemmeno voi. Fa male a Milano.

 

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